{"id":1000025284,"date":"2025-11-13T08:30:34","date_gmt":"2025-11-13T11:30:34","guid":{"rendered":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000025284"},"modified":"2025-11-13T08:30:36","modified_gmt":"2025-11-13T11:30:36","slug":"a-forli-una-mostra-dedicata-a-letizia-battaglia-una-delle-piu-grandi-interprete-e-testimone-del-900","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000025284","title":{"rendered":"A Forl\u00ec una mostra dedicata a Letizia Battaglia: Una delle pi\u00f9 grandi interprete e testimone del \u2018900"},"content":{"rendered":"\n<p><strong>Giovanni Cardone<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Fino all\u2019 11 Gennaio 2026 si potr\u00e0 ammirare al Museo Civico San Domenico di Forl\u00ec dedicata a Letizia Battaglia \u2013 \u2018Letizia Battaglia. L&#8217;opera: 1970-2020\u2019 a cura di Walter Guadagnini. Un racconto composto da oltre 200 fotografie tra vita privata e impegno professionale e civile della grande fotografa siciliana.\u00a0 L\u2019esposizione \u00a0ideata e prodotta da CAMERA \u2013 Centro Italiano per la Fotografia e dal museo Jeu de Paume di Parigi, con la collaborazione dell\u2019Archivio Letizia Battaglia, \u00e8 organizzata dalla Fondazione Cassa dei Risparmi di Forl\u00ec col Comune di Forl\u00ec. In una\u00a0 mia\u00a0 ricerca storiografica e scientifica sulla figura di Letizia Battaglia apro il mio saggio dicendo : Io penso che il ruolo delle donne nel mondo della mafia \u00e8 rimasto a lungo in secondo piano. La rappresentazione sociale diffusa in passato offriva un ritratto della figura femminile siciliana o meridionale deviante. Donna chiusa in casa avvolta da uno scialle nero, prima schiava del padre, per essere successivamente schiava del marito. Effettivamente, in una Sicilia e in una Palermo importunate dalla mafia, la privazione di alcune delle regole fondamentali per una vita civile \u00e8 sentita certamente molto di pi\u00f9 dalle donne, insieme ai bambini e alle persone anziane, che rappresentano la parte inefficace della societ\u00e0. Tuttavia, grazie ad una ricerca condotta dal Centro siciliano di documentazione \u201cGiuseppe Impastato\u201d e l\u2019Associazione delle donne siciliane per la lotta contro la mafia , ci ha permesso di dire che il ruolo delle donne \u00e8 spesso attivo, soprattutto negli ultimi anni la presenza femminile nelle attivit\u00e0 mafiose \u00e8 cresciuta. Pur restando un\u2019organizzazione mafiosa formalmente maschile. Le donne dei mafiosi sono soltanto complici, vengono utilizzate per alcuni incarichi. Sono tante le donne spacciatrici di droga nei quartieri pi\u00f9 degradati di Palermo, ma oltre alle spacciatrici, ci sono donne che possono definirsi trafficanti, come Angela Russo, soprannominata \u201cNonna eroina\u201d, che aveva organizzato un traffico di droga assieme ai suoi familiari, e che si \u00e8 comportata al momento del processo, da perfetta mafiosa, tacendo e dichiarando che il figlio &#8211; diventato collaboratore di giustizia &#8211; che aveva parlato era \u201cpazzo ed infame\u201d. Inoltre le donne, in abito mafioso, sono state intestatarie di quote notevoli di imprese o fanno di prestanome, nel caso in cui i congiunti non possano comparire. Inoltre, il ruolo tradizionale di una donna mafiosa era quello di educare e trasmettere la cultura e il codice mafioso ai propri figli. \u00a0Le donne hanno rivestito un ruolo fondamentale nella socializzazione dei figli all\u2019odio e alla vendetta e nella trasmissione di un certo modo di porsi. Una madre mafiosa ha il compito di radicare ai propri discendenti l\u2019ideologia mafiosa, ovvero