{"id":1000022473,"date":"2025-09-10T10:35:14","date_gmt":"2025-09-10T13:35:14","guid":{"rendered":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000022473"},"modified":"2025-09-10T10:35:17","modified_gmt":"2025-09-10T13:35:17","slug":"una-mia-analisi-e-una-mia-riflessione-sullopera-di-lucio-fontana","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000022473","title":{"rendered":"Una mia Analisi e una mia Riflessione sull\u2019opera di Lucio Fontana"},"content":{"rendered":"\n<p><strong>Giovanni Cardone<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>In una mia ricerca storiografica e scientifica su Lucio Fontana apro il saggio dicendo : Fin dai tempi antichi l\u2019uomo arcaico si \u00e8 interrogato sull\u2019esistenza di entit\u00e0 soprannaturali, cercando di dare delle risposte alle domande esistenziali: Chi sono? Da dove vengo? Dove sono diretto? Mircea Eliade, uno dei massimi storici delle religioni del Novecento, ha compiuto numerosi studi sulle confessioni sorte nel corso dei secoli con l\u2019intento di dare delle risposte esaurienti alle domande esistenziali. Eliade procede l\u2019analisi concentrandosi inizialmente sull\u2019uomo arcaico e arriva ad appurare una forte sacralit\u00e0 e spiritualit\u00e0 negli uomini antichi. La parola \u201csacralit\u00e0\u201d deriva dal termine sacro, che significa \u201cseparato\u201d: La sacralit\u00e0 , non \u00e8 una condizione spirituale o morale, ma una qualit\u00e0 che inerisce a ci\u00f2 che la relazione e contatto con potenze che l\u2019uomo, non potendo dominare, avverte come superiori a s\u00e9, e come tali attribuibili a una dimensione, in seguito denominata \u201cdivina\u201d, pensata comunque come \u201cseparata\u201d e \u201caltra\u201d rispetto al mondo umano . L\u2019uomo percepisce l\u2019esistenza di entit\u00e0 superiori qualitativamente diverse dalla sua natura umana e crede possano risiedere in mondi lontani, trascendenti la realt\u00e0 terrena. L\u2019uomo arcaico cosciente del sacro viene definito da Elide, homo religiosus e secondo lo studioso: L&#8217;uomo prende coscienza del sacro perch\u00e9 esso si manifesta, si mostra come qualcosa del tutto diverso dal mondo profano. Per tradurre l&#8217;atto di questa manifestazione del sacro abbiamo proposto il termine ierofania,\u00a0 vale a dire che qualcosa di sacro si mostra. Le ierofanie sono la manifestazione di qualcosa di completamente, e qualitativamente, diverso dagli enti nel mondo terreno e sono perci\u00f2 la prova tangibile dell&#8217;esistenza di una, o pi\u00f9 entit\u00e0, che trascendono il mondo profano. Queste potenze incontrollabili sono cos\u00ec \u201caltre\u201d dalla condizione umana da essere temute dall\u2019individuo, tanto da porsi di conseguenza in una condizione di sottomissione. La storia delle religioni pu\u00f2 essere considerata una storia di ierofanie, partendo dalle credenze pi\u00f9 primitive fino ad arrivare a delle religioni pi\u00f9 elaborate con l\u2019intento di raccogliere l\u2019area del sacro. Le credenze primitive scorgono testimonianze del sacro in realt\u00e0 elementari come pietre, alberi e in altri elementi naturali del mondo, ma con il passare dei secoli queste credenze sono mutate e, senza soluzione di continuit\u00e0, sono sorte le religioni politeiste e successivamente le religioni monoteiste. Dio \u00e8 arrivato infatti molto tempo dopo, quando le comunit\u00e0 hanno elaborato credenze complesse, si sono sviluppati nuovi riti celebrati soltanto dai sacerdoti in luoghi adibiti a queste ricorrenze, separati da ogni altro spazio, e vengono istituiti tempi di festa qualitativamente diversi dallo scorrere del tempo ordinario. Nonostante ogni religione abbia sviluppato riti e credenze molto diverse si possono osservare elementi comuni a tutte le confessioni monoteiste, per esempio, sono concordi nell&#8217;affermare l\u2019esistenza di un solo e unico Dio utilizzando per\u00f2 nomi diversi per invocarlo. Tra di esse si inserisce il credo cristiano in cui la ierofania suprema consiste nella fede in un unico e vero Dio, il cui figlio si \u00e8 incarnato e si \u00e8 fatto uomo per la salvezza dell\u2019umanit\u00e0. Alcune religioni, fin dai tempi antichi, si sono servite delle immagini come veicoli per trattare tematiche sacre. Il credo cristiano si \u00e8 sempre affidato alla figurazione per rappresentare il Divino e gli eventi del testo sacro, la Bibbia; a differenza di altre religioni monoteiste, come per esempio quella ebraica o musulmana, ha sempre ritenuto fondamentale la trascrizione in immagine della parola di Dio . Alla luce di questo intento le istituzioni ecclesiastiche cristiane hanno incoraggiato e promosso le committenze artistiche al fine di utilizzare le immagini sacre per parlare, comunicare e coinvolgere il fedele: \u201c le immagini, proprio come le figure dei santi, sembravano possedere la capacit\u00e0 di toccare strati assai profondi dell\u2019animo dei fedeli ed essere in grado di rispondere ad esigenze diverse da quelle che riuscivano a soddisfare gli ecclesiastici in carne e ossa\u201d . Le prime testimonianze di immagini sacre risalgono ai primi secoli del cristianesimo, in particolare a partire dal VI secolo, e venivano realizzate principalmente in due centri di produzione: il Monte Sinai e Roma. Le icone inizialmente non erano considerate opere d\u2019arte, come afferma Hans Belting dopo vari studi dedicati all\u2019analisi delle prime immagini su tavola, ma erano elementi a cui si attribuivano poteri miracolosi. Nelle icone i ritratti dei santi, della Vergine o del Cristo fungevano da testimonianze tangibili sulla terra della loro effige: \u201cSi realizzava cos\u00ec in esso un\u2019esemplare connessione con la trasmissione della salvezza e questa gli assicurava una forma di esistenza talmente singolare, che nella messa in scena delle cerimonie di stato era presentato come se si trattasse di una persona\u201d . Il ritratto del soggetto divino \u00e8 realizzato secondo i dettagli corporei riportati nelle scritture e dalle caratteristiche figurative presenti nelle antiche icone ritenute \u201coriginali\u201d successivamente agli aspetti meramente fisici vengono associati gli elementi provenienti dal profilo etico dell\u2019effigiato, secondo le credenze consolidatesi nel corso del tempo. Purtroppo molte di queste icone sono state distrutte in una furia iconoclasta all\u2019inizio del VIII secolo, nell\u2019impero d\u2019Oriente. Le immagini inducevano nei credenti un siffatto livello di entusiasmo che preoccupava molto i dirigenti politici: \u201c il culto delle immagini era giunto a tali livelli di fanatismo che si raschiavano i colori dei dipinti per miscelarli al vino che si distribuiva ai fedeli dopo la messa. Gli abusi erano tali che ebrei e musulmani presero a chiamare idolatri e iconoclasti i cristiani\u201d. I cristiani furono spesso tacciati di idolatria, essendo accusati di adorare l&#8217;immagine di un \u201cidolo\u201d che non corrispondeva al vero Dio, ma la difesa a questa accusa consisteva nel precisare che non venivano adorate le immagini di dei pagani, ma le icone erano prodotte secondo le informazioni provenienti dai testi sacri. Queste immagini poi, secondo i cristiani, non erano fine a s\u00e9 stesse, ma avevano la funzione di aiutare il fedele nella preghiera dell&#8217;unico vero Dio. Un altro argomento adottato per giustificare la trasposizione in immagine di figure sacre, come per esempio il ritratto di Cristo, era il tema dell\u2019incarnazione; Dio si \u00e8 incarnato, si \u00e8 fatto uomo in Cristo suo figlio dotato quindi non solo della natura divina, ma anche di quella umana: \u201cSe Dio si \u00e8 incarnato nel figlio Dio ha voluto mostrarsi e farsi vedere; e il cristianesimo che si distingue dall\u2019ebraismo proprio perch\u00e9 riconosce l\u2019incarnazione di Dio afferma il primato della vista e dell\u2019udito, quindi dell\u2019immagine sulla parola\u201d. Si giustifica quindi l\u2019importanza delle immagini grazie all\u2019enunciazione teologica elaborata nel 325: La versione originale del Credo niceno,\u00a0 dice che Cristo \u00e8 consustanziale al Padre, cio\u00e8 della stessa sostanza del Padre, e che per noi e per la nostra salvezza scese dal cielo e s\u2019incarn\u00f2 e si fece uomo. Talch\u00e9, Cristo pu\u00f2 essere raffigurato come uomo, e negare questa possibilit\u00e0 significa implicitamente aderire all\u2019eresia gnostica del III secolo, secondo la quale Ges\u00f9, su questa terra, non \u00e8 vero uomo, non \u00e8 fatto di carne, ma \u00e8 puro fantasma. Molti teologi e monaci nel corso del tempo hanno trattato dell\u2019importanza e dell\u2019efficacia dell\u2019immagine visiva rispetto alla percezione uditiva, un monaco bizantino di nome Teodoro Studita affermava con convinzione: \u201cLa realt\u00e0,\u00a0 quando \u00e8 assente deve vedersi solo intellettualmente, non pu\u00f2 vedersi neanche intellettualmente se prima non \u00e8 stata vista sensibilmente\u201d. Per le comunit\u00e0 dei credenti non era possibile consultare in prima persona i testi sacri, non sapendo leggere o scrivere, e quindi le immagini diventavano un mezzo essenziale per raccontare ai fedeli gli eventi biblici, le storie sacre e i dogmi della religione rivelata. L&#8217;utilizzo della figurazione in ambito religioso \u00e8 stata una conquista lenta, inizialmente i vescovi condannavano le immagini che rappresentavano il Divino, ma con il concilio di Nicea indetto nell&#8217;anno 787 d.C., si decise definitivamente in favore delle immagini per rappresentare Dio, suo figlio, Maria, gli angeli e i santi. I luoghi di culto vennero decorati con opere iconograficamente sempre pi\u00f9 complesse e di alta qualit\u00e0. Le pareti non erano pi\u00f9 solo strutture architettoniche, ma diventavano pagine figurative del testo biblico. All&#8217;interno dell&#8217;Esodo viene trattata l&#8217;esigenza di produrre immagini con l&#8217;aiuto di certi uomini dotati \u201cdi saggezza e d&#8217;intelligenza\u201d (Esodo v. 36,1), che hanno ricevuto direttamente da Jahv\u00e8 il compito di decorare e costruire un santuario e un&#8217;arca per contenere le tavole della legge date al patriarca Mos\u00e8: \u201c tutti gli artisti che il Signore li aveva dotati di saggezza e di intelligenza, perch\u00e9 fossero in grado di eseguire i lavori della costruzione del santuario, fecero ogni cosa secondo ci\u00f2 che il Signore aveva ordinato\u201d (Esodo v. 36,1). Questa porzione di testo testimonia l&#8217;inizio della collaborazione tra l\u2019arte e la religione cristiana. Tale rapporto \u00e8 stato molto prolifico, infatti la Chiesa si \u00e8 sempre affidata ad artisti di grande talento per la decorazione dei luoghi di culto ai quali ha concesso con il passare del tempo maggiori libert\u00e0 d\u2019esecuzione e d\u2019invenzione iconografica, sempre nei limiti di una corretta trascrizione dei testi sacri. Spesso gli artisti erano aiutati da varie figure nella fase di ideazione del progetto artistico, come umanisti e teologi. Il committente ovviamente dava direttive precise e richiedeva agli artisti di lavorare in conformit\u00e0 alla liturgia. Come \u00e8 noto lo sposalizio tra religione ed arte sacra ha portato alla produzione di capolavori che sono alla base della storia dell&#8217;arte. Si sono sviluppati con il tempo nuovi generi artistici, ma la committenza di arte sacra non ha mai subito forti battute di arresto, fino ai giorni nostri. La simbiosi tra comunit\u00e0 ecclesiale e artisti era qualcosa di assolutamente normale, in quanto non si manifestavano apertamente conflitti o pensieri anticlericali cos\u00ec forti da incrinarne il rapporto. Gli artisti erano ben coscienti di non poter esprimere apertamente le proprie idee religiose, se erano in antitesi con i dettami della chiesa cattolica. La sintonia tra comunit\u00e0 ecclesiale ed artisti cominci\u00f2 per\u00f2 ad incrinarsi tanto che con il passare del tempo le opere di arte sacra mutarono notevolmente, si arrivarono a produrre delle iconografie spesso lontane da una trascrizione fedele dei testi sacri. Durante il Concilio di Trento , indetto nell\u2019anno 1545 per riformare la Chiesa cattolica, si dettero delle direttive per realizzare opere conformi al credo e si imposero delle limitazioni alle sperimentazioni degli artisti. Molte immagini non erano ritenute in linea con il testo sacro, si evidenziarono infatti delle inesattezze nella trasposizione figurativa che potevano causare confusione nei fedeli. Dei delegati papali furono incaricati di fare numerosi controlli e di denunciare le opere non in linea con il credo e i dogmi religiosi. Questo \u00e8 il primo segnale di un rapporto che si stava incrinando e che sarebbe mutato da l\u00ec a poco. Nel corso del tempo le immagini diventano sempre pi\u00f9 temporali che spirituali, testimoniando una grande attenzione alla resa naturalistica dei personaggi. \u00c8 proprio in questo momento che cominciano ad incrinarsi i rapporti tra la Chiesa e mondo dell&#8217;arte, tra \u201cla grande arte\u201d e \u201cl&#8217;arte di Chiesa\u201d. Questo momento di forte crisi \u00e8 sentito in modo pi\u00f9 evidente in Italia, in quanto il dialogo tra le due parti aveva portato a numerose testimonianze artistiche di alto livello, arricchendo di innumerevoli capolavori l\u2019intero territorio. L\u2019inizio della rottura avviene, come noto, nel settecento quando le nuove idee politiche e filosofiche determinarono la crisi di un rapporto secolare, che non trova ancora oggi soluzioni di pacificazione. Molto forte \u00e8 il clima anticlericale sviluppatosi nel periodo illuminista, in cui si sancisce il trionfo della ragione e della scienza a discapito delle superstizioni e delle religioni. Solo ci\u00f2 che \u00e8 empiricamente verificabile e osservabile \u00e8 accettato, mentre ci\u00f2 che non \u00e8 sperimentabile viene negato; sono secoli caratterizzati da un forte materialismo e da una profonda fiducia nelle possibilit\u00e0 scientifiche, a discapito delle religioni: \u201c occorre tener presente che la rimozione del sacro comporta l\u2019assolutizzazione del cosmo della ragione, che, quando si fa sicura di s\u00e9, pi\u00f9 non socchiude la porta dietro la quale si aggira la violenza dell\u2019indifferenziato e il caos\u201d . Precedentemente \u00e8 stato affermato che l\u2019uomo arcaico era un homo religiosus, fortemente legato al sacro e a tutte le sue manifestazioni, ma con il diffondersi delle idee illuministe si \u00e8 giunti a quello che Mircea Eliade denomina, uomo profano: il mondo profano, totalmente profano, il Cosmo totalmente desacralizzato \u00e8 una scoperta recente dello spirito umano. La desacralizzazione caratterizza l&#8217;esperienza totale dell&#8217;uomo non-religioso delle societ\u00e0 moderne; e che, conseguentemente, quest&#8217;ultimo incontra sempre maggiori difficolt\u00e0 a ritrovare le dimensioni esistenziali dell&#8217;uomo religioso delle societ\u00e0 arcaiche. Nei tempi moderni si assiste ad una rivoluzione culturale con lo scopo di eliminare ogni credenza nel trascendente in favore della realt\u00e0 empirica. L&#8217;uomo moderno, secondo Eliade, ha desacralizzato il mondo ed ha fiducia solo in s\u00e9 stesso e in quello che pu\u00f2 verificare empiricamente. Il sacro \u00e8 avvertito come un ostacolo alla sua libert\u00e0 e tale libert\u00e0 non sar\u00e0 davvero realizzata finch\u00e9 non verr\u00e0 ucciso l&#8217;ultimo Dio. \u00c8 evidente come questo passaggio teoretico si sia concretizzato nelle filosofie nichiliste moderne, che verranno approfondite in seguito. In campo artistico il XIX secolo inizia con una tendenza neoclassica, con citazioni del passato e iconografie tradizionali, fino ad arrivare a una corrente molto soggettivista che si concentra sulle esperienze intime degli artisti, i romantici. I sentimenti anticlericali sono sempre pi\u00f9 forti e non si deridono pi\u00f9 soltanto i ministri della Chiesa e il Papa, come durante la Riforma protestante o la Rivoluzione Francese, ma vengono derise anche le figure della fede cristiana: Cristo, Ges\u00f9, la Madonna. Lo storico e teologo Fran\u00e7ois B\u00e6splung ha condotto per trent&#8217;anni una ricerca iconografica legata all&#8217;immagine di Dio nell&#8217;arte, che lo ha portato alla pubblicazione di un volume intitolato: Le immagini di Dio. In questo ricchissimo testo lo studioso ha evidenziato un&#8217;intensa circolazione di immagini satiriche di stampo anticlericale, alla fine dell&#8217;Ottocento: Per la prima volta intorno al 1870, o anche qualche tempo prima, in particolare in Belgio e in Francia ma anche in altre parti dell&#8217;Europa Occidentale, i simboli pi\u00f9 sacri della religione dominante\u00a0 vengono derisi.