{"id":1000017466,"date":"2025-05-19T16:33:38","date_gmt":"2025-05-19T19:33:38","guid":{"rendered":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000017466"},"modified":"2025-05-19T16:33:40","modified_gmt":"2025-05-19T19:33:40","slug":"a-roma-una-mostra-dedicata-omaggio-a-carlo-levi-lamicizia-con-piero-martina-e-i-sentieri-del-collezionismo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000017466","title":{"rendered":"A Roma una mostra dedicata:\u00a0 Omaggio a Carlo Levi. L\u2019amicizia con Piero Martina e i sentieri del collezionismo"},"content":{"rendered":"\n<p><strong>Giovanni Cardone<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Fino al 14 Settembre 2025 si potr\u00e0 ammirare alla Galleria d\u2019Arte Moderna di Roma la mostra dedicata a Carlo Levi in occasione del cinquantenario dalla scomparsa \u2013 \u2018Omaggio a Carlo Levi. L\u2019amicizia con Piero Martina e i sentieri del collezionismo\u2019 a cura di Daniela Fonti e Antonella Lavorgna (Fondazione Carlo Levi) e Antonella Martina (Archivio Piero Martina) mentre la sezione dedicata alla Collezione Angelina De Lipsis Spallone\u00a0 curata da Giovanna Caterina De Feo. L\u2019esposizione\u00a0 \u00e8 promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, in collaborazione con Fondazione Carlo Levi, Archivio Piero Martina e la Collezione Angelina De Lipsis Spallone, ed organizzata da Z\u00e8tema Progetto Cultura. L\u2019esposizione si inserisce all\u2019interno della programmazione, avviata nel 2024, con cui la Sovrintendenza Capitolina celebra il centenario dell\u2019istituzione della Galleria d\u2019Arte Moderna (1925-2025). Alla base del progetto espositivo c\u2019\u00e8 la collaborazione tra la Fondazione Carlo Levi di Roma e l\u2019Archivio Piero Martina di Torino che ha permesso di ricostruire oltre tre decenni di sodalizio fra i due artisti, basato sulle esperienze di vita condivise in ambito artistico politico e sociale (la battaglia per un\u2019arte europea, la dissidenza nei confronti del fascismo, l\u2019approdo a Roma nel periodo della ricostruzione post-bellica). Oltre sessanta opere provenienti dalla Fondazione Carlo Levi e dall\u2019Archivio Piero Martina, oltre che da importanti istituzioni culturali e collezioni pubbliche e private, che, nonostante gli esiti espressivi in certe stagioni molto diversi tra loro,risultano accomunate da un identico sguardo di umana partecipazione e dal desiderio di indagare senza retorica la realt\u00e0 del nostro Paese. Centrale nel progetto espositivo \u00e8 anche il legame di Levi con Roma, citt\u00e0 dove visse stabilmente dal 1945 fino alla morte, e che rappresent\u00f2 una fonte d\u2019ispirazione continua, oltre che luogo d\u2019impegno civile da ritrarre come il simbolo di un\u2019Italia in trasformazione; una citt\u00e0 dove volle attrarre, per una breve stagione, anche l\u2019amico Martina. A completare il percorso espositivo \u00e8 la storia di un\u2019altra amicizia, quella tra Linuccia Saba, figlia di Umberto Saba e compagna di Carlo Levi,e Angelina De Lipsis Spallone, nota collezionista romana che, dalla morte del pittore, ha arricchito la propria collezione privata (oltre 300 quadri) con l\u2019acquisizione di diciannove dipinti inediti di Levi, oggi finalmente visibili nella speciale sezione di chiusura della mostra romana. In una mia ricerca storiografica e scientifica sulla figura di Carlo Levi apro il mio saggio dicendo : Posso affermare che Carlo Levi\u00a0 pittore e poi letterato, attraversa la cultura del Novecento italiano attirando su di s\u00e9 un ampio e alterno interesse di critica e di pubblico. Dopo la notoriet\u00e0 e la fama ottenute con la pubblicazione della sua prima opera in prosa, Cristo si \u00e8 fermato a Eboli (1945), che lo consacra nell\u2019olimpo degli scrittori del Novecento italiano, viene assai presto dimenticato dalla critica militante, soprattutto a causa della sua ostinata (fino a un certo punto) contrariet\u00e0 al comunismo e a qualsiasi ideologia imbrigliasse nelle trame schematiche e rigide di una religione la fluidit\u00e0 e l\u2019asistematicit\u00e0 della vita. La sua particolare attenzione verso il mondo degli umili e del cosiddetto \u00abmondo popolare subalterno\u00bb, per usare una definizione dell\u2019antropologo Ernesto De Martino, e la sua propensione alla libert\u00e0, da cui sgorga il saggio filosofico Paura della libert\u00e0 (1946), gli costano le simpatie degli intellettuali marxisti che, all\u2019indomani della pubblicazione di una delle opere pi\u00f9 importanti sul dopo-guerra italiano e sull\u2019estinzione del Partito d\u2019Azione, L\u2019Orologio (1950), lo additano come uno scrittore di un\u2019unica opera, versato per lo pi\u00f9 a un decadentismo nostalgico e a una mitizzazione irrealistica del mondo popolare. Il giudizio della critica di allora e una certa tendenza alla ripetizione dei temi della sua prima fase artistica pregiudicano un pi\u00f9 attento vaglio delle sue opere da parte degli studiosi, tant\u2019\u00e8 che la rivalutazione delle sue opere, in sede scientifica, avviene solo a partire dalla fine degli anni Sessanta e l\u2019inizio degli anni Settanta. Prima di passare a una breve rassegna bibliografica e alla sua contestuale relazione con il presente lavoro, \u00e8 necessario sottolineare come l\u2019impostazione generale della tesi segua un\u2019idea precisa, condivisibile o meno, dell\u2019intera produzione letteraria di Levi. Chi scrive, infatti, \u00e8 persuaso del fatto che il miglior Levi si esaurisca nella tornata di anni che va dalle prime esperienze carcerarie (1934-1935) alla pubblicazione de L\u2019Orologio, con la significativa eccezione del postumo Quaderno a cancelli (1979), scritto nel 1973 nel pieno di una crisi esistenziale frutto di un duplice distacco di retina. Non si vuole con ci\u00f2 in alcun modo sostenere che le opere successive siano meno apprezzabili sotto il profilo estetico-letterario, ma che in esse non compaiano, rispetto alle opere precedenti, segnali di profonda innovazione, di mutamento di segno o di radicale svecchiamento. Tutto Levi \u00e8 racchiuso in quegli anni e, infatti, le opere successive possono essere considerate dei corollari di quanto in precedenza teorizzato e\/o raccontato, con la significativa variante che narrano la storia, le tradizioni e i cambiamenti politici dei paesi che allora Levi via via visitava. Ne \u00e8 conferma l\u2019ultima sua opera che costituisce un bilancio della sua vita, imbevuto di un pervasivo senso di morte e di limite. In essa riecheggiano \u2013 seppur con alcune e importanti modifiche \u2013 i grandi temi della sua migliore produzione artistica che \u00e8 racchiusa nell\u2019arco cronologico gi\u00e0 tracciato. Sembra essere cos\u00ec lo stesso autore a legittimare la prospettiva qui adottata, attraverso la quale si intende dimostrare come l\u2019opera di Levi costituisca una delle esperienze pi\u00f9 significative del Novecento italiano. \u00c8 del 1973 la prima importante monografia dedicata all\u2019opera di Levi che porta la firma di Giovanni Falaschi. In Carlo Levi, pubblicato per La Nuova Italia, il critico propone una sistematica indagine sull\u2019opera dell\u2019autore torinese a partire dalla sua formazione gobettiana, di cui tuttavia riporta brevi e schematiche notizie. Il pregio di Falaschi e la continuit\u00e0 del suo lavoro rispetto alla presente tesi risiede nell\u2019aver intravisto nelle prime tre opere leviane l\u2019intento, pur collocato sullo sfondo buio della seconda guerra mondiale, di riscoprire nelle tenebre della paura e del sacro la scintilla di un risveglio, di una rinascita, di un possibile riscatto dell\u2019umano nell\u2019umano, da cui \u00e8 dipesa l\u2019etichetta di un pensiero intimamente umanistico. Questo \u00e8 valido non solo per il saggio di Paura della libert\u00e0, in cui l\u2019inferno della guerra \u00e8 rischiarato dalle luci di una vichiana consapevolezza