{"id":1000021257,"date":"2025-08-12T09:08:12","date_gmt":"2025-08-12T12:08:12","guid":{"rendered":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000021257"},"modified":"2025-08-12T09:08:14","modified_gmt":"2025-08-12T12:08:14","slug":"si-e-spento-a-94-anni-gianni-berengo-gardin-il-fotografo-civile","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000021257","title":{"rendered":"Si \u00e8 spento a 94 anni Gianni Berengo Gardin, \u00abil fotografo civile\u00bb"},"content":{"rendered":"\n<p>Ci sono fotografi che rincorrono la bellezza. Altri la notizia.<\/p>\n\n\n\n<p>Gianni Berengo Gardin no. Lui trovava bellezza e verit\u00e0 quasi per caso, nelle pieghe, nei gesti, nei silenzi. Nei volti che nessuno voleva pi\u00f9 guardare. Nelle storie che sembravano gi\u00e0 dette e invece non lo erano mai. La sua Leica non era un&#8217;arma n\u00e9 un trofeo. Era uno strumento per osservare, ascoltare, aspettare. \u00abNon voglio fare fotografie belle. Voglio fare fotografie giuste\u00bb, diceva. E lo diceva sul serio. Berengo Gardin \u00e8 morto ieri, il 7 agosto sera, a 94 anni. Era nato a Santa Margherita Ligure il 10 ottobre 1930; a Venezia aveva vissuto l&#8217;infanzia, prima di trasferirsi a Milano, dove inizi\u00f2 la carriera di fotografo. Non come artista \u2013 ci teneva a precisarlo \u2013 ma come testimone: \u00abL&#8217;impegno del fotografo non dovrebbe essere artistico, ma civile\u00bb. Fotografava in bianco e nero. Sempre. Il colore, diceva, distrae. Lo infastidiva. Scattava con la sua Leica, e non ha mai smesso. Nel 1997, l&#8217;Associazione Italiana Sclerosi Multipla (Aism) lo coinvolse in un progetto. Non una campagna. Una storia. Quella di Marigia, 51 anni, insegnante, madre, con la sclerosi multipla da 28. La malattia l&#8217;aveva portata in carrozzina, ma non ai margini. Lavorava, studiava, viaggiava. Con la sua famiglia aveva rinegoziato la vita quotidiana, senza eroismi, senza clamore. Marigia non si era fermata. E Gardin non le chiese nulla. La osserv\u00f2. In casa, in classe, in palestra, con i figli. Fotograf\u00f2 senza intervenire. \u00abIo non rubo immagini. Entro in relazione. Se non c&#8217;\u00e8 fiducia, non scatto\u00bb. Quelle fotografie diventarono una mostra e una monografia: &#8216;La Vita, nonostante&#8217;. Sclerosi multipla, diario per immagini. Fotografie e momenti di vita stampati con l&#8217;antica tecnica del doppio nero, curate in ogni dettaglio, perch\u00e9 nulla alterasse il tono. Niente effetti, niente costruzioni. Solo la verit\u00e0. Solo la presenza. Una donna, la sua famiglia, la malattia, la vita con tutte le sue ombre. In questi giorni si stanno moltiplicando i ricordi di Berengo Gardin, si racconta dei suoi oltre 200 libri, le 200 mostre, le collaborazioni con Il Mondo, il Touring Club, De Agostini. Lo si ricorda come uno dei 32 fotografi pi\u00f9 importanti al mondo secondo Modern Photography, premiato da Leica e citato da Gombrich, Beaton, Cartier-Bresson. Ma quasi nessuno ha parlato di Marigia. Di questa piccola storia vera, diventata racconto per immagini. Di questa collaborazione silenziosa, ma profonda, con Aism. Che oggi, pi\u00f9 che mai, \u00e8 attuale. Dentro le sedi di Aism, quelle fotografie sono ancora l\u00ec. Sui muri, negli archivi, nelle memorie. Non come ricordi, ma come parte dell&#8217;identit\u00e0 di Aism. Marigia allora disse: \u00abLa sclerosi multipla non uccide. Ma pu\u00f2 togliere molto. Il lavoro, l&#8217;autonomia, la possibilit\u00e0 di decidere\u00bb. Gardin non la rappresent\u00f2 e non la spieg\u00f2, la storia di Marigia. La raccont\u00f2 nel modo in cui lei abitava quella condizione. Senza scorciatoie. \u00abDevo ringraziare il lavoro che ho fatto per l&#8217;Aism- aveva ricordato in un&#8217;intervista per SM Italia- Ho un ricordo bellissimo di Marigia. Una donna di coraggio, insegnante in una scuola superiore, che si muove sulla sedia a rotelle. Anche il marito \u00e8 una persona di valore&#8230; Conoscerli \u00e8 stata una lezione, un esempio di volont\u00e0, di capacit\u00e0 di superare gli ostacoli. Quelle immagini \u2013 il profilo di lui che spinge la carrozzina di lei sul lungomare deserto, la prof circondata dai suoi ragazzi \u2013 sono segni di forza e di speranza\u00bb. Quel lavoro non era un reportage. Era un gesto di attenzione. Un modo per dire che nessuno \u00e8 la sua diagnosi. Che ogni persona merita di essere vista per quello che \u00e8, non per ci\u00f2 che ha. Oggi quelle foto su Marigia ci parlano ancora. Restano. Ricordano che il lavoro \u00e8 dignit\u00e0, che l&#8217;autonomia non si misura in passi, ma in libert\u00e0. Che la fragilit\u00e0 esiste. E non \u00e8 un errore. Gardin ha sempre detto che il fotografo non deve mai modificare ci\u00f2 che vede. Su ogni sua foto, negli ultimi anni, faceva mettere un timbro: \u00abVera fotografia. Non modificata n\u00e9 inventata con Photoshop\u00bb. Era il suo manifesto. Con Marigia, ha fatto quello che ha fatto per settant&#8217;anni: ha visto. Ha capito. E ha lasciato una traccia. In silenzio, con una Leica. E ancora, sono le sue parole a farci riflettere: \u00abCol reportage non si diventa ricchi. D&#8217;altra parte, in questo modo si possono dire cose forti e chiare, esprimere idee e valori che si sentono, dare un aiuto a chi ne ha bisogno. Una fotografia riuscita, riuscita dal mio punto di vista, \u00e8 forse una goccia nel mare, ma \u00e8 qualcosa, dice qualcosa, pu\u00f2 servire. Io ho questa soddisfazione, di aver lavorato anche per aiutare gli altri\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Articolo di Enrica Marcenaro, ufficio stampa Aism<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ci sono fotografi che rincorrono la bellezza. Altri la notizia. Gianni Berengo Gardin no. Lui trovava bellezza e verit\u00e0 quasi per caso, nelle pieghe, nei gesti, nei silenzi. Nei volti che nessuno voleva pi\u00f9 guardare. Nelle storie che sembravano gi\u00e0 dette e invece non lo erano mai. 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