\u00a0 Una cosa in effetti \u00e8 prendersi gioco del clero\u00a0 un&#8217;altra \u00e8 trasgredire il divieto plurisecolare di prendersela con le figure centrali della fede cristiana\u00a0 cercano di offendere i fedeli e senza pi\u00f9 neppure pi\u00f9 temere di farlo. Queste immagini, continua lo studioso, non sono di difficile comprensione ed hanno lo scopo di essere pi\u00f9 immediate possibili per essere comprensibili da tutti. Si assiste ad una vera e propria svolta iconica offensiva, che prende di mira la tradizione cristiana sui giornali, sui fumetti e nelle pubblicit\u00e0. \u00c8 un nuovo e vasto ambito sorto accanto a quello tradizionale delle immagini di devozione religiosa, i santini, e a quello dell&#8217;arte commissionata nell&#8217;ambito dei contesti liturgici (pale d&#8217;altare, decorazioni, sculture). Resta poi esclusa dall&#8217;ambito clericale la \u201cgrande arte\u201d, molti artisti hanno infatti intrapreso nuove vie allontanandosi da una figurazione religiosa e scegliendo di confrontarsi con temi legati al mondo profano commissionati da illustri committenti. Gli artisti meno innovatori si confrontano con il tema sacro, quelli invece pi\u00f9 sperimentatori cercano di esporre le loro opere nei Salon e nei loro atelier. Le avanguardie artistiche dei primi del Novecento si rifiutano di prendere come modello l\u2019arte del passato e si sentono incaricate di aprire la via al nuovo, si considerano un \u00e9lite culturale in grado di cogliere e investire concretamente nel progresso. Nonostante questa grande stagione anticlericale ci sono ancora artisti che si pongono in dialogo con le tematiche religiose, anche se non sempre in modo diretto. Carlo Sisi, nel catalogo della mostra tenutasi a Firenze e dedicata ad un excursus della produzione dell&#8217;arte sacra nel contemporaneo, vede infatti tra l\u2019800 e il \u2018900 una rinascita delle iconografie religiose. Tornano in auge temi come: la maternit\u00e0 di Maria, o episodi della sua vita, e le scene della vita di Ges\u00f9. Ogni artista ha intenti molto diversi: fondamentali furono le questioni dell&#8217;autonomia artistica nel rispetto delle iconografie tradizionali e della comunicativit\u00e0 dell&#8217;opera di tema sacro, che doveva necessariamente scaturire dall&#8217;esperienza personale dell&#8217;artista. Per altri la narrazione evangelica avrebbe consentito di estendere al sacro le componenti dello stile maturato nell&#8217;ambito dei movimenti, in un singolare amalgama di espressioni figurative corrispondenti ai diversi temperamenti degli artisti e delle contingenze culturali e politiche in cui essi si trovarono ad operare . Questi episodi biblici diventano veicolo d\u2019espressione delle esperienze personali degli artisti e soprattutto delle conseguenze che gli eventi storici e culturali hanno sulla loro psiche e sulle loro riflessioni. Tutte queste simbologie vengono filtrate attraverso nuove tecniche e nuove stesure del colore. Gli artisti utilizzano nuovi linguaggi e risulta difficile una visione completa ed esauriente di tali possibilit\u00e0, ma si possono comunque vedere delle correnti artistiche trainanti in questi anni movimentati. La studiosa Anna Mazzanti, nel catalogo della mostra fiorentina, riporta una convinzione dell&#8217;artista Denis sulla situazione di fine \u2018800 e inizio \u2018900: \u201c non esiste un&#8217;unica arte religiosa, ma le diverse espressioni artistiche sono invece accomunate da un&#8217;unica profondit\u00e0 religiosa, vale a dire la spiritualit\u00e0 divisionista, sintetista, simbolista o altra, ha prima di tutto il dovere di esteriorizzare l&#8217;emozione cristiana\u201d. Con il simbolismo, in particolare, si \u00e8 avuta una reazione alle concezioni materialiste della vita e dell&#8217;arte e spinse molti artisti a confrontarsi nuovamente con l&#8217;arte cristiana. Purtroppo sono pochissime le commissioni ecclesiali che mirano a coinvolgere gli artisti di questi correnti, la Chiesa infatti li vedeva con sospetto e li considerava non idonei ad esprimere le sue verit\u00e0. Quando venivano richieste delle opere per i luoghi di culto, i committenti obbligavano gli artisti ad attenersi a forme rigidamente tradizionali, fortemente narrative ed aneddotiche; questa situazione si protrarr\u00e0 fino alla seconda guerra mondiale. I committenti non si trovano pi\u00f9 in competizione per aggiudicarsi i migliori artisti nei propri progetti, non sussiste pi\u00f9 quello scambio prolifico che ha da sempre caratterizzato la storia dell\u2019arte. I rapporti tra arte e Chiesa sono ufficialmente incrinati e sembra molto lontana una possibile ed immediata risoluzione. L&#8217;arte agli inizi del XX secolo \u00e8 in un momento di grande confusione, la \u201cgrande arte\u201d non ha pi\u00f9 un codice comune di rappresentazione del Divino e cerca sempre il modo di rinnovarsi. Accanto a forme d\u2019arte che trattano di temi soprattutto profani, ci sono artisti che si confrontano ancora con il tema sacro, ma: \u201c in un contesto di questo genere Dio \u00e8 eluso o camuffato\u201d . Tra le correnti sintetiste e simboliste, comparvero le prime opere degli artisti espressionisti, alcuni si confrontavano con il tema sacro, ma erano coscienti che le gerarchie ecclesiastiche non li avrebbero accolti nei santuari. Le opere d&#8217;avanguardia non venivano accettate nei luoghi di culto e avevano difficolt\u00e0 anche ad essere ammesse nei musei. L&#8217;annessione ai luoghi d\u2019esposizione permanente delle opere d&#8217;avanguardia \u00e8 stato un processo graduale, avvenuto agli inizi degli anni venti e trenta. Come spiega infatti Francesco Poli, studioso e insegnante di storia dell&#8217;arte contemporanea: \u201c l&#8217;arte nuova \u00e8 sostenuta da un numero limitato di collezionisti e di critici militanti, cio\u00e8 da un \u00e9lite culturale e mercantile in contrapposizione al sistema artistico ufficiale\u201d . L&#8217;arte ufficiale, e cio\u00e8 quella ritenuta tradizionale, aveva ancora la precedenza nei contesti museali, le novit\u00e0 invece erano viste come forti rotture della tradizione e quindi non inseribili in quel determinato contesto. I musei, solo successivamente, si resero conto che stavano eludendo la loro funzione essenziale e cio\u00e8 quella di conservare e tramandare alle future generazioni le opere degli artisti delle varie epoche. Capirono che era fondamentale esporre le opere pi\u00f9 influenti di quegli anni e, con il passare del tempo, assumeranno anche il compito di sponsorizzare e presentare le ultime tendenze e le novit\u00e0 del mondo artistico . Con l&#8217;avvento della prima guerra mondiale tutta la sperimentazione delle avanguardie subisce una battuta di arresto. Gli artisti alla fine del conflitto cercarono di riprendere da dove avevano interrotto, ma una nuova guerra era alle porte e avrebbe ulteriormente complicato le cose. In Italia con l&#8217;avvento del Fascismo saranno incoraggiati soprattutto gli artisti tradizionali. In Germania, con l&#8217;ascesa politica di Hitler nel 1933, le cose cambiarono radicalmente. L&#8217;arte moderna era considerata arte degenerata e frutto di menti disturbate; furono indette cos\u00ec due mostre: una con la grande arte germanica e l&#8217;altra con tutte le opere delle avanguardie. Hitler chiar\u00ec il suo punto di vista in un discorso tenuto nel 1935, in cui affermava che la grande arte germanica doveva essere un\u2019esaltazione dell\u2019imponenza e della bellezza umana ariana tedesca. Tutta l\u2019arte precedente era stata troppo contaminata dal mondo giudaico e doveva essere abbandonata, se non distrutta. Tutte le opere prodotte delle correnti d\u2019avanguardia, come dadaisti, cubisti, futuristi e soprattutto espressionisti, venivano viste da Hitler come il risultato di menti malate e corrotte. Le opere venivano considerate come dei segni di degenerazione, incapaci di trasmettere bellezza o benessere e in quanto tali dovevano essere derise ed eliminate. Negli anni successivi alla prima guerra mondiale, e nei periodi antecedenti e seguenti la seconda guerra mondiale, le scene bibliche della passione e della crocifissione diventano per molti artisti simboli delle sofferenze patite dall&#8217;umanit\u00e0; come il figlio di Dio ha sofferto sulla croce per i peccati degli uomini, cos\u00ec l&#8217;umanit\u00e0 del \u2018900 soffre per gli eventi che si susseguono e che insanguinano il secolo. Le vicende bibliche e le figure della cristianit\u00e0 tornano al centro della narrazione, diventando simboli e archetipi di sofferenze e virt\u00f9, perdendo la loro valenza religiosa e dogmatica. Gi\u00e0 agli inizi del \u2018900 ci sono alcuni esempi di questa trattazione simbolica del tema della crocifissione di Cristo; ne saranno presentati solo alcuni senza alcuna presunzione di esaustivit\u00e0. Edvard Munch pittore norvegese inserito nella corrente Espressionista nel 1900 realizza l&#8217;opera intitolata: Golgota . In questo lavoro \u00e8 presente un unico crocifisso con un giovane nudo e davanti a lui si trova un\u2019immensa folla di persone rivolta per\u00f2 verso lo spettatore. Tutta la scena \u00e8 pervasa da un senso d&#8217;angoscia trasmesso attraverso i cromatismi cupi, di tonalit\u00e0 brune e blu, e dai volti deformati delle figure in primo piano; sono poche le figure affrante, solo due donne sulla destra, la maggior parte delle persone sorride o non si interessa al giovane crocifisso. Munch sembra essersi ritratto nel ragazzo crocifisso, sentendosi un uomo solo e abbandonato come il Cristo sulla croce. Molti altri artisti si ritrarranno nelle vesti di Cristo, ad esempio l&#8217;artista belga Ensor\u00a0 nell&#8217;opera Entrata di Cristo a Bruxelles o anche Paul Gaugiun\u00a0 rappresenta s\u00e9 stesso nel Cristo giallo . Un altro artista inglese tratter\u00e0 di temi sacri, ma a differenza di tanti suoi colleghi dichiarer\u00e0 apertamente il suo orientamento religioso: Georger Rouault. Nel periodo della seconda guerra mondiale molti artisti si confrontano ancora con il tema della morte di Cristo. La Crocifissione \u201cbianca\u201d di Chagall, realizzata nel 1938, \u00e8 la prima opera che utilizza dichiaratamente la vicenda biblica della crocifissione del Cristo come denuncia delle sofferenze patite dagli uomini durante la guerra. Chagall \u00e8 uno dei pochi artisti che dichiara esplicitamente la sua confessione religiosa e vuole descrivere attraverso la sua opera la sofferenza che tocca i suoi fratelli, il popolo ebraico. A causa del suo credo si \u00e8 allontanato dalla Russia per rifugiarsi in America con l\u2019intento di sfuggire dalla persecuzione. Quest&#8217;opera \u00e8 stata realizzata dopo i drammatici avvenimenti della Notte dei cristalli tra il 9 e il 10 novembre di quell&#8217;anno e il patimento di Cristo sulla croce diventa quindi simbolo delle sofferenze degli ebrei. Ges\u00f9 indossa un talit, il perizoma ebraico, e un copricapo usato nei momenti di preghiera ebraici con la corona di spine. L&#8217;iscrizione sulla croce, \u201cGes\u00f9 Nazareno re dei Giudei\u201d, \u00e8 in lingua ebraica e in lettere gotiche. La bianca luce divina illumina Cristo e sopra il crocifisso si trovano tre inconsolabili uomini anziani e una donna, tutti in abiti tradizionali. Intorno a Ges\u00f9 si svolge il dramma; sulla destra un nazista appicca un fuoco in una sinagoga e una madre con il proprio bambino in braccio cerca di fuggire dall\u2019orrore e come lei tanti altri profughi tentano la fuga via mare. Tanti simboli della religione ebraica sono in fiamme e si vedono dei rabbini che cercano di fuggire e un armata rossa che avanza. La luce bianca al centro della scena \u00e8 una luce di speranza che squarcia le nubi nere provocate dai fuochi e avvolge tutto lo spazio intorno alla croce. Viene realizzata un&#8217;altra crocifissione con un intento di denuncia molto criticata dall&#8217;opinione pubblica, in particolare dalle istituzioni ecclesiastiche. Il clero arriva a minacciare di scomunica chiunque avesse visitato la mostra in cui l\u2019opera era esposta. Renato Guttuso realizza una Crocifissione per un concorso indetto a Bergamo nel 1941, ottiene il secondo premio, ma l\u2019opera dester\u00e0 scandalo tra le file del clero a causa di certi aspetti presenti nella sua composizione, come per esempio la mancata posizione centrale del Cristo crocifisso o per la presenza di una Maddalena nuda . Certamente lo stile di Guttuso \u00e8 molto incisivo, combina forti colori espressionisti a uno stile picassiano. \u00c8 una crocifissione molto umana, in cui la sofferenza non ha accenti spirituali e anche le figure intorno alla croce sono delle persone assolutamente concrete e comuni. Maria Maddalena \u00e8 diventata l&#8217;incarnazione della sofferenza umana, di un dolore che viene rappresentato senza censure. Disse Guttuso commentando l&#8217;opera: Voglio dipingere il supplizio di Cristo come una scena di oggi. Non certo nel senso che Cristo muore ogni giorno peri nostri peccati ma come simbolo di tutti coloro che subiscono l&#8217;oltraggio, il carcere, il supplizio, per le loro idee . La crocifissione \u00e8 ritenuta troppo laica e politicamente orientata alla denuncia di violenze perpetrate dagli uomini ai danni di persone innocenti. Il tema della crocifissione pu\u00f2 essere trattato come metafora dei dolori degli uomini e al contempo come religiosa trasposizione della sofferenza di Cristo. L&#8217;artista inglese Graham V. Sutherland\u00a0 unisce proprio questi due aspetti, essendosi convertito al cattolicesimo, nella Crocifissione del 1947 . L\u2019opera \u00e8 su commissione di un vicario inglese della chiesa dedicata a St. Matthews a Northampton: I miei quadri di spine sono nati in maniera assai curiosa.