della forza rigenerante delle origini, ma anche per il Cristo e L\u2019Orologio. Infatti, nel primo si assiste alla rinascita del protagonista nell\u2019episodio del Pantano, mentre nel secondo nel momento in cui entra in contatto con la folla urbana di Napoli che ricorda la discesa biblica di Giona nella balena. A Falaschi, Gigliola De Donato, forse la pi\u00f9 importante studiosa dell\u2019opera dell\u2019intellettuale torinese, rimprovera nella sua prima monografia leviana, datata 1974, l\u2019incapacit\u00e0 di unificare, sotto il profilo dell\u2019analisi, il livello saggistico e letterario. Per quanto le due componenti siano strettamente intrecciate nel tessuto delle opere di Levi, a tal punto che la critica si \u00e8 trovata in imbarazzo nel momento di dover definire con precisione la categoria narrativa di riferimento delle sue opere, \u00e8 altres\u00ec corretto, dal punto di vista metodologico, distinguere \u2013 come si \u00e8 cercato di fare in questo lavoro \u2013 la parte letteraria da quella politico saggistica. Questo ha permesso di porre sullo sfondo l\u2019annosa questione meridionale e le vicende storiche legate alla fine del Partito d\u2019Azione, che gli interpreti leviani hanno gi\u00e0 infinitamente discusso e finemente analizzato, per porre invece in primo piano gli aspetti pi\u00f9 originali e meno noti ma che tuttavia parlano ancora oggi a noi lettori post-moderni. Ci si riferisce, in particolare, ma non solo, agli aspetti psicanalitici del pensiero di Levi su cui la critica non si \u00e8 a sufficienza spesa. Si deve sicuramente al Saggio su Carlo Levi di Gigliola De Donato, pubblicato per De Donato Editore, il pi\u00f9 audace e criticamente fondato tentativo di dimostrare come il pensiero di Levi riprenda nelle proprie analisi numerosi elementi psicanalitici, in particolare dalla psicanalisi junghiana. Ne Il problema psichico dell\u2019uomo moderno (1928), Jung affronta la crisi della societ\u00e0 europea in seguito alla prima guerra mondiale e sottolinea come la catastrofe della guerra abbia portato all\u2019evidenza dei pi\u00f9 la pericolosit\u00e0 di una cieca fiducia nel progresso e nella ragione. Ci\u00f2 avrebbe ingenerato negli uomini una spinta verso l\u2019interiorit\u00e0 e, quindi, verso la dimensione irrazionale dell\u2019individuo. Sulla dicotomia tra irrazionale e razionale, Levi costruisce il proprio pensiero dimostrando come il recupero della parte irrazionale e originaria dell\u2019essere costituisca l\u2019unico antidoto a favore di una piena e sana individualizzazione dell\u2019uomo, individualizzazione che peraltro discende sempre dalle letture junghiane. Anche grazie alla conoscenza delle principali opere mitteleuropee dell\u2019epoca, identificate per la prima volta dalla De Donato e poi riportate, senza ulteriori apporti, dalla critica successiva, l\u2019autore torinese si colloca con il saggio Paura della libert\u00e0 tra i maggiori interpreti italiani di quella che, a ragione, verr\u00e0 definita la pi\u00f9 tragica catastrofe della storia dell\u2019umanit\u00e0. Il saggio della De Donato ha, dunque, il merito di aver identificato alcune delle pi\u00f9 importanti fonti filosofico-psicanalitiche del pensiero leviano e di aver messo in luce \u2013 come si vedr\u00e0 \u2013 gli assi portanti della poetica di Levi, che ancora oggi vengono ritenuti acquisizioni certe dalla critica pi\u00f9 recente. La figura della studiosa \u00e8 un gigante della bibliografia leviana e a lei va sicuramente riconosciuto il merito di essere stata l\u2019artefice dell\u2019inizio di una pi\u00f9 attenta rivalutazione, in sede critica, del pensiero e delle opere di Levi. Il titolo del quarto capitolo del presente lavoro, L\u2019ultimo Levi, che richiama l\u2019ultimo capitolo del saggio in questione, \u00e8 un omaggio alla studiosa che ha permesso a chi scrive di approfondire i rapporti che intercorrono tra le opere di Levi e la psicanalisi junghiana. E ha fornito, inoltre, un solido punto di partenza da cui rivalutare l\u2019intera opera dell\u2019autore torinese. I saggi di Falaschi, della De Donato e il seppur marginale lavoro di Miccinesi (Invito alla lettura di Carlo Levi, 1973), cui peraltro questa tesi poco deve, sembravano aver ampiamente soddisfatto la sete di riscoperta dell\u2019opera di Levi che verr\u00e0, di l\u00ec a poco, a mancare. Nonostante la sua morte abbia suscitato numerosi ed entusiastici articoli di giornale, frutto anche del recupero storico letterario di cui \u00e8 stata fautrice soprattutto la De Donato, le opere di Levi e la postuma pubblicazione di Quaderno a cancelli non riscuotono particolare entusiasmo dalla critica, con l\u2019eccezione di alcuni lavori poco significativi e comunque tutti editi entro la fine degli anni Settanta. Sotto un silenzio assordante (non si registra alcuna monografia) le opere di Levi attraversano gli anni Ottanta e i primi anni Novanta, fino a una\u2013 seppur parziale \u2013 riabilitazione del romanzo L\u2019Orologio nel canone letterario del Novecento italiano. Sempre grazie alla De Donato, curatrice del volume L\u2019orologio di Carlo Levi e la crisi della Repubblica (Laicata, 1997), frutto di un importante convegno leviano, si riattiva l\u2019interesse della critica verso il romanzo pi\u00f9 politico dell\u2019autore torinese, anche se la questione politica, e in particolare la nota distinzione tra Contadini e Luigini, resta il focus predominante della miscellanea. Lo stesso vale per il prezioso contributo di Leonardo Sacco, L\u2019orologio della Repubblica: Carlo Levi e il caso Italia (Basilicata, 1999), che si pu\u00f2 a tutt\u2019oggi considerare, insieme ai lavori di David Ward, la pi\u00f9 attenta disamina dei rapporti tra Levi e la politica italiana a cavallo della nascita della Repubblica. Questi importanti contributi sono stati, nel corso della presente tesi, attentamente vagliati e utilizzati in merito soprattutto agli aspetti legati agli eventi storici e biografici pi\u00f9 che in relazione a vere e proprie analisi critico-letterario, peraltro assai ristrette. Una certa rilevanza ha, infine, la seconda monografia di Gigliola De Donato, intitolata Le parole del reale. Ricerche sulla prosa di Carlo Levi (Dedalo, 1998), in cui l\u2019autrice ripercorre le tappe pi\u00f9 significative dell\u2019esperienza intellettuale leviana, dando ampio spazio a una solida analisi filologica del manoscritto del Cristo, custodito presso il Centro manoscritto dell\u2019Universit\u00e0 di Austin in Texas. All\u2019alba degli anni 2000 si assiste a un netto incremento degli studi scientifici relativi all\u2019opera di Carlo Levi, soprattutto in virt\u00f9 del lavoro e dell\u2019impegno della De Donato, che con il sostegno di interpreti di discipline differenti (vista l\u2019interdisciplinariet\u00e0 dei lavori leviani) d\u00e0 alle stampe per Donzelli Editore un\u2019impressionante mole di scritti editi e inediti, conservati presso i fondi archivistici dedicati all\u2019autore torinese. Le nuove acquisizione, frutto della vendita di numerosi documenti da parte dell\u2019erede, Raffaella Acetoso, hanno permesso alla critica di indagare l\u2019opera di Levi alla luce di un materiale, fino ad allora, quasi completamente sconosciuto. La rivoluzione attuata dalle pubblicazioni della Donzelli Editore si \u00e8 ripercossa sulla critica successiva che ha avuto cos\u00ec modo di ricostruire nella sua quasi totale interezza il percorso intellettuale di Levi. Gli ultimi sedici anni di lavoro scientifico hanno visto come protagonista una nuova generazione di critici che ha saputo ricollocare l\u2019opera di Levi in virt\u00f9 di innovativi approcci metodologici. Ci si riferisce, in particolare, alle monografie di Michel Aourimi, di Chiara Bauzulli, di Sergio d\u2019Amaro, di Giovanna Faleschini Lerner, di Rosalba Galvagno, di Silvana Ghiazza, di Maria Antonietta Grignani, di Donato Sperduto, di Dario Stazzone, di David Ward e di Vanna