le tradizioni e i disvalori di cui si nutre la criminalit\u00e0 mafiosa quali omert\u00e0, vendetta e disprezzo dell\u2019autorit\u00e0 pubblica. Un esempio di madre che ha cresciuto i figli in base ai \u201cvalori\u201d della mafia \u00e8, sicuramente, quello di Ninetta Bagarella. Sorella di Leoluca Bagarella e la moglie di Tot\u00f2 Riina capo dei capi di Cosa Nostra fino ai primi anni novanta\u00a0 dimostra di compiere tutti i doveri di una moglie del boss, rimanendo accanto al suo uomo nei momenti difficili e condividendone la latitanza. Si occup\u00f2 dell\u2019educazione dei suoi 4 bambini, e, essendo stata maestra, fece loro anche da insegnante dato che, vivendo in clandestinit\u00e0, non potevano frequentare la scuola. Le ragioni per cui i ruoli femminili nelle organizzazioni mafiose sono state a lungo sottovalutati si baserebbero specialmente su una supposta incapacit\u00e0 delle donne di mantenere l\u2019obbligo di omert\u00e0. Le donne sono ritenute degli esseri inaffidabili. Per anni l\u2019opinione pubblica e gli addetti ai lavori pubblici si erano adattati a questo stereotipo, dato dalla societ\u00e0, della donna silente, che aveva come unico ruolo quello di occuparsi della famiglia e dei figli, trascurando cos\u00ec la responsabilit\u00e0 penale delle donne. Tale immagine \u00e8 andata pian piano dissolvendosi a partire dagli anni ottanta del secolo scorso, quando le testimonianze dei collaboratori e soprattutto delle collaboratrici di giustizia hanno svelato una realt\u00e0 nascosta facendo emergere ruoli femminili pi\u00f9 attivi rispetto agli stereotipi dominanti associati ad una donna mafiosa. In questa sede mi pare importante approfondire il ruolo delle donne, che pur provenendo da ambienti vicini alla mafia, o contigui o succubi, hanno collaborato con la giustizia piuttosto che ricercare la vendetta privata. Una particolare attenzione deve essere rivolta alle donne mafiose \u201cpentite\u201d, coloro che non condividono il percorso mafioso, e si schierano clamorosamente contro i mariti o la propria famiglia. Uno dei luoghi comuni sulla mafia \u00e8 quello secondo cui i mafiosi non si confiderebbero con le loro donne perch\u00e9 queste sarebbero incapaci di tacere. Le dichiarazioni di tutte le collaboratrici dimostrano che le donne di mafia sanno tutto e spesso condividono tutto. Alcune tra di loro l\u2019hanno detto espressamente, come Serafina Battaglia, la prima testimone di giustizia donna, che decide di collaborare con la magistratura per rendere giustizia alla sua famiglia. Serafina Battaglia esprime in uno dei suoi processi: \u201cMio marito mi confidava tutto e perci\u00f2 io so tutto. Se le donne dei mariti ammazzati si decidessero a parlare cosi come faccio io, non per odio o per vendetta ma per sete di giustizia, la mafia in Sicilia non esisterebbe pi\u00f9 da un pezzo.\u201d In seguito alle diverse ricerche effettuate per capire cosa spingesse queste donne a pentirsi, ho rilevato che soltanto alcune di loro si possono chiamare \u201cpentite\u201d, ovvero quelle donne che, interni all\u2019associazione mafiosa, hanno commesso numerosi reati ma, una volta processate o incarcerate, decidono di collaborare con le forze armate e, pertanto, si definiscono anche collaboratrici di giustizia. Possono essere altre le ragioni che si nascondano dietro a confessioni e\/o rivelazioni di queste donne che provengono da famiglie mafiose e hanno scelto di collaborare con la giustizia. Anche se questa \u00e8 una scelta coraggiosa, nasce comunque un dubbio. Queste donne lottano per pura scelta o per vendetta? Non avremo mai una risposta esatta, ma