{"id":1000020139,"date":"2025-07-11T10:33:06","date_gmt":"2025-07-11T13:33:06","guid":{"rendered":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000020139"},"modified":"2025-07-11T10:33:08","modified_gmt":"2025-07-11T13:33:08","slug":"in-mostra-a-matera-dadamaino-segni-grafie-spazi-una-delle-maggiori-figure-dell-arte-visiva-del-novecento-italiano","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000020139","title":{"rendered":"In Mostra a\u00a0 Matera Dadamaino. Segni, grafie, spazi : Una delle maggiori Figure dell\u2019 Arte Visiva del Novecento Italiano"},"content":{"rendered":"\n<p><strong>Giovanni Cardone<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Fino al 5 Ottobre 2025 si potr\u00e0 ammirare al MUSMA \u2013 Museo della Scultura Contemporanea di Matera la mostra dedicata a \u2018Dadamaino. Segni, grafie, spazi\u2019 a cura di Flaminio Gualdoni. L\u2019 esposizione gode del Patrocinio del Comune di Matera, Fondazione Zetema in collaborazione Archivio Dadamaino, Mirad\u2019or Galleria d\u2019artied \u00e8 stata inaugurata negli spazi suggestivi di Palazzo Pomarici, nel cuore dei Sassi di Matera. La mostra propone una significativa selezione di opere realizzate tra il 1975 e il 1996 da Dadamaino (pseudonimo di Edoarda Emilia Maino), figura centrale dell\u2019arte visiva del Novecento italiano e internazionale. Provenienti in gran parte dall\u2019Archivio Dadamaino, le opere in mostra includono anche alcuni lavori inediti in ceramica realizzati a Matera negli anni Settanta, presso la bottega del maestro ceramista Giuseppe Mitarotonda. In una mia ricerca storiografica e scientifica sulla figura di Dadamaino apro il mio saggio dicendo : Eduarda Maino, in arte Dadamaino, ha fatto del concetto di annullamento della materia e della tensione verso il vuoto e lo spazio il fulcro di tutto il suo percorso artistico a partire dalla seconda met\u00e0 del Novecento. Nata a Milano il 2 ottobre 1930, anche se sar\u00e0 solita mentire sulla sua data di nascita, dichiarando come data ufficiale il 2 ottobre 19322, \u00e8 l\u2019unica figlia di Giovanni Maino, geometra del Comune di Milano e per il Genio Civile, e di Erina Saporiti, casalinga di origini russe. Dopo aver conseguito il diploma in studi classici, si iscrive alla Facolt\u00e0 di Medicina all\u2019Universit\u00e0 degli Studi di Milano, dove ricever\u00e0 la laurea qualche anno pi\u00f9 tardi senza aver mai esercitato la professione. Sfortunatamente non sono molte le tracce documentarie e bibliografiche in merito ai suoi primi anni, ma \u00e8 certo che nel periodo tra il 1940-1950 e il 1954-1955 circa la giovane Eduarda frequentasse le lezioni della Scuola d\u2019Arte Applicata all\u2019Industria del Castello Sforzesco, dove riceve una formazione pi\u00f9 tecnica che artistica, basata soprattutto sulla pratica dell\u2019incisione e delle tecniche grafiche. Parallelamente a tale attivit\u00e0, inizia a dipingere come autodidatta. Purtroppo, anche per quanto riguarda il suo esordio come pittrice non sono rimaste documentazioni esaustive in merito. Nella ricostruzione del periodo di formazione artistica di Eduarda Maino occorre tener fede a due fonti principali: da una parte la biografia redatta dalla stessa artista tra la primavera e l\u2019estate del 1958 per la pubblicazione del catalogo \u201c6 giovani pittori lombardi\u201d, dall\u2019altra invece una breve nota biografica e curricolare della scheda dattiloscritta inviata in data 20 giugno 1959 e richiesta espressamente da Palma Bucarelli per l\u2019Archivio Bioiconografico della Galleria Nazionale di Roma. \u00c8 fondamentale per\u00f2 sottolineare che tali fonti costituiscono delle testimonianze problematiche, in quanto entrambe sono state redatte e compilate dalla stessa Maino, e per questa ragione possono essere state soggette ad alterazioni e modifiche. Nei primi anni Cinquanta l\u2019artista \u00e8 attratta soprattutto dalla pittura figurativa e paesaggistica: dipinge ci\u00f2 che conosce e vede intorno a lei, come ad esempio i vasi di fiori della madre, la quale \u00e8 solita acquistare quasi tutti giorni per decorare e arredare la casa. Sar\u00e0 proprio questo episodio, ovvero il periodo dei vasi di fiori, a definire questo suo primo approccio e ciclo artistico. In un\u2019intervista rilasciata alla storica e critica dell\u2019arte Rachele Ferrario per la rivista \u201cFlash Art\u201d nel 1994, Dadamaino dichiarer\u00e0 in merito a tale periodo di non essersi mai relazionata con convinzione al figurativo: \u201cCompravo dei cartoni telati e colori ad olio e copiavo i fiori che comprava mia madre. I miei quadri raffiguravano questi fiori dentro al vaso appoggiati su un tavolo, ma il tavolo occupava tutta la tela, il vaso quasi tutta l\u2019altra met\u00e0 e i fiori erano tutti in cima schiacciati contro i bordi. Era veramente un pastrocchio dal quale non riuscivo ad uscire, non si vedeva niente. Quando passavo dai negozi di via Dante dove vendevano paesaggi e nature morte, pensavo a quanto erano belli e che non sarei mai riuscita a fare un solo quadro come quelli\u201d. Come si evince dalle sue parole, in questi suoi primi anni Maino intende imparare a fare la pittrice, ma essendo un\u2019autodidatta deve prima impararne i linguaggi e gli strumenti effettivi, inoltre le sue conoscenze scolastiche della storia dell\u2019arte erano insufficienti per permetterle di sperimentare oltre il figurativo. Il passaggio all\u2019arte astratta e l\u2019avvicinamento all\u2019Informale avvengono sempre grazie ad un episodio puramente casuale, tra il 1952 e il 1953. Passando con il tram in Piazza Cordusio, l\u2019artista rimane fortemente colpita da un Concetto Spaziale (di colore blu e viola con i lustrini) di Lucio Fontana, esposto in un negozio di elettrodomestici all\u2019angolo tra la piazza e Via Broletto. Tale dipinto suscita nella donna un\u2019emozione cos\u00ec forte ed intensa al punto da farla scendere di corsa dal mezzo che la stava conducendo al suo studio, al fine di osservare il dipinto. In merito all\u2019accaduto Dadamaino racconter\u00e0 che in quel preciso istante non era in grado di comprendere esattamente che cosa stesse succedendo e che cosa potesse significare il quadro, ma le era del tutto chiaro che ci\u00f2 poteva significare \u201cun qualcosa di assolutamente nuovo, di straordinariamente intenso\u201d e per questa ragione doveva assolutamente assorbirne le conoscenze. Questo incontro fortuito, ma al tempo stesso decisivo con Fontana e lo Spazialismo, porter\u00e0 l\u2019artista a creare e sviluppare un proprio linguaggio artistico personale, iniziando cos\u00ec la sua carriera come pittrice nella storia dell\u2019arte contemporanea italiana della seconda met\u00e0 del Novecento. Nel 1956 esordisce ufficialmente nel mondo dell\u2019arte, esponendo i suoi primi lavori astratto-informali al Premio di pittura \u201cCesare da Sesto\u201d a Sesto Calendo in provincia di Varese.