\u00a0 In autunno cominciai pensai alla forma da dare a quest&#8217;opera; nella primavera seguente avevo ancora in mente il soggetto senza aver fatto alcuno schizzo. Mi recai in campagna: per la prima volta cominciai a notare i cespugli spinosi e le strutture delle punte che laceravano l&#8217;aria. Feci alcuni disegni e durante la loro esecuzione si svilupp\u00f2 un curioso cambiamento: nel disporsi sul foglio le spine si trasformarono, pur conservando le loro punte, in qualcosa di nuovo che delimitava uno spazio vitale, una specie di parafrasi di una Crocifissione e di una testa crocefissa . Realizza tantissimi bozzetti in una garage vicino casa, alcuni di essi oggi sono conservati ai musei Vaticani e testimoniano l&#8217;intenso lavoro di ideazione e di riflessione sul tema. La drammaticit\u00e0 dell&#8217;evento \u00e8 tradotta attraverso un forte realismo ed intensi toni cromatici, si passa dal rosso che cola dalle mani chiodate, al bianco cadaverico del corpo, fino al nero e alle tinte violacee gli attributi della passione, spine e chiodi, sono resi con particolare attenzione. Il Cristo \u00e8 esanime, con il volto reclinato e la pelle bianca su cui si trovano tocchi di colore nero che hanno l&#8217;intento di sottolineare la magrezza di quel corpo sofferente. Nello scritto dell&#8217;artista, Pensieri sulla pittura, viene raccontato quanto lo avessero segnato profondamente le foto che gli alleati fecero nei campi di concentramento durante la guerra e quanto i corpi torturati degli innocenti gli sembravano figure deposte dalla croce. Sutherland testimonia una grande profondit\u00e0 spirituale e religiosa tradotta e resa evidente nei suoi capolavori. Nel secondo dopoguerra si present\u00f2 l&#8217;esigenza di ricostruire ci\u00f2 che era stato distrutto e in particolare occorreva restaurare le chiese danneggiate. L&#8217;opinione pubblica composta da molti cristiani e laici, come ha notato molto lucidamente la studiosa Lucia Mannini, prese coscienza di quanto le committenze artistiche si fossero affidate ad artisti di scarsa originalit\u00e0: \u201c si acquistava la consapevolezza della mancanza di decoro e di dignit\u00e0 estetica delle opere d&#8217;arte e degli arredi liturgici che erano stati commissionati negli ultimi decenni, per lo pi\u00f9 espressioni di un attardato accademismo di matrice ottocentesca corrispondente al gusto conservatore e agli intenti didascalici della committenza\u201d. Si resero conto che era necessario ristabilire un dialogo con gli artisti e decorare le nuove strutture con un&#8217;arte che parlasse del tempo che stavano vivendo. Molte opere erano certamente di difficile lettura, ma erano qualitativamente migliori rispetto alle opere caratterizzate da una forte mancanza di originalit\u00e0. Era necessario ristabilire un dialogo interrotto da molto tempo, la Chiesa poteva e doveva rinsaldare i rapporti con gli artisti affinch\u00e9 potessero essere ancora veicoli preziosi di evangelizzazione:\u00a0 si riconobbe che l&#8217;arte, anche quella che per nostra educazione e sensibilit\u00e0 ci sembra perfetta, ha sempre dei limiti proprio di ogni epoca e che, quindi, occorreva accettare l&#8217;arte nel nostro tempo, espressione di una cultura che la Chiesa non avrebbe potuto evangelizzare e salvare se non incarnandosi in essa . Il professore universitario di estetica Juan Plazaola ha sottolineato, nel suo testo La Chiesa e l&#8217;arte, un aspetto molto importante e cio\u00e8 che ogni opera d&#8217;arte, ogni espressione artistica, \u00e8 inserita in un determinato contesto storico e sociale. Ogni epoca \u00e8 legata ad una particolare corrente artistica e se la Chiesa vuole continuare ad evangelizzare attraverso le immagini, per comunicare le verit\u00e0 di fede ai credenti, deve utilizzare i mezzi della modernit\u00e0. Il cambiamento che piano piano si stava auspicando trov\u00f2 concretizzazione con la Biennale di Venezia del 1958 a cui parteciparono ministri ecclesiastici e da quel momento in poi si rianim\u00f2 un certo interesse per l&#8217;arte d&#8217;avanguardia. I rapporti per\u00f2 tra mondo ecclesiale e mondo artistico non sembravano essere totalmente risolti e lo dimostra il discorso pronunciato da Papa Pio XI. Nel 1963 venne inaugurata la nuova sede della Pinacoteca Vaticana, destinata ad ospitare le opere dal XIV al XVIII e il Papa disse:\u00a0 certe sedicenti opere d&#8217;arte sacra non sembrano invocare e rendere presente il sacro ma lo sfigurano fino alla caricatura e molte volte fino a una vera e propria profanazione. Si cerca di diffondere tali opere in nome della ricerca del nuovo e della razionalit\u00e0 delle opere. Ma il nuovo non rappresenta un vero progresso se non \u00e8 almeno bello e buono come l&#8217;antico . Terminer\u00e0 il discorso sottolineando con estremo vigore la volont\u00e0 di non permettere che nelle chiese una simile arte possa eccedere, n\u00e9 che si costruiscano o che si ornino con tali elementi. \u00c8 una forte apologia della tradizione ed \u00e8 evidente come sia determinante il concetto di \u201cbello\u201d nell&#8217;orientamento del giudizio di gusto, restando fedele agli assunti dell\u2019estetica classica. L\u2019estetica \u00e8 quella disciplina filosofica che si \u00e8 occupata di valutare le opere d\u2019arte attraverso delle categorizzazioni estetiche, stabilite fin dall\u2019antichit\u00e0, con Aristotele e poi con Platone. Nel corso del tempo si sono susseguite numerose riflessioni estetiche fino ad arrivare ai filosofi dell\u2019800 come Kant e Schopenhauer, i quali hanno ulteriormente arricchito la disciplina di importanti teorie. Le categorie di \u201cbello\u201d o \u201cbrutto\u201d sono state per molto tempo parametri di giudizio per le opere realizzate dai vari artisti. Quelle definite \u201cbelle\u201d erano ritenute automaticamente in grado di rappresentare la realt\u00e0 e le emozioni dei personaggi attraverso una grande capacit\u00e0 illusionistica, ma soprattutto dotandole di una bellezza ideale quasi trascendente. Solo con il passare del tempo le figure diventavano sempre pi\u00f9 naturalistiche abbandonando l\u2019aura di bellezza pura. Le opere che invece erano definite \u201cbrutte\u201d non riuscivano a tradurre gli elementi del reale attraverso una rappresentazione idealizzata e perfetta e di conseguenza non erano ritenute vere opere d\u2019arte. Nel campo artistico i criteri che determinavano la \u201cbellezza\u201d di un\u2019opera d\u2019arte sono mutati nel corso del tempo, fino ad arrivare alla loro definitiva inutilit\u00e0 negli anni \u201960 del \u2018900, quando le vecchie categorie persero di validit\u00e0 a causa di lavori che esulavano dalle categorizzazioni tradizionali; di questo si parler\u00e0 approfonditamente nell\u2019ultimo capitolo. Per la Chiesa cattolica le opere \u201cbelle\u201d erano quelle prodotte dall\u2019inventio di un talento artistico in armonia con le direttive del committente e con i dettami teologici. Le immagini che riguardavano il Divino dovevano essere in grado di rappresentare una bellezza ideale, lontanissima dai canoni naturali umani e che poteva essere solo immaginata. Quello che era ritenuto \u201cbello\u201d era accettato, mentre le opere \u201cbrutte\u201d venivano rifiutate. La bellezza, e in particolare la bellezza divina che l\u2019arte avrebbe da sempre tradotto, non viene pi\u00f9 espressa nelle opere moderne secondo le parole di Papa Pio XI e secondo la Chiesa in generale. L&#8217;arte moderna, secondo il pontefice non pu\u00f2 che essere quindi definita come \u201cbrutta\u201d e \u201ccaricaturale\u201d. Secondo questa linea di pensiero le nuove tendenze non possono nemmeno essere definite arte. Certe categorie e certi assunti non sono stati pi\u00f9 validi con la nascita dei nuovi linguaggi nell\u2019arte contemporanea, dalle avanguardie in poi sono state infatti considerate degne di nota opere non esteticamente belle, ma che erano comunque in linea con una certa poetica. Le cose cambiarono radicalmente con Papa Paolo VI, un uomo che incentiv\u00f2 la cultura nel suo pontificato e che riusc\u00ec a rinsaldare un rapporto incrinato da tempo. Nel 1964 Papa Paolo VI invita tutti gli esponenti del mondo artistico nella cappella Sistina per un incontro chiamato Messa degli artisti, a conclusione del Concilio Ecumenico Vaticano II. \u00c8 veramente un momento cruciale per la ripresa del dialogo tra le due parti: Noi abbiamo bisogno di voi. Il Nostro ministero ha bisogno della vostra collaborazione. Perch\u00e9, come sapete, il Nostro ministero \u00e8 quello di predicare e di rendere accessibile e comprensibile, anzi commovente, il mondo dello spirito, dell\u2019invisibile, dell\u2019ineffabile, di Dio. E in questa operazione, che travasa il mondo invisibile in formule accessibili, intelligibili, voi siete maestri. \u00c8 il vostro mestiere, la vostra missione; e la vostra arte \u00e8 proprio quella di carpire dal cielo dello spirito i suoi tesori e rivestirli di parola, di colori, di forme, di accessibilit\u00e0. E se Noi mancassimo del vostro ausilio, il ministero diventerebbe balbettante ed incerto e avrebbe bisogno di fare uno sforzo, diremmo, di diventare esso stesso artistico, anzi di diventare profetico. Per assurgere alla forza della espressione lirica della bellezza intuitiva, avrebbe bisogno di far coincidere il sacerdozio con l\u2019arte . La chiesa si rende conto che il legame deve essere ristabilito, un rapporto che non si \u00e8 mai rotto del tutto: bisogna ristabilire l\u2019amicizia tra la Chiesa e gli artisti. Non \u00e8 che l\u2019amicizia sia stata mai rotta, in verit\u00e0; e lo prova questa stessa manifestazione, che \u00e8 gi\u00e0 una prova di tale amicizia in atto. E poi ci sono tante altre manifestazioni che si possono addurre a prova di una continuit\u00e0 . Voi Ci avete un po\u2019 abbandonato, siete andati lontani, a bere ad altre fontane, alla ricerca sia pure legittima di esprimere altre cose; ma non pi\u00f9 le nostre . Certe scelte prese dagli artisti avevano allontanato la Chiesa, essa infatti non comprendeva le novit\u00e0 e vedeva gli esiti raggiunti molto lontani dai fini e dagli intenti che voleva perseguire. Anche la Chiesa per\u00f2, come ammette il Papa, ha le sue colpe:\u00a0 anche Noi vi abbiamo fatto un po\u2019 tribolare. Vi abbiamo fatto tribolare, perch\u00e9 vi abbiamo imposto come canone primo l&#8217;imitazione, a voi che siete creatori, sempre vivaci, zampillanti di mille idee e di mille novit\u00e0. Noi &#8211; vi si diceva &#8211; abbiamo questo stile, bisogna adeguarvisi; noi abbiamo questa tradizione, e bisogna esservi fedeli; noi abbiamo questi maestri, e bisogna seguirli; noi abbiamo questi canoni, e non v\u2019\u00e8 via di uscita.\u00a0 Siamo ricorsi ai surrogati, all\u2019 \u00aboleografia\u00bb, all\u2019opera d\u2019arte di pochi pregi e di poca spesa, anche perch\u00e9, a nostra discolpa, non avevamo mezzi di compiere cose grandi, cose belle, cose nuove, cose degne di essere ammirate . Noi dobbiamo ritornare alleati\u00a0 noi e la Chiesa, firmato un grande atto della nuova alleanza con l\u2019artista. La Costituzione della Sacra Liturgia, che il Concilio Ecumenico Vaticano Secondo ha emesso e promulgato per prima, ha una pagina che spero voi conosciate che \u00e8 appunto il patto di riconciliazione e di rinascita dell\u2019arte religiosa, in seno alla Chiesa cattolica. Ripeto, il Nostro patto \u00e8 firmato. Aspetta da voi la controfirma . Gli artisti sono invitati a ristabilire un dialogo diretto con la Chiesa Cattolica, alla luce anche delle nuove direttive in materia di arte sacra decise durante il Concilio Vaticano Secondo. Durante il Concilio vennero trattati vari temi e tra questi si intavol\u00f2 proprio una discussione sull&#8217;arte sacra ritenendolo un punto molto importante da trattare. Le conclusioni a cui sono giunti i vescovi durante le discussioni sono riportate in numerosi scritti e il Papa durante il discorso nella Cappella Sistina con gli artisti ha ritenuto opportuno ripeterne alcune. La Chiesa ha voluto riaffermare il suo ruolo di committente, cercando di coinvolgere i nuovi artisti e le nuove tendenze nei loro progetti. Come \u00e8 stato ripetuto nell&#8217;incontro con gli artisti, ogni periodo storico ha un determinato stile artistico e la Chiesa si \u00e8 sempre posta in dialogo con le tecniche artistiche del tempo, senza sceglierne una in particolare. L&#8217;arte sacra \u00e8 sempre stata al servizio della Chiesa e con il Concilio si \u00e8 cercato di sottolineare nuovamente quanto sia importante che gli artisti continuino a tradurre in termini figurativi i messaggi cristiani e la gloria di Dio. L&#8217;arte religiosa avrebbe quindi un ruolo fondamentale, quello di trasmettere e comunicare ai fedeli i misteri della fede; l&#8217;arte diventa essa stessa evangelizzazione. Molte volte il clero si \u00e8 sentito lontano dalle nuove tendenze, proprio perch\u00e9 non erano ritenute in grado di svolgere la missione evangelica. I simboli e i segni tradizionali non erano pi\u00f9 riconoscibili e quindi, secondo il loro giudizio, l&#8217;arte non era pi\u00f9 idonea per i luoghi di culto e non riusciva pi\u00f9 a tradurre la \u201cbellezza divina\u201d. Se l&#8217;artista utilizzasse uno stile moderno nel rispetto nel culto, il dialogo sarebbe