questo dubbio nasce dal fatto che queste donne, mogli, madri, figlie di mafiosi pi\u00f9 o meno potenti si sono decise a parlare soltanto dopo che i loro congiunti sono stati uccisi. Come nel caso di Serafina Battaglia che subito dopo la perdita del compagno e del figlio, cerca di ottenere giustizia attraverso le vie giudiziarie. Tuttavia, queste donne, ognuna di loro con una propria storia di vita e le diverse ragioni proprie e personali, che le hanno condotte sulla via del pentitismo, sono le collaboratrici che hanno permesso di rompere l\u2019equilibrio dell\u2019organizzazione, il pilastro importante su cui si fonda, ovvero il silenzio. La storia dell\u2019antimafia \u00e8 fondamentalmente una storia maschile. Lo \u00e8 quella ufficiale, che si nutre degli elenchi dei protagonisti, degli eroi e delle vittime. Lo \u00e8 quella della memoria popolare, fatta di volti, parole e leggende. Nella societ\u00e0 italiana e ancor pi\u00f9 marcatamente nell\u2019Italia meridionale i ruoli di responsabilit\u00e0 istituzionale, di direzione politica e sindacale sono esercitati da uomini.\u00a0 Le donne hanno sempre avuto un ruolo inferiore rispetto agli uomini, sia in ambito famigliare che in ambito lavorativo, escludendole cos\u00ec da qualsiasi decisione o dalla semplice condivisione di idee. Fortunatamente, come ho spiegato nel capitolo precedente, le donne sanno, e stanno iniziando a parlare, infrangendo cos\u00ec lo stereotipo di donna siciliana chiusa in casa e schiava del marito, tutto questo grazie alle prime collaboratrici e testimoni di giustizia che si sono fatte avanti in tempi recenti. La presenza delle donne nella lotta contro la mafia si ha gi\u00e0 dalla fine dell\u2019Ottocento, durante la stagione dei fasci siciliani : le donne partecipavano e in alcuni paesini, nei pressi di Palermo, c\u2019erano fasci solo donne. Donne in prima linea nei cortei e negli scioperi, che prendevano la parola nelle riunioni e nei progressi, che vigilavano durante le elezioni municipali affinch\u00e9 gli uomini andassero a votare e pattugliavano in gruppo le taverne per impedire agli uomini di tradire il dovere di militanza. Ma oltre alle donne che hanno avuto parte attiva nei fasci siciliani, abbiamo il caso della vedova Giovanna Cirillo Rampolla che non accetta che il sacrificio del marito cada nel silenzio e chiede cos\u00ec giustizia allo Stato contro il sindaco e gli altri mafiosi di Marineo un paese in provincia di Palermo accusando, facendo nomi, ricostruendo puntualmente la vicenda e dando alle stampe il ricorso, evidentemente perch\u00e9 poco fiduciosa in uno Stato che gi\u00e0 allora aveva tra i suoi funzionari gente legata alla mafia o mafiosa in prima persona. Pubblica il suo ricorso perch\u00e9 non vuole che la sua richiesta di giustizia sia una battaglia privata, ma che si sappia che ci sono uomini, come era stato suo marito, onesti e amanti di giustizia, e che quello \u00e8 l\u2019esempio da seguire. La vedova Cirillo Rampolla pu\u00f2 essere paragonata a Giovanna Terranova , Rita Costa e a tutte le altre vedove e madri di magistrati, poliziotti, politici uccisi dalla mafia, che in questi anni hanno saputo trasformare il loro dolore individuale in capacit\u00e0 di testimonianza e di lotta contro la mafia. Sono tutte donne il cui impegno nasce da una eminente conoscenza civile, nell\u2019aver condiviso con i propri mariti o i propri figli questa volont\u00e0 di osteggiare la forza della mafia. Insieme a queste donne va ricordata Felicia Impastato, madre di Giuseppe Impastato, che, pur essendo donna del popolo, senza cultura, ha scelto la strada della lotta