\u00a0 Nell\u2019ottobre dello stesso anno inoltre espone alla collettiva \u201cGiovani pittori lombardi\u201d alla Galleria Totti, gestita da Adriano e Liselotte Totti in via Camperio 10 a Milano. All\u2019epoca questa galleria era particolarmente attenta alla ricerca di giovani artisti e alla promozione delle nuove forme pittoriche, inoltre proprio durante la mostra inaugurale di Agostino Bonalumi nel 1956, conoscer\u00e0 Piero Manzoni, con il quale negli anni seguenti instaurer\u00e0 un profondo legame artistico e di amicizia. Le ricerche documentarie e bibliografiche, confermano che l\u2019artista frequentasse gi\u00e0 a partire dal 1956 questa galleria, poich\u00e9 era molto amica di Maria Papa Rostowka, scultrice polacca e pioniera della lavorazione del marmo nella Versilia degli anni Sessanta. Tale supposizione sembra essere inoltre convalidata dalle fotografie pubblicate recentemente nel volumetto Dadamaino \u2013 Maria Papa Rostowska, le quali rappresentano l\u2019artista con una frangia giovanile a una mostra collettiva presso la Galleria Totti il 13 ottobre 1956. Sfortunatamente per\u00f2 da queste immagini non \u00e8 possibile identificare chiaramente le opere dell\u2019artista. Unica e fedele testimonianza di quell\u2019anno pare essere Senza Titolo, olio su tela, probabilmente identificabile a Forme Lacustri, ovvero l\u2019opera presentata al Premio \u201cMelzo\u201d il 24 aprile 1958 e al XII Premio \u201cMichetti\u201d dello stesso anno, il quale apporta la firma \u201cMaino 56\u201d in basso a sinistra. Il 4 aprile 1957 partecipa invece alla \u201cPrima Mostra dell\u2019autoritratto\u201d al Circolo della Stampa a Palazzo Serbelloni, iniziativa organizzata dalla Galleria del Grattacielo di Enzo Pagani, la quale prevedeva che ogni artista, di qualunque tendenza o et\u00e0, inviasse un autoritratto di 30 x 40 cm.10 Per questa occasione Eduarda Maino espone un suo autoritratto, datato in basso a sinistra \u201cMaino 57\u201d, il quale risente ancora dell\u2019influenza figurativa. Analizzando il dipinto, esso pare non costituire un\u2019opera provocatoria o di rottura (come lo saranno i Volumi del 1958), ma ci\u00f2 che colpisce \u00e8 sicuramente la sua atmosfera tipicamente intimista, ovvero la scelta di una pittura di luce e dai toni chiari. Lo sfondo \u00e8 colorato e indefinito da cui pare emergere un volto femminile elegante dai grandi occhi chiari, naso aquilino e labbra rosse carnose. Dadamaino non \u00e8 la sola a partecipare a tale evento: come riporta il giornalista Borghese nell\u2019articolo del \u201cCorriere della Sera\u201d saranno infatti circa trecento gli artisti, sia italiani che stranieri, donne e uomini, tra cui Enrico Baj, Roberto Crippa, Lucio Fontana e Piero Manzoni ad esporre. Grazie a tale partecipazione inizier\u00e0 inoltre a frequentare assiduamente i luoghi e gli artisti dell\u2019avanguardia milanese degli anni Sessanta, soprattutto Fontana, Manzoni ed Enrico Castellani, i quali erano soliti incontrarsi in Brera tra il bar Jamaica, il bar Geni\u2019s o alla trattoria dell\u2019Oca d\u2019Oro in via Lentasio, dove oltre a bere e mangiare insieme, discutevano animatamente le loro idee e opinioni sull\u2019arte. Soprattutto con Piero Manzoni, Dada, soprannome conferitole dallo stesso Lucio Fontana, stringer\u00e0 una profonda amicizia. La pittrice infatti lo stimava e lo considerava un grande artista, inoltre era rimasta molto affascinata dalle sue opere cos\u00ec provocatorie e ambiziose. Entrambi condividevano la stessa visione e voglia di cambiare il mondo, di stravolgere la pittura e di rivoluzionare il modo di fare arte. La fine degli anni Cinquanta e l\u2019inizio degli anni Sessanta segna infatti la fine di quell\u2019energia espressiva autobiografica, piena di colore e materia tipica dell\u2019Informale e dell\u2019atteggiamento di smarrimento esistenziale tipico degli artisti delle Avanguardie, causato principalmente dall\u2019esperienza della Seconda Guerra Mondiale. Questa nuova generazione di artisti intende svincolarsi totalmente dalla tradizione accademica e conquistare la libert\u00e0 dalla pittura, attraverso la ricerca di nuovi mezzi e strumenti al fine di comunicare al pubblico la propria visione, e soprattutto un nuovo messaggio. Per Castellani vi \u00e8 un bisogno di assoluto nell\u2019arte, il quale per\u00f2 non pu\u00f2 essere raggiunto attraverso i mezzi tradizionali della pittura, mentre Manzoni, ancora pi\u00f9 radicale, asserir\u00e0 che oramai nell\u2019arte non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 nulla da dire, ma solamente essere, ovvero vivere. Tra il 29 aprile e il 17 maggio 1957 Dadamaino espone alla \u201cMostra nazionale di arti plastiche e figurative\u201d presso la Galleria Il Calderone di Via Padova 1 a Roma, e in quell\u2019estate vince diversi premi tra cui il Premio \u201cMelzo\u201d, il \u201cPremio per il paesaggio brianzolo\u201d e nuovamente il Premio \u201cCesare da Sesto\u201d. Per quest\u2019ultimo purtroppo non \u00e8 rimasto alcun catalogo, ma leggendo il verbale della commissione, conservato oggi nell\u2019Archivio Comunale di Sesto Calende si registra la presenza dell\u2019artista con l\u2019opera dal titolo Composizione. Nella stessa edizione, tra i settanta artisti, si ricorda il giovane Agostino Bonalumi, il quale espone anche lui una Composizione. Come gi\u00e0 evidenziato in precedenza, l\u2019artista aveva esordito nel mondo dell\u2019arte due anni prima presso la Galleria Totti. Analizzando le fonti e incrociando tali dati risulterebbe quindi confermata la conoscenza tra Maino e Bonalumi e che la partecipazione di entrambi al Premio \u201cCesare da Sesto\u201d nell\u2019estate del 1957 costituirebbe un seguito alla loro amicizia. Sfortunatamente non \u00e8 rimasta alcuna traccia delle opere esposte a Sesto Calende, ma gi\u00e0 dal titolo del dipinto di Maino \u00e8 possibile evincere che questo alluda ad un quadro astratto-informale. Nel 1958 la partecipazione di Dada a collettive e premi di pittura si infittisce ulteriormente. Il 31 maggio, ad esempio, viene inaugurata la bipersonale \u201cMaino Dada, Pivetta Osvaldo\u201d al Circolo di Cultura di via Boito 7 a Milano. Nell\u2019agosto dello stesso anno, invece, grazie all\u2019amicizia con Manzoni, espone alla collettiva \u201cCuneo, Maino, Martelli, Mazzon, Pivetta\u201d al Circolo degli Artisti di Albisola, dove conosce anche Enrico Baj, con cui aveva gi\u00e0 esposto nel 1957, e Wilfredo Lam. Sempre grazie alla mediazione di Manzoni nel settembre del 1958 l\u2019artista partecipa ad un\u2019altra mostra collettiva alla Galleria il Prisma. Anche in questa occasione Dadamaino espone assieme a diversi protagonisti dell\u2019arte milanese del tempo, tra cui Gianfranco Aimi, Maurizio Galimberti, Franco Brandeschi, Rodolfo Aric\u00f2, Gianni Colombo, Mauro Reggiani, Gino Carrera e Luca Pignatelli. \u00c8 importante sottolineare questa sua partecipazione alla Galleria il Prisma, in quanto in quella stessa galleria, nel febbraio del 1958, si era svolta la mostra \u201cManzoni, Castellani, Bonalumi\u201d, un evento molto importante per la storia dell\u2019arte contemporanea, in quanto segner\u00e0 l\u2019inizio della breve, ma intensa stagione di Azimut\/h, rivista e galleria omonima gestita da Piero Manzoni ed Enrico Castellani. Attorno a tale fenomeno si svilupper\u00e0 un\u2019esperienza artistica di grande sperimentazione, che porter\u00e0 a rivoluzionare e stravolgere radicalmente il modo di fare arte, andando al di l\u00e0 della superficie pittorica. Dadamaino aderir\u00e0 in parte e mai esplicitamente a questo gruppo, ma la frequentazione dei suoi componenti la porteranno ad esporre in tutta Europa ed ottenere il successo e riconoscimento internazionale negli anni successivi. Veniamo ora ad esplicitare quella che fino ad oggi \u00e8 considerata la prima mostra personale dell\u2019artista a Milano. Dalle fonti emerge che Maino organizza la sua prima personale presso la Galleria dei Bossi, spazio poco conosciuto all\u2019epoca e di cui sfortunatamente non rimangono tracce documentarie in merito. Nella biografia del 1958 Maino riporta: \u201cnel maggio del 1958 ha allestito una mostra a Milano\u201d, non specificando alcun luogo o data precisa. Nella scheda inviata a Bucarelli per\u00f2 compare tale dicitura: \u201c31.5.58 Milano, Circolo di Cultura, mostra con un altro pittore\u201d. Tra i documenti e gli articoli inviati dall\u2019artista all\u2019Archivio Bioiconografico di Roma compare infatti anche un pieghevole di invito di questo evento , inaugurato sabato 31 maggio 1958 alle ore 18 presso il Circolo di Cultura di via Boito 7, prosecuzione di via dei Bossi, nel cuore di Brera. Questo documento rivela delle informazioni molto interessanti: in primo luogo la mostra non risulta essere una personale dell\u2019artista, ma un\u2019esposizione