{"id":1000024103,"date":"2025-10-20T07:41:39","date_gmt":"2025-10-20T10:41:39","guid":{"rendered":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000024103"},"modified":"2025-10-20T07:41:41","modified_gmt":"2025-10-20T10:41:41","slug":"made-in-italy-con-riserva","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000024103","title":{"rendered":"Made in Italy con riserva"},"content":{"rendered":"\n<p>Dal pascolo alpino allo zeb\u00f9 brasiliano: il marketing gioca con le etichette, il consumatore paga il conto.<\/p>\n\n\n\n<p>Dietro il marchio pi\u00f9 amato e imitato al mondo, si nasconde spesso un&#8217;Italia \u00abdi facciata\u00bb: lavorazioni locali su materie prime globali, etichette che evocano tradizione e bandiere tricolori, ma una filiera che parla molte lingue. La bresaola della Valtellina \u00e8 solo la punta dell&#8217;iceberg.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;C&#8217;\u00e8 un&#8217;Italia che il mondo sogna: filari di viti, colline dorate, pascoli alpini e prodotti che sanno di casa. Poi c&#8217;\u00e8 l&#8217;Italia delle etichette, dove basta un tricolore stampato e un marchio IGP per trasformare in \u00abeccellenza nostrana\u00bb anche uno zeb\u00f9 cresciuto in Brasile.<\/p>\n\n\n\n<p>La differenza? Un po&#8217; di geografia&#8230; e molta strategia di marketing.<\/p>\n\n\n\n<p>Tre parole, un mito: Made in Italy. Profumo di tradizione, garanzia di qualit\u00e0&#8230; o almeno cos\u00ec crediamo. Ma oggi, pi\u00f9 che un marchio di origine, sembra una formula magica per vendere. E spesso, la magia svanisce appena si legge l&#8217;etichetta fino in fondo.<\/p>\n\n\n\n<p>Prendiamo la bresaola della Valtellina IGP: icona nazionale, protagonista di insalate gourmet e post Instagram salutisti. \u00abItaliana\u00bb fino all&#8217;ultima fetta? In molti casi, non proprio. Nel 2024, quasi l&#8217;80% della carne arriva dal Sud America, soprattutto zeb\u00f9 brasiliano. Poca Europa, e ancora meno Italia. Lo dice il presidente del Consorzio di Tutela, lo conferma il ministro Lollobrigida: \u00abdipendenza del 90% dall&#8217;estero\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Eppure il pacchetto sfoggia tricolore e IGP come se fosse appena uscito da un pascolo alpino. Il consumatore pensa: eccellenza nostrana. La realt\u00e0: eccellenza globale lavorata in Italia.<\/p>\n\n\n\n<p>Made in Italy: geografia o marketing?<\/p>\n\n\n\n<p>Il problema \u00e8 generale: Made in Italy non significa pi\u00f9 \u00abfatto in Italia con ingredienti italiani\u00bb. Nella pratica, basta che il prodotto venga lavorato o confezionato qui. Ed ecco che il marchio diventa una trovata di marketing legalmente ineccepibile ma culturalmente un po&#8217; imbarazzante.<\/p>\n\n\n\n<p>Il Made in Italy dovrebbe essere una promessa, una garanzia, non un rebus da decifrare con la lente d&#8217;ingrandimento.<\/p>\n\n\n\n<p>La trasparenza \u00e8 possibile (vedi caff\u00e8)<\/p>\n\n\n\n<p>Prendiamo il caff\u00e8: chicchi brasiliani, colombiani o etiopi, ma in etichetta \u00e8 scritto chiaro \u00abtostato in Italia\u00bb. Facile da capire!. In molti casi, invece, si gioca sull&#8217;immaginario della filiera corta. Una scorciatoia che a lungo andare svaluta il marchio.<\/p>\n\n\n\n<p>Tre livelli di italianit\u00e0<\/p>\n\n\n\n<p>La soluzione, dunque? Un&#8217;etichetta chiara e immediata:<\/p>\n\n\n\n<p>\u2022&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;100% italiano<\/p>\n\n\n\n<p>\u2022&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Lavorato in Italia con materie prime estere<\/p>\n\n\n\n<p>\u2022&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Solo confezionato in Italia<\/p>\n\n\n\n<p>Cos\u00ec almeno sapremmo cosa stiamo comprando, senza sorprese.<\/p>\n\n\n\n<p>Cosa dice la legge<\/p>\n\n\n\n<p>Dal 31 gennaio 2021 i salumi devono indicare: Paese di nascita, allevamento e macellazione. \u00ab100% italiano\u00bb solo se tutta la filiera \u00e8 in Italia. Se la carne \u00e8 UE o extra-UE, si pu\u00f2 scrivere genericamente cos\u00ec, senza indicare il Paese. Normativa utile, ma non sempre applicata con la chiarezza che meriterebbe.<\/p>\n\n\n\n<p>Epilogo<\/p>\n\n\n\n<p>Continuando di questo passo, arriveremo a certificare pomodori cinesi \u00aballa napoletana\u00bb e sushi \u00abmade in Roma\u00bb, rigorosamente con riso cotto sotto al Colosseo.<\/p>\n\n\n\n<p>Il Made in Italy non \u00e8 un trucco da marketing. \u00c8 un patrimonio da proteggere. E per farlo serve una cosa sola: essere trasparenti.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Dal pascolo alpino allo zeb\u00f9 brasiliano: il marketing gioca con le etichette, il consumatore paga il conto. Dietro il marchio pi\u00f9 amato e imitato al mondo, si nasconde spesso un&#8217;Italia \u00abdi facciata\u00bb: lavorazioni locali su materie prime globali, etichette che evocano tradizione e bandiere tricolori, ma una filiera che parla molte lingue. 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