contro la mafia, spinta non soltanto da una rettitudine, ma anche dalle idee del proprio figlio. Queste donne sono un fiume in piena forza della natura. Parole sicure e solo poche volte interrotte dall\u2019emozione. Le loro testimonianze sono il racconto della loro vita, della loro solitudine, delle loro sofferenze ma ancor di pi\u00f9 una grinta per tutti noi a lottare e agire contro. Ad oggi sono diverse le donne che sempre di pi\u00f9, grazie ai loro piccoli passi, cercano di ottenere un cambiamento. Come lo sono nell\u2019ultime opere di Pirandello, le donne siciliane sono spesso presentate in letteratura con tratti forti e decisi, donne pronte a tutto pur di difendere se stesse, la loro famiglia e la vita delle persone che amano. Sono la personificazione della forza della Sicilia. Rappresentano l\u2019anima dell\u2019isola e hanno una significativa importanza nelle lotte simbolo della Sicilia. Quando si parla di collaboratrici di giustizia, ovvero tutte quelle donne che hanno deciso di affrontare l\u2019universo mafioso, mi sembra opportuno fare una indispensabile distinzione tra testimoni e collaboratrici di giustizia, che potrebbe sembrare alquanto scontata, ma non lo \u00e8 visto che solo nel 2001, con la legge n\u00b045 del 13 febbraio, le due figure vengono differenziate, insieme ad una riforma dell\u2019originaria disciplina in tema di norme per la protezione dei collaboratori. Il collaboratore \u00e8 colui che ha commesso dei crimini, in questo caso riguardanti l\u2019organizzazione mafiosa, e decide d\u2019intraprendere un percorso di collaborazione, confessando i propri reati e rilasciando dichiarazioni significative ai fini investigativi e giudiziari. Il testimone, invece, non ha commesso nessun tipo di illecito ed \u00e8 estraneo all\u2019organizzazione mafiosa, ma decide comunque di denunciare un evento costituente reato, di cui appunto \u00e8 stato testimone, o di denunciare persone appartenenti alla mafia. Le motivazioni che spingono queste donne a collaborare o a testimoniare non sono del tutto chiare. Infatti, una delle domande pi\u00f9 ricorrenti nei dibattiti su \u201cdonne e mafia\u201d \u00e8: perch\u00e9 le donne? Come mai solo loro osano ribellarsi alla dittatura dell\u2019omert\u00e0 e della violenza mafiosa? Una risposta certa non \u00e8 stata ancora trovata, tuttavia come sostiene anche Anna Puglisi, un numero favorevole di donne decide di testimoniare soltanto dopo che uno dei loro cari \u00e8 stato ucciso. La morte di un familiare \u00e8 il passaggio finora necessario che ha portato alcune donne a ribellarsi alla mafia e a lottare contro di essa. La morte come \u201cscoperta\u201d della mafia, non pi\u00f9 fantasma astratto, ma una violenza che uccide i propri cari e segna per sempre l\u2019esistenza di chi rimane. Le donne antimafia, sono vedove, orfane, madri a cui hanno ucciso i figli e che decidono di passare dal lutto privato alla testimonianza pubblica. Tuttavia, ci sono state donne che hanno deciso di testimoniare con la speranza di costruire un futuro libero dalla mafia, e spinte dal desiderio di affermare la propria individualit\u00e0, una scelta, quindi definibile come emancipativa. Il silenzio \u00e8 mafia. Le organizzazioni mafiose si cibano di omert\u00e0 e silenzi. Crescono giorno dopo giorno nutrendosi dell\u2019indifferenza circonstante. Come ho cercato di spiegare nei capitoli precedenti, chi viveva in ambiti mafiosi doveva imparare a stare in silenzio; la fondamentale regola del silenzio sulla quale Cosa Nostra aveva costruito il suo dominio sui suoi affiliati e su pezzi significativi della societ\u00e0 siciliana. Il