doppia con Osvaldo Pivetta, altro pittore e allora suo fidanzato, inoltre si evince che il nome \u201cGalleria dei Bossi\u201d non costituiva una vera e propria galleria d\u2019arte, bens\u00ec un circolo culturale, noto agli artisti con tale nome e aperto tutti i giorni dalle ore 16 alle 22. Per quanto riguarda invece la composizione grafica del pieghevole dell\u2019invito, esso reca diversi segni neri e nuclei su uno sfondo di colore bianco, molto simile ad una costellazione di punti. Questa infinit\u00e0 di segni sembra un\u2019anticipazione del successivo e omonimo ciclo degli anni Ottanta di Dadamaino. Sempre in questa nota vi \u00e8 un testo critico a cura del critico Enotrio Mastrolonardo, il quale seguir\u00e0 il primo periodo di Maino. Esso riporta tale affermazione: \u201cAttraverso una ricca variazione e differenziazione di indirizzi e atteggiamenti aventi in comune solo il rifiuto totale del vero visibile e la libert\u00e0 assoluta dei mezzi d\u2019espressione, Dada Maino e Osvaldo Pivetta vivono una esperienza condivisa da tanti altri giovani. Anche la loro pittura \u00e8 fatta di sperimentazioni, di prove, di tentativi sempre pi\u00f9 diretti e meno casuali, sempre pi\u00f9 consapevoli e sicuri, nell\u2019aspirazione di riuscire a recare un proprio contributo alla ricerca comune, allo spirito antirazionale dell\u2019arte attuale sorta in ribellione alla bellezza classica. Dada Maino, che \u00e8 giovanissima, ha un senso fluido, quasi acquatico della forma, che essa tende a rompere con squarci improvvisi che ne dilatano i contorni in uno spazio di luce, dove il colore accende sottili modulazioni sui rossi, verdi, azzurri, viola, blu, neri\u201d.In assenza di documentazione su tale produzione \u00e8 possibile solamente supporre che questa produzione artistica si costituisse di lavori astratto-informali, dalle linee sinuose e fluide, interrotte da squarci di luce, le quali dilatando la composizione, creavano zone di luce dalle infinite modulazioni cromatiche. In questo ciclo \u00e8 possibile inoltre denotare due elementi anticipatori della pittura di Maino: da un lato gli squarci sembrerebbero anticipare i futuri buchi dei Volumi che l\u2019artista creer\u00e0 qualche anno pi\u00f9 tardi, mentre le linee fluide diverranno una costante negli anni Settanta con la riscoperta del segno e la sua scrittura della mente. Finalmente il 27 aprile 1959 alla Galleria il Prisma di Milano Eduarda presenta la sua prima ed effettiva mostra personale, curata sempre da Enotrio Mastrolonardo. Sfortunatamente ad oggi non sono rimaste numerose documentazioni sul tipo di opere esposte, ma grazie alla testimonianza dell\u2019uomo \u00e8 possibile ricostruire brevemente tale momento. Il critico, riferendosi ad Erosioni, ciclo di opere esposte, scrive che risentono ancora di una forte ispirazione informale, ovvero le linee e le incisioni delle opere sembrano dispiegarsi sulla tela e penetrare nel colore. Tale serie non sembra per\u00f2 soddisfare pienamente l\u2019artista a causa dei diversi riferimenti naturalistici che affiorano sulla tela. Questa insoddisfazione, sentimento centrale per lo sviluppo della sua produzione artistica, spinger\u00e0 Maino ad una nuova ricerca di materia e cancellazione della forma e del colore. Vi \u00e8 un piccolo aneddoto da ricordare in merito alla personale organizzata alla Galleria Il Prisma. Nella copertina dell\u2019invito-catalogo della mostra dell\u2019aprile 1959\u00a0 viene riportato solamente il cognome \u201cMaino\u201d; molti degli amici del Bar Jamaica e di Brera infatti conoscevano l\u2019artista solamente come \u201cDada\u201d e per tale ragione all\u2019inaugurazione non parteciparono, in quanto non erano riusciti a ricondurre tale nome all\u2019artista. Per rimediare Dadamaino decide quindi di organizzare un secondo evento venerd\u00ec 8 maggio 1959. Questa seconda inaugurazione sar\u00e0 un vero e proprio successo, sia per la critica che per il pubblico. Studiando l\u2019invito stampato su carta marrone, si denota un approccio comunicativo neo-dadaista ermetico e di stampo manzoniano che riporta la seguente frase: \u201cVenerd\u00ec 8 maggio sar\u00f2 lieta di offrire, presso la Galleria Il Prisma, alla mia mostra, vino bianco, pane e, poich\u00e9 \u00e8 venerd\u00ec, pesce di riserva sul Ticino, appositamente pescato per l\u2019occasione. L\u2019attendiamo con gli amici alle ore 18\u201d. Nota particolare del seguente invito-catalogo \u00e8 la scelta di pubblicare un ritratto di Dadamaino risalente alla mostra precedente presso la Galleria Totti del febbraio 1959, dove indossa una giacca cinese e fuma una sigaretta. Anche in questo caso il testo \u00e8 curato da Mastrolonardo, il quale sottolinea l\u2019improvviso cambiamento pittorico. Egli evidenzia il passaggio dallo stile cromatico e informale ad uno pi\u00f9 e rigoroso: \u201cDada Maino, avvertito dunque il pericolo di cadere in una organizzazione prefabbricata della pittura non figurativa, \u00e8 saltata coraggiosamente oltre i limiti didattici, dentro un clima culturale pi\u00f9 vivo e libero, dove la sua intelligenza artistica avrebbe certo avuto maggiori possibilit\u00e0 di captare stimoli e motivi rispondenti alla sua carica interiore. Ridotta la sua pittura ad uno spazio pittorico puro e rigoroso Dada Maino vuole ora riempirlo con una sua presenza spirituale, che se attraverso il libero gioco della fantasia e la dialettica istintiva della linea, sembra aver perso il senso della realt\u00e0 per l\u2019assoluta indipendenza da una qualsiasi raffigurazione oggettiva, rivela, soprattutto un profondo significato umano\u201d. In uno spazio puro e rigoroso di tendenza monocromatica, l\u2019artista sovrappone materia e traccia un segno sulla tela, come tentativo di uscire dalla tendenza informale e rimettere cos\u00ec totalmente in discussione la pittura e tutto il modo di fare arte. Riassumendo, i primi anni di attivit\u00e0 come pittrice, ovvero il periodo tra il 1956 e il 1959, si orientano soprattutto su uno stile astratto-informale ed \u00e8 possibile individuare dei brevi cicli, come ad esempio, il ciclo astratto-naturalistico, quello materico-naturalistico, un altro segnico-materico ed infine quello monocromosegnico-materico, tutti disconosciuti in seguito da Dadamaino. Nei suoi primi anni inoltre nelle diverse collettive e personali \u00e8 possibile denotare differenti denominazioni impiegate: spesso infatti l\u2019artista firma le proprie opere e viene presentata agli eventi come Eduarda Maino, Dada Maino, o solamente con il suo cognome; sar\u00e0 solo a partire dal 1961, a causa di un errore di stampa, che l\u2019artista utilizzer\u00e0 ufficialmente e solamente il nome Dadamaino tutto attaccato. Per me \u00e8 interessante e da sottolineare \u00e8 il cambiamento che avviene nei primi anni Sessanta, quando Dadamaino decide di abbandonare completamente l\u2019uso del colore ed utilizzare solo il bianco e nero nella realizzazione delle sue opere. A partire dal 1958 infatti crea il suo ciclo pi\u00f9 importante per cui ancora ad oggi \u00e8 nota in tutto il mondo, ovvero i Volumi, rettangoli di tela monocroma tagliata dai rimandi spazialisti. Essi sono forse uno dei suoi cicli pi\u00f9 famosi di tutta la sua carriera, i quali saranno sfortunatamente e ampiamente falsificati ed imitati dopo la sua morte. I Volumi rappresentano il risultato finale di un lungo percorso di studio, assimilazione e rielaborazione del linguaggio dei Concetti Spaziali di Lucio Fontana. Costituiti da buchi ovali o ovoidali, essi sembrano rimandare a delle concentrazioni luminose, realt\u00e0 volumetriche, o come li definir\u00e0 la storica dell\u2019arte Elena Pontiggia nella biografia personale dell\u2019artista, delle \u201cinconsce cavit\u00e0 uterine\u201d. Essi si presentano in diverse maniere ed hanno differenti declinazioni: con unico spazio vuoto, con due orbite vuote