Zaccaro, con i quali la presente tesi entra in profonda discussione critica, talvolta dissentendo, talaltra seguendo i percorsi gi\u00e0 tracciati. Su tutte, oltre all\u2019ottima biografia leviana firmata da De Donato e D\u2019Amaro (Baldini Castoldi Dalai, 2001), giova ricordare Carlo Levi\u2019s Visual Poetics di Faleschini Lerner (Palgrave, 2012) e Il romanzo unitario dell\u2019infinita molteplicit\u00e0 di Dario Stazzone (Papiro, 2012), in cui i due critici mostrano la forte componente visiva della scrittura di Levi: la Faleschini, introducendo il concetto di scrittura visuale, sostanziata da un uso sapiente dell\u2019ekphrasis che la studiosa con attenzione rintraccia a pi\u00f9 riprese nei lavori di Levi; Stazzone, invece, recuperando il testo centrale nella poetica leviana de I ritratti, in cui l\u2019intellettuale torinese sottolinea la presenza di un\u2019istanza arcaico- materna all\u2019interno della propria opera. A essi va aggiunta l\u2019importante monografia Carlo Levi, Narciso e la costruzione della realt\u00e0 (Olschki, 2004) di Rosalba Galvagno, peraltro curatrice di uno dei volumi editi da Donzelli Editore. Oltre a una attenta disamina dei luoghi in cui compare la figura di Narciso, nucleo germinale del sistema mitopoietico dell\u2019intellettuale torinese, la Galvagno si addentra in un (forse a tratti troppo ardito) percorso psicanalitico di taglio lacaniano attraverso il quale ricostruisce la genesi e i motivi di fondo dell\u2019intera produzione intellettuale di Levi, tralasciando talora gli aspetti invece eminentemente junghiani che si incontrano ripetutamente nella sua opera. Infine, un debito sostanziale \u00e8 stato contratto nei confronti di David Ward, autore di Carlo Levi. Gli italiani e la paura della libert\u00e0 (La Nuova Italia, 2002), in cui lo storico americano si concentra sugli aspetti politico-sociali dell\u2019intero percorso, che sarebbe stato impossibile (dato la prospettiva del presente lavoro) ricostruire nella loro interezza. Sebbene lo stato dell\u2019arte appena delineato evidenzi come l\u2019ultima produzione critica abbia colmato alcuni vuoti e cos\u00ec permesso una nuova interpretazione delle opere di Levi (soprattutto in virt\u00f9 di una rinnovata interdisciplinariet\u00e0), permangono molte zone di ombra che il presente lavoro si \u00e8 prefissato di indagare. Per quanto la critica si sia spesa intorno alla prima opera di Levi il saggio teorico di Paura della libert\u00e0, spesso si \u00e8 riportato, senza ulteriori approfondimenti, quanto gi\u00e0 elaborato dalla De Donato nelle sue opere critiche. Il primo capitolo di questo lavoro, pur riconoscendo alla studiosa un ruolo primario, si muove con una certa sistematicit\u00e0 e un\u2019ampia documentazione teorica verso una rivalutazione critica del concetto di sacro e di religioso. Infatti, attraverso un approccio antropologico e psicanalitico (in particolare junghiano) verranno sciolte numerose ellissi concettuali, interne al saggio e dovute soprattutto all\u2019intemperie culturale dell\u2019epoca. Non potendo parlare esplicitamente del nazifascismo, l\u2019autore compie una riflessione generale sul rapporto intercorrente tra l\u2019individuo, il sacro e il potere. Le analisi mostreranno una profonda consonanza delle riflessioni di Levi con il principio di \u00abindividuazione\u00bb di Jung e con quanto andava postulando, negli anni Trenta, la scuola del Collegio di Sociologia di Parigi. Si tratter\u00e0, dunque, di intessere un dialogo tra l\u2019opera dell\u2019intellettuale torinese con le punte pi\u00f9 avanzate del pensiero europeo in ambito socio-antropologico, cui sar\u00e0 necessario aggiungere la profonda conoscenza, da parte dell\u2019autore, della principale opera filosofica di Giambattista Vico. Infatti, Paura della libert\u00e0 contrae nei confronti dei Principi della Scienza nuova un debito altissimo: non solo l\u2019autore supera la temporalit\u00e0 di stampo idealista grazie alla teoria dei corsi e ricorsi storici di Vico, ma mostra le dinamiche interne all\u2019individuo e alla societ\u00e0, atte alla formazione delle idolatrie religiose e dei totalitarismi, in virt\u00f9 di numerose osservazioni vichiane, che qui per la prima volta (dopo il nutrito saggio del critico Andrea Battistini) si cerca di sistematizzare. Da Vico, Levi desume una lezione fondamentale che \u00e8 stata ampiamente rivalutata, in sede critica, grazie alle acute riflessioni del filosofo Roberto Esposito. Egli intravede all\u2019interno del pensiero italiano e in particolare in Vico la \u00abpotenza delle origini\u00bb, cio\u00e8 una forza immanente allo sviluppo storico che all\u2019improvviso sconquassa le vecchie strutture politico-culturali e apporta al divenire un nuovo motivo d\u2019essere. Al pensiero di Esposito, questo lavoro \u00e8 doppiamente debitore: non solo per le sue riflessioni sull\u2019opera di Vico, ma anche per le numerose analisi svolte sull\u2019ambiente surrealista francese (su tutti Georges Bataille e Roger Caillois). Le opere di quest\u2019ultimi, infatti, tutte edite negli anni immediatamente precedenti allo scoppio della seconda guerra mondiale, esemplificano (insieme con le riflessioni di Jung) la bipartizione leviana dell\u2019individuo: all\u2019uomo che permane nello stato d\u2019afasia dell\u2019insetto, l\u2019intellettuale torinese oppone l\u2019individuo privo di passioni, che ha abdicato alla propria natura relazionale e comunitaria a favore di una parcellizzazione atomistica rivolta all\u2019utile e al benessere individuale. Identificando, dunque, le cause della malattia europea della crisi in una forma di narcisismo esasperato, Levi riscopre sulle orme dei sociologi francesi la necessit\u00e0 di ricreare un \u00absacro attivo\u00bb all\u2019interno di una comunit\u00e0, non pi\u00f9 unita dall\u2019interesse capitalistico, ma dalla comune natura ancestrale. La teoria di Levi disvela, cos\u00ec, il proprio carattere relazionale, principio costitutivo e motore di tutte le opere successive, e rivela al contempo come la libert\u00e0 (pur sempre legata, nel suo fondo, alle teorizzazioni dell\u2019amico e maestro Piero Gobetti) sia possibile raggiungerla solo attraverso il recupero della componente sacra e ancestrale di ciascun uomo. Nel polo dialettico dell\u2019\u00abavvenimento\u00bb, l\u2019atto creatore viene cos\u00ec inteso come la strada di rifondazione della storia. La poiesis, per Levi, non \u00e8 pi\u00f9 il frutto dell\u2019opera di un genio romantico, ma il precipitato umano e collettivo di un incontro, dell\u2019incontro cio\u00e8 del s\u00e9 con l\u2019alterit\u00e0. Infatti, l\u2019ultima parte del primo capitolo \u00e8 interamente dedicata al modo in cui l\u2019intellettuale torinese intende il momento estetico. Esso non \u00e8 pi\u00f9 interpretato secondo la poetica decadente, ma \u00e8 pervaso da un senso di responsabilit\u00e0 etica, perch\u00e9 l\u2019arte \u00e8 l\u2019unico veicolo (accessibile a tutti gli individui) di liberazione dalle forme religiose e idolatriche dello stato nazi-fascista. Nell\u2019atto estetico, dunque, sopravvive quella forza sorgiva e originaria che permette di intendere l\u2019arte come un fenomeno rivoluzionario di portata non solo estetica ma soprattutto etico-politica. Sin dai primi passi nel campo dell\u2019arte, allorquando si unisce ai Sei di Torino sotto la guida e gli insegnamenti del critico Lionello Venturi, Levi \u00e8 retrivo a qualsiasi tipo di collaborazione con il regime: anche le sue scelte in campo estetico riflettono una forma di contrapposizione con le politiche culturali allora vigenti. In particolare, egli si dedica a lungo alla forma pittorica del ritratto che, secondo l\u2019estetica fascista, rappresentava un genere minore. Non a caso, chiuso nelle prigioni del regime, l\u2019intellettuale torinese abbozza una teoria, chiamata I ritratti e completata solo nella seconda met\u00e0 degli anni Sessanta, in