silenzio era una delle leggi fondamentali non scritte del codice mafioso. Per quanto provi a voltarti dal lato opposto, per quanto provi a tapparti le orecchie e a far finta di niente sai benissimo cosa succede intorno a te. Le tre scimmie sagge vedevano, sentivano e sapevano parlare benissimo. Tuttavia pur di non mettere in pericolo se stessi e la propria famiglia, dovevano stare in assoluto silenzio. Ma non \u00e8 stato cos\u00ec per Letizia Battaglia, una famosa fotogiornalista italiana conosciuta come <\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-jetpack-tiled-gallery aligncenter is-style-rectangular\"><div class=\"\"><div class=\"tiled-gallery__gallery\"><div class=\"tiled-gallery__row\"><div class=\"tiled-gallery__col\" style=\"flex-basis:66.75330%\"><figure class=\"tiled-gallery__item\"><a href=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/22_DSC3107-1024x683.jpg?ssl=1\"><img decoding=\"async\" data-attachment-id=\"1000025291\" data-permalink=\"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?attachment_id=1000025291\" data-orig-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/22_DSC3107.jpg?fit=2500%2C1667&amp;ssl=1\" data-orig-size=\"2500,1667\" data-comments-opened=\"0\" 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Letizia Battaglia \u00e8 nata il 5 marzo del 1935 a Palermo. Ad oggi, Letizia non \u00e8 soltanto una fotografa, rappresenta una delle maggiori figure femminili in Italia, per il suo essere forte e indipendente. All\u2019et\u00e0 di 16 anni si sposa con un uomo del quale non conosciamo il nome, ma la relazione tra i due non and\u00f2 bene. Come dichiara la Battaglia nella sua intervista sul quotidiano \u201cIl Manifesto\u201d: \u201cIo ho avuto un marito che ho amato molto a sedici anni, quando lo sposai. Poi lui ha cominciato a sbagliare con me e io non lo amai pi\u00f9. Era nervoso, dava importanza a cretinaggini, non potevo studiare, non potevo lavorare, non capiva la mia vivacit\u00e0 e mi bloccava come poteva. Io ho continuato a vivere. L\u00e0 dove c\u2019era l\u2019amore l\u2019ho preso. Volli separarmi.\u201dA 27 anni conosce casualmente il poeta Ezra Pound, questa veloce conoscenza l\u2019avvicina alla sua poesia che divenne grande fonte di ispirazione per tutta la sua vita. Inizia la sua carriera nel 1969 collaborando con il giornale palermitano L\u2019Ora. Letizia era l\u2019unica donna tra i tanti colleghi maschi. Nel 1970 si trasferisce a Milano, dove inizia a fotografare collaborando con varie testate; \u201cLa fotografia \u00e8 stata in un primo momento sopravvivenza.\u201d, come racconta la Battaglia in una delle sue interviste fatte alla Rai, non inizia a fotografare per passione, ma solo per bisogno; doveva pagare l\u2019affitto e dare da mangiare alle sue due figlie. Nel 1974 ritorna a Palermo e crea, con Franco Zecchin, l\u2019agenzia \u201cInformazione fotografica\u201d frequentata da Josef Koudelka e Ferdinando Scianna. Nel 1974 si trova a documentare l\u2019inizio degli anni di piombo della sua citt\u00e0, scattando foto dei delitti di mafia per informare l\u2019opinione pubblica e scuotere le coscienze; \u201cFacevo ci\u00f2 che potevo per scuotere le coscienze, mostrando non solo i morti ammazzati, ma anche la miseria causata dalla mafia e il potere politico che ha sostenuto il crimine, questo non dobbiamo mai dimenticarlo\u201d. Ci ha mostrato con i suoi scatti che la mafia esiste, ed \u00e8 visibile e tangibile. Li ha immortalati tutti: giudici, poliziotti e uomini delle istituzioni in prima fila nella lotta contro Cosa nostra. Il 6 gennaio 1980 \u00e8 la prima fotoreporter