molto simili ma orientate diversamente, ed infine due vuote di proporzioni diverse. La tela \u00e8 grezza o dipinta di colore blu opaco, nero o bianco. I Volumi vengono esposti ufficialmente per la prima volta il 18 dicembre 1959 durante la collettiva \u201cLa Donna nell\u2019arte contemporanea\u201d, organizzata da Violetta Besesti alla Galleria Brera in via Brera 14. Questa mostra natalizia, allestita nella nuova casa d\u2019aste milanese, nasce per rimediare ad un articolo di Michele Serra, pubblicato su una colonna del \u201cCorriere della Sera\u201d, il quale illustrava i diversi campi produttivi ed industriali a cui la donna aveva sostituito maggiormente l\u2019uomo. Da tale inchiesta era sorta una polemica, poich\u00e9 erano state escluse le arti figurative e la musica. Per tale ragione nasce l\u2019esigenza di riparare a questo danno, organizzando una mostra totalmente al femminile, a cui partecipano nomi molto importanti del mondo dell\u2019arte e della letteratura, tra cui Hel\u00e8ne de Beauvoir, sorella di Simone e cognata di Jean Paul Sartre, Livia de Kuznik, nipote di Giovanni Papini, Giuditta Scalini, moglie di Massimo Campigli, e artiste emergenti, ma molto attive nell\u2019arte contemporanea, tra cui la stessa Dadamaino, Carla Accardi e Maria Papa Rostowska. Purtroppo, dalle fonti non emerge quale Volume l\u2019artista abbia esposto, tuttavia, grazie alla recensione di Mario Monteverdi, pubblicata sul \u201cCorriere Lombardo\u201d il 31 dicembre 1959 in cui il critico prende come esempio proprio l\u2019opera di Dadamaino, \u00e8 possibile avere la conferma che si tratti di questo ciclo. Dopo quattro giorni da questo evento, Dadamaino esporr\u00e0 anche alla collettiva della Galleria Azimut in via Clerici, assieme a Giovanni Anceschi, Davide Boriani, Gianni Colombo, Gabriele Devecchi, Enzo Mari, Manfredo Massironi e Alberto Zilocchi. Sfortunatamente ad oggi non sono rimaste tracce o fotografie da cui poter dedurre il tipo di opere esposte. Le fonti sembrano anche confermare che Maino tra il 1959 e il 1969 partecipi attivamente a tutte le attivit\u00e0 di Azimut , esponendo i Volumi e conoscendo i pi\u00f9 importanti protagonisti della scena artistica internazionale, tra cui il Gruppo Zero, attivo in Germania, il Gruppo Nul olandese e il Gruppo GRAV francese, con cui negli anni a seguire esporr\u00e0 insieme in alcune mostre internazionali. Con questo ciclo di opere Dadamaino si interroga e analizza in maniera approfondita la concezione di azzeramento dell\u2019arte, un atteggiamento molto simile e in accordo con le ricerche artistiche di Piero Manzoni ed Enrico Castellani. L\u2019azione di Dadamaino con i suoi Volumi \u00e8 per\u00f2 il proseguimento e risultato finale del percorso di annullamento della superficie intrapreso gi\u00e0 da Fontana con le sue Concezioni Spaziali dei Tagli e dei Buchi. Rifiutandosi di misurarsi con le forme tradizionali della pittura, Eduarda intende mostrare al pubblico e al mondo dell\u2019arte nuove realt\u00e0. Con il gesto di negazione e di eliminazione, svuota la tela e la materia, creando un vuoto, il nulla, un passaggio verso l\u2019infinito. Questo vuoto per\u00f2 non deve essere inteso in una maniera o accezione negativa, in quanto deve essere riempito da un qualcos\u2019altro, dalla non-forma, dallo spazio e l\u2019infinito. A partire dagli anni Sessanta rielabora e riflette continuamente sul ciclo dei Volumi fino a giungere ai Volumi a moduli sfasati, fogli di plastica trasparente dai chiarori di cera, forati da una piccola punteggiatura. Essi costituiscono dei piccoli fori ottenuti con una fustella, e rappresentano la reazione personale dell\u2019artista all\u2019Informale, ovvero a quell\u2019arte impulsiva, autobiografica, fatta di gesti irripetibili e carichi di sentimentalismi. La sua \u00e8 una ricerca in senso contrario, ovvero di un\u2019arte oggettiva, automatica, che nasce da gesti controllati quasi impersonali. I Volumi sembrano preannunciare la volont\u00e0 di Dadamaino di quel suo studio verso un infinito e un azzeramento della materia e del colore che negli anni e nei cicli successivi andr\u00e0 pian piano a delinearsi sempre pi\u00f9 chiaramente. Gli anni Sessanta rappresentano per Dadamaino gli anni pi\u00f9 significativi ed importanti per il suo successo nel mondo dell\u2019arte e della sua produzione artistica. In questi anni prosegue il discorso di azzeramento e annullamento della materia, gi\u00e0 precedentemente anticipato con i Volumi. In questa occasione per\u00f2 i tagli vengono ulteriormente rivisitati e razionalizzati. Essi non sono pi\u00f9 larghi ed irregolari da far quasi intravedere il telaio oltre la tela, ma divengono dei buchi di forma circolare dalle dimensioni variabili, disposti con una simmetria programmata e regolare. Nel 1960 la collaborazione di Dadamaino con Piero Manzoni si fa sempre pi\u00f9 viva ed intensa; nell\u2019agosto di quell\u2019anno infatti l\u2019artista partecipa ad un\u2019altra collettiva ad Albisola Mare, ovvero \u201cCastellani Maino Manzoni Pisani Santini\u201d al Circolo degli Artisti, circolo a cui aveva gi\u00e0 esposto le sue opere nel 1958. Nell\u2019autunno dello stesso anno espone inoltre alla mostra \u201cSculture tascabili, componibili, trasportabili, istantanee\u201d presso la Galleria Trastevere di Roma sempre con Piero Manzoni, Santini, Agostino Bonalumi, Alberto Biasi e Manfredo Massironi. Il 1aprile 1961 a Milano Eduarda partecipa all\u2019ennesima collettiva, ovvero \u201cCome i pittori vedono i critici\u201d, alla Galleria Montenapoleone con altri settanta pittori. In questa occasione l\u2019artista propone un ritratto molto divertente di Giorgio Kaisserlian, famoso critico d\u2019arte italiano di origine armena molto vicino al Movimento Spazialista di Fontana. Nel maggio del \u201861 invece viene organizzata un\u2019altra sua personale a Padova nello spazio espositivo del Gruppo N in cui propone al pubblico per la prima volta i Volumi a moduli sfasati, fogli di Rhodoid fustellati a mano, disposti a poca distanza li uni dagli altri con lievi sfasature. Essi rappresentano la conseguenza e il proseguimento avviato gi\u00e0 con i primi Volumi e costituiscono il suo terzo ciclo. A differenza dei primi Volumi, nei Volumi a moduli sfasati i fori si fanno sempre pi\u00f9 piccoli e volumetrici e la superficie \u00e8 composta da materiali sintetici, come ad esempio la plastica, la quale permette attraverso giochi percettivi ed effetti ottici di assorbire lo sguardo dell\u2019osservatore e creare continuamente stati mutevoli ed immagini in movimento. Con i Volumi a moduli sfasati pare quasi impossibile fissare un unico punto di vista, poich\u00e9 Dadamaino azzera ogni gerarchia spaziale possibile. Sembra quasi voler generare un\u2019ambiguit\u00e0, un mistero, il quale per\u00f2 non \u00e8 dovuto dal gioco e dall\u2019effetto ottico della tela, ma dall\u2019osservazione e dalle modalit\u00e0 in cui lo spettatore guarda l\u2019opera. Lo sguardo e le emozioni coinvolte in questo processo costituiscono quindi i due elementi principali da indagare, sia da parte dell\u2019artista che dello spettatore. Nel medesimo periodo lavora anche ai Rilievi, quarto ciclo molto importante, composto da una serie di tavolette di plexiglas, fogli di Rhodoid o cartoncino, i quali vengono tagliati in sottilissime lamelle di dimensioni scalari identiche. Questi materiali, in quanto ricettivi, se esposti alla luce, creano un movimento e dei giochi di chiaroscuro molto interessanti e dinamici. Il 21 agosto 1961 nasce ufficialmente il Gruppo Punto, movimento fondato dalla stessa Dadamaino, Antonio Calderara, Nanda Vigo, Kengiro Azuma, Hsiao Chin e Ll Yuen-Chia, che trae ispirazioni dagli insegnamenti e dalle ricerche dello Spazialismo. Lucio Fontana in persona scriver\u00e0 una frase, la quale costituir\u00e0 l\u2019essenza dello spirito e degli ideali del gruppo che capire la condizione di finito nell\u2019infinito \u00e8 intuire nella realt\u00e0 di pensiero. Verr\u00e0 inoltre redatto e sottoscritto un manifesto, il quale pu\u00f2 essere riassunto in quattro punti principali: 1. Superare il ricordo per affidare all\u2019idea la nostra ansia di esprimerci. 