cui a fondamento di ciascun atto creativo \u00e8 collocata la relazione tra il se stesso e l\u2019alterit\u00e0 raffigurata. Sulla base di queste convinzioni estetiche, Levi incontra la Lucania e descrive il mondo contadino da una precisa angolazione mitizzante che investe l\u2019arida terra del paese di Gagliano, rendendolo il luogo, par excellence, di rifondazione della storia. Nella mente dell\u2019autore, la Lucania intoccata dal Cristianesimo preserva nella propria natura originaria e materna una verginit\u00e0 culturale, capace di restituire, come un germoglio sotto la superficie della terra, nuove energie alla civilt\u00e0 occidentale, chiusa in un alienante e marcescente narcisismo solipsistico. I valori della comunit\u00e0 dei contadini lucani si oppongono, infatti, per la loro attenzione all\u2019alterit\u00e0 alla cultura fascista di quegli anni. Secondo un\u2019ottica antropologica e attraverso l\u2019ausilio della filosofia di Walter Benjamin, il secondo capitolo si prefigge di dimostrare, innanzitutto, come la Lucania sia in realt\u00e0 frutto di una proiezione mitopoietica dello stesso autore; e, in secondo luogo, come la figura del narratore, che interagisce nei confronti dell\u2019alterit\u00e0 lucana attraverso la pittura e la medicina, sia costruita sul modello dei cantori dell\u2019epica antica che oralmente riportavano, da paesi lontani, le storie di un mondo sconosciuto. Non disgiunto da una certa carica di messianesimo, il protagonista e narratore (don Carlo) raccoglie sul suolo lucano numerosi racconti della tradizione e si investe del ruolo di mediatore (non lontano, hanno rilevato pi\u00f9 critici, dai tentativi degli antropologi) tra il mondo inesplorato della Lucania e l\u2019Italia post-fascista. Il ruolo del Cristo nella societ\u00e0 odierna lo si pu\u00f2 intendere solo se privato dell\u2019annosa questione meridionale che ha precluso una corretta interpretazione del romanzo in chiave nazionale ed europea. Il centro pi\u00f9 fertile del Cristo, oggi, non \u00e8 la descrizione sorpassata della Lucania o della pervasivit\u00e0 della malaria, ma un modo di intendere la cultura e l\u2019arte che supera i confini provincialistici della questione meridionale e si inserisce nell\u2019alveo di una lunga tradizione culturale di opposizione alla societ\u00e0 capitalistica e atomistica dell\u2019uomo moderno. Questa componente rivoluzionaria si travasa nelle pagine dell\u2019Orologio che rappresenta il canto del cigno dei valori della Resistenza italiana. In essa, infatti, Levi scorge un grande movimento popolare capace di attivare le energie migliori della popolazione italiana, al fine di contrastare un mondo fatto di idoli e adorazioni religiose. Il secondo romanzo di Levi non solo si occupa della sconfitta del governo di Ferruccio Parri a favore della Democrazia cristiana e della restaurazione delle istituzioni politiche prefasciste, voluta in particolar modo dal Partito liberale, al cui capo vi \u00e8 Benedetto Croce, ma \u00e8 anche un inno nei confronti della libert\u00e0 che sprigiona dalla forza del popolo. Popolo che viene ritratto con grande abilit\u00e0 sia nelle strade della capitale che per il budello napoletano. Pi\u00f9 che all\u2019aspetto politico, questa tesi si \u00e8 rivolta alle profonde implicazioni psicanalitiche che riguardano il testo. Il sogno iniziale e, in generale, la parte introduttiva dell\u2019opera sono stati stranamente tralasciati dalla critica pi\u00f9 recente. In realt\u00e0, nelle prime pagine del romanzo e nel sogno del protagonista, preludio alla rottura dell\u2019orologio intorno al quale ruota l\u2019intera vicenda, si disvela una delle principali chiavi interpretative dell\u2019opera. Grazie alla psicanalisi di Jung, alle opere di Bergson e del filosofo Alain, la presente tesi cerca di fornire una sistematica interpretazione della parte pi\u00f9 oscura del romanzo. I risultati, in parte in linea con la tradizione critica pi\u00f9 recente, evidenziano come il sogno iniziale del protagonista costituisca il centro sia della critica alla politica post-bellica che della volont\u00e0 dell\u2019autore di allontanarsi dall\u2019agone politico per dedicarsi interamente all\u2019arte. L\u2019Orologio, da questa precisa angolazione, diviene cos\u00ec l\u2019opera del disincanto e del rammarico per l\u2019incapacit\u00e0 da parte della politica italiana di fare tesoro dell\u2019esperienza fascista. E mostra, altres\u00ec, l\u2019esperienza biografica dello stesso Levi che dinnanzi alla caduta dei valori della Resistenza si ritira in un lungo periodo di astensione dalla politica. A chiudere la triade dei capolavori della prima fase dell\u2019opera leviana \u00e8 il postumo Quaderno a cancelli. Nell\u2019opera, nata dalla cecit\u00e0 provvisoria dell\u2019autore, Levi recupera la dimensione del sogno e della memoria, ripercorrendo le tappe pi\u00f9 significative della propria esistenza. Descrivendosi come un guerriero birmano ferito sulla contro-scarpa di un fossato, il protagonista desidera ricostituire l\u2019unit\u00e0 perduta con la madre per mezzo di un cammino che trasforma l\u2019eroe iniziale in un combattente vietcong immerso nelle acque amniotiche del ventre materno. L\u2019ultima opera leviana si spinge, dunque, come non mai dentro le radici di quella forza primigenia identificata con il sacro, riscoperta in Lucania e poi identificata con il polo della madre. Nella madre e per la madre si chiude cos\u00ec il lungo cammino artistico di Levi che, alle soglie della morte, si spegne in quel tutto indifferenziato da cui aveva tratto origine la sua opera; in quel caos primordiale in cui egli aveva intravisto l\u2019unica forma potenziale di rigenerazione della storia e dei rapporti individuali. La prima difficolt\u00e0 che si riscontra nell\u2019affrontare un discorso su Carlo Levi \u00e8 cercare di ricomporre in maniera unitaria il suo percorso esistenziale e letterario. Nella presentazione della raccolta dei discorsi parlamentari di Carlo Levi , l\u2019allora Presidente del Senato Marcello Pera citava Ferruccio Parri, che aveva a suo tempo rilevato la difficolt\u00e0 di ridurre ad unit\u00e0 biografica il complesso percorso esistenziale di Levi, e osservava che l\u2019elemento unificante di esperienze cos\u00ec varie nella pittura, nella letteratura, nel giornalismo, nella critica militante e nell\u2019impegno politico andava ricercato nella passione che lo animava. In questo percorso umano cos\u00ec eclettico\u00a0 che ha certo molte radici, dall\u2019aspirazione a una sapienza universale che appartiene alla tradizione della cultura ebraica, con la quale Levi si confront\u00f2 sempre pur senza ostentazione, fino a una singolarissima personalit\u00e0 che univa una salda fiducia nei propri mezzi espressivi e perfino nella propria superiorit\u00e0 intellettuale a una \u00abrara empatia con uomini, donne, bambini e perfino animali\u00bb egli stesso, peraltro, si consider\u00f2 sempre in primo luogo un pittore, vedendo nell\u2019arte figurativa la sua \u201cprofessione\u201d e nelle sue altre esperienze, anche creative, essenzialmente una manifestazione in un certo senso terenziana della propria partecipazione a ogni aspetto dell\u2019esistenza umana. L\u2019incontro con Gobetti costituisce uno snodo fondamentale nel percorso di formazione del giovane Levi non solo dal punto di vista politico, ma anche sotto il profilo artistico, dal momento che Gobetti lo present\u00f2 a Felice Casorati , che Piero stesso aveva promosso a \u00abfuturo maestro di un\u2019intera generazione di pittori a campione del classicismo, contro impressionismo e decadentismo\u00bb. Di venti anni maggiore di Levi, Casorati era gi\u00e0 un pittore piuttosto noto (aveva gi\u00e0 esposto alle biennali veneziane del 1909 e del 1910, e successivamente si era avvicinato alla lezione della Secessione viennese, che aveva contribuito a far conoscere in Italia attraverso la rivista