{"id":1000020426,"date":"2025-07-18T07:14:47","date_gmt":"2025-07-18T10:14:47","guid":{"rendered":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000020426"},"modified":"2025-07-18T07:14:48","modified_gmt":"2025-07-18T10:14:48","slug":"scienziati-sempre-piu-pigri-il-14-degli-studi-biomedici-e-stato-scritto-con-lintelligenza-artificiale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000020426","title":{"rendered":"Scienziati sempre pi\u00f9 pigri: \u00abIl 14% degli studi biomedici \u00e8 stato scritto con l&#8217;intelligenza artificiale\u00bb"},"content":{"rendered":"\n<p>La scienza attraversa da tempo un periodo difficile. Sempre pi\u00f9 spesso, infatti, le ricerche e gli studi pubblicati sulle riviste \u00abpeer reviewed\u00bb (quindi revisionati da colleghi dello stesso settore) si rivelano inaffidabili. Non \u00abriproducibili\u00bb. E quindi inadatti ad alimentare il castello di conoscenze condivise a cui lavora la comunit\u00e0 scientifica. Le cause sono molte: un ambiente accademico troppo competitivo, che premia chi pubblica a pi\u00f9 non posso, anche a scapito della qualit\u00e0 (viene chiamato \u00abpublish or perish\u00bb, pubblica o muori); il fiorire di predatory journal interessati a fare cassa, senza garantire l&#8217;attendibilit\u00e0 degli articoli che ospitano; un numero mai cos\u00ec grande di ricercatori attivi in tutto il globo, che si muovono in un mondo regolato da consuetudini nate quando la comunit\u00e0 scientifica era un club molto pi\u00f9 ristretto ed esclusivo.&nbsp;&nbsp;Problemi noti da tempo e tutt&#8217;ora senza soluzione. A cui non mancano di aggiungersene di nuovi: l&#8217;arrivo dell&#8217;intelligenza artificiale (Ai), utilizzata ormai indiscriminatamente anche nella produzione di articoli scientifici, senza che nessuno abbia modo di sapere quanto, di quello che viene pubblicato, sia frutto di ricerche ed esperimenti, e quanto invece farina del suo sacco. Cio\u00e8 dell&#8217;intelligenza artificiale. Che il problema fosse destinato a presentarsi, d&#8217;altronde, era piuttosto ovvio. Le Ai generative come Gemini o ChatGpt stanno rivoluzionando la produzione di contenuti testuali e visivi. E in ogni campo in cui trovano spazio, dalla letteratura al giornalismo, alla scuola, all&#8217;illustrazione, esiste il rischio che vengano utilizzate in modo scorretto. Senza che il loro uso sia dichiarato. O per produrre integralmente romanzi, articoli o risposte agli esami, lasciando agli esseri umani solamente la fatica di prendersene il merito.&nbsp;&nbsp;Se era chiaro che anche gli scienziati avrebbero iniziato a utilizzare le intelligenze artificiali per la produzione dei loro articoli, e che questo avrebbe necessariamente creato qualche problema, fino a oggi non esistevano per\u00f2 stime precise di quanto fosse diffusa questa pratica. A risolvere il mistero ci ha pensato un gruppo di ricercatori dell&#8217;Universit\u00e0 di Tubinga, in Germania, con un&#8217;analisi pubblicata di recente sulla rivista Science Advances, realizzata con un metodo differente dai tentativi fatti in precedenza: invece di cercare un modo per riconoscere i testi generati dalle Ai, gli autori si sono limitati a verificare come \u00e8 cambiato il lessico, cio\u00e8 l&#8217;insieme delle parole usate negli abstract pubblicati in campo biomedico dopo il lancio di ChatGpt, avvenuto nel novembre 2022.&nbsp;&nbsp;E identificata una lista di 454 parole che sembrano diventate di moda solamente negli ultimi due anni, le hanno utilizzate come indizio di un coinvolgimento delle Ai nella stesura dei testi. Si tratta &#8211; spiegano &#8211; di termini non collegati con il contenuto delle ricerche, ma puramente con la forma del testo, come \u00abimpareggiabile\u00bb (unparalleled in inglese), o \u00abinestimabile\u00bb (invaluable), la cui diffusione \u00e8 quindi legata alle scelte stilistiche dei modelli linguistici, e non a un interesse crescente per qualche tema o filone di ricerca da parte della comunit\u00e0 scientifica. Con questo metodo, hanno quindi vagliato tutti gli abstract delle ricerche biomediche pubblicate lo scorso anno, per verificare quante mostrassero segni inequivocabili di un utilizzo di Chatgpt e compagnia. Risultato: su un milione e mezzo di ricerche analizzate, 200mila, circa un settimo del totale, sembrano essere state scritte con l&#8217;intelligenza artificiale. La percentuale &#8211; avvertono gli autori della ricerca &#8211; \u00e8 cresciuta nell&#8217;arco del periodo studiato, un sintomo che il fenomeno si va facendo pi\u00f9 comune di mese in mese. E potrebbe essere anche sottostimata, perch\u00e9 i ricercatori si starebbero facendo sempre pi\u00f9 abili a nascondere gli indizi testuali lasciati dall&#8217;intelligenza artificiale.&nbsp;&nbsp;Ovviamente, la ricerca non \u00e8 in grado di dirci che uso sia stato fatto delle Ai in ciascuno dei paper individuati. E il problema \u00e8 proprio questo: le intelligenze artificiali sono sempre pi\u00f9 usate e non c&#8217;\u00e8 modo di sapere cosa ci si faccia. Esistono utilizzi certamente legittimi, come aiutare a tradurre i testi in inglese, nel caso di ricercatori non madrelingua, o per ripulire e correggere i testi da refusi ed errori grammaticali. Ma esistono anche pratiche scorrette e potenzialmente dannose, come far scrivere ampie parti dei testi alle Ai senza la necessaria supervisione, col rischio di introdurre errori e imprecisioni. Se non, addirittura, far inventare di sana pianta la ricerca per buttarla nel mucchio, una pratica che purtroppo si sta rivelando meno rara di quanto si potrebbe, o ci piacerebbe, pensare.<\/p>\n\n\n\n<p>Simone Valesini<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La scienza attraversa da tempo un periodo difficile. Sempre pi\u00f9 spesso, infatti, le ricerche e gli studi pubblicati sulle riviste \u00abpeer reviewed\u00bb (quindi revisionati da colleghi dello stesso settore) si rivelano inaffidabili. Non \u00abriproducibili\u00bb. E quindi inadatti ad alimentare il castello di conoscenze condivise a cui lavora la comunit\u00e0 scientifica. 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