a giungere sul luogo in cui viene assassinato Piersanti Mattarella. Nello stesso anno il suo scatto della \u201cbambina con il pallone\u201d nel quartiere palermitano della Cala, fa il giro del mondo. Una bambina appoggiata ad un portone, con gli occhi neri e la sua espressione intensa, con un pallone nella mano destra e mille lire nella mano sinistra. Per Letizia questo scatto \u00e8 molto importante, perch\u00e9 descrive ci\u00f2 che \u00e8 stata anche lei da bambina. Per lei \u00e8 un riferimento. Questa bambina rappresenta l\u2019innocenza, la bellezza e il futuro. Diventa una fotografa di fama internazionale, ma non \u00e8 solo \u201cla fotografa della mafia\u201d. Da sempre Letizia Battaglia si esprime nel rigore del bianco e nero. Afferma nell\u2019intervista fatta dalla \u201crivista segno\u201d di non amare il colore: \u201cAncora oggi il solo pensare al rosso del sangue mi fa star male. Penso che il bianco e nero sia pi\u00f9 silenzioso, solenne, rispettoso.\u201d. Le sue foto si prefiggono di raccontare soprattutto Palermo nella sua miseria e nel suo splendore, i suoi morti di mafia ma anche le sue tradizioni, gli sguardi dei bambini, i quartieri, le strade, i lutti e i volti del potere di una citt\u00e0 dalle mille contraddizioni. Eppure, la Battaglia predilige i soggetti femminili: \u201cAmo fotografare le donne perch\u00e9 sono solidali: devono ancora superare tanti ostacoli verso la felicit\u00e0, in questa societ\u00e0 maschilista che le vuole eternamente giovani, belle, con una concezione dell\u2019amore che spesso, in realt\u00e0, \u00e8 solo possesso.\u201d Nel 1979 \u00e8 cofondatrice del Centro di Documentazione \u201cGiuseppe Impastato\u201d. Letizia Battaglia si \u00e8 occupata anche di politica negli anni 80\u2019 et i primi anni 90\u2019. \u00c8 stata consigliera comunale con Verdi, assessore comunale a Palermo con la giunta Orlando. Letizia Battaglia \u00e8 stata la prima donna europea a ricevere nel 1985, ex aequo con l\u2019americana Donna Ferrato, il Premio Eugene Smith, a New York, riconoscimento internazionale istituito per ricordare il fotografo della rivista americana Life. Nel 1991, viene eletta deputata all\u2019Assemblea regionale siciliana con la Rete. Dopo l\u2019assassinio del giudice Falcone, il 23 maggio 1992, Letizia Battaglia si allontana dal mondo della fotografia, ormai stanca di avere a che fare con la violenza. La Battaglia afferma in una delle sue interviste di essere sfinita dagli avvenimenti disumani che succedevano nella sua Palermo. Tuttavia nel suo film enuncia di avere un enorme rimorso, ovverosia quello di non aver fotografato Falcone e Borsellino assassinati, ritiene questa sua azione, una mancanza di rispetto verso le due figure importanti dell\u2019antimafia. Letizia Battaglia non \u00e8 la comune donna siciliana di quel periodo. \u00c8 invece una donna libera, caparbia e decisa. Ha sempre saputo quello che voleva, non aveva paura e affrontava ogni singolo pericolo. Letizia Battaglia ha cambiato marito ben due volte; nel film \u201cShooting the mafia\u201d, racconta tutte i suoi momenti carnali vissuti con i diversi uomini, incontrati nell\u2019arco della vita. Questo ci fa capire che non ha seguito nessuna regola sociale, ovvero quella di rimanere con lo stesso marito per sempre, regola fondamentale per la societ\u00e0 siciliana. In quanto donna, all\u2019inizio della sua carriera, Letizia Battaglia non era credibile, n\u00e9 per la polizia ma neanche per i mafiosi. La Battaglia ha conquistato duramente il suo posto da fotografa nella societ\u00e0: \u201cquando c\u2019era un fatto di cronaca, un morto ammazzato cos\u00ec, la Rai passava, i fotografi maschi passavano, a me qualche poliziotto mi metteva la mano e mi impediva di passare. Dopodich\u00e9 ho trovato dei metodi per farmi rispettare: mi sono messa a gridare, quando su un luogo dove \u00e8 successa una cosa tragica, una persona si mette a gridare, qualcuno si imbarazza e dice vabb\u00e8 fatela passare.