ristabilito e rinsaldato. Nel testo del Concilio vengono date anche nuove direttive sui percorsi di formazione dei chierici, i futuri ministri della chiesa. Oltre allo studio della teologia e della filosofia \u00e8 importante che si informino sulla storia dell&#8217;arte sacra, per acquisire un&#8217;elevata competenza critica e poter valutare con maggiore consapevolezza le opere che dovranno tutelare e commissionare. Si ritiene che un grande errore commesso dalla Chiesa sia stato proprio quello di allontanarsi dal mondo dell&#8217;arte tanto da non essere pi\u00f9 in grado di saper selezionare correttamente le opere che potevano accedere agli edifici sacri. Il clero sembra pronto ad accettare le innovazioni, a patto che siano in linea con i messaggi cristiani, le novit\u00e0 possono e devono essere messe nuovamente al servizio della Chiesa, come \u00e8 avvenuto per secoli con benefici da entrambe le parti. Il Concilio \u00e8 sicuramente un punto fondamentale di discussione e presa di coscienza della situazione, ma certamente il cambiamento non pu\u00f2 avvenire in tempi brevi; ancora durante il pontificato di Papa Giovanni Paolo II il dibattito resta aperto. In un suo discorso all\u2019interno della Lettera agli artisti, prende atto di un momento di grande difficolt\u00e0 della Chiesa cattolica e vede concretizzato questo clima nel mondo dell&#8217;arte: Ogni forma autentica d&#8217;arte \u00e8, a suo modo, una via d&#8217;accesso alla realt\u00e0 pi\u00f9 profonda dell&#8217;uomo e del mondo. Nell&#8217;et\u00e0 moderna\u00a0 si \u00e8 progressivamente affermata anche una forma di umanesimo caratterizzato dall&#8217;assenza di Dio e spesso dall&#8217;opposizione a lui. Questo clima ha portato talvolta a un certo distacco dal mondo dell&#8217;arte e quello della fede, almeno nel senso di un diminuito interesse di molti artisti per i temi religiosi, Voi sapete tuttavia che al Chiesa ha continuato a nutrire un grande apprezzamento per il valore dell&#8217;arte come tale. Questa infatti, anche al di l\u00e0 delle sue espressioni pi\u00f9 tipicamente religiose, quando \u00e8 autentica, ha un&#8217;intima affinit\u00e0 con il mondo della fede, sicch\u00e9, persino nelle condizioni di maggior distacco dalla cultura della Chiesa, proprio l&#8217;arte continua a costruire una sorta di ponte gettato verso l&#8217;esperienza religiosa. Lucio Fontana \u00e8 un artista italo-argentino del secondo dopoguerra molto amato e seguito, le cui opere sono nelle collezioni e nei musei pi\u00f9 importanti del mondo. \u00c8 un artista di \u201cavanguardia\u201d, grazie alla sua poetica e alla sua creativit\u00e0 ha aperto nuove strade alle future generazioni e agli artisti del proprio tempo. Ha saputo introdurre nuovi linguaggi che hanno riempito innumerevoli pagine di scritti critici, alla luce della sua originalit\u00e0 e innovativit\u00e0. Lucio Fontana nasce il 19 Febbraio del 1899 in Argentina a Rosario, da genitori italiani di Varese. Il padre, scultore di professione, decide di trasferirsi in Argentina per motivi di lavoro e la madre, Lucia Bottino, \u00e8 attrice argentina di teatro. Il nonno di Fontana, di parte paterna, \u00e8 un pittore: \u201ce d\u00e0 il via alle fortune artistiche della famiglia fondando un\u2019impresa di decorazioni architettoniche\u201d. Anche il padre di Fontana si inserisce nel mondo artistico, dopo aver conseguito il diploma presso l\u2019Accademia di Brera decide di partire per il Sud America, come tanti altri suoi colleghi, per aprire una ditta di scultura. Raggiunta l\u2019et\u00e0 scolare Fontana viene mandato a studiare in Italia e dopo qualche tempo viene raggiunto dai genitori. Il padre apre a Milano uno studio di scultura in cui Fontana muove i primi passi del suo apprendistato artistico. Parallelamente a questo si iscrive a una scuola per periti edili e successivamente all\u2019Accademia di Brera, seguendo le orme del padre. Lo scoppio della prima guerra mondiale interrompe i suoi studi e nel 1921 congedato dalla guerra, per cui \u00e8 partito come volontario, torna con la famiglia a Rosario. Riprende il suo tirocinio artistico presso la bottega famigliare \u00abFontana y Scarabelli\u00bb, la cui produzione \u00e8 focalizzata soprattutto sulla scultura cimiteriale. Dimostra notevoli doti artistiche che gli consentono di ricevere le prime commissioni e inizia ad aderire a diversi concorsi pubblici e ad alcune esposizioni: \u201cLe scultoree di questi anni, nella loro variabilit\u00e0 sperimentale, ci mettono di fronte a un artista ancora alla ricerca di una cifra personale, che elabora le proprie forme ragionando sia su suggestioni fluidamente dinamiche\u00a0 sia, soprattutto sui modelli di pi\u00f9 accentuata sodezza plastica e monumentale \u201d . Nel 1927 torna in Italia, nuovamente a Milano, e si riscrive all&#8217;Accademia di Belle Arti di Brera seguendo con molto interesse i corsi di scultura di un rinomato artista, Adolfo Wildt. Fontana \u00e8 sempre stato insofferente al clima culturale Argentino e ambiva di trasferirsi in un contesto che gli permettesse di mettersi in contatto con le sperimentazioni europee. \u00c8 deluso dalle ricerche di alcuni suoi colleghi scultori, l\u2019unico che davvero ha catturato il suo interesse \u00e8 il professore, e scultore, Adolfo Wildt. \u00c8 un artista anticonformista, che nel corso della sua carriera lavor\u00f2 con il gesso, con il bronzo, ma soprattutto con il marmo. Ha uno stile figurativo molto espressivo e vuole infondere vitalit\u00e0 alla materia plastica, le sue opere sono caratterizzate da una forte drammaticit\u00e0 e tensioni spirituali. I sentimenti vengono espressi attraverso eccessi espressionistici che sfociano in deformazioni. Alla luce degli insegnamenti del suo professore in questa prima fase, Fontana si concentra soprattutto sulla terracotta con colori \u201ca freddo\u201d o pura: Quando sono entrato in accademia\u00a0 non ero pi\u00f9 giovanissimo avevo ventisette anni. Ma poich\u00e9 sentivo con seriet\u00e0 il desiderio di trovare una strada radicalmente nuova, volevo dare alle mie ricerche una base classica. Avevo per guida un grande maestro, Wildt. Bene io credo di essermi impossessato della sua arte. Tanto \u00e8 vero che ero considerato l\u2019allievo migliore del corso. E Wildt, anzi, mi aveva espresso pi\u00f9 volte la speranza che io diventassi il suo continuatore in arte\u00a0 . Dopo il diploma decide di rimanere a Milano nonostante le numerose insistenze del padre che lo rivorrebbe in Argentina per lavorare nella ditta di famiglia. Fontana non vuole tornare a Rosario, nonostante le difficolt\u00e0 che deve superare a Milano: \u201cio lotto si pu\u00f2 dire con la fame ma questo non ti deve preoccupare io sono contento sono convinto che un giorno trionfer\u00f2 e pi\u00f9 grande sar\u00e0 la mia soddisfazione\u00a0 il mio metodo \u00e8 pi\u00f9 duro ma pi\u00f9 giusto \u00a0\u00e8 lotta come nella trincea \u00a0si vive di fame e di fango ma gloriosi\u201d. Le difficolt\u00e0 non lo scoraggiano, anzi prosegue nella sua ricerca essendo convinto delle sue scelte artistiche e porta a termine alcune committenze, anche se non numerose. Nel 1930 inizia anche a partecipare a numerose mostre ed esposizioni in Italia, partecipa infatti alla Biennale di Venezia e viene organizzata la sua prima esposizione personale alla galleria del Milione a Milano, entrando cos\u00ec sulla scena artistica. Da questo momento in poi abbandona la via della figurazione tradizionale per orientarsi sempre di pi\u00f9 in direzione dell\u2019astrazione. Nella sua personale espone Uomo nero\u00a0 che \u00e8 un\u2019evidente inversione di rotta orientata verso un sintetismo attraverso l\u2019utilizzo di forme primitive e geometrizzate: \u201cNel corso del decennio 1930, egli allargher\u00e0 in altre direzioni la sperimentazione figurativa e tecnica, inaugurando una fase creativa molto aperta e problematica, sospesa tra primitivismo, astrazione e espressionismo\u201d . Abbandona l\u2019insegnamento del maestro Wildt per aprirsi ad una strada totalmente nuova: Se Wildt rappresenta il punto limite della possibilit\u00e0 formativa della materia, nel marmo che diventa sottile come una pelle e flessuoso come un nastro nel suo estremo ripiegamento su di s\u00e9, quasi un\u2019ulteriore drammatica estenuazione della forma che rivela al suo interno un vuoto incolmabile, l\u2019Uomo nero (1930) , rappresenta la rinuncia radicale al titanico virtuosismo del maestro per riappropriarsi della sostanza originale, di una prima immagine dell\u2019uomo che emerge da un corpo a corpo con la materia . Tra il 1930 e il 1931 compie numerosi busti femminili e torsi maschili in terracotta. Nel 1930-31 realizza per esempio il Torso italico , una scultura monumentale in gr\u00e8s policromo matericamente mossa e tendente ad un forte primitivismo. In contemporanea a queste produzioni stilizzate esegue sagome geometrizzate in vari bozzetti e tavolette. In quegli anni la tendenza astratta-concreta \u00e8 condivisa da tantissimi artisti e in modo particolare dai colleghi che espongono alla galleria del Milione. <\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-jetpack-tiled-gallery aligncenter is-style-rectangular\"><div class=\"\"><div class=\"tiled-gallery__gallery\"><div class=\"tiled-gallery__row\"><div class=\"tiled-gallery__col\" style=\"flex-basis:62.05904%\"><figure class=\"tiled-gallery__item\"><img decoding=\"async\" data-attachment-id=\"1000022476\" data-permalink=\"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?attachment_id=1000022476\" data-orig-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/Tagli-Lucio-Fontana-min.jpg?fit=1000%2C801&amp;ssl=1\" data-orig-size=\"1000,801\" data-comments-opened=\"0\" 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La via astratta non si traduce in forme rappresentative uguali Fontana infatti, pur aderendo a questa matrice, mantiene una linea di sperimentazione autonoma. Sfortunatamente molte opere di questi anni sono oggi disperse, ma le poche rimaste testimoniano la scelta sintetizzante e la volont\u00e0 di semplificare la rappresentazione umana. Fontana si orienta sempre con maggior consapevolezza verso forme astratte e in una lettera del 1949 apre un dibattito epistolario, con un suo allievo, sull\u2019utilit\u00e0 dell\u2019arte per l\u2019umanit\u00e0 e in questo frangente sottolinea l\u2019importanza della sua scelta di un linguaggio astratto:\u00a0 se un artista si lascer\u00e0 trasportare dalla bellezza di un arte solamente astratta e ideale si arriverebbe a fare molto bene all\u2019umanit\u00e0. La gente vuole emozionarsi in arte come in una corrida o in una corsa, noi altri dobbiamo coinvolgerla con nuove esperienze, con nuove emozioni . Nel \u201949 \u00e8 ormai in una fase di grande maturazione artistica, ma prima di giungere in modo compiuto a questa fase \u00e8 opportuno trattare della sua attivit\u00e0 artistica a met\u00e0 degli anni trenta. Fontana si orienta verso un\u2019intensa sperimentazione che lo porta a confrontarsi con un\u2019arte artigiana, attraverso la riscoperta di materiali come: la terracotta e la ceramica. A partire dal 1935 si dedica totalmente alla realizzazione di opere in ceramica e in alcuni casi in terracotta. Collabora, su invito, con la manifattura di Giuseppe Mazzotti ad Albissola Marina . Lavora a stretto contatto con Tullio Mazzotti, un ceramista che si \u00e8 avvicinato nel corso della sua attivit\u00e0 artistica al movimento Futurista e ha redatto un volumetto nel 1939 intitolato: La ceramica futurista. In una lettera inviata il 5 Febbraio del 1930 all\u2019albo degli artisti Milanesi, Mazzotti descrive la sua poetica artistica: Nato da una famiglia di ceramisti proseguo nella mia arte con grande fervore ed immensa passione, sicuro di marcare un indirizzo assolutamente nuovo nell&#8217;arte ceramica italiana. Niente che possa, anche lontanamente, ricordare le ceramiche vecchie, antiche o preistoriche. Voglio fare delle ceramiche che rovescino la tradizione. Forme policentriche, anti imitative, meccaniche. Strati colorati, futuristi, violenti, abbaglianti, luminosi. Tecnica perfetta, ottenuta con materie locali, italiane, anche se povere, curandone accuratamente l&#8217;esecuzione . Fontana \u00e8 sedotto da questo nuovo mezzo, la ceramica, e si allontana dalle sperimentazioni futuriste del collega cercando di tradurre con questo nuovo materiale le sue fantasie astratte. La ceramica \u00e8 una materia molto fluida e consente grandi possibilit\u00e0 espressive per uno scultore dotato di grande manualit\u00e0. Con questa ricca sostanza plastica si avr\u00e0 un Fontana: \u201c radicale, istintivo, sorgivo\u201d, un artista: \u201c con animate convinzioni ma anche con \u2018la libert\u00e0 di non fare sul serio\u2019, ovvero con una capacit\u00e0 da giocoliere di toccare gli estremi e di esserne toccato, di giocare con influenze alte, raffinate, colte, guardate con passione, studiate, riprese e sviluppate in assoluta autonomia \u201d . Realizza principalmente ceramiche policrome, ispirandosi al mondo animale e alle nature morte:\u00a0 in piccole porzioni di raccolto, scendeva la mano tiepida sopra il bozzolo della terra, e per fremiti trattenuti casti, quasi, diresti: tant\u2019\u00e8 sommessa la parola che, appena sfiorandoli, li emoziona scriveva per lenti gorghi per crampi brevi e interrotti, la vicenda aurorale, nascosta ancora in un suo grembo segreto, d\u2019una materia chiamata a dirsi per autonoma germinazione . La superficie delle figure \u00e8 molto levigata e lucida, si creano bellissimi effetti di luce e ombra attraverso i solchi nella materia. Fontana compie un\u2019intensa ricerca nella lavorazione delle forme plastiche, attraverso una resa espressiva esuberante. La materia \u00e8 irruente e capricciosa e la superfice \u00e8 lucida e decorata con colori anche molto sgargianti, si passa da tinte rosse, nere, oro fino a quelle violacee. La colorazione \u00e8 importantissima, come spiega lo stesso Fontana: \u201cLa mia forma plastica dai primi agli ultimi modelli non \u00e8 mai dissociata dal colore. Le mie sculture sono sempre policrome. Colorivo i gessi, colorivo le terrecotte. Colore e forma indissolubili, nati da un\u2019unica necessit\u00e0\u201d. La colorazione non \u00e8 un elemento meramente estetico, ma \u00e8 in diretta relazione con segno, spazio e materia. Nel periodo ad Albisola, e precisamente nel 1936, realizza delle nature morte in ceramica policroma e successivamente si dedica ad una serie di lavori inerenti agli elementi marini come: alghe, farfalle, fiori, coccodrilli, aragoste. Come