{"id":1000019654,"date":"2025-06-29T13:06:20","date_gmt":"2025-06-29T16:06:20","guid":{"rendered":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000019654"},"modified":"2025-06-29T13:06:22","modified_gmt":"2025-06-29T16:06:22","slug":"morto-il-rapitore-che-ispiro-il-paradosso-della-sindrome-di-stoccolma","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000019654","title":{"rendered":"Morto il rapitore che ispir\u00f2 il paradosso della \u00absindrome di Stoccolma\u00bb"},"content":{"rendered":"\n<p>Nel 1973 una rapina in un istituto bancario di Stoccolma innesca sviluppi psicologici paradossali. Durante un sequestro, durato 6 giorni, gli ostaggi iniziarono a simpatizzare con i rapitori, difendendo le loro azioni e diventando sempre pi\u00f9 ostili nei confronti della polizia che era stata dispiegata all&#8217;esterno dell&#8217;edificio. Quello che \u00e8 stato definito \u00abil dramma di Norrmalmstorg\u00bb si concluse poi con il rilascio degli ostaggi. Successivamente, durante una trasmissione televisiva lo psicologo Nils Bejerot, commentando quell&#8217;episodio, coni\u00f2 il termine di \u00absindrome di Stoccolma\u00bb per riferirsi alla lealt\u00e0 e alla complicit\u00e0 di una vittima nei confronti del suo carnefice. Tale sindrome, descritta in contesti di rapimento, stupro o abuso su minori, pu\u00f2 essere considerata &#8211; secondo alcuni psicologi &#8211; anche un meccanismo di difesa tramite il quale la vittima evita impulsi angosciosi o dolorosi accentuando e manifestando la tendenza opposta e conciliatoria. Uno degli autori di quella rapina compiuta a Stoccolma nel 1973, Clark Olofsson, \u00e8 morto in questi giorni all&#8217;et\u00e0 di 78 anni. Convinse una donna tra gli ostaggi, Kristin Enmark, a parlare al telefono con il primo ministro svedese a nome dei rapitori. Lei lo supplic\u00f2 di permetterle di lasciare la banca in un&#8217;auto con i rapitori: \u00abMi fido completamente di Clark. Non ci hanno fatto nulla. Sono stati molto gentili. Che ci crediate o no &#8211; aggiunse la donna &#8211; abbiamo passato davvero dei bei momenti qui\u00bb. Condannato pi\u00f9 volte per vari reati, dalle rapine al traffico di droga, Clark Olofsson aveva trascorso gran parte della sua vita in istituti penitenziari in Svezia, Germania e Belgio. Era stato rilasciato definitivamente nel 2018. La sua storia ha ispirato, libri, film e una serie televisiva. Il professor Luciano Eusebi, ordinario di Diritto penale nella Universit\u00e0 Cattolica di Milano, spiega di avere \u00abperplessit\u00e0 sull&#8217;enfasi dedicata alla cosiddetta sindrome di Stoccolma, che del resto non trova una classificazione nella dottrina psicologica\u00bb. Certamente, aggiunge il docente, si possono instaurare \u00abdinamiche di assoggettamento in chi subisce atti di suggestione psicologica oppure in chi subisce forme di coazione o violenza diretta. Probabilmente, in quest&#8217;ultimo caso, queste reazioni sono una strategia di difesa, conscia o inconscia, rispetto a possibili conseguenze pi\u00f9 gravi, rendendosi con ci\u00f2 la vittima, in qualche modo, compartecipe dei desideri e dei fini dell&#8217;aggressore\u00bb. Una delle questioni centrali \u00e8 legata alla relazione tra aguzzini e vittime: \u00aba me pare che, richiamando la cosiddetta sindrome di Stoccolma &#8211; osserva il professor Eusebi &#8211; si voglia per lo pi\u00f9 stigmatizzare qualsiasi forma di reciproco riconoscimento di umanit\u00e0, pur nel contesto di fatti illeciti\u00bb. Sia la figura della vittima sia quella del carnefice vengono spesso deformate dal mondo dell&#8217;informazione e da quello delle reti sociali. \u00abCerta mentalit\u00e0 social, sovente &#8211; spiega il professor Luciano Eusebi &#8211; stimolata dai media e dalla demagogia politica, vuole il bianco e il nero. Vuole la vittima e il carnefice. Non accetta che vi sia un