Via Lattea pubblicata a Verona nel 1914) quando si era trasferito a Torino con la famiglia dopo la guerra. \u00ab[\u2026] Il suo arrivo\u00bb, come scrisse Levi alla morte di Casorati nel 1963 \u00abera stato [\u2026] come la caduta di un masso in uno stagno, e aveva modificato d\u2019un tratto [\u2026] la vita culturale della citt\u00e0\u00bb. Levi divent\u00f2 dunque allievo della scuola di pittura di Casorati, che gli fu maestro di quella rigorosa costruttivit\u00e0 e saldezza formale che sar\u00e0 il segno intorno al quale evolver\u00e0 l\u2019esperienza artistica di Levi il quale, pur affrancandosi ben presto dal ruolo di allievo, mantenne sempre vivo un rapporto di salda amicizia col maestro, nonostante la differenza di et\u00e0 e l\u2019improvviso allontanamento di Casorati da qualsiasi coinvolgimento in attivit\u00e0 politiche, dopo lo shock dell\u2019arresto da lui subito nel 1923 a causa della collaborazione con la casa editrice di Gobetti. Alla met\u00e0 degli anni \u201920 il giovane Levi sembra incerto fra la carriera artistica e quella scientifica. Laureatosi a pieni voti nel 1924, diventa assistente del professor Micheli presso la cattedra di clinica medica, pubblicando studi sperimentali di internistica di notevole pregio, e nell\u2019ambito del perfezionamento dei suoi studi medici si reca a Parigi per il primo di vari soggiorni che ebbero un ruolo essenziale nella sua maturazione artistica, e nell\u2019aprire una finestra europea a quello che cominciava ad essere un pittore con un proprio ruolo nello scenario artistico italiano. In quello stesso anno infatti debutta alla biennale di Venezia esponendo tre dipinti: Arcadia, Il fratello e la sorella, La madre e Lelle bambina. In questo periodo Levi consolida il proprio impegno politico-culturale, collaborando alla Rivoluzione liberale fino alla sua chiusura nel 1925, e ancora alla rivista culturale di Gobetti, Il Baretti, fino alla chiusura nel 1928. Nel 1927 Levi decide di dedicarsi interamente alla pittura, abbandonando la carriera medica, e si reca a Parigi dove, anche grazie ai contatti col mondo artistico francese della sua fidanzata di allora, la lettone Vitia Gourevitch, comincia a guadagnare una crescente notoriet\u00e0. Tra il 1928 e il 1932 alterna i soggiorni parigini a quelli torinesi durante i quali partecipa alla vita artistica italiana e soprattutto a quella del cosiddetto \u201cGruppo dei Sei\u201d (oltre a Levi, Jessie Boswell, l\u2019unica donna, Gigi Chessa, Nicola Galante, Francesco Menzio e Enrico Paulucci), impegnati nella ricerca di un linguaggio moderno che mantenesse un rapporto dialettico con la pittura italiana dell\u2019800, in una polemica col futurismo che aveva una chiara connotazione politica; come scrisse Levi nell\u2019introduzione al catalogo della mostra torinese sui Sei del 1965: l\u2019origine vera del Gruppo era nella ricerca di un linguaggio pittorico di libert\u00e0, a noi adatta e vissuta, reale; in opposizione contro i falsi miti novecenteschi, gli arcaismi, i populismi totalitari, le mistificazioni moderne della retorica e dell\u2019accademia e dell\u2019attivismo e vitalismo futurista.In realt\u00e0 la ricerca artistica di Levi \u00e8 speculare a un crescente impegno antifascista, con l\u2019adesione al movimento clandestino \u201cGiustizia e libert\u00e0\u201d di Carlo Rosselli, fin dalla sua costituzione nel 1929, adesione cui egli da\u2019 contenuto collaborando alla rivista edita in Francia, fornendo la sua opera di disegnatore, coordinando le attivit\u00e0 del gruppo torinese che \u2013 dopo i processi del 1930-31 che avevano decapitato i gruppi milanese e romano con le condanne di Ernesto Rossi, Riccardo Bauer, Francesco Fancello, Nello Traquandi e altri \u2013 era diventato la principale realt\u00e0 italiana del Movimento. \u00c8 interessante notare che l\u2019estraneit\u00e0 dei giovani borghesi di GL agli ambienti considerati dall\u2019OVRA come i pi\u00f9 tipici dell\u2019attivit\u00e0 antifascista torinese (la classe operaia, i vecchi militanti del Partito comunista e dei Partiti aventiniani) contribu\u00ec per lungo tempo alla completa ignoranza da parte della polizia circa l\u2019identit\u00e0 degli aderenti. Sotto questo aspetto Levi \u2013 giunto all\u2019et\u00e0 adulta sotto il Regime, laureato, di famiglia benestante, artista di crescente fama anche a livello internazionale, che espone a Parigi e Londra e fa anche le sue prime prove nel cinema come scenografo e sceneggiatore \u2013 rappresenta un esempio tipico di un ambiente che, al di l\u00e0 di frequentazioni e passioni giovanili, si riteneva naturalmente \u201cnormalizzato\u201d, e capace tutt\u2019al pi\u00f9 di un dissenso meramente culturale e \u201cprivato\u201d. Questa situazione si modifica bruscamente nel febbraio del 1934, quando la polizia di frontiera arresta a Ponte Tresa, mentre tentano di introdurre in Italia stampa clandestina, due giovani militanti torinesi di GL, Sion Segre Amar e Mario Levi; quest\u2019ultimo, che riesce a sfuggire alla cattura e a riattraversare il confine, \u00e8 fratello, oltre che della futura scrittrice Natalia Ginzburg, anche di Paola, moglie di Adriano Olivetti e notoriamente amante di Carlo Levi (dal quale avr\u00e0 nel 1937 una bambina, Anna). La polizia arresta quindi, insieme ad altre persone dello stesso ambiente, anche Levi, che viene imprigionato nelle Carceri Nuove di Torino; il prudente e disinvolto artista per\u00f2, che \u00e8 riuscito a nascondere in luogo sicuro qualsiasi materiale compromettente, non cede ai pressanti interrogatori, sostenendo che le sue relazioni con gli arrestati hanno carattere meramente amicale e culturale. Carlo rimane in carcere per quasi due mesi, dal 13 marzo al 9 maggio \u02bc34, e questo periodo di detenzione sembra proiettarlo in una dimensione di tempo e spazio sospesi, sintomo di un attonito smarrimento dello scrittore che si traduce in una continua ricerca delle proprie certezze e dei propri rapporti con la realt\u00e0, come si deduce dalla corrispondenza epistolare di quei mesi. In una lettera del 6 aprile alla madre Annetta scrive: Anche il cielo attraverso le grate, \u00e8 molto indeterminato: non \u00e8 proprio un vero cielo, ma piuttosto un buco luminoso, nel quale non si distingue bene il nuvolo dal sereno, gli aeroplani dagli uccelli; e i rumori che vengono dal di fuori, quelli di una fabbrica vicina, o dei tram, la notte, o le voci delle guardie, non hanno neppur essi una dimensione e un carattere preciso . Seppur con un provvedimento di ammonizione il 9 maggio viene quindi rilasciato, ma l\u2019OVRA continua a indagare sul movimento infiltrandolo con un suo informatore, il popolare scrittore Pitigrilli, al secolo Dino Segre, cugino di Sion Segre Amar; l\u2019infiltrato indirizza di nuovo l\u2019attenzione degli inquirenti su Levi, che viene arrestato nel maggio 1935. Egli per\u00f2 \u2013 per motivi che testimoniano la superiore chiaroveggenza dell\u2019artista rispetto ai meri attivisti politici \u2013 ha sempre diffidato di Pitigrilli, ed ha avuto cura di non aprirsi in alcun modo con lui. Una volta di pi\u00f9, dopo due mesi di interrogatori prima alle Carceri Nuove, e poi a Roma, a Regina Coeli, non emergono elementi che giustifichino il deferimento al tribunale speciale (che condanna invece a pesanti pene detentive Segre Amar, Leone Ginzburg, Vittorio Foa, Michele Giua e il pur \u201cpentito\u201d Massimo Mila); tuttavia Levi \u00e8 proposto per la misura di prevenzione come sospetto antifascista, e ad agosto viene inviato al confino a Grassano, in provincia di Matera. Dopo appena un mese per\u00f2 la Questura raccomanda il suo trasferimento in una localit\u00e0 pi\u00f9 isolata, apparendo difficile tenere sotto controllo l\u2019esuberante pittore, che in poche settimane ha ricevuto la visita di Paola Olivetti e ha avuto modo di mettersi in contatto con Vitia Gourevitch, da tempo sposata in Lettonia (tutta la complessa