illustra lo stesso Fontana: Soltanto nel 1936 iniziai alla fabbrica Mazzotti di Albisola una vera e propria attivit\u00e0 in questo campo con una cinquantina di pezzi , tutto un acquario pietrificato e lucente. La materia era attraente; potevo modellare un fondo sottomarino una statua o un mazzo di capelli e imprimere un colore vergine e compatto che il fuoco amalgamava. Il fuoco era una specie di intermediario: perpetuava la forma e il colore. Tra le opere pi\u00f9 emblematiche della serie marina c\u2019\u00e8 il Coccodrillo , realizzato nel 1936. \u00c8 un\u2019opera molto grande che invade lo spazio, caratterizzata da una ricca colorazione, la superficie \u00e8 molto lucida e percossa da tanti fremiti materici. La figura \u00e8 ben riconoscibile, ma lo saranno molto meno le opere degli anni successivi. Realizza anche nel 1937 una Seppia e nel 1938 Stella marina e due conchiglie . Sono tutte ceramiche policrome che richiedono allo spettatore uno sforzo d\u2019immaginazione, supportati anche dagli aiuti dati dall\u2019artista grazie ai titoli delle opere: \u201cLampi di movimento e materia colorata. Sono gli elementi essenziali, riflessi di un primordio sentito e vissuto e suscitatori di utopia, di sensibilit\u00e0 \u2018moderna\u2019, che danno alle opere di Fontana la loro speciale bellezza\u201d. Questi lavori sanciscono l\u2019unione tra pittura e scultura e dialogano anche con lo spazio. Richiedono una precisa collocazione spaziale rifiutandosi di essere dei meri soprammobili. Questa convinzione la condivide anche un critico e grande amico di Fontana, Guido Ballo, che diventer\u00e0 il portavoce del suo lavoro. Queste mie riflessioni arriveranno a esiti davvero originali e di questi esiti si parler\u00e0 in seguito, per ora \u00e8 importante sottolineare quanto la ricerca spaziale si accordi con l\u2019astrazione e quanto sia in linea con le sperimentazioni neobarocche, avendo coniugato pittura e scultura. Il critico d\u2019arte Enrico Crispolti, che ha conosciuto in vita Fontana e si \u00e8 interessato per tutta la sua attivit\u00e0 critica alla sua produzione, vede in questo linguaggio fontaniano una presa di distanza dalla drammaticit\u00e0 e dalla mera deformit\u00e0: \u201ctale immagine riporta ad una condizione di divenire fenomenologico, spingendola al rapporto materia &#8211; spazio, campi dell\u2019attivismo umano, e il cui rapporto si consuma attraverso il segno e il colore impressi sulla materia, cos\u00ec da suggerire un\u2019unica continuit\u00e0 appunto di campo vitale e di apertura spaziale\u201d. Tutta la produzione scultorea sembra quindi evidenziare un divenire, un movimento vitale della materia, inserita in un preciso contesto spaziale. La scultura non pu\u00f2 essere pensata e realizzata senza i legami tra movimento, luce, spazio. Fontana decide poi di trasferirsi per un breve tempo in Francia dove lavora nelle fornaci della cittadina di S\u00e8vres. Nelle fabbriche parigine realizza altre opere di ispirazione zoomorfa creando per esempio galli e chimere, ed aderisce anche al gruppo francese astrattista: \u201c quando da Albisola passai alle fabbriche di S\u00e8vres e modellai nuove conchiglie e scogli e polipi e figure e stranissimi animali marini mai esistiti, le mie ricerche plastiche continuarono senza lusinghe\u201d. In questa fase della sua attivit\u00e0 artistica raggiunge un moderato successo e non vuole definirsi ceramista, ma desidera essere considerato come uno scultore e uno sperimentatore. Fontana espone le sue ceramiche nel 1938 alla galleria del Milione, sia quelle fatte ad Albisola che quelle realizzate in Francia. Ottiene molto successo dalla critica che si rende conto dell\u2019originalit\u00e0 della sua ricerca, viene definito infatti \u201cdivoratore di terra graffiata, foggiata e compiuta d\u2019espressione\u201d. Se da una parte la critica lo elogia, una larga parte del pubblico accorso alla galleria osserva le opere senza comprenderle davvero nella loro peculiarit\u00e0. Motivato dalle buone recensioni della critica la lavorazione della ceramica non si interrompe, ma evolve attraverso nuove sperimentazioni durante il suo trasferimento in Argentina. Nel 1940 Fontana ritorna in Argentina per volere del padre, assecondando le sue continue esortazioni, per lavorare nell\u2019attivit\u00e0 di famiglia. Nel sud America \u00e8 molto attivo, viene infatti incaricato di diventare professore in due istituti contemporaneamente, in uno come \u2018modellatore\u2019 e nell\u2019altro come decoratore. Realizza nel 1941 altre sculture in ceramica, come le due teste di Medusa una delle quali \u00e8 acquistata da un suo collega in Accademia e l\u2019altra da un critico, suo estimatore. I mesi passano e non tutte le committenze per cui collabora sono portate a termine. Il lavoro come professore gli d\u00e0 una certa stabilit\u00e0 economica, ma spera in cuor suo di tornare a Milano, purtroppo lo scoppio della guerra cambia i suoi piani: \u201c per\u00f2 io attendo con ansia che ritorni il sereno per ritrovarmi a Milano, nella nostra Italia, dove dopo tante esperienze per il mondo \u00e8 per me ancora l\u2019unico paese dove l\u2019artista, con le sue lotte e contrariet\u00e0 ha l\u2019unica ragione di vivere\u201d . A causa della guerra non riuscir\u00e0 a far ritorno in Italia fino al 1947. Al suo rientro in Italia ne rediger\u00e0 altri due, uno nel 1947 con la collaborazione di giovani artisti e intellettuali, che viene intitolato Manifesto dello spazialismo. Il secondo \u00e8 redatto nel 1948 e le convinzioni che sono alle base di tutte queste stesure teoriche sono le medesime. C\u2019\u00e8 la volont\u00e0 di superare l\u2019arte del passato, utilizzando nuovi linguaggi e le nuove possibilit\u00e0 tecniche. \u00c8 una vera e propria rivoluzione dei concetti, oltre che dei materiali. La nuova arte auspica a un rinnovamento totale grazie alle nuove possibilit\u00e0 tecniche offerte dallo sviluppo tecnologico e scientifico. L\u2019arte \u00e8 secondo Fontana: \u201c una manifestazione dell\u2019intelligenza dell\u2019uomo, per esprimerla l\u2019uomo ha usato i mezzi e le tecniche del suo tempo, idee e espressioni della sua epoca \u201d. Ambisce ad un\u2019arte totalmente nuova, essendosi sviluppata una civilt\u00e0 nuova, quella post bellica. Le nuove possibilit\u00e0 permettono un cambiamento, non solo tecnico, ma anche concettuale: \u201c un\u2019arte rivoluzionaria n\u00e9 pietra, ma movimento e luce e spazio, il problema dell\u2019arte contemporanea non \u00e8 pi\u00f9 nel cambiamento dello stile ma \u00e8 rivoluzione dei concetti e dei materiali\u201d. Fontana e gli altri artisti hanno compiuto un\u2019attenta riflessione su come produrre arte nell\u2019epoca contemporanea, dopo le due guerre mondiali e dopo tutti i cambiamenti sociali, e politici, l\u2019arte non pu\u00f2 essere in linea con le precedenti sperimentazioni. \u00c8 necessaria una nuova arte che incarni e traduca le nuove esigenze. La spazialit\u00e0 \u00e8 una conquista fondamentale e una ricerca che Fontana ha sempre cercato di tradurre nelle ceramiche: \u201cConsiderare realt\u00e0 quegli spazi, quella visione di materia universale, di cui scienza, filosofia, arte in sede di conoscenza e di intuizione hanno nutrito lo spirito umano\u201d. Il movimento e il colore sono componenti dell\u2019opera fontaniana che si legano alla terza componente, quella dello spazio: \u201c Colore, l\u2019elemento dello spazio, suono, l\u2019elemento del tempo, e il movimento che si svolge nel tempo e nello spazio, sono le forme dell\u2019arte nuova che contiene le quattro dimensioni dell\u2019esistenza. Tempo e spazio\u201d. La nuova arte deve invadere e conquistare gli spazi coinvolgendo lo spettatore. Il movimento \u00e8 infatti un elemento molto importante per Fontana e, come detto precedentemente, si lega ad altre due componenti, al tempo e allo spazio. Nelle numerose rielaborazioni del manifesto, e in particolare nell\u2019elaborazione del manifesto pubblicato nel 1951 , Fontana insiste molto sulla componente del movimento nella sua arte. Fontana \u00e8 molto cosciente dell\u2019importanza di questo fattore nelle sue materie plastiche, come gli enti materiali del mondo sono soggetti alle forze fisiche, cos\u00ec anche le sue sculture si muovono nello spazio. Il Manifesto spaziale e le sue successive integrazioni testimoniano una riflessione artistica che parte da elementi gi\u00e0 evidenziati da precedenti correnti. Come afferma anche Crispolti citando delle parole di Fontana, la sua poetica unisce aspetti dell\u2019arte del passato come quella Barocca e alcuni aspetti dell\u2019avanguardia Futurista. Viene inserito all\u2019interno della componente creazionista dell\u2019artista, il subconscio. Luogo dal quale emergono, nella concezione psicoanalitica, le pulsioni che determinano gran parte dell\u2019individuo. Secondo Fontana \u00e8 grazie a questo livello non cosciente che l\u2019artista crea e, come in questo caso, trasforma la materia e crea un\u2019arte nuova. L\u2019attivit\u00e0 di ceramista viene portata avanti da Fontana parallelamente ad altre sperimentazioni e arriva a produrre opere sempre pi\u00f9 astratte. Le nuove produzioni in ceramica vengono alla luce tra il \u201947 e il \u201849. Realizza opere pi\u00f9 complesse, vengono infatti modellate stravaganti figure al limite tra figurazione e astrazione e lo spettatore \u00e8 chiamato a riconoscere la figura completando nella propria mente la forma: \u201cL\u2019Artista Spaziale non impone pi\u00f9 allo spettatore un tema figurativo, ma lo pone in condizione di crearlo da s\u00e9, attraverso la sua fantasia e le emozioni che riceve\u201d. Come afferma anche in riedizioni successive del manifesto: Noi spaziali scavalchiamo la comoda conoscenza per ridare all\u2019arte il privilegio della intuizione, usando come materia plastica da fermare &#8211; gli spazi -, affidandoci a quell\u2019intuito che \u00e8 il solo a far camminare l\u2019opera d\u2019arte sul piano del mistero su quel misterioso filo magico che \u00e8 conoscenza immersa nel mistero delle cose ancora non rese formula ma intuite sicuramente vere. Noi spaziali riconduciamo l\u2019arte alla gioia di indagine che possono avere solo le speci giovani, le classi giovani, oggi il proletariato. Noi spaziali, vecchi decrepiti come abitanti del mondo, vogliamo sentirci cittadini del cosmo, giovani, gioiosi come gioiosa sar\u00e0 la civilt\u00e0 nuova redenta dal bruto bisogno del pane e del letto, in ognuno dei suoi componenti, nella nuova realt\u00e0 . Molti critici parlano di questa fase della sua arte come \u201cbarocchetta\u201d, le figure sono pi\u00f9 increspate, agili ed animate. Viene resa pi\u00f9 evidente la sua abilit\u00e0 manuale, in cui la figurazione definita si perde in favore di una magmatica vitalit\u00e0 orientata all\u2019astrattismo. Per barocco non si intende meramente lo \u2018stile\u2019 storico, ma nel caso di Fontana \u00e8 una sensibilit\u00e0, una visone del mondo e della vita che travalica i periodi . In questa particolare fase della sua produzione sceglie di confrontarsi con temi religiosi e in particolare si concentra sulla narrazione del tema della Via crucis cristiana. Nella Via Crucis, attraverso le quattordici stazioni, vengono raccontate le sofferenze del Cristo che si accinge al monte Golgota per essere crocifisso. La prima delle tre Vie Crucis che realizzer\u00e0 \u00e8 fatta alla fine del 1947, ad Albissola Marina, quando torna alle fabbriche liguresi dopo la paretesi Argentina. In quell\u2019estate era presente alla fabbrica Mazzotti un certo Giampiero Giani e racconta di quel momento focale: Nell\u2019estate successiva, ad Albisola, fra la modellazione di un \u201cpiatto\u201d e di un\u201d arlecchino\u201d, usc\u00ec improvvisa, al sole ad asciugare, la sua Via Crucis. Se non sbaglio gli sugger\u00ec quest\u2019idea Marco Valsacchi; ed io la ricordo bene quella splendida armonia di furori dove il maggior impegno sembrava essere quello e di scomporre con acutezza e spezzature la ragione plastica di ogni personaggio E quando usc\u00ec coloratissima e \u201criflessata\u201d dai forni, quella Via Crucis ci apparve carica di una violenza anti-classica, vivificata da una squillante tinta locale giallo-ocra dove si incassavano, come schegge di luce, sottili strati di rossi, di verdi, di cremisi, di azzurri e di bianchi . Riprende con grande intensit\u00e0 la sua attivit\u00e0 di ceramista e ne realizza a distanza di tempo altre due: una nel 1955 e la seconda del 1957. Queste opere narrative saranno trattate in modo pi\u00f9 approfondito nei capitoli successivi, per ora \u00e8 importante sottolineare la forza astrattiva e vitale, in linea con le teorizzazioni dei manifesti spazialisti. Sono la concretizzazione scultorea di una forma \u201cbarocca\u201d, movimentata: E sinfonia fu: intensa, ritmata, avvolgente; dalle sculture alle ceramiche, dalla superficie alla materia, essa si proporr\u00e0 in maniera cos\u00ec travolgente e innovativa da oscurare perfino la sua origine. Annettere alla sensibilit\u00e0 barocca i liquori surrealisti e i dinamismi futuristi significava introdurre i principi spaziali dello spaesamento, e quelli dinamici dal movimento, in un conturbante flusso metaforico. In cui spazio e tempo coincidessero nella spirale di una dimensione \u2018altra\u2019 e tuttavia presente e tangibile . La materia si fa tangibile e cerca di fuoriuscire dalla seconda dimensione, giungendo in uno spazio \u201caltro\u201d e indefinibile. Nella sontuosit\u00e0 dell\u2019elemento prodotto e nella sua forte matericit\u00e0 si arriva alla non fisicit\u00e0, a uno spazio percepibile solo attraverso la luce e la concettualit\u00e1. La materia viene: \u201cManipolata, raggelata, riscaldata dai tepori della mano e delle pennellesse, o infuocata nei forni della cottura, la materia si rapprende o svapora, annichilisce o trasmigra nella cangianza della materia stessa\u201d. In questo \u201cbarocco\u201d scultoreo la materia, la luce e l\u2019ombra sono legate al fine di superare i limiti fisici e indagare il mondo non visibile. \u00c8 tutto un dialogo di presenze e di assenze. Parallelamente a queste opere scultoree del 1947, gi\u00e0 nel 1949 espone in una nuova mostra le sue nuove opere intitolate Concetti spaziali. Questi lavori sono preceduti da una riflessione, dall\u2019elaborazione di un\u2019idea, che viene poi tradotta in opere che invadono lo spazio attraverso tubi fluorescenti. In linea con le teorie del manifesto e quindi con la convinzione che si debbano utilizzare elementi e materiali nuovi per