riconoscimento di umanit\u00e0 anche in chi sta sbagliando. E tanto pi\u00f9 se questo avviene &#8211; addirittura &#8211; da parte di una vittima: che, in quel caso, finisce per essere stritolata dai media, derisa o emarginata come persona &#8216;patologica&#8217; e da curare. In realt\u00e0, non \u00e8 raro, n\u00e9 troppo sorprendente, che proprio nell&#8217;ambito di tipologie criminose che si estendono lungo una durata temporale, come il sequestro di persona, sia proprio la persona pi\u00f9 vicina, suo malgrado, a chi sbaglia colui che pu\u00f2 cogliere sfumature della sua personalit\u00e0 non identificabili con una malvagit\u00e0 gratuita o che addirittura pu\u00f2 ridestarle; oppure che viene a trovarsi nella condizione di scorgere i presupposti umani di certe scelte sbagliate. Del resto, \u00e8 proprio sul ridestare un reciproco riconoscimento in umanit\u00e0 che pu\u00f2 fondarsi in alcuni casi la salvezza della vittima\u00bb. Il professor Eusebi, ricordando un fatto di cronaca, sottolinea come spazi di dialogo tra vittima e carnefice sono sempre possibili e a volte decisivi: \u00abSono stato amico di un famoso sequestrato italiano, che lo fu per molti mesi. Quando si trov\u00f2 a lungo in una tenda, nel bosco, controllato a vista dal suo carceriere armato, cerc\u00f2 con molto coraggio di instaurare un dialogo, anche veemente, con lui; cerc\u00f2 un dialogo in modo da poter ridivenire, per lui, un interlocutore umano, e non il mero &#8216;oggetto&#8217; di un sequestro: quando si discusse fra i sequestratori della sua possibile uccisione, fu proprio quel carceriere che lo difese. E non fu certo per debolezza, dunque, che rest\u00f2 aperto un rapporto del sequestrato con quel carceriere anche quando poi, quest&#8217;ultimo, si ritrov\u00f2 in carcere. Il professor Eusebi si sofferma infine sul concetto di perdono: \u00abOvviamente non costituisce un (vero) perdono quello di chi, per paura, si fa alleato del prevaricatore e copre l&#8217;inaccettabilit\u00e0 dei suoi atti. Ma che cosa \u00e8, veramente, il perdono?&nbsp;&nbsp;Si snoda in due passaggi e non consiste affatto in un atteggiamento di passivit\u00e0. Il primo \u00e8 dato dalla indisponibilit\u00e0 a mettersi sullo stesso piano di chi fa il male, ripetendo verso di lui il male subito, cio\u00e8 dalla indisponibilit\u00e0 alla vendetta. C&#8217;\u00e8 dunque anche un orgoglio nel perdono. Il secondo, invece, sta nella disponibilit\u00e0 (la \u00abguancia\u00bb ancora aperta) e, pi\u00f9 ancora, nell&#8217;interesse personale affinch\u00e9 colui che ha sbagliato si liberi dal male; lo sappia vedere e sappia reimpostare la sua vita in termini di bene. In questo senso, l&#8217;umanit\u00e0 (e il coraggio) di alcune vittime che hanno saputo vedere, e talora promuovere, profili magari repressi di persistente umanit\u00e0 anche in chi agiva contro di loro pu\u00f2 anche rappresentare una concretizzazione, nei fatti, della logica del perdono. Come lo \u00e8 l&#8217;atteggiamento della vittima che non vuole il &#8216;marcire in carcere&#8217; di chi pure abbia sbagliato, bens\u00ec, piuttosto, vuole che compia un percorso; un cammino che richiede impegno e talora non \u00e8 esente da rischi di affrancamento dalle scelte criminose\u00bb. Il perdono \u00e8, in questo senso, per la vittima la rinuncia al desiderio di vendetta e, per il carnefice, una possibilit\u00e0 di riscatto interiore.<\/p>\n\n\n\n<p>Amedeo Lomonaco<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nel 1973 una rapina in un istituto bancario di Stoccolma innesca sviluppi psicologici paradossali. Durante un sequestro, durato 6 giorni, gli ostaggi iniziarono a simpatizzare con i rapitori, difendendo le loro azioni e diventando sempre pi\u00f9 ostili nei confronti della polizia che era stata dispiegata all&#8217;esterno dell&#8217;edificio. 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