vita sentimentale di Levi \u00e8 caratterizzata da relazioni che non sfoceranno mai in una vita famigliare \u2013 quali quella ventennale con Linuccia, figlia del poeta Umberto Saba e moglie del pittore Lionello Giorni, o quella con Luisa Orioli e che non si interromperanno mai veramente nemmeno dopo la fine dell\u2019intimit\u00e0, trasformandosi in profondi rapporti affettivi e intellettuali); Levi viene perci\u00f2 inviato ad Aliano. Il confino, come \u00e8 noto, rappresenta una vera svolta nella vita dell\u2019artista. L\u2019empatico e generoso Levi scopre nella vita contadina lucana un mondo alternativo a quello della modernit\u00e0 e della razionalit\u00e0 da cui proviene, nel quale sa penetrare con curiosit\u00e0 e rispetto (un esito tutt\u2019altro che scontato se si pensa, ad esempio, al drammatico senso di estraneit\u00e0 con cui Cesare Pavese visse il confino a Brancaleone) ne nasce un\u2019esperienza centrale nel suo percorso umano sotto ogni profilo: filosofico, perch\u00e9 trasforma e completa il peculiare umanesimo che costituisce la sua chiave di lettura dell\u2019esistenza; politico, perch\u00e9 precisa e definisce la sua visione della democrazia, derivata dall\u2019insegnamento di Gaetano Salvemin , incentrata sull\u2019autonomia delle comunit\u00e0 elementari; artistico, perch\u00e9 questa esperienza, mentre dar\u00e0 inizio, con Cristo si \u00e8 fermato a Eboli, alla sua carriera di scrittore, indirizzer\u00e0 il suo percorso pittorico degli anni successivi. Liberato a seguito del condono concesso a numerosi confinati in occasione della proclamazione dell\u2019Impero, rientra a Torino, dove riprende la sua attivit\u00e0 artistica cimentandosi non solo nella pittura (nel biennio successivo al suo rilascio presenta numerose \u201cpersonali\u201d a Milano, Roma e Genova, e suoi dipinti sono esposti nel dicembre del 1937 all\u2019Anthology of Contemporary italian painting di New York) ma anche nella poesia e nella scenografia cinematografica. Per quanto sia costretto a muoversi con estrema prudenza, il confino non ha certo spento la sua passione politica: nell\u2019estate del 1937 dipinge un Autoritratto con camicia insanguinata che sembra alludere all\u2019assassinio dei fratelli Rosselli, avvenuto il 10 giugno di quell\u2019anno, e a partire dall\u2019anno successivo riesce a far arrivare clandestinamente in Francia articoli pubblicati su Giustizia e Libert\u00e0. Dal settembre 1938 per\u00f2 la posizione di Levi si complica a causa dell\u2019avvio della politica razziale, che impedisce di fatto agli artisti ebrei di esporre o pubblicare col proprio nome. Nel giugno 1939 si trasferisce a Parigi, e di qui a La Baule in Normandia, dove scrive il saggio Paura della Libert\u00e0. Dopo l\u2019invasione tedesca della Francia, Levi ritiene prudente abbandonare la \u201cZona occupata\u201d e si trasferisce a Marsiglia. <\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-jetpack-tiled-gallery aligncenter is-style-rectangular\"><div class=\"\"><div class=\"tiled-gallery__gallery\"><div class=\"tiled-gallery__row\"><div class=\"tiled-gallery__col\" style=\"flex-basis:66.75296%\"><figure class=\"tiled-gallery__item\"><a href=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2025\/05\/02_Gam_Carlo-Levi-e-Piero-Martina_Ph.-Monkeys-Video-Lab_18.12.24041025-1-1024x683.jpg?ssl=1\"><img decoding=\"async\" data-attachment-id=\"1000017470\" data-permalink=\"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?attachment_id=1000017470\" data-orig-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2025\/05\/02_Gam_Carlo-Levi-e-Piero-Martina_Ph.-Monkeys-Video-Lab_18.12.24041025-1-scaled.jpg?fit=2560%2C1708&amp;ssl=1\" data-orig-size=\"2560,1708\" data-comments-opened=\"0\" data-image-meta=\"{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;}\" data-image-title=\"02_Gam_Carlo Levi e Piero Martina_Ph. 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Sospettato di attivit\u00e0 antifascista, viene arrestato nell\u2019aprile del 1943 e rinchiuso al carcere delle Murate, da dove \u00e8 liberato con la caduta di Mussolini. Dopo l\u20198 settembre entra in clandestinit\u00e0; nonostante i pericoli, i disagi e l\u2019impegno nella Resistenza non interrompe l\u2019attivit\u00e0 creativa, terminando fra l\u2019altro la stesura del Cristo. Dopo la liberazione di Firenze, entra per il PdA nel CLN della Toscana, assumendo la direzione de \u00abLa nazione del popolo\u00bb, organo del CLN regionale. Nel giugno del 1945 si trasferisce a Roma per assumere la direzione de \u00abL\u2019Italia libera\u00bb, organo del Partito d\u2019Azione. Si apre cos\u00ec un anno di esperienze quanto mai intense. In questo periodo, mentre Einaudi pubblica Cristo si \u00e8 fermato a Eboli con un immediato e travolgente successo anche all\u2019estero, e soprattutto negli USA, si consuma rapidamente l\u2019esperienza del PdA, entrato in crisi dopo la caduta del Governo Parri (episodio centrale dell\u2019Orologio) e la crescente inconciliabilit\u00e0 delle diverse culture che lo avevano animato. Levi per\u00f2 muove agli azionisti una critica di segno diverso, accusandoli di un\u2019insufficiente attenzione verso le questioni meridionale e contadina, dalla cui comprensione, a suo avviso, dipende la possibilit\u00e0 di realizzare in Italia una vera rivoluzione democratica. Aderisce cos\u00ec ad Alleanza Repubblicana, un gruppo fondato dagli azionisti meridionalisti Dorso, Rossi Doria e Fiore, con cui si candida all\u2019Assemblea costituente. AR per\u00f2 non raggiunge il quorum e non elegge deputati . Intanto lo straordinario successo del Cristo si \u00e8 fermato a Eboli conferisce a Levi una posizione centrale in quel rinnovamento della vita culturale nazionale che si manifesta nel dopoguerra e che, grazie in primo luogo al cinema, assume ben presto una dimensione internazionale. All\u2019immagine di Levi fuori dell\u2019Italia contribuisce in maniera determinante il viaggio che compie insieme a Parri nel 1947 negli USA, organizzato da una associazione culturale italoamericana per far conoscere al pubblico americano le condizioni e i bisogni della nuova Italia repubblicana. Il viaggio diventa una straordinaria occasione di promozione culturale, grazie soprattutto all\u2019abile opera di Max Ascoli che introduce Levi nell\u2019ambiente intellettuale d\u2019oltreoceano, procurandogli una collaborazione con Life che, seguita da quella con La Stampa e altri giornali italiani, dar\u00e0 vita a una delle pi\u00f9 caratteristiche attivit\u00e0 di Levi negli anni \u201950, quella di moderno \u201cGrandTourist\u201d, narratore e interprete di un mondo che, tra guerra fredda, decolonizzazione e nuovi media, comincia a rivelare al lettore medio italiano un volto assai diverso da quello consolidato dalla tradizionale letteratura di viaggio ed esotista. Nel contesto di questa attivit\u00e0 \u2013 che dar\u00e0 vita ad acutissimi reportage, alcuni dei quali si trasformeranno in opere di maggior respiro, come La doppia notte dei tigli sulla Germania divisa e Il futuro ha un cuore antico sulla societ\u00e0 sovietica \u2013 si distinguono i viaggi nell\u2019Italia del Sud, dai quali nascono opere come Le parole sono pietre e Tutto il miele \u00e8 finito, e nei quali il punto di vista dell\u2019osservatore diventa anche quello di un soggetto attivo. Levi infatti in questi anni \u00e8 ormai una figura chiave del meridionalismo militante, animatore del movimento di opinione pubblica contro la persecuzione amministrativa e giudiziaria di Danilo Dolci in Sicilia,mentore di tutta una nuova generazione di intellettuali meridionalisti specialmente lucani, si pensi soprattutto a Rocco Scotellaro al quale Levi rimase legato da una profonda amicizia. Proprio con il giovane poeta \u2013 che, come Dolci, vedr\u00e0 Levi schierato al suo fianco durante le tormentose vicende giudiziarie con le quali si tenter\u00e0 di contrastare il suo impegno