2. Affermare uno spazio che \u00e8 dimensione spirituale per definire la misura della nostra necessit\u00e0. 3. Realizzare ordine, armonia, equilibrio, purezza: l\u2019essenziale. 4. Data la condizione di finito nell\u2019infinito, nella realt\u00e0 dello spirito trovare la verit\u00e0 dell\u2019essere. L\u2019anno seguente per Maino rappresenta l\u2019inizio del suo successo anche a livello internazionale. Ella partecipa infatti a diverse mostre ed eventi internazionali, come ad esempio alla collettiva Accrochage ad Arhem in Olanda, dove conosce Henk Peeters del Gruppo Nul, o alla sua personale \u201cMaino. Monochrome Malerei\u201d, curata da Walter Schonenberger della Galleria Senatore di Stoccarda. Questa sua ultima partecipazione costituisce il primo evento internazionale totalmente dedicato a lei, a cui negli anni ne susseguiranno molti altri, inoltre proprio in questo episodio vengono esposte le sue opere pi\u00f9 significative realizzate dal 1959 al 1962, tra cui i Volumi, i Volumi a moduli sfasati ed i Rilievi. Per quanto riguarda invece le esposizioni con il Gruppo Punto, di cui Eduarda \u00e8 coordinatrice e curatrice, \u00e8 importante ricordare la mostra \u201cPunto 2\u201d presentata al Palacio de la Virreina a Barcellona, dove si aggiungono nuovi artisti al movimento, tra cui Bartolom\u00e9 Bolognesi, Jurgen Fischer, Getulio Alviani, Julio Le Parc, Morellet e molti altri. Grazie all\u2019enorme successo ottenuto da questa esposizione, la mostra sar\u00e0 in seguito trasferita a Madrid nell\u2019ottobre dello stesso anno per essere presentata al Museo d\u2019Aste. Per questo evento si aggiunsero anche gli artisti del Gruppo N di Padova. Dadamaino coordiner\u00e0 anche un\u2019altra mostra del movimento, ovvero \u201cPunto 3\u201d ad Albisola Mare presso la Galleria La Palma, in cui per\u00f2 la partecipazione degli artisti sar\u00e0 assai pi\u00f9 ristretta.\u00a0 Nonostante il successo delle due mostre del 1962, a partire dagli anni successivi Maino decider\u00e0 di non partecipare pi\u00f9 alle mostre del Gruppo Punto. Nel 1963 vi \u00e8 da ricordare \u201cArte Programmata\u201d alla Galleria La Cavana di Trieste, mostra curata da Umbro Apollonio e Getulio Alviani, in cui l\u2019artista espone un Rilievo su cartoncino. Sempre nello stesso anno partecipa a \u201cZero. Der neue Idealismus\u201d presso la Galleria Diogenes di Berlino e cura \u201cOltre la pittura. Oltre la scultura. Ricerca d\u2019arte visiva\u201d, mostra della Galleria Cadario di Milano, dove espongono oltre a lei anche Adrian, Anceschi, Colombo, Equipo 57, Julio Le Parc, Morellet, Bruno Munari, il Gruppo N e Grazia Varisco. Per questo evento Bruno Munari curer\u00e0 la locandina dell\u2019evento e verr\u00e0 inoltre pubblicato un catalogo al cui interno saranno inseriti degli interventi di alcuni intellettuali vicini alle nuove ricerche visuali, tra cui Umbro Apollonio, Guido Ballo, Gillo Dorfles ed Umberto Eco. Per tale occasione Dadamaino espone un\u2019opera appartenente al ciclo dei Volumi a moduli sfasati. Nel 1963 l\u2019artista prende parte anche alle due rassegne biennali simbolo del movimento cinetico del tempo, ovvero la Biennale di San Marino, curata da Giulio Carlo Argan e la Nove Tendencije di Zagabria, e assiste all\u2019assemblea generale Nouvelle Tendance presso lo studio di GRAV di Parigi, diventando cos\u00ec un membro del movimento cinetico europeo. Sar\u00e0 proprio grazie a questa sua nuova adesione che Dadamaino creer\u00e0 un nuovo ciclo di opere, ovvero gli Oggetti ottico-dinamici, piastrine di alluminio tese su fili di nylon, le quali generano effetti ottici differenti, e gli Oggetti ottico-dinamici indeterminati, anelli di metallo speculari di grandezze differenti, i quali poggiano su un piano circolare a righe bianche e nere illuminato dall\u2019alto e messo in movimento grazie ad un motore collegato. Entrambi sono presentati al grande pubblico per la prima volta alla mostra di Nouvelle Tendance tra aprile e maggio 1964. A met\u00e0 degli anni Sessanta Maino lavora anche alle Spirali rotanti, serie di anelli sovrapposti con lamelle inserite ad incastro. In questo ciclo l\u2019artista impiega diversi materiali per le lamelle, tra cui ottone cromato, acciaio inossidabile, alluminio anodizzato o bagno di vernice fluorescente e plexiglas. Anche questa volta come per i Volumi a moduli sfasati sceglie dei materiali conduttori di luce per creare degli oggetti artistici fatti di movimento e luce. <\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-jetpack-tiled-gallery aligncenter is-style-rectangular\"><div class=\"\"><div class=\"tiled-gallery__gallery\"><div class=\"tiled-gallery__row\"><div class=\"tiled-gallery__col\" style=\"flex-basis:66.76304%\"><figure class=\"tiled-gallery__item\"><a href=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2025\/07\/Costellazione-1983_1985-Foto-Pietro-De-Ruggeri.-Courtesy-Archivio-Dadamaino.jpeg?ssl=1\"><img decoding=\"async\" data-attachment-id=\"1000020141\" data-permalink=\"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?attachment_id=1000020141\" data-orig-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2025\/07\/Costellazione-1983_1985-Foto-Pietro-De-Ruggeri.-Courtesy-Archivio-Dadamaino.jpeg?fit=600%2C400&amp;ssl=1\" 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data-amp-layout=\"responsive\" tabindex=\"0\" role=\"button\" aria-label=\"Open image 5 of 5 in full-screen\"\/><\/a><\/figure><\/div><\/div><\/div><\/div><\/div>\n\n\n\n<p>Nel gennaio 1965 viene invitata dall\u2019artista Megert e dalla gallerista Aellen ad esporre alla Galleria Aktuell di Berna, dove vende due Oggetti ottico-dinamici a 480 franchi svizzeri ed espone inoltre i Volumi a De Nieuwe Stijl alla Galleria De Beige Bij di Amsterdam. Tra settembre e ottobre 1966 prende parte a \u201cPittori di oggi in Lombardia\u201d, evento tenutosi prima a Villa Olmo a Como ed in seguito alla Pinacoteca Civica di Lissone. \u00c8 importante ricordare questo episodio in quanto Dadamaino presenta un\u2019opera inedita, ovvero un Oggetto cinetico spettrocolore, dove la base dell\u2019opera non \u00e8 pi\u00f9 monocroma di colore bianco nero, ma a righe bianche e colorate. In questo stesso periodo la ricerca artistica di Maino si trasforma e cambia strada, aprendosi all\u2019uso del colore e a nuove ricerche, le quali verranno poi sintetizzate a partire dal 1967, anno in cui progetter\u00e0 una serie di cento tavolette denominate Ricerca del colore. Nel dicembre 1966 espone alla mostra natalizia \u201cIl gioco degli artisti\u201d presso la famosa Galleria del Naviglio di Milano e nel gennaio 1967 invece alla Galleria del Cenobio. Purtroppo, ad oggi non sono rimaste tracce presso l\u2019Archivio Storico delle mostre della Galleria del Naviglio di tale partecipazione. Nel 1968 interviene alla II Biennale Internationale de la Gravure di Cracovia e al II \u201cPremio Internazionale d\u2019arte Acireale Turistico Termale\u201d, in cui mostra per la prima volta un Progetto per un ambiente, per cui sar\u00e0 anche premiata con il primo premio al Premio \u201cBiennale di Pittura Passignano sul Trasimeno\u201d. Per tutta la sua carriera Dadamaino vive e rielabora le tematiche e le tendenze artistiche attorno a lei, ad esempio, verso la fine degli anni Sessanta si interessa all\u2019arte ambientale o Environment Art, ovvero a quel movimento artistico in cui l\u2019artista e l\u2019opera d\u2019arte stessa si confrontano direttamente e attivamente con l\u2019ambiente e lo spettatore. Il 21 settembre 1969 alle ore 21, durante \u201cCampo