\u201d. Letizia Battaglia \u00e8 stata un esempio per le nuove generazioni. L\u2019onest\u00e0 intellettuale, il rispetto degli altri, l\u2018assenza di tracotanza e di superficialit\u00e0 rappresentano le caratteristiche di una societ\u00e0 migliore. Questi scatti che hanno reso Letizia Battaglia una fotografa nota in tutto il mondo, la mostra vuole per\u00f2 mettere in luce anche il suo desiderio di ritrarre Palermo e la Sicilia nella variet\u00e0 della loro anima: cos\u00ec documenta e racconta con amore e gioia la miseria e la nobilt\u00e0, la bellezza dei volti, le tradizioni e le feste religiose, restituendo anche un importante resoconto della vita in un ospedale psichiatrico. Le sue immagini non sono solo scatti rubati alla vita di tutti i giorni, diventano icone e simboli di un territorio ferito e fiero, intriso di contraddizioni, dove la violenza convive con la grazia, e il dolore con una struggente vitalit\u00e0. Vincitrice nel 1985 del prestigioso premio di fotografia umanista W. Eugene Smith, Letizia Battaglia si \u00e8 aperta al mondo \u2013 dall&#8217;Unione Sovietica agli Stati Uniti, dalla Turchia all&#8217;Islanda \u2013 mantenendo per\u00f2 salda la propria poetica, che lei stessa descrive in questi termini: \u201cLa fotografia diventa o, meglio, \u00e8 la vita raccontata: m\u2019infilo in una fotografia che \u00e8 il mondo, cio\u00e8, io divento il mondo e il mondo diventa me\u201d. Dalla met\u00e0 degli anni Ottanta in poi, Letizia Battaglia ha affiancato all&#8217;attivit\u00e0 di fotografa un diretto impegno politico e civile: assessore nella giunta di rinnovamento guidata da Leoluca Orlando nel capoluogo, consigliere regionale, ha fondato riviste, una casa editrice e, nel 2017, il Centro Internazionale di Fotografia nei Cantieri Culturali alla Zisa, tutti impegni che offrono una nuova prospettiva sulla sua storia e produzione. Letizia Battaglia muore a Palermo il 13 aprile 2022. Lo straordinario patrimonio frutto della sua opera e della sua vita fa ormai parte della storia della fotografia e della societ\u00e0 italiana e il Museo Civico San Domenico \u00e8 orgoglioso di ricostruire e riportare al pubblico gli indimenticabili scatti di questa rigorosissima artista, che gi\u00e0 in passato aveva intessuto un legame con Forl\u00ec e le sue attivit\u00e0 culturali. Questa mostra gi\u00e0 presentata nel 2024 al Jeu de Paume di Tours e al festival internazionale Rencontres d\u2019Arles nel 2025, per la tappa Forl\u00ec il progetto \u00e8 stato aggiornato e arricchito arrivando a comprendere alcune fotografie inedite, 22 riviste con cui la fotografa ha collaborato e delle quali in alcuni casi \u00e8 stata anche fondatrice ed editrice, nonch\u00e9 un docufilm sulla sua vita.