produrre arte nuova, Fontana comincia a utilizzare il neon. Nel 1949 realizza un \u201cambiente spaziale con forme spaziali a illuminazione a luce nera\u201d, presso la galleria del Naviglio. \u00c8 un opera che invade lo spazio con la luce, le strutture al neon sono appese al soffitto e sembrano secondo il critico Guido Balla: \u201c rami di alberi in fondi marini. Era come entrare in una grande ceramica dello stesso Fontana\u201d. In una lettera del 1961 indirizzata a Crispolti, Fontana racconta del proprio intento artistico attraverso la realizzazione del neon nero: \u00c8 stato il primo tentativo di liberarsi di una forma plastica statica, l\u2019ambiente era completamente nero, con la luce nera di Wood, entravi trovandoti completamente isolato con te stesso, ogni spettatore reagiva col suo stato d\u2019animo del momento, precisamente, non influenzavi l\u2019uomo con oggetti, o forme impostegli come merce in vendita, l\u2019uomo era con se stesso, colla sua coscienza, colla sua ignoranza, colla la sua materia. L\u2019importante era non fare la solita mostra di quadri o sculture ed entrare nella polemica spaziale . Si orienta verso installazioni di luce che vogliono invadere lo spazio e permettono un dialogo tra scultura e architettura. Nel 1951 realizza una struttura in neon Wood per la IX Triennale a Milano, che oggi si trova al museo del Novecento. \u00c8 un\u2019installazione spaziale composta da vorticosi giri di questo neon lungo 100 metri e crea una struttura astratta e lucente, che invadeva e occupava lo spazio sovrastante lo scalone della Triennale. Questa installazione ambientale fa parte di una: \u201cserie di manifestazioni che si sono impegnate ad aggredire la nuova visione del creato nel micros immerso negli spazi visti come \u2018materia plastica\u2019\u201d . Tutte queste sperimentazioni anticipano di svariati anni le installazioni di un componente della corrente Minimal americana degli anni 60, Dan Flavin . L\u2019 artista della corrente artistica utilizza per le sue installazioni lampade luminose di diversi colori al neon, che dispone alle pareti in modi sempre diversi. Crispolti osservando questa installazione ha affermato: \u201cSe nell\u2019 ambiente spaziale del 1949 Fontana usa la luce nera come rivelazione misteriosa di spazio, nel 1951 usa invece la luce direttamente come segno dello spazio\u201d. Lo stesso Fontana ammette l\u2019importanza di questa installazione astratta \u00e8 infatti: \u201cl\u2019inizio di un\u2019espressione nuova: abbiamo semplicemente sostituito (al soffitto decorato) un nuovo elemento entrato nell\u2019estetica dell\u2019uomo di strada, il neon, abbiamo creato con questo mezzo una fantastica decorazione nuova, che certamente d\u00e0 fastidio ai geni d\u2019oltre confine ed ai loro satelliti italiani\u201d . Fontana sviluppa anche delle sperimentazioni con il supporto della tela e inaugura la serie dei \u201cbuchi\u201d consistenti nella disposizione di buchi su tele dipinte, con ritmi circolari. Nonostante si parli di tele colorate tutta questa ricerca si pone in linea con le sperimentazioni extra pittoriche spaziali. Dai buchi passer\u00e0 a dei veri e propri \u201ctagli\u201d, grandi o piccole lacerazioni. Tutta questa ricerca sar\u00e0 approfondita in seguito, per ora \u00e8 opportuno sottolineare quanto queste opere siano in linea il movimento spaziale, in quanto Fontana con queste lacerazioni ha voluto superare la seconda dimensione per giungere alla terza dimensione, quella dello spazio, che era sempre stata preclusa alla pittura. La sua attivit\u00e0 di ceramista non si conclude, anzi viene messa al servizio di collaborazioni con degli architetti milanesi. Nel 1947 realizza infatti dei grandi fregi spaziali in gr\u00e8s su degli edifici milanesi in collaborazione con gli archetti, Marco Zanuso e Roberto Menghi, con cui lavorer\u00e0 anche in futuro. Ha ampliato il suo campo applicativo riversandosi in contesti architettonici. Gli edifici sono tra via Senato e via Sant\u2019Andrea a Milano ed erano stati molto lesionati dai bombardamenti. Fontana collabora con questi architetti realizzando dei fregi per il fronte di questi palazzi, dei pannelli da disporre sotto le finestre e anche delle maniglie per i portoni, molti elaborati. I pannelli realizzati sono lastre molto semplici, di un marrone denso e scuro, disposte in orizzontale. Non sono delle mere decorazioni staccate dal contesto, ma anzi sono in linea con l\u2019impianto architettonico. Come afferma anche Joppolo un artista spazialista del gruppo milanese: Lo spazio di un muro non pi\u00f9 sentito come una materia inerte che deve sopportare passivamente le figure dell\u2019arte, ma come una forma plastica e dinamica, suscitatrice di immagini che hanno una loro coerenza specifica . L\u2019artista mira ad essere in dialogo con il contesto architettonico attraverso la sua arte. \u00c8 fondamentale questa ricerca e questa collaborazione nell\u2019ambito dell\u2019architettura, perch\u00e9 consente a Fontana d\u2019invadere lo spazio esterno, di portare nello spazio pubblico l\u2019arte spazialista. Dagli anni \u201960 in poi la sperimentazione fontaniana si arricchisce di nuove ricerche e prosegue con le precedenti riflessioni sviluppate negli anni \u201950, apportando alcune modifiche. Sono gli anni dei: \u201cbuchi\u201d, \u201ctagli\u201d, \u201cquanta\u201d, \u201cnature\u201d sculture in terracotta o bronzo, \u201cteatrini\u201d, \u201cellissi\u201d sculture metalliche, \u201cmetalli\u201d e degli \u201colii\u201d. Sperimenta tantissimi diversi materiali per invadere e arricchire lo spazio: I diversi materiali, quali la carta, la tela, la creta, perfino la lamiera di rame e di zinco sollecitano la sua immaginazione. Le portentose opere realizzate con le superfici metalliche, che apre con lo scalpello e martello, forzando la materia con forza fisica oltre che intellettuale, quasi in un corpo a corpo con la superficie dell\u2019opera, dimostrando la volont\u00e0 di non sfuggire ad alcun confronto. Le lamiere, superfici metalliche forate e tagliate, sono potenti e violente nel loro mostrarsi, come violento \u00e8 il gesto che le ha prodotte. Il lavoro artistico fontaniano, che sviluppa in questi numerosi cicli, testimonia la forte implicazione di due elementi base: la matericit\u00e0 e la forte gestualit\u00e0. Continua vivacemente con la serie dei \u201ctagli\u201d e dei \u201cbuchi\u201d, incominciata alla fine degli anni \u201940 e l\u2019inizio degli anni \u201950, intitolata Concetti spaziali. Attese. Queste lacerazioni della tela sono il segno di una forza gestuale dell\u2019artista sul supporto pittorico, solitamente ricoperto da una colorazione. Inizialmente la tela \u00e8 ricoperta di colori neutri, poi \u00e8 passato a colorazioni pi\u00f9 intense: \u201cIl bianco non ha nessuna importanza perch\u00e9 i miei quadri, i primi, eran senza colore, era la pura tela bucata, o una macchia di giallo. I primi eran senza niente, li ho ancora l\u00ec, no? Poi gli ho dato i colori, proprio per decorarli, perch\u00e9 non c\u2019\u00e8 nessun male a dire che io decoro una parete \u201d. Con queste lacerazioni Fontana vuole invadere la terza dimensione superando lo spazio bidimensionale:\u00a0 la scoperta del cosmo \u00e8 una scoperta nuova, \u00e8 l\u2019infinito, allora buco questa tela, che era alla base di tutte le arti e ho creato una dimensione infinita\u00a0 l\u2019idea \u00e8 proprio quella l\u00ec, \u00e8 una dimensione nuova corrispondente al cosmo \u00e8 la dimensione . Il buco era, appunto, creare questo vuoto dietro di l\u00ec.\u00a0 La scoperta di Einstein del cosmo \u00e8 la dimensione dell\u2019infinito, senza fine. E, allora ecco che: primo, secondo, terzo piano\u2026 per andar pi\u00f9 in l\u00e0 cosa devo fare? Io buco, passa l\u2019infinito di l\u00ec, passa la luce, non c\u2019\u00e8 bisogno di dipingere . Nelle prime fasi della sua produzione artistica Fontana realizza tele su cui ci sono solo dei buchi, solo in un secondo momento passa a delle lacerazioni che consistono in un netto \u201ctaglio\u201d. Il taglio: \u201c \u00e8 una delle icone dell\u2019arte contemporanea che pi\u00f9 hanno permesso di portare la riflessione critica su un livello concettuale, per l\u2019immediatezza con cui si impone una lettura che vada oltre il fenomeno fisico e il fatto formale &#8211; e d\u2019altro canto proprio i \u00abTagli\u00bb sollecitano le obiezioni di quella critica \u2018triviale\u2019 che trova in essi un facile bersaglio per dimostrare a un pubblico non specialistico l\u2019inconsistenza dell\u2019arte contemporanea\u201d I \u201ctagli\u201d, come anche le successive lacerazioni della tela, hanno un profondo tessuto filosofico e poetico che trova espressione artistica in queste modalit\u00e0 . Fontana in varie interviste lascia testimonianza delle implicazioni spirituali e poetiche che sono a fondamento della sua attivit\u00e0: I miei tagli sono soprattutto un\u2019espressione filosofica, un atto di fede nell\u2019infinito, un\u2019affermazione di spiritualit\u00e0. Quando io mi siedo davanti a uno dei miei tagli, a contemplarlo, provo all\u2019improvviso una grande distensione dello spirito, mi sento un uomo liberato dalla schiavit\u00f9 della materia un uomo che appartiene alla vastit\u00e0 del presente e del futuro . Questi tagli hanno quindi una profonda valenza filosofica e mirano a delle conquiste spaziali extra materiche. Regalano anche un senso di liberazione, e di pace, nella contemplazione successiva all\u2019azione e proprio i momenti di esecuzione e di riflessione motivano la denominazione Attese nel titolo della serie. \u00c8 un concetto che esprime: \u201c caratteri poetici, pi\u00f9 che razionali anche se in alcuni casi pu\u00f2 introdurre un senso di proiezione o anticipazione del futuro, secondo i risvolti propri a una fiduciosa concezione del divenire\u201d . Questa serie sar\u00e0 sviluppata in molte tele e con molte varianti, tanto che realizzer\u00e0 opere per questa serie fino agli ultimi anni della sua vita. Negli anni \u201950 arriva a elaborare alcuni Concetti spaziali\u00a0 con il supporto di diversi materiali, tra cui delle pietre colorate: \u201cMolteplici sono le possibilit\u00e0 che l\u2019uso di pietre e buchi in combinazione dialettica o\u2019 casuale\u2019 genera, dove questa relazione tra ordine e disordine si ripropone\u201d. Vengono anche utilizzate sabbie e lustrini e la base della tele viene ricoperta da tinte di vario colore, tra cui anche il nero. Per Crispolti queste opere sembrano alludere a un caos sospeso in cui \u00e8 difficile trovare un ordine. Per il critico la serie: \u201c assume tutto il valore di apertura di una pagina nuova dopo le esperienze materiali informali. Ed \u00e8 proprio in questo senso, come apertura cio\u00e8 a una nuova visione assoluta, in certo modo quasi metafisica che i \u2018tagli\u2019 rappresentano un po\u2019 l\u2019ossatura di quella polarit\u00e0 pi\u00f9 ordinata e distesa lungo tutta l\u2019attivit\u00e0 di Fontana negli anni Sessanta. Quantitativamente sono certo, lungo dieci anni, il ciclo pi\u00f9 ampio e ricco nell\u2019intera sua opera\u201d . Queste riflessioni sembrano riferirsi al cosmo e ai suoi componenti, sono gli anni infatti in cui l\u2019uomo indaga e cerca di superare il mondo terrestre per osservare cosa c\u2019\u00e8 oltre l\u2019atmosfera, nell\u2019universo. Lo spazio d\u2019indagine non \u00e8 pi\u00f9 solo quello terrestre, ma diventa lo spazio cosmico. La matericit\u00e0 \u00e8 sempre pi\u00f9 forte, tanto che vengono inseriti degli elementi naturali esterni che vengono poi manipolati e colorati. Nella serie Quanta , iniziata a partire dalla fine degli anni \u201850, Fontana trae ispirazione da un termine della fisica quantistica. Ogni ciclo \u00e8 composto da un diverso numero di tele richiamanti diverse forme geometriche e caratterizzate da un\u2019intensa tinta rossa. Sulla superficie non mancano tagli di diversa lunghezza con cui Fontana continua a lacerare la tela e ad oltrepassare la seconda dimensione. Nel 1959 sviluppa una serie intitolata Nature , che concluder\u00e0 nel 1960. Sono sculture circolari irregolari, in terracotta o in bronzo, realizzate durante un nuovo soggiorno ad Albissola. Sulla loro superficie si possono trovare profondi buchi o tagli che lacerano la superfice generando spazi oscuri in cui la luce non riesce a filtrare. Sembrano entit\u00e0 organiche, come semi o uova, ingigantiti per invadere lo spazio attraverso materiali \u201cpoveri\u201d e scuri: grandi sfere materiche che modella e poi spacca, taglia, apre, sono il risultato di una precisa volont\u00e0, quella di mettere in discussione, lui scultore, la struttura plastica della scultura, cos\u00ec come \u00e8 gi\u00e0 avvenuto per il piano della pittura. Quasi a voler aprire la forma compiuta e perfetta della sfera, mettendone in mostra l\u2019interno, evidenziandone la vera natura . Il titolo di queste opere mantiene la formulazione Concetto spaziale, in quanto rimangono produzioni che invadono lo spazio e fungono da testimonianza di un passaggio: \u201c pensavo a quei mondi, alla luna con questi\u00a0 buchi, questo silenzio atroce che ci angoscia, e gli astronauti in un mondo nuovo. E, allora, queste in una fantasia d\u2019artisti queste immense cose da miliardi di anni sono l\u00ec arriva l\u2019uomo, in un silenzio mortale, in questa angoscia, e lascia un segno vitale del suo arrivo erano queste le forme ferme con un segno di voler far rivivere la materia inerte, no?