Urbano\u201d, manifestazione organizzata da Lucio Caramel tra le vie e le piazze di Como, realizza Illuminazione fosforescente automotoria sull\u2019acqua, opera ambientale, in cui l\u2019artista disperde sulla superficie del lago mille tavolette di polistirolo ricoperte di vernice fosforescente, le quali a luci spente emettono luminosit\u00e0 e riflessi. L\u2019obiettivo e il messaggio da trasmettere di quest\u2019opera era secondo Dadamaino quello di riportare la gente al lago, ovvero di far riscoprire il luogo naturale allo spettatore e riproporlo in una chiave diversa. Sempre nel 1969 Dada partecipa a \u201cPlastic Research\u201d, mostra organizzata da Marina Apollonio e Vittorio Meneghelli alla New Goddman Gallery di Johannesburg in Sud Africa. Delle nove opere esposte riesce a venderne solamente una, Disegni colorati per la somma di 20.000 \u00a3.24 Altro progetto interessante e da ricordare, appartenente alla fine degli anni Sessanta, \u00e8 Environnement luminoso-cinetico, ulteriore opera ambientale, creata appositamente per la Place du Chatelet di Parigi durante il concorso indetto da Frank Popper, storico e teorico dell\u2019arte ceco, il quale aveva istituito un concorso di opere ambientali da collocare nelle piazze e lungo le vie della capitale francese. In conclusione, gli anni Sessanta costituiscono per Dadamaino forse gli anni pi\u00f9 importanti della sua carriera e per lo sviluppo della sua ricerca artistica, in quanto nell\u2019arco di solo dieci anni ella \u00e8 stata in grado di sperimentare e attraversare diverse fasi e tendenze, facendosi apprezzare come artista di successo non solo nel panorama milanese, ma anche a livello internazionale. Gli anni Settanta costituiscono per Dadamaino un momento di crisi creativa, ma al tempo stesso di forte cambiamento e riscoperta. Agli inizi del 1970 Dadamaino compie degli studi sistematici sul colore, dai quali ne scaturir\u00e0 il ciclo di opere Ricerca del colore, composizioni su tavole in legno in cui utilizza i sette colori dello spettro, ricercandone tutte le variazioni cromatiche, tali da creare un\u2019illusione ottica dinamica di forma tridimensionale. Sempre nello stesso anno, lavora anche ai Fluorescenti, strisce di plastificato fluorescente su tavola dalle grandezze differenti che vanno dall\u2019alto verso il basso, le quali attraverso la luce di Wood oppure mossi con un ventilatore o le mani permettono un\u2019esperienza cromo-tattile cinetica allo spettatore. Questi anni per\u00f2 sono soprattutto segnati dal suo impegno politico e proprio a causa di tale attivit\u00e0 e responsabilit\u00e0 che le sue mostre e le partecipazioni ad eventi espositivi diminuiscono fortemente. Eduarda \u00e8 attirata da questo nuovo mondo e si avvicina ai gruppi extraparlamentari di sinistra, collaborando attivamente con i comitati dell\u2019ATM, e rallentando conseguentemente la sua carriera artistica. Nel 1971 si conta infatti una sola personale alla White Gallery di Lutry , mentre nel 1972 viene inclusa nella mostra \u201cMilano 70\/70. Un secolo d\u2019arte\u201d presso il museo Poldi Pezzoli. Nel 1973 le viene organizzata un\u2019altra personale presso la Galleria La Cappelletta, curata da Ernesto Francalaci e come sempre stupisce il suo pubblico con un nuovo ciclo, ovvero Ricerca del colore, rappresentato da Morfologia cromatica, opera composta da otto tavole colorate dalle dimensioni di 60 cm per 60 cm, in cui ogni tavoletta presenta diversi cerchi disposti a pochi centimetri di distanza li uni vicini agli altri. Grazie a questi cerchi l\u2019artista analizza e approfondisce il passaggio da un colore primario all\u2019altro attraverso le ventotto variazioni cromatiche complementari. Nello stesso anno anche la Galleria Il Cavallino di Venezia e la Galleria Ubu di Karlsruhe organizzano altre due personali all\u2019artista, inoltre al Centro d\u2019Arte Sant\u2019Elmo Dadamaino espone per la prima volta un Cromorilievo, tavola con elementi sporgenti in legno, costruita con diverse combinazioni di volumi, inclinazioni e colori di formato rettangolare. A dieci anni di distanza dalla sua ultima adesione ad un movimento artistico, nel 1974 Maino fonda Team Colore, movimento artistico basato sulla ricerca del colore attraverso un atteggiamento analitico e matematico, assieme a Kuno Gonschior, Letto, Ludwig e Jorrit Tornquist. Nel catalogo della mostra viene riportato che Dadamaino espone un Cromorilievo e sempre nello stesso anno partecipa ad un\u2019altra collettiva curata da Romana Loda, \u201cCoazione a mostrare. Omaggio a Lucio Fontana\u201d presso il Palazzo Comunale di Erbusco in provincia di Brescia. \u00c8 molto importante ricordare questa collettiva in quanto rappresenta un evento in cui vengono esposte opere di tutte le artiste donne pi\u00f9 importanti del momento, tra cui Carla Accardi, Sonia Delaunay, Giosetta Fioroni, Ketty La Rocca, Yoko Ono e Niki de Saint Phalle. Dopo la riscoperta del colore negli anni Settanta Dadamaino intraprende un altro studio, ovvero la ricerca segnica, intesa come una scrittura della mente. Nel 1975 concepisce infatti Inconscio razionale, tele monocrome nere o bianche, completamente ricoperte da sottili tratti disposti in maniera irrazionale e in base all\u2019impulso dell\u2019artista.\u00a0 Essi verranno esposti ufficialmente la prima volta alla personale presso lo Studio V di Vigevano. Sempre nello stesso anno \u00e8 tra i partecipanti della collettiva \u201cSegno e geometria\u201d alla Galleria Arte Struktura di Milano, in cui espongono anche altri artisti contemporanei di successo del panorama milanese tra cui Irma Blank, Agostino Ferrari, Arturo Vermi, Mario Ballocco, Grazia Varisco e Jorrit Tornquist, inoltre prende parte a \u201cMomenti e tendenze nel costruttivismo\u201d alla Galleria Buonaparte assieme a Gianni Colombo, Arturo Calderara, Hsiao-Chin, Fran\u00e7ois Morellet e Antonio Scaccabarozzi. Dadamaino rimane fortemente sconvolta dalla strage nel villaggio libanese di Tall el Zaatar del 12 agosto 1976 e in segno di protesta e di risposta personale a tale tragedia, inzia a tracciare senza sosta una serie di segni, simili a delle acca mute su tutta la superficie del foglio senza mai unirsi. Da tale episodio nascer\u00e0 Alfabeto della mente, vero e proprio alfabeto segnico e prosecuzione della ricerca sperimentale di Inconscio razionale. Il 1977 invece si caratterizza soprattutto per la partecipazione dell\u2019artista a numerose collettive ed eventi di carattere internazionale, tra cui una mostra alla Galerie d+c M\u00fcllerRoth di Stoccarda, una partecipazione alla Biennale di Graz presso la Kunstlerhaus Neue Galerie ed infine una collettiva presso la Galerie Walter Storms di Monaco. Nel 1978 Maino lavora ad una nuova installazione ambientale, I fatti della vita, stanze riempite interamente di fogli di diverse dimensioni e colori, i quali presentano gli stessi grafemi ossessivi gi\u00e0 concepiti precedentemente nel ciclo Alfabeto della mente. A differenza di Alfabeto della mente i segni vengono interrotti per\u00f2 da intervalli e spazi bianchi. Le pareti appaiono come delle gigantesche pagine del diario dell\u2019artista, in cui \u00e8 possibile scorgere e leggere diversi momenti, pensieri, umori e sentimenti della donna, ma anche fatti di cronaca e riferimenti quotidiani. Nel giugno del 1979 Dadamaino torna ad esporre un\u2019installazione in una collettiva a Ravenna presso la Pinacoteca Comunale, ovvero \u201cSotto la sezione d\u2019oro si nasconde un piccolo tesoro\u201d. In questa installazione l\u2019artista disporr\u00e0 su una parete cinquanta cartoncini di forma rettangolare di diverse dimensioni, in cui riporr\u00e0 solamente in una la risposta al suo enigma, ovvero le dimensioni della sezione aurea, inoltre coinvolger\u00e0 direttamente il pubblico, invitandolo a scrivere il proprio nome sui cartoncini. Dalla ricerca segnica, negli anni Ottanta Dadamaino