riformatore \u2013 far\u00e0 nel dicembre del 1952 un viaggio in Calabria dal quale nasceranno alcuni dei suoi quadri pi\u00f9 famosi come La porta del Sud, Melissa, Antonio e il porco, Il piccolo assegnatario, Nonna e nipote.Il quindicennio postbellico \u00e8 infatti, pi\u00f9 in generale, quello in cui vengono dipinte la maggior parte delle opere di \u201crealismo sociale\u201d, che in Levi tende per\u00f2 sempre ad essere sfumato dal senso del magico, e di soggetto \u201ccontadino\u201d della pittura leviana, che culmineranno prima nel Lamento per Rocco Scotellaro, dipinto dopo la morte del poeta (1953), e infine nel grande telero realizzato per il padiglione della Basilicata all\u2019expo di Torino per il centenario dell\u2019Unit\u00e0 nazionale. Sarebbe un errore tuttavia dimenticare che la ricerca artistica di Levi anche in questa fase si confronta con numerose modalit\u00e0 espressive: la serie dei quadri di soggetto mitologico (Demetra e Persefone, Teseo e Arianna, Narciso), il pluridecennale esercizio, in litografia e in scultura, col tema degli amanti, che culmina nella famosa personale alla Galleria \u201cIl Pincio\u201d di Roma nel 1955, e soprattutto la ritrattistica, che \u00e8 stata una presenza costante nell\u2019opera di Levi e che in questi anni vede posare per lui, fra tantissimi altri, Italo Calvino per ben dieci ritratti, Anna Magnani, Ernesto Rossi, Giuseppe Di Vittorio, Giorgio Amendola, Ilja Ehrenburg, Frank Lloyd Wright, David Siqueiros, Pablo Neruda. Proprio il poeta cileno \u2013 accanto ai ricordi di tanti modelli che hanno parlato delle curiose sedute di posa di Levi, che non richiede l\u2019immobilit\u00e0 al modello e per tutto il tempo chiacchiera e scherza con lui \u2013 ha lasciato una testimonianza che allude al fascino un po\u2019 misterioso che la personalit\u00e0 del pittore ha sempre esercitato su chi lo ha conosciuto: Mentre mi ritraeva nell\u2019antico studio, il crepuscolo romano discendeva lentamente, i colori si attenuavano come se il tempo impaziente rapidamente si consumasse [\u2026] Sprofondai nell\u2019oscurit\u00e0, ma egli continuava a dipingermi. Il silenzio fin\u00ec per divorarmi, per\u00f2 egli seguitava forse a dipingere il mio scheletro. Perch\u00e9 i casi erano due: o le mie ossa erano fosforescenti, o Carlo Levi era un gufo, aveva gli occhi scrutatori dell\u2019uccello della notte. L\u2019impegno meridionalista di Levi \u2013 che nella sua visione politica rappresenta una chiave di lettura di un rinnovamento democratico dell\u2019intera societ\u00e0 italiana \u2013 cerca in questi anni con difficolt\u00e0 di trovare una sponda politica. Dopo il trionfo della coalizione centrista la posizione di Levi si precisa nel senso della sua contrapposizione a una maggioranza politica che egli considera espressione di un blocco sociale conservatore e culturalmente miope (risale alla pubblicazione dell\u2019Orologio la sua nota metafora sulla magna divisio della societ\u00e0 italiana in \u201ccontadini\u201d \u2013 i ceti produttivi e gli intellettuali \u2013 e, dal nome del podest\u00e0 di Aliano, i \u201cLuigini\u201d, un blocco sociale che riunisce ceti parassitari collocati a livelli diversi della piramide socioeconomica) . Nel corso degli anni cinquanta dunque Levi si avvicina sempre di pi\u00f9 alla sinistra di opposizione e comincia a guardare al Partito comunista che fin dal 1953, nella prospettiva di porsi come perno di una coalizione alternativa a quelle incentrate sulla DC, offre \u201cospitalit\u00e0\u201d nelle proprie liste a personaggi di vari orientamenti politico-culturali che di tali alleanze dovrebbero essere i catalizzatori, determinando la nascita dei Gruppi parlamentari della Sinistra Indipendente. Nel 1963 Levi \u00e8 dunque eletto al Senato nel collegio di Civitavecchia. Levi resta in Senato per due legislature, come componente della Commissione Istruzione pubblica e belle arti. Il suo ruolo, a differenza di altri artisti e in generale di esponenti della cosiddetta \u201csociet\u00e0 civile\u201d eletti in Parlamento, non sar\u00e0 mai quello di un mero \u201ctecnico\u201d, che prende la parola esclusivamente su questioni che attengono alla propria specifica esperienza di vita. Senza mai dimenticare la sua dimensione di artista e la prospettiva particolare che essa conferisce alla sua analisi della realt\u00e0, il senatore Levi \u00e8 un parlamentare e un politico a tutto tondo, del quale restano ad esempio memorabili interventi nei dibattiti sulla fiducia ai Governi di quegli anni \u2013 da quello sul primo Governo Moro nel quale, alla critica per quello che gli sembra il difetto genetico di un governo che nasce su basi politiche insufficienti a consentire un vero rinnovamento dei rapporti sociali, si unisce l\u2019interesse per il programma politico e l\u2019affetto per tanti componenti della compagine che hanno condiviso momenti importanti della sua vita, a quelli, sempre pi\u00f9 sfiduciati verso le successive riedizioni di un centro-sinistra che lui vede ridursi da \u00abforma\u00bb a \u00abformula\u00bb\u00a0 ovvero nelle sue analisi di questioni come la difesa della libert\u00e0 di coscienza e di espressione, la tutela del paesaggio, le relazioni internazionali, i nuovi movimenti giovanili e molte altre. Provato da problemi di salute Levi, che nel 1968 era stato rieletto nel collegio di Velletri, non si ripresenta alle elezioni del 1972. Negli ultimi anni, nonostante le condizioni sempre pi\u00f9 precarie, ivi compresi un periodo di cecit\u00e0 che fa da sfondo alla sua ultima opera letteraria, il Quaderno a cancelli, continuer\u00e0 a lavorare, realizzando in particolare nel 1974 insieme a Cagli e a Guttuso, autori delle prime due, l\u2019ultima opera (La Liberazione) del gruppo celebrativo del trentennale delle Fosse ardeatine.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>IL PERCORSO ESPOSITIVO<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Carlo Levi \u00e8 un pittore gi\u00e0 affermato quando, negli anni Trenta, il giovane Piero Martina si affaccia sulla scena artistica torinese. Il legame tra i due si approfondisce in occasione della prima mostra di Martina alla Galleria Genova nel 1938, presentata dallo stesso Levi che lo sostiene e incoraggia nella ricerca di un linguaggio espressivo autonomo. Nella prima sezione dal titolo <em>La formazione, l\u2019ambiente intellettuale torinese<\/em>, sono poste a raffronto le opere rappresentative di questo periodo,incentrato sulla cultura figurativa del gruppo dei \u201cSei di Torino\u201d che Levi aveva contribuito a fondare. Se le opere di quest\u2019ultimo sono caratterizzate- dopo un avvio di figurazione dai volumi netti sotto la luce (quasi \u201crealismo magico\u201d) &#8211; dall\u2019approdo ad una pennellata morbida e avvolgente di natura pi\u00f9 sensuale (<em>Le officine del gas<\/em>, 1926; <em>Lelle seduta con cappellino<\/em>, 1933), la pittura di Martina si rivela come uno schermo vagamente colorato e iridescente che nasconde le cose invece di rivelarle (<em>Interno dello studio con cappello<\/em>, 1937, <em>Figura con maschera<\/em>, 1938, <em>Ritratto<\/em> di <em>donna<\/em> con<em> cappello<\/em>, 1937).