\u201d. I tagli, i solchi profondi su queste sfere materiche, sono una testimonianza gestuale e grazie ad essi la materia da inerte diventa per un momento vitale. Tra il 1964 e il 1966 realizza delle \u201cquinte\u201d teatrali in legno colorato che inscrivono delle sagome inizialmente astratte, per passare poi a sagome sempre pi\u00f9 figurative e riconoscibili. La serie Teatrini\u00a0 \u00e8 composta da quinte e sagome che instaurano un gioco di cromatismi intensi, portando i critici a vedere questa serie di lavori come una parentesi \u201cpop\u201d nel lavoro di Fontana. I movimenti artistici nati oltreoceano negli anni \u201960 cominciano certamente a influenzare l\u2019immaginario Europeo e Fontana elabora tutti questi input in modo originale, ricrea infatti degli spazi teatrali con cornici che: \u201c evocano mondi evanescenti, irreali, poetici\u201d. Le sagome recitano il loro ruolo, con scenografie retrostanti di colore uniforme, solcate in alcuni casi da una serie di buchi: \u201cI piani agiscono l\u2019uno sull\u2019altro, affiorano e sprofondano come in un teatro che affascina e continuamente stupisce\u201d. Le forme sono leggibili e lo stesso Fontana ammette che: L\u2019introduzione di forme leggibili o che spingono all\u2019interpretazione figurativa sia solo un espediente per riproporre il tema che gli sta maggiormente a cuore, quello dell\u2019idea di spazio o \u00abconcetto spaziale\u00bb, indipendentemente dalle definizioni formali che vi appaiono . Le quinte in cui sono collocate queste sagome, realizzate il legno laccato colorato con lo stesso cromatismo delle figure, sembra alludere anche a uno schermo televisivo. In uno spazio virtuale si vedono immagini in movimento e questa nuova invenzione ha sicuramento affascinato Fontana portandolo magari a pensare a come elaborare artisticamente il mezzo, anche se non ci sono testimonianze dirette. Il teatro diventa per Fontana un luogo di: \u201cmanifestazione di una nuova nozione di spazio e spettacolarit\u00e0 \u201d, uno spazio \u201crappresentato\u201d lontano da quello fisico dello spettatore. Fontana si dedica allo spazio della rappresentazione per presentare il suo concetto spaziale, in cui si orienta verso la traduzione di una passeggiata dell\u2019uomo nello spazio: figurazioni dell\u2019uomo nello spazio, quest\u2019angoscia che cerca delle forme e non le ha ancora trovate, la paura di perdersi, questa traccia di buchi indicherebbe il cammino dell\u2019uomo nello spazio, queste, sarebbero delle forme di abitanti di altri mondi. Io mi metto in una posizione non dell\u2019artista, ma quasi di uno studioso, di un ricercatore, che si chiude nel mondo136 . Ricerca, sperimenta e riporta con una grande originalit\u00e0 le sue riflessioni sull\u2019uomo e il mondo in cui vive e si muove e realizzando un bel composto di pittura, scultura e architettura. La serie Ellissi\u00a0 \u00e8 realizzata tra il 1964 e il 1967, le tavole sono in legno a forma di ellisse laccate con diverse colorazioni luminose chiare, che in un certo senso richiamano anche in questo caso ai cromatismi positivi e invitanti della Pop art. L\u2019ideazione di questa serie \u00e8 maturata dopo un viaggio a New York essendo stato affascinato dalle imponenti strutture dei grattacieli e anche in questa scelta Fontana dimostra quanto sia stato attento a scegliere un luogo tipico nell\u2019immaginario popolare. Le tavole sono costellate da numerosi buchi disposti in modo sempre diverso, ma realizzati con grande precisone. Sempre in questi anni realizza anche un\u2019altra serie con strutte metalliche verniciate a caldo, costellate da tagli profondi e decisi, realizzati con forte intensit\u00e0 manuale che riversa in materiali \u201cnuovi\u201d per la carriera artistica. La serie di Olii iniziata nel 1961 \u00e8 caratterizzata da opere pittoriche quadrate in cui Fontana utilizza il colore ad olio e si rapporta con una materia abbastanza plasmabile da incidere e sollecitare. Le superfici in alcuni casi sono arricchite da frammenti di vetro colorato e vengono chiamate anche Venezie , l&#8217;artista infatti dedica queste tele di grande formato alla citt\u00e0 di Venezia. Fontana ha frequentato la citt\u00e0 pi\u00f9 volte nella sua vita per partecipare alle varie Biennali, esponendo per esempio i suoi \u201ctagli\u201d, \u201cbuchi\u201d e \u201cgessi\u201d. Partecip\u00f2 anche a numerose mostre in cui espone le sue Nature e gli Olii stessi nella mostra intitolata Arte e contemplazione, che sono: \u201cuna sequenza di flash analogici relativi appunto a una appassionata, quasi romantica, giornata lagunare\u201d. Ogni tela \u00e8 intitolata in modo diverso, a seconda del momento in cui Fontana osserva e si lascia trasportare dalla bellezza della citt\u00e0 e aggiunge spesso anche commenti personali. Le opere possono essere il frutto della visione di tramonti, albe, cieli azzurri, monumenti e piazze in particolari momenti del giorno o della notte, oppure eventi che si svolgono nella citt\u00e0 lagunare. In questa serie, come sottolinea intelligentemente Crispolti, convergono temperature sentimentali scaturite dall\u2019ambiente atmosferico della citt\u00e0, tradotte poi in forme materiche astratte:\u00a0 paradossalmente per un artista certo di magistero propositivo non-figurativo negli ultimi vent\u2019anni di attivit\u00e0, di definirle proprio a partire dalla questione di uno specifico rapporto d\u2019immagine quale appunto si manifesta nel ciclo di olii del 1961, anzitutto cio\u00e8 come riscontro, dunque tuttavia tutto immaginativo analogico, ma sentimentalmente evocativo, rispetto a una circostanza, esaltante, situazione ambientale . Crispolti vede anche in questo caso un eco della corrente Pop in Fontana: \u201c tonalit\u00e0 affettivosentimentali evocative, un tema assai scontato, e tuttavia sempre vivo nell\u2019immaginario popolare planetario, quale appunto l\u2019immagine di Venezia, proprio con la consapevolezza di una personalissima, pur certo istintiva, risposta alle incipienti fortune del Pop art\u201d. In tutte queste sperimentazioni Fontana mantiene una linea non-figurativa, prodotta da una smaterializzazione mentale nella fase di ideazione, per essere poi tradotte in spazi cosmici. Nell\u2019arco di un anno, tra il 1963 e il 1964, Fontana realizza un ciclo di tele ovali colorate con degli olii. La superficie monocroma \u00e8 ripetutamente perforata da piccoli buchi, graffi o da grandi squarci. Questo ciclo \u00e8 intitolato La fine di Dio, perch\u00e9 come spiega lo stesso Fontana: \u201cPer me significano l&#8217;infinito, la cosa inconcepibile, la fine della figurazione, il principio del nulla\u201d. Di questa serie si parler\u00e0 approfonditamente nel terzo capitolo di questo scritto, per ora \u00e8 opportuno sottolineare quanto sia importante questa serie soprattutto per la riflessione filosofica in questa fase di grande maturazione artistica. Tutta questa attivit\u00e0 polimaterica e gestuale ha alla base una forte progettualit\u00e0 riflessiva, concettuale, che si traduce in un primo momento in una fase disegnativa. In un secondo momento arriva alla produzione dell\u2019opera in s\u00e9, solo dopo aver scelto quale materiale \u00e8 in grado di tradurre la determinata riflessione poetica. Si passa proprio, come afferma Crispolti, dal disegno al segno riportato nella materia, a seconda del linguaggio scelto, per invadere lo spazio. Fontana indaga la dimensione fenomenologica del reale attraverso il proprio vissuto e le proprie riflessioni filosofiche sulla realt\u00e0. Si concentra sulla dimensione vitale dell\u2019uomo nello spazio e non solo in quello terrestre, ma anche in quello cosmico che l\u2019uomo moderno comincia ad indagare, fino ad arrivare a domande spirituali. Le sue formulazioni teoriche, tradotte nei numerosi scritti frutto di confronti intellettuali, mirano a rendere pi\u00f9 cosciente l\u2019uomo moderno del suo esserci, del suo essere nel mondo, e perci\u00f2 la sua arte \u00e8 legata alla vita. Riporta la \u201cvita nell\u2019arte\u201d, in una realt\u00e0: \u201c dinamica fluida, infinita\u201d . Parallelamente alle riflessioni spaziali, nel corso di tutta la sua attivit\u00e0, si confronta con tematiche che vanno oltre la dimensione terrestre e sembrano orientarsi verso una dimensione spirituale. Realizza numerose Vie crucis, Crocifissioni e scene bibliche per numerose committenze, sempre secondo un linguaggio che si allontana da una figurazione chiara e definita. \u00c8 proprio di questa parte della sua produzione che si soffermeranno le pagine seguenti, cercando di capire se Fontana sia, oltre che un artista d\u2019avanguardia del XX, anche un artista di arte sacra del XX secolo. L\u2019attivit\u00e0 di Lucio Fontana negli anni \u201960, come \u00e8 stato appena appurato, \u00e8 caratterizzata da una forte produttivit\u00e0 sia in pittura che in scultura. In questi anni tanto ricchi di soddisfazioni artistiche instaura intensi e prolifici rapporti di collaborazione. Tra questi vari legami il pi\u00f9 interessante \u00e8 forse quello con Yves Klein, un artista francese con cui instaura sia un rapporto di collaborazione che di stima. Il Museo del \u2018900 di Milano ha ospitato recentemente, dal 22 ottobre al 25 marzo del 2015, una mostra nella quale erano proprio messe a confronto le produzioni artistiche di questi due personaggi molto importanti per il XX secolo. Le loro ricerche vennero presentate in una mostra capace di mettere in luce la vicenda lavorativa e il legame personale intercorso tra due importanti interpreti del rinnovamento artistico. Il raffronto si snodava attraverso un itinerario espositivo nel quale erano messe a confronto le opere principali di entrambi, attraverso accostamenti tematici e visivi distribuiti lungo tutto il percorso del museo. La mostra, caratterizzata da una grande ricchezza di materiali, era composta da oltre 90 opere, da una ricchissima documentazione di fotografie, filmati d&#8217;epoca e carte d&#8217;archivio. Il sodalizio tra questi due artisti \u00e8 avvenuto in un arco cronologico ben definito, tra il 1958 e 1962, interrotto dalla prematura morte di Klein. Il rapporto artistico inizia nel gennaio 1957 quando Yves Klein tiene la prima personale di monocromi blu presso la Galleria Apollinaire di Milano. In quell\u2019occasione un personaggio molto importante per la scena artistica espone una presentazione critica della mostra: il francese Pierre Restany. Restany \u00e8 il critico teorizzatore del movimento francese Nouveau R\u00e8alisme di cui lo stesso Klein fa parte e decide infatti di accompagnare il suo grande amico, e collaboratore, in un momento tanto importante per la sua carriera. In quell\u2019occasione Lucio Fontana fu tra i primi acquirenti di un monocromo dell&#8217;artista francese e proprio da quel momento in poi instaurarono un legame di stima reciproca e di scambio artistico. Tra Milano e Parigi, i due centri fondamentali per l\u2019arte del primo Novecento, il percorso dei due artisti si interseca pi\u00f9 volte grazie ai contatti che condividono e al contesto nel quale si trovano:\u00a0 con la rinnovata affermazione di Fontana a livello europeo circa dalla fine degli anni \u201950, si comprende come lo scambio fra giovani generazioni e il maestro sia biunivoco. Il \u201cpassaggio\u201d a determinate giovani gallerie europee e la progressiva ingerenza del sistema mercantilistico, associate alla formazione di circuiti \u201calternativi\u201d e promossi dagli stessi artisti, creano una piattaforma culturale dalla cospicua valenza propagandistica\u00a0 . Il contesto di inter culturalismo e la capacit\u00e0 di Fontana di affermarsi sulla scena internazionale, oltre che europea, hanno consentito un forte interscambio tra gli artisti che molto probabilmente non si sarebbero mai incontrati. Klein instaur\u00f2 prolifici rapporti con gli amici e i galleristi di Fontana, tanto che in una particolare occasione vengono aiutati nella realizzazione di un progetto importante. Nel 1960 collaborarono all\u2019ideazione di un lavoro da esporre alla XII Triennale di Milano dello stesso anno, purtroppo per\u00f2 l\u2019opera non verr\u00e0 mai realizzata. Esposero insieme in molte mostre, come per esempio in quella organizzata nella galleria di Klein in cui presenta nel 1960 le Nature di Fontana al pubblico parigino; anche l\u2019artista francese espone numerose volte in Italia, come si \u00e8 visto precedentemente. Entrambi compiono diversi viaggi nella citt\u00e0 dell\u2019altro, alimentando le rispettive riflessioni artistiche. Fontana aveva una grande considerazione dell\u2019artista francese e comprendeva perfettamente le sue linee artistiche, nel 1967 disse infatti: Klein rappresenta lo spirito nuovo. \u00c8 diverso da un pittore espressionista come Rothko che \u00e8 interessato alla vibrazione luminosa dello spazio, e da Pollock, che vuole distruggerlo, farlo esplodere, rompere il quadro. \u00c8 diverso da me, perch\u00e9 io cerco uno spazio ulteriore. Lui voleva l\u2019infinito . In questo commento Fontana descrive perfettamente sia la propria operazione artistica, che quella del collega. L\u2019artista italo-argentino \u00e8 alla ricerca, in tutte le serie pittoriche, scultoree e architettoniche, di uno spazio ultra dimensionale capace di travalicare la seconda dimensione; le ricerche fisiche e concettuali hanno infatti tutte questo fine. Klein d\u2019altra parte vuole rappresentare e ricreare l\u2019infinito attraverso forme nuove e rivoluzionarie, cercando di superare le forme canoniche. Fontana attraverso le sue tele lacerate dichiara la ribellione iconoclasta all\u2019arte tradizionale, come attua per esempio attraverso gli squarci istintivi nei Concetti spaziali, che aprono allo spazio ultra dimensionale. Yves, detto \u201cYves \u2013 le Monochrome\u201d, per il suo smisurato amore nei confronti della monocromia blu, cerca di rappresentare l\u2019infinito attraverso ogni mezzo possibile: \u201cLa qualit\u00e0 autentica del quadro, il suo stesso \u2018essere\u2019, una volta creato, si trova oltre il visibile, nella sensibilit\u00e0 pittorica della materia prima \u201d. All\u2019interno di un suo manifesto elabora ulteriormente questi concetti: Stabilito che per quindici anni ho dipinto monocromi. Stabilito che ho creato delle situazioni di pittura immateriale. Stabilito che ho manipolato le forze del vuoto. Stabilito che ho scolpito il fuoco e l\u2019acqua e dal fuoco e dall\u2019acqua ho tratto dipinti. Stabilito che ho usato pennelli vivi per dipingere, cio\u00e8 il corpo nudo di modelle vive spalmato di colore. Dato che ho inventato l\u2019architettura e l\u2019urbanesimo dell\u2019aria. Dato che ho proposto una nuova concezione della musica con la mia Sinfonia-Monotono-Silenzio. Allora penso a quelle parole, che un\u2019ispirazione improvvisa mi fece scrivere una sera: L\u2019artista futuro non sar\u00e0 forse colui che, attraverso il silenzio, ma eternamente, esprimer\u00e0 un\u2019immensa pittura, cui mancher\u00e0 ogni concetto di dimensione? Come si pu\u00f2 osservare anche Klein ha una grande ambizione, quella di tradurre qualcosa di immenso e incontenibile attraverso la sua arte ed un linguaggio innovativo. \u00c8 comune ad entrambi la ricerca di qualcosa che si colloca al di fuori degli eventi terreni e quotidiani, vogliono trasmettere al fruitore uno spazio cosmico infinito, evocabile con il vuoto e l\u2019indefinibile: \u201cDella sintonia di Fontana con Klein si \u00e8 detto; si pu\u00f2 aggiungere che la ricerca di un equilibrio tra pittura come essenza cromatica e forma nello spazio dunque il colore puro, astratto, non rappresentativo ma assolutamente simbolico \u2013 anche