compie un passo successivo nella sua ricerca artistica, cercando di disegnare e dare forma all\u2019immaterialit\u00e0 e l\u2019aria, inoltre questa decade \u00e8 segnata da diversi successi e rilevanti partecipazioni nel mondo dell\u2019arte, prima tra tutte il suo coinvolgimento alla XXXIX Esposizione Internazionale d\u2019Arte della Biennale di Venezia, in cui le viene riservata una sala personale all\u2019interno del Padiglione Italia. Nell\u2019edizione curata da Vittorio Fagone, critico d\u2019arte italiano, verranno presentati tutti gli artisti pi\u00f9 importanti della ricerca artistica italiana degli anni Settanta, tra cui Vincenzo Agnetti, Bartolini, Battaglia, Carpi, la stessa Dadamaino, Griffa, Olivieri, Patella, Vaccari, Verna e Zaza. Nella sala del Padiglione Italia Dadamaino propone un\u2019opera del ciclo I fatti della vita, gi\u00e0 precedentemente esposta qualche mese prima allo Studio Grossetti di Milano. Dal catalogo generale della Biennale si evince che Maino riempie totalmente la sala di pagine, le quali riportano segni e linee ripetute in un ordine quasi ossessivo. Con I fatti della vita l\u2019artista intensifica e porta all\u2019ennesima potenza il gesto della scrittura e del suo linguaggio personale. Per questa occasione l\u2019opera sar\u00e0 modificata ed ampliata ulteriormente: da centosessanta i fogli diverranno quattrocento sessantuno, riempiendo cos\u00ec interamente le tre pareti della sala. Grazie alla Biennale di Venezia, Maino parteciper\u00e0 anche ad altre mostre collettive e organizzer\u00e0 altre due personali, ovvero una presso il Centro Serreratti di Como, curata da Alberto Veca e l\u2019altra presso la Maggie Kress Gallery a Taos in New Mexico. Un\u2019altra mostra personale molto importante e da sottolineare di quegli anni \u00e8 sicuramente quella avvenuta presso la Galerie Walter Storms di Villingen, in cui l\u2019artista stupisce il pubblico con le Costellazioni, un nuovo ciclo di opere che segue I fatti della vita, in cui il segno grafico si disperde all\u2019interno del foglio presentandosi sotto forma di piccole molecole o galassie stellari e perdendo ogni riferimento alla scrittura mentale del ciclo precedente. Nel 1982 vi \u00e8 un\u2019altra collettiva importante \u201c11 italienische K\u00fcnstler in M\u00fcnchen\u201d assieme a Bartolini, Dias, Griffa, Mainolfi, Mattiacci, Mochetti, Nannucci, Spagnulo e Zorio presso la Galleria K\u00fcnstlerwekst\u00e4tten di Monaco, inoltre nello stesso anno Dada espone durante \u201cArte italiana 1960-82\u201d all\u2019Institute of Contemporary Art di Londra e per la Seconda Triennale Internazionale di Disegno di Wroclaw in Polonia. L\u2019anno seguente viene invitata ad esporre al PAC di Milano, assieme all\u2019artista cecoslovacco Stanislav Kolibal, per un ciclo di proposte culturali dedicate a tutti gli artisti interessanti e di rilievo nel panorama artistico, i quali non sono mai rientrati in un\u2019unica scuola o tendenza. Per questo evento verranno proposte al pubblico una selezione delle opere pi\u00f9 importanti di tutta la carriera dell\u2019artista, dai Volumi alla Ricerca del colore, fino ad arrivare all\u2019Alfabeto della mente e le ultime Costellazioni. Nel 1987 Dadamaino instancabile come sempre, lavora ad un ennesimo ciclo, ovvero Il Movimento delle cose, fogli di plastica trasparenti tracciati da sottilissimi segmenti di china nera, i quali appaiono in movimento come se si stessero moltiplicando sull\u2019intera superficie del foglio, generando percorsi e sinuosit\u00e0 interessanti. Essi verranno esposti per la prima volta presso la Galleria G7 di Bologna nel 1988. Nel marzo 1989 Dadamaino espone per \u201cDisegno italiano. 1908-1988\u201d alla Kunsthaus di Zurigo, alla mostra \u201cStiflung f\u00fcr konkrete Kunst\u201d a Reutlingen e infine a \u201cUn probabile umore dell\u2019idea\u201d, evento curato da Flaminio Gualdoni presso la Galleria Niccoli di Parma, in cui vengono esposte anche opere di Yves Klein, Enrico Castellani, Piero Manzoni, Franc\u00e7ois Morellet e G\u00fcnther Uecker. L\u2019ultimo periodo della fortunata e longeva carriera artistica di Dadamaino viene segnato ancora una volta da diversi eventi molto importanti, tra cui nel 1990 la sua seconda partecipazione alla Biennale di Venezia sempre all\u2019interno del Padiglione Italia. In questa edizione, curata da Laura Cherubini, Flaminio Gualdoni e Lea Vergine vengono coinvolti anche altri artisti tra cui Gianni Anselmo, Alighiero Boetti, De Dominicis, De Maria, Gallo, Mariani, Olivieri, Maraniello, Pisani. Dadamaino per\u00f2 \u00e8 l\u2019unica artista donna presente nel gruppo, espressamente richiesta dalla stessa Lea Vergine. Da ricordare inoltre l\u2019opera realizzata da Giovanni Anselmo, il quale pone quattro lastre di granito dai colori pallidi di fronte ad altre quattro e sul pavimento posiziona una pietra magnetica nella quale si trova un ago magnetico. Per tale occasione Maino, invece sembra voler continuare quel processo di minimalizzazione del suo lavoro e smaterializzazione del prodotto finale, presentando due opere dalle enormi dimensioni, 1,22 x 18 metri ciascuno, appartenenti ad un ciclo inedito, ovvero Il movimento delle cose. Queste due installazioni sono costituite da giganteschi fogli in poliestere, i quali per\u00f2 non vengono montate direttamente a muro, ma sono lasciati liberi di sospendere in aria con due zanche, inoltre seguendo due direzioni diverse all\u2019interno della sala, creano un effetto di forte impatto e intensit\u00e0. I segni tracciati con un pennino intinto di inchiostro, si addensano, espandono e raggrumano, realizzando una sorta di rete e gigantesco velo astratto. Il movimento delle cose costituisce perci\u00f2 la sua opera pi\u00f9 narrativa e pittorica, dove un formicaio di segni riempie completamente un grande foglio-telaio.\u00a0 Dopo l\u2019iniziale tabula rasa l\u2019artista pare voler riscrivere attraverso un proprio linguaggio il suo personale catalogo del mondo. Nello stesso anno si ricordano la partecipazione dell\u2019artista alla bipersonale con Gianni Colombo presso la Galerie Sch\u00f6ller di D\u00fcsseldorf e le collettive presso la Galleria Plurima di Udine, un\u2019altra allo Studio d\u2019Arte Contemporanea Dabbeni di Lugano ed infine alla Galleria Mazzocchi di Parma. Dal 12 al 30 ottobre 1991 Elena Pontiggia, nota critica e storica dell\u2019arte, organizza la mostra \u201cDadamaino. Interludio 1981\u201d alla Galleria Il Triangolo Nero di Alessandria, in cui per l\u2019occasione vengono presentate una serie di carte inedite, datate 1981 e intitolate Interludio. Esse costituiscono un momento di riflessione dell\u2019artista e di transito in seguito alla creazione de I fatti della vita e delle Costellazioni. Nel 1993 si ricorda un\u2019ennesima collettiva, ovvero \u201cThree Artistic Generations in Contemporary Italy. Castellani, Dadamaino, Fabbro, Mochetti, Paolini, Spalletti\u201d al Tel Aviv Museum of Art di Tel Aviv, inoltre l\u2019artista partecipa alla mostra \u201cMilano citt\u00e0 aperta\u201d con Carla Accardi, Felice Levini, Maria Mulas, Claudio Olivieri, Marco Rotelli e Walter Valentini. Da sottolineare inoltre \u201cOro d\u2019autore\u201d, mostra tenutasi al Museo Nacional de Bellas Artes a Buenos Aires in cui Dadamaino espone Crollare per Oddantonio di Montefeltro (dalla fustigazione di Piero della Francesca), opera assai particolare, composta da un collare in tessuto rosso sul quale vengono impresse sette stelle a cinque punte dorate alternate a rombi dorati. Un\u2019altra mostra da segnalare dello stesso anno \u00e8 \u201cZero Italien. Azimut\/Azimuth 1959\/1960 in Mailand. Und heute. Castellani, Dadamaino, Fontana, Manzoni, und italienische K\u00fcnstler in Umkreis\u201d, presso la Galerie der Stadt Villa Merkel di Esslingen, la quale ricostruisce e ripropone le prime due mostre svoltesi presso la