<\/p>\n\n\n\n<p>La seconda sezione <em>Da Torino a Roma: suggestioni, aperture e nuove ricerche <\/em>accompagna il visitatore nel passaggio dal periodo torinese, in cui il fascino discreto della loro citt\u00e0 si rivela nei ritratti di familiari e amici, nelle nature morte e negli scorci cittadini realizzati dai due artisti<em>(Tramonto con la Mole<\/em>, del 1942, di Piero Martina), al periodo immediatamente successivo caratterizzato dalla tragica incombenza della guerra e dai continui spostamenti dei due. Tra il 1934 e il 1938 Carlo Levi conosce diversi arresti e il confino in Lucania, la persecuzione della polizia fascista e le leggi razziali che lo costringono a una vita di continuo nomadismo tra l\u2019Italia e la Francia. Ma non si interrompono le occasioni di incontro e confronto con l\u2019amico,con il quale condivide il comune senso di perdita a seguito del bombardamento delle loro case a Torino, nel 1942. In questo stesso anno realizzano l\u2019uno il <em>Ritratto<\/em> dell\u2019altro. Dalle atmosfere lievi e intimiste dei primi lavori, nei primi anni Quaranta Piero Martina si avvicina ai linguaggi contemporanei pi\u00f9 antiaccademici (la Scuola Romana, ad esempio) e passa a un uso del colore pi\u00f9 fermo e studiato (<em>Ragazza <\/em><em>al clavicembalo,<\/em> 1940; <em>Rose e conchiglie<\/em>, 1942). Levi, invece, a partire dal suo confino lucano si lascia catturare dai temi del sociale rappresentando la miseria dei contadini del sud Italia, abbandona le trasparenze del periodo precedente per concentrarsi su strutture pi\u00f9 robuste, dense e \u201condose\u201d, che definiscono uno spazio percepito come mobile e trascorrente(<em>Autoritratto con fornello<\/em>, 1935 <em>Tetti di Roma<\/em>, 1951). Dopo una breve parentesi fiorentina nel 1943 e l\u2019esperienza alla Biennale del 1948, alla quale entrambi partecipano, arriva un punto di svolta agli inizi degli anni Cinquanta quando Martina, quarantenne, si stabilisce a Roma dove Levi risiedeva gi\u00e0 dal 1945. Insieme frequentano i vivaci circoli artistici della Capitale, centro nevralgico di un movimento di riconquista delle libert\u00e0 espressive sacrificate durante il ventennio e di energie convergenti da tutta Europa, nelle arti come nella letteratura, nel cinema e nella fotografia. \u00c8 <em>La stagione dell\u2019impegno civile<\/em> &#8211; titolo della terza sezione della mostra \u2013 che coincide con un momento di acuto confronto sociale nel paese e con una fase di profonda consapevolezza nei due artisti, del ruolo degli intellettuali nei confronti dei contadini e della classe operaia. Sono di questa fase, infatti, le opere pi\u00f9 sperimentali di Martina legate ai temi del lavoro operaio (<em>La Tessitrice n.2<\/em>, 1952, <em>La manifattura tabacchi<\/em>, 1956),e la pittura scabra di Levi in cui ritrae le difficili condizioni delle classi subalterne e contadine del Sud (<em>Il Ragazzo Aleandro<\/em>, 1952, <em>Fratelli<\/em>, 1953, <em>Contadine rivoluzionarie<\/em>, 1951). Il lungo decennio della \u201cricostruzione\u201d lascia il posto, negli anni Sessanta e oltre, a una ricerca pi\u00f9 personale da parte dei due artisti, lontano dal dibattito contemporaneo. La quarta sezione, <em>Il nudo e il paesaggio, temi coinvolgenti<\/em>, accoglie alcuni lavori delle loro ultime stagioni pittoriche,dominate da un orizzonte tematico simile in cui prevale un rinnovato interesse per la natura, un vagheggiato Eden popolato da nudi e silhouette, antiche divinit\u00e0 e inattese apparizioni. Anche questa volta, per\u00f2, la resa pittorica \u00e8 quasi all\u2019estremo opposto: figure in primo piano, assottigliate e indecifrabili, caratterizzano i dipinti di Martina, la cui pittura \u2013 sia che si concentri sulla rappresentazione di paesaggi che su quella di nudi corporei \u2013 sembra ritrarsi dal fondo per apparire come un connubio indissolubile tra luce e colore (come in <em>Paesaggio meridionale<\/em>, 1949 e <em>Alberi<\/em> e <em>Nudi nella vigna verde<\/em>, 1961). Al contrario Levi sperimenta una materia densa e afosa, rappresentazione di un mondo vegetale drammatico e onirico. I nudi e i paesaggi dai colori levigati degli anni giovanili, lasciano ora il campo a opere complesse come <em>Donne furenti<\/em>del1934o<em>Alberi<\/em> del 1964. Conclude il percorso espositivo la sezione Le opere di Carlo Levi nella Collezione di Angelina De Lipsis Spallone. Medico e amante dell\u2019arte, Angelina De Lipsis Spallone (1926-2020) \u00e8 stata una collezionista dallo sguardo attento alla migliore arte nazionale e internazionale del suo tempo. Fa parte di questa collezione un importante corpus di diciannove dipinti inediti di Carlo Levi, esposti ora per la prima volta,acquisiti grazie all\u2019amicizia con Linuccia Saba, figlia di Umberto e compagna di Levi negli anni romani. La raccolta di opere leviane racconta quasi per intero il percorso dell\u2019artista: dagli esordi, con la <em>Natura morta<\/em> del 1926, il <em>Piccolonudo<\/em> di poco successivo o il giovanile <em>Autoritratto in rosa<\/em> del 1928, agli anni Trenta, segnati dall\u2019esperienza dei \u201cSei di Torino\u201d (<em>La Donna sul divano<\/em>, il <em>Ritratto sulla sedia a sdraio (Francesca)<\/em> e la <em>Donna col cagnolino<\/em>) e dall\u2019influenza espressionistica su alcuni suoi lavori (<em>La Raccoglitrice di Conchiglie<\/em>, il <em>Nudo di Palazzo Altieri<\/em> e una <em>Natura Morta<\/em>). Di questo periodo \u00e8 anche Il <em>Nudo di donna <\/em>che reca sul verso<em> Donna con il cappellino<\/em>, un intenso ritratto di Paola Olivetti. A seguire, si passa alla svolta neorealista degli anni Cinquanta con il <em>Ciclo della Lucania <\/em>rappresentato dal dipinto <em>La Madre<\/em>, per poi concludere la sezione con le ultime stagioni pittoriche degli anni Sessanta e Settanta rappresentate dagli alberi e dalle vedute del <em>Ciclo di Alassio<\/em> (<em>La Vigna<\/em>, <em>Il Paesaggio di Alassio con fal\u00f2<\/em>, <em>L\u2019erpice<\/em> e gli<em> Attrezzi<\/em>) e dai quadri della serie degli <em>Amanti<\/em>, un tema elaborato dall\u2019artista gi\u00e0 negli anni Trenta e diventato molto ricorrente nell\u2019ultimo ventennio del suo percorso, con i profili di un uomo e di una donna che si fondono, unendosi in un unico abbraccio.<\/p>\n\n\n\n<p>Galleria d\u2019Arte Moderna di Roma<\/p>\n\n\n\n<p>Omaggio a Carlo Levi. L\u2019amicizia con Piero Martina e i sentieri del collezionismo<\/p>\n\n\n\n<p>dall\u201911 Aprile 2025 al 14 Settembre 2025<\/p>\n\n\n\n<p>dal Marted\u00ec alla Domenica dalle ore 9.00 alle ore 19.00<\/p>\n\n\n\n<p>Luned\u00ec Chiuso<\/p>\n\n\n\n<p>Foto allestimento della mostra&nbsp; Omaggio a Carlo Levi. L\u2019amicizia con Piero Martina e i sentieri del collezionismo dall\u201911 Aprile 2025 al 14 Settembre 2025 Ph. Monkeys Video Lab<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Giovanni Cardone Fino al 14 Settembre 2025 si potr\u00e0 ammirare alla Galleria d\u2019Arte Moderna di Roma la mostra dedicata a Carlo Levi in occasione del cinquantenario dalla scomparsa \u2013 \u2018Omaggio a Carlo Levi. L\u2019amicizia con Piero Martina e i sentieri del collezionismo\u2019 a cura di Daniela Fonti e Antonella Lavorgna (Fondazione Carlo Levi) e Antonella [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":1000017471,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"content-type":"","_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"jnews-multi-image_gallery":[],"jnews_single_post":{"format":"standard"},"jnews_primary_category":[],"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","default_image_id":0,"font":"","enabled":false},"version":2}},"categories":[3,5],"tags":[],"class_list":{"0":"post-1000017466","1":"post","2":"type-post","3":"status-publish","4":"format-standard","5":"has-post-thumbnail","7":"category-arte","8":"category-giovanni-cardone"},"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2025\/05\/Carlo-Levi-1.jpg?fit=1224%2C916&ssl=1","jetpack_likes_enabled":true,"jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/1000017466","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=1000017466"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/1000017466\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":1000017496,"href":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/1000017466\/revisions\/1000017496"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/1000017471"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=1000017466"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=1000017466"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=1000017466"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}