per negare una spazialit\u00e0 semplicemente reale \u201d. Entrambi evocano infatti uno spazio immateriale, cosmico o spirituale, attuando attraverso riferimenti storici, e il supporto di elementi naturali, una grande rivoluzione artistica. La luce o gli elementi offerti dalla contemporaneit\u00e0 sono i mezzi grazie ai quali tutte le teorie concettuali dei due artisti vengono tradotte nella realt\u00e0. Lucio Fontana nel secondo dopoguerra si trova in una fase di intense sperimentazioni tradotte attraverso la ceramica, modellata e vitalizzata dall\u2019abilit\u00e0 manuale dell\u2019artista. Le opere sono lavorate secondo una strategia che gli permette di tradurre nel materiale plastico le fantasie concettuali, ottenendo cos\u00ec stravaganti forme al limite tra figurazione e astrazione. Lo spettatore \u00e8 chiamato a interpretare il soggetto dell\u2019opera attuando una fase tutta concettuale di riconoscimento, in cui i titoli dei lavori gli vengono in aiuto. Nel 1947 Fontana ritorna a lavorare presso la fabbrica Mazzotti ad Albissola Marina dopo la parentesi argentina e parallelamente alle opere scultoree a tema zoomorfo, e fitomorfo, inizia un ciclo narrativo a tema sacro: una Via Crucis. Questa si colloca in una fase fortemente innovativa della ricerca scultorea fontaniana, nella quale l\u2019artista indaga le possibilit\u00e0 espressive della ceramica, un materiale duttile molto amato dall\u2019artista: \u201c un esempio del pi\u00f9 lussuoso ritorno di Fontana alla ceramica, appunto non molti mesi dopo il rientro in Argentina, avvenuto nell\u2019aprile di quel medesimo anno. E si sa che il suo maggiore impegno in tale \u2018impresa\u2019 italiana fu subito proprio come ceramista e in particolare quale risoluto scultore ceramista \u201d. Nel corso della sua attivit\u00e0 scultorea Fontana si \u00e8 confrontato con materiali diversi, dalla fine degli anni \u201920 lavora con la terracotta: \u201c l\u2019ha scelta quale mezzo\u00a0 immediato, duttile e sensibile, risponde al segno corsivo inciso, trasgressivo d\u2019ogni ideale plasticit\u00e0, e subito risponde anche all\u2019intervento del colore, d\u2019impronta di dialogo spaziale anzich\u00e9 descrittiva\u201d. Decide poi di confrontarsi con la ceramica dagli anni \u201930 presso le fabbriche di Albissola, dalle cui fornaci ottiene nel 1947 questa prima Via Crucis: \u00c8 stato cos\u00ec scultore in terracotta e anche\u00a0 propriamente ceramista, come \u00e8 diventato poi con prestigio e virtuosit\u00e0 professionale, strepitose nel folto suo lavoro del 1935, \u201936, \u201937, \u201938, \u201939,\u00a0 (fra Albissola soprattutto e una presenza importante a S\u00e8vres) . La ceramica pu\u00f2 essere considerata un materiale \u201cricco\u201d, rispetto alla terracotta che \u00e8 da sempre considerata un materiale \u201cpovero\u201d; con essa realizzer\u00e0 la terza Via Crucis degli anni \u201950, di cui si parler\u00e0 in seguito. Attraverso la ceramica riflessata elabora quindi un tema religioso molto importante durante il periodo pasquale in cui si assiste alla ricostruzione e alla commemorazione del percorso doloroso di Cristo, che si avvia alla crocifissione sul monte Golgota. Il lavoro di Fontana si sviluppa in quattordici stazioni di piccole dimensioni, definite episodi plastici dal critico Enrico Crispolti, le varie scene sono composte da personaggi che si pongono in denigrazione o in aiuto del Cristo. Nella prima stazione Ges\u00f9 viene condannato a morte\u00a0 e sono distinguibili varie figure ricoperte da una colorazione verde scura o dorata aventi le braccia alzate in segno di animato giudizio di condanna. Nella seconda stazione Cristo carica la croce sulla schiena\u00a0 per incamminarsi verso il Golgota su cui sar\u00e0 crocifisso e durante il cammino, precisamente nella terza stazione , cade sotto il peso della croce accerchiato dalla folla. In queste tre prime stazioni le figure sono difficilmente distinguibili, come peraltro in tutte le formelle di questa serie, e sono ricoperte da una colorazione bluastra e oro. Nella quarta stazione incontra la Vergine Maria abbracciandola calorosamente , le figure fuoriescono a malapena da un magma materico in cui sono distinguibili solo alcune braccia; \u00e8 importante sottolineare la colorazione della ceramica caratterizzata da colori pastello in accordo con la serenit\u00e0 sentimentale della scena. Nella quinta stazione il Cristo \u00e8 aiutato da un Cireneo a portare la croce , a causa della grande fatica infatti rallenta sempre il passo, e si possono osservare nuovamente varie figure bluastre e oro disposte intorno alla scena. Nella sesta stazione una donna tra la folla porge a Cristo un candido lino per detergersi il sudore\u00a0 e gli elementi della scena sono pi\u00f9 riconoscibili. Nella settima\u00a0 e nella nona stazione\u00a0 Ges\u00f9 cade sotto il peso della croce e i soldati romani si accaniscono per rialzarlo, la colorazione utilizzata per le figure corrisponde a quella delle precedenti stazioni. Nell\u2019ottava \u00e8 aiutato da delle pie donne\u00a0 e nella decima viene spogliato per essere posto sulla croce , in questa formella viene aggiunto un colore violaceo per caratterizzare le figure femminili. Dalla decima stazione in poi diminuiscono i personaggi, sono poche infatti le persone che rimangono con Ges\u00f9 negli ultimi attimi della passione. Nelle ultime formelle sono raffigurati i momenti cardine, la crocifissione e la morte del Cristo , la pi\u00f9 drammatica con intense tinte cupe. Nella penultima si posso osservare dei tocchi di colore bianco sul corpo proprio per enfatizzare la purezza e la trascendenza del figlio di Dio morto per la remissione dei peccati. La scena forse pi\u00f9 ricca di figure \u00e8 proprio l\u2019ultima, la quattordicesima , in cui Cristo viene deposto nel sepolcro con l\u2019aiuto di varie persone. Il cromatismo \u00e8 una componente fondamentale di questa produzione plastica, il colore sgargiante si lega alla superficie lucida percossa da numerosi fremiti creando intensi effetti di chiaro &#8211; scuro. La gamma di colori, come si \u00e8 potuto osservare precedentemente, \u00e8 molto ampia: si passa da un intenso oro, al marrone, al verde, a un blu acceso, ad un giallo ocra, fino a colori violacei e purpurei. I tocchi di rosso alludono al sangue versato dal Cristo durante la passione e si possono osservare numerosi tocchi di bianco nelle ultime stazioni con le implicazioni dette precedentemente. La serie in ceramica riflessata \u00e8 dotata di: grande effetto coloristico, in un alto rilievo spinto praticamente appunto alla libert\u00e0 del \u201ctuttotondo\u201d, si articolano gruppi di figure gesticolanti intrise in una materia dunque di rutilante cromatismo, e di esuberante espansione quasi tentacolare nel rapporto dialettico con lo spazio. Legate da un filo narrativo, al tempo stesso avvertibile e trasgredito nei liberissimi movimenti plastici dell\u2019immaginazione fontaniana\u00a0 . La colorazione, come \u00e8 stato ripetuto pi\u00f9 volte, \u00e8 fondamentale e anche il critico Giulio Carlo Argan osservando le opere fontaniane afferma: \u201cIl colore non \u00e8 un fenomeno di superficie, una determinazione o una variazione tonale del chiaroscuro inerente alla solidit\u00e0 materiale della cosa scolpita, ma \u00e8 il principio plastico, spaziale, della scultura di Fontana\u201d . Le varie stazioni sono un succedersi di liberi movimenti plastici animati dalla manualit\u00e0 fontaniana, in cui la scena narrativa \u00e8 dispiegata in uno spazio che sfugge dalla bidimensionalit\u00e0. Giampiero Giani, un artista che collaborava con la fabbrica Mazzotti, aveva assistito alla realizzazione di questa Via Crucis e vide in quest\u2019opera una forte \u201c violenza anticlassica\u201d . L\u2019opera unisce due elementi molto rilevanti: \u201c la cristiana piet\u00e0 che quelle ceramiche suscitavano e le ragioni della forma e della materia \u201d. Fontana infatti \u00e8 sicuramente interessato a sviluppare un nuovo linguaggio, vuole plasmare la materia secondo una manualit\u00e0 capace di decostruire la forma e al tempo stesso mantenerla. Occorre un forte esercizio immaginativo per leggere e comprendere correttamente gli episodi narrati alla luce di uno stile altamente astratto. Questa scelta stilistica non viene definita dai critici soltanto come informale per la sua scarsa leggibilit\u00e0, ma Crispolti per esempio parla anche di barocchetto alludendo alla sontuosit\u00e0 materica e cromatica che caratterizza l\u2019intera serie. L\u2019opera \u00e8 frutto pertanto di un \u201cbarocchetto informale\u201d in cui pittura e scultura sono armonizzate in un \u201cbel composto\u201d: \u00c8 il tempo della lingua \u201cbarocca\u201d di Fontana scultore, quella ove diviene canonico, usuale per lo meno, quel connubio d\u2019opposti gi\u00e0 altre volte, anteguerra sfiorato\u00a0 Esplode nello spazio, la figura; per ritmi vorticosi e franti, s\u2019alza improvvisa e improvvisa crolla, in picchi e vertigini. L\u2019oro e il nero, il rosso e il violetto colori di gemma ovunque accompagnano il crepitare mai stanco degli slanci e delle prospettive. La luce, che la tecnica della ceramica riflessata raddoppia verso l\u2019esterno, folgora anch\u2019essa, in un da per tutto senza soste e senza saziet\u00e0\u00a0 . Gli episodi di questa Via Crucis non sono facilmente leggibili, richiedono infatti uno sforzo interpretativo da parte del fruitore: si insinua immaginativamente (e in movenze di soluzioni plastiche) entro un\u2019esuberanza che, mettendo a frutto intuizioni e pratiche di un dinamismo plastico-materico (ma anche cromatico) affermatosi proprio attraverso la sua originale scultura in ceramica nella seconda met\u00e0 degli anni trenta, si colloca in stretta connessione con il momento fondativo della importante e pioneristica esperienza del suo \u201cinformale\u201d . L\u2019artista elabora in un linguaggio astratto, e altamente innovativo, una tematica religiosa molto conosciuta e riprodotta traducendo le sue produzioni immaginative in forme plastiche fortemente dinamiche. Nell\u2019opera si avverte una profonda ricerca artistica:\u00a0 Fontana, di fronte alla tematica religiosa, o cerca di svincolare quanto possibile in un\u2019impennata creativa dai condizionamenti della committenza, o utilizza tale tematica quale pretesto ulteriore d\u2019invenzione plastico-compositiva . La difficile leggibilit\u00e0 dell\u2019opera, anche se il fruitore \u00e8 comunque aiutato dalla popolarit\u00e0 del tema e da alcuni indizi formali posti dallo stesso Fontana, pu\u00f2 essere motivata dal fine per cui \u00e8 stata realizzata. Non \u00e8 prodotta con l\u2019intento di essere collocata in un contesto pubblico, ma per essere fruita in un contesto privato. La funzione pubblica avrebbe richiesto maggiore leggibilit\u00e0, come infatti avverr\u00e0 per le successive Vie Crucis, mentre la ricezione in un contesto privato permette una certa libert\u00e0 espressiva da parte dell\u2019autore. Su questo punto sono concordi sia il critico Biscottini che Crispolti: \u201c Fontana progettava in proprio, anzich\u00e9 per commissione, e dunque si muoveva a livello della sua maggiore libert\u00e0 inventiva, e nei termini pienamente liberi appunto del suo essere scultore\u201d160 . L\u2019opera rimane per molto tempo nella sua collezione personale, successivamente viene venduta e ancora oggi fa parte di una collezione privata. Nonostante la fruizione privata, come si \u00e8 detto in precedenza, Fontana inserisce numerosi elementi figurativi riconoscibili, come per esempio le varie figure gesticolanti che si vedono nelle prime stazioni o nella donna che nella VI stazione cede il proprio lino al Cristo per detergersi il sudore. La sagoma del volto di Ges\u00f9 \u00e8 ben riconoscibile sul candido lino bianco tenuto tra le mani dalla stessa Veronica. Il critico Biscottini in una sua riflessione sullo stile e l\u2019evidente libert\u00e0 esecutiva di quest\u2019opera, si sofferma a riflettere sulle possibili implicazioni religiose alla luce del fatto che una tale libert\u00e0 esecutiva lo porti a confrontarsi con un tema sacro: Pare sorprendente che la Via Crucis del 1947, priva di una specifica committenza e dunque frutto di libere scelte condotte da un artista nel pieno rigoglio della sua ricerca, possa non fondarsi su confronto inevitabile del Cristo e del suo destino, quand\u2019anche esso non venga totalmente accolto o compreso nell\u2019accezione propria della devozione cristiana- e non determinare, a sua volta, un altro e altrettanto inevitabile confronto tra la propria limitata verit\u00e0 d\u2019uomo e l\u2019eterna verit\u00e0 dell\u2019actus tragicus del Golgota. La mostra riunir\u00e0 una serie di disegni e piccole sculture che permetteranno di interrogarsi sulla genesi degli\u00a0<em>Ambienti Spaziali<\/em>, dei\u00a0<em>Concetti Spaziali<\/em>\u00a0e delle\u00a0<em>Nature<\/em>, e sulle prefigurazioni in essi implicite. Com\u2019\u00e8 noto, la ricerca di Lucio Fontana si svolge all\u2019insegna di una nuova esperienza e concezione non solo dello spazio, ma anche del tempo, colto in una doppia dimensione: verso il passato dei primordi, quello della nascita della Terra, e verso il futuro dell\u2019Universo, quello della sua dimensione incalcolabile. La sua ricerca approfondisce la dimensione ctonia, originaria, tellurica di una materia appena generata, non in senso religioso ma cosmologico. Una dimensione che riporta il nostro immaginario agli inizi del creato, della Terra e della Luna, alla cui conquista Fontana fu sensibile, come se quegli ammassi di materia compatta e carica di energia, come meteore, o come se quell\u2019insieme di perforazioni, in forma di spirali e vortici, fossero galassie in formazione. Una esplorazione che abbraccia e riunisce il micro e il macrocosmo, il livello pi\u00f9 organico, primario, notturno della sessualit\u00e0 e quello diuturno dell\u2019immaginazione concettuale.\u00a0\u00a0\u00a0<\/p>\n\n\n\n<p>Foto di Lucio Fontana<\/p>\n\n\n\n<p>Concetto spaziale- Tagli. Lucio Fontana<\/p>\n\n\n\n<p><em>&nbsp;<\/em><em>La fine di Dio, Lucio Fontana<\/em><em><\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Giovanni Cardone In una mia ricerca storiografica e scientifica su Lucio Fontana apro il saggio dicendo : Fin dai tempi antichi l\u2019uomo arcaico si \u00e8 interrogato sull\u2019esistenza di entit\u00e0 soprannaturali, cercando di dare delle risposte alle domande esistenziali: Chi sono? Da dove vengo? Dove sono diretto? 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