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Letizia Battaglia<\/strong> <strong>Biografia<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Nasce a Palermo il 5 marzo 1935. Alla fine degli anni Sessanta inizia a collaborare con il quotidiano \u201cL&#8217;Ora\u00bb di Palermo, divenendo una delle prime donne fotoreporter in Italia. Nel 1971 si trasferisce a Milano e ne fotografa il fermento culturale. Tornata a Palermo, dirige dal 1974 al 1991 il team fotografico de \u00abL&#8217;Ora\u00bb e fonda l&#8217;agenzia \u201cInformazione Fotografica\u201d. Durante questo ventennio \u00e8 una delle principali testimoni delle guerre di mafia: fotografa alcuni episodi significativi della storia repubblicana, gli omicidi e gli arresti. Sviluppa al contempo una sensibilit\u00e0 reportagistica verso donne e bambini le cui vite giacciono in una profondissima miseria. Tra gli anni Settanta e Ottanta frequenta il corso di regia della scuola teatrale Teat\u00e9s diretta da Michele Perriera e dirige spettacoli e laboratori teatrali all&#8217;ospedale psichiatrico di Palermo. Il suo sguardo attento, rivolto alla cronaca, le vale il \u201cPremio W. Eugene Smith\u201d per la fotografia sociale, consegnatole a New York nel 1985: \u00e8 la prima donna europea a riceverlo. \u00c8 inoltre cofondatrice insieme al suo compagno del tempo Franco Zecchin, del centro siciliano di documentazione \u00abGiuseppe Impastato\u201d. Negli anni Novanta diventa assessore alla Vivibilit\u00e0 nella giunta di Leoluca Orlando ed \u00e8 deputato regionale con \u00abLa Rete\u201d. Nel 1992, stravolta dall&#8217;assassinio dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, sente di non volere pi\u00f9 fotografare i crimini mafiosi. Successivamente fonda la rivista \u201cGrande Vu\u201d, la casa editrice \u00abLe Edizioni della Battaglia\u00bb e \u00abMezzocielo\u00bb, bimestrale ideato e realizzato da sole donne. Nel 1999 a San Francisco viene premiata con il \u201cMother Jones PhotographyLifetime Achievement Award\u201d per la fotografia documentaristica, nel 2007 riceve il \u201cDr. Erich Salomon Award\u201d dalla Deutsche Gesellaschaftf\u00fcrPhotographie di Colonia e nel 2009 viene nuovamente premiata a New York con il \u201cCornell Capa Infinity Award\u201d. Letizia Battaglia viene segnalata per il Nobel per la Pace dal \u201cPeace Women Across the Globe\u201d ed \u00e8 l&#8217;unica italiana inserita dal New York Times tra le undici donne pi\u00f9 rappresentative del 2017. Nel novembre dello stesso anno fonda a Palermo il \u201cCentro Internazionale di Fotografia\u201d sito ai Cantieri Culturali della Zisa, presso il quale cura le mostre di Josef Koudelka, Susan Meiselas, Miron Zownir, Franco Zecchin e Weng Fen. Viene invitata a tenere incontri e seminari in musei, istituzioni, scuole e universit\u00e0 in Italia e all\u2019estero. Tra il 2020 e il 2021 racconta la storia della sua vita al suo amico regista Roberto And\u00f2, il quale ne realizza un film in due puntate dal titolo \u201cSolo per passione &#8211; Letizia Battaglia fotografa\u201d trasmessa in Italia su Rai 1 nel mese di maggio 2022. Un anno prima della sua scomparsa, avvenuta nella casa di Palermo il 13 aprile 2022, fonda insieme ai nipoti Matteo e Marta Sollima l&#8217;Associazione \u00abArchivio Letizia Battaglia\u201d, che oggi ne cura e divulga l\u2019opera e la memoria.<\/p>\n\n\n\n<p>Museo Civico San Domenico di Forl\u00ec<\/p>\n\n\n\n<p>Letizia Battaglia. L&#8217;opera: 1970-2020<\/p>\n\n\n\n<p>dal 18 Ottobre 2025&nbsp; al 11 Gennaio 2026<\/p>\n\n\n\n<p>dal Marted\u00ec al Domenica dalle ore 9.30 alle ore 19.00<\/p>\n\n\n\n<p>Sabato e Domenica dalle ore 9.30 alle ore 20.00<\/p>\n\n\n\n<p>Luned\u00ec Chiuso<\/p>\n\n\n\n<p>Installation view,&nbsp;<em>LETIZIA BATTAGLIA. L&#8217;opera: 1970-2020<\/em>, Museo Civico San Domenico, 2025. Ph. Emanuele Rambaldi<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Giovanni Cardone Fino all\u2019 11 Gennaio 2026 si potr\u00e0 ammirare al Museo Civico San Domenico di Forl\u00ec dedicata a Letizia Battaglia \u2013 \u2018Letizia Battaglia. 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