galleria Azimut alle quali vengono affiancati lavori successivi di Dadamaino e di Enrico Castellani. Gli anni Duemila saranno ancora per Dadamaino un susseguirsi di partecipazioni a mostre personali, collettive e retrospettive, sia in Italia che all\u2019estero, che la confermeranno come una tra le artiste pi\u00f9 interessanti delle Neoavanguardie del mondo dell\u2019arte. \u00a0Le opere di Dadamaino dialogo con la serie dei Volumi<em>,<\/em> realizzati tra il 1958 e il 1960, prodotti nei primissimi anni sessanta, con le opere della collezione del \u2018MA-Ga\u2019ovvero\u00a0Lucio Fontana, Enrico Castellani e Piero Manzoni, Giovanni Anceschi, Davide Boriani, Gianni Colombo, Enzo Mari, Getulio Alviani, Alberto Biasi. Il contrappunto visivo mette in luce l\u2019importanza che ebbe per la ricerca di Dadamaino la frequentazione della compagine avanguardistica che si concentrava a Brera nel passaggio tra gli anni cinquanta e sessanta. Dadamaino espone infatti alla galleria Azimut di Milano dove, oltre ai fondatori Enrico Castellani e Piero Manzoni, incontrai protagonisti di una tranche \u00a0significativa di quella che pu\u00f2 ben considerarsi \u201cla nuova concezione artistica\u201d, come titola il secondo numero della rivista \u201cAzimuth\u201d. L\u2019affermazione di Dadamaino sulla scena artistica italiana prosegue negli anni sessanta con la collettiva Arte Programmata del 1962 alla Galleria La Cavana di Trieste, che definisce il suo passaggio dalla ricerca spaziale sulla tela intagliata a uno studio sul colore e sul segno come elemento ottico visivo. Il successo arriva anche a livello internazionale quando, tramite Lucio Fontana, Dadamaino viene invitata a esporre alla mostra allo Stedelijk Museum di Amsterdam nel 1962, che metteva insieme grandi esponenti della ricerca visiva come Arman, Enrico Castellani, Piero Dorazio, lo stesso Lucio Fontana,Yayoi Kusama, Heinz Mack, Piero Manzoni, Henk Peeters, Otto Piene, Francesco Lo Savio, Jef Verheyen, Herman de Vries. La ricerca di Dadamaino con il ciclo su cui l\u2019artista si concentra tra il 1963 e il 1965: si tratta degli oggetti e dei disegni ottico cinetici frutto degli incontri con gli artisti del GRAV (Groupe de Recherche d&#8217;Art Visuel)di Fran\u00e7ois Morellet, con cui partecipa alle rassegne di Nouvelle Tendance. Anche in questo caso, in mostra le opere di Dadamaino dialogano con i protagonisti delle ricerche ottico e visuali. Negli anni della maturit\u00e0 della poetica di Dadamaino, ove spicca l\u2019installazione di carte di vario formato dal titolo I fatti della vita, proposta per la prima volta da Galleria Grossetti a Milano nel 1979 e successivamente, nella sua pi\u00f9 grande estensione di 461 carte,nella personale alla Biennale di Venezia nel 1980. La mostra si completa con le tele con lettere dell\u2019Alfabeto della mente, e la gigantesca opera Il movimento delle cose, lunga trenta metri, su cui si svolge la \u201cscrittura\u201d di Dadamaino e che fu presentata in una sala personale alla XLIV Biennale di Venezia del 1990. Un legame profondo unisce l\u2019artista milanese alla citt\u00e0 di Matera, gi\u00e0 al centro, nel 1978, di una straordinaria stagione artistica che vide protagonisti artisti come Pietro Consagra, impegnati nel promuovere la salvaguardia culturale dei Sassi. Lo ricorda Simona Spinella, curatrice del MUSMA: \u201cL\u2019installazione I fatti della vita, per data, modalit\u00e0 di esplorazione e uso dello spazio come linguaggio, ci riporta proprio all\u2019azione di Consagra. Anche lui usa la parola per denunciare, scrivendo la celebre Lettera ai materani, in cui invita a costituire un Fronte dell\u2019Arte per salvare i Sassi. Il fronte fu costituito il 20 ottobre 1978. Tra i firmatari, oltre a Consagra, anche Dadamaino, Bonalumi, Carmi, Castellani, Dorazio, Franchina, Nigro, Perilli, Pozzati, Rotella, Santomaso e Turcato.\u201d In mostra saranno esposte tre opere in ceramica \u2013 due terraglie e il piatto \u201cFronte dell\u2019Arte\u201d \u2013 prodotte nella bottega di Mitarotonda: testimonianza della sperimentazione e della versatilit\u00e0 tecnica di Dadamaino.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Biografia Dadamaino<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Nasce a Milano nel 1930. Durante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale la famiglia Maino si trasferisce a La Maddalena, frazione di Somma Lombardo Varese, dove vivevano i nonni materni, per poi tornare a Milano alla fine della guerra. Edoarda frequenter\u00e0 il Liceo Classico e successivamente la Scuola d\u2019Arte Applicata all\u2019Industria del Castello Sforzesco. Nei primi anni Cinquanta Dadamaino \u00e8 attratta dalla pittura e dipinge da autodidatta, per lo pi\u00f9 vasi di fiori. Conosce l&#8217;opera di Lucio Fontana vedendo per caso un Concetto spaziale blu e viola con lustrini esposto in un negozio di elettrodomestici a Milano. Da questo momento Dadamaino fa partire la propria storia artistica e nel 1956 esordisce nel mondo dell&#8217;arte partecipando al Premio di Pittura \u201cCesare da Sesto\u201d a Sesto Calende. In questo periodo la giovane artista inizia a farsi chiamare Eduarda, da cui deriva il diminutivo Dada. Inizia a frequentare il Bar Jamaica, centro dell&#8217;avanguardia milanese, dove conosce, tra gli altri, Piero Manzoni, i fotografi Giovanni Ricci e Uliano Lucas. Il 31 maggio 1958 inaugura la sua prima mostra personale alla Galleria dei Bossi di Milano a cura di Angel Vargas. Il 21 agosto 1961 nasce il \u201cGruppo Punto\u201d fondato da Dadamaino, Antonio Calderara, Nanda Vigo, KengiroAzuma, HsiaoChin e LI Yuen-Chia, il cui ispiratore \u00e8 Lucio Fontana. Sul finire degli anni &#8217;60 Dadamaino allenta la propria attivit\u00e0 artistica, maturando un sempre maggiore interesse per i fatti politici di quegli anni.&nbsp;Nella prima met\u00e0 del 1970 Dadamaino si dedica a studi sistematici per la Ricerca del colore in cui utilizza i sette colori dello spettro ricercando il cromovalore medio tra questi &#8211; oltre che il bianco, il nero e il marrone (dieci colori). Nel 1976 Dadamaino concepisce l\u2019Alfabeto della mente: rimasta profondamente colpita dall&#8217;eccidio di palestinesi raccolti nel villaggio libanese di TallelZaatar, inizia a tracciare piccoli segni che descrivano la sua protesta impotente. Segni verticali e orizzontali si alternano in maniera ossessiva, una sorta di \u201ch\u201d muta, che tende a riempire completamente lo spazio bianco del foglio &#8211; che si sviluppano fino a creare una sorta di alfabeto illeggibile e personale. Tele e fogli sono invasi da questi grafemi, senza soluzione di continuit\u00e0. L&#8217;artista lavora a mano libera, con una penna, ripetendo un solo segno per superficie senza legarlo agli altri.&nbsp;Il 13 aprile 2004 Dadamaino muore a Milano dopo un periodo di malattia. Le sue ceneri riposano nel piccolo cimitero di La Maddalena, frazione di Somma Lombardo, accanto alle spoglie dei genitori.<\/p>\n\n\n\n<p>MUSMA \u2013 Museo della Scultura Contemporanea di Matera<\/p>\n\n\n\n<p>Dadamaino. Segni, grafie, spazi<\/p>\n\n\n\n<p>dal 5 Luglio 2025 al 5 Ottobre 2025<\/p>\n\n\n\n<p>dal Luned\u00ec alla Domenica dalle ore 10.00 alle ore 20.00&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Foto Dadamaino<\/p>\n\n\n\n<p>Costellazione-1983_1985-Foto-Pietro-De-Ruggeri.-Courtesy-Archivio-Dadamaino<\/p>\n\n\n\n<p>Movimento-delle-cose-1993-cm-1300-x120-Foto-Pietro-De-Ruggeri.-Courtesy-Archivio-Dadamaino<\/p>\n\n\n\n<p>Fatti-della-Vita-1978_1982 Courtesy-Archivio-Dadamaino<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Giovanni Cardone Fino al 5 Ottobre 2025 si potr\u00e0 ammirare al MUSMA \u2013 Museo della Scultura Contemporanea di Matera la mostra dedicata a \u2018Dadamaino. Segni, grafie, spazi\u2019 a cura di Flaminio Gualdoni. 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