{"id":1000016859,"date":"2025-05-06T13:31:21","date_gmt":"2025-05-06T16:31:21","guid":{"rendered":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000016859"},"modified":"2025-05-06T13:31:23","modified_gmt":"2025-05-06T16:31:23","slug":"ce-uno-strato-di-crosta-fragile-sotto-i-campi-flegrei-ecco-forse-spiegato-il-bradisismo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000016859","title":{"rendered":"C&#8217;\u00e8 uno strato di crosta fragile sotto i Campi Flegrei: ecco (forse) spiegato il bradisismo"},"content":{"rendered":"\n<p>Un recente studio dell&#8217;Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), pubblicato sulla rivista scientifica Agu Advances, ha identificato una zona pi\u00f9 fragile del previsto nella crosta terrestre sotto la caldera dei Campi Flegrei, una delle aree vulcaniche pi\u00f9 attive e complesse d&#8217;Europa. Secondo i ricercatori, questo strato debole si trova a una profondit\u00e0 compresa tra i 3 e i 4 chilometri e potrebbe spiegare fenomeni come il sollevamento del suolo e l&#8217;attivit\u00e0 sismica che, periodicamente, interessano l&#8217;area flegrea. Lo studio, condotto nell&#8217;ambito del progetto Love Cf (https:\/\/progetti.ingv.it\/en\/love-cf) finanziato dall&#8217;Ingv, nasce da una collaborazione tra l&#8217;Ingv, Universit\u00e0 di Grenoble Alpes e Universit\u00e0 di Bologna, e si basa su analisi approfondite di campioni rocciosi estratti da un pozzo geotermico profondo circa 3 km. I ricercatori hanno utilizzato tecniche avanzate di laboratorio e immagini tridimensionali ad alta risoluzione del sottosuolo fino a 4 km per \u00abosservare\u00bb cosa accade sotto i nostri piedi. \u00abAbbiamo individuato un&#8217;importante transizione a circa di 2,5-2,7 km di profondit\u00e0, dove si osserva un indebolimento degli strati crostali. Al di sotto di questa soglia, la crosta appare pi\u00f9 porosa e permeabile del previsto, e quindi meno resistente, favorendo l&#8217;accumulo di fluidi magmatici\u00bb, spiega Lucia Pappalardo, ricercatrice Ingv e coautrice dello studio. \u00abQuesti fluidi, intrappolati, aumentano progressivamente in volume e pressione, innescando \u2013 spiega Pappalardo \u2013 deformazioni del suolo e attivit\u00e0 sismica\u00bb. \u00abLe simulazioni numeriche \u2013 aggiunge Francesco Maccaferri, ricercatore Ingv e co-autore dello studio \u2013 hanno mostrato che nelle passate epoche eruttive, numerose piccole intrusioni di magma si sono arrestate proprio in questa zona, alla transizione tra le rocce carbonatiche profonde e i tufi vulcanici pi\u00f9 superficiali, contribuendo a renderla via via pi\u00f9 debole\u00bb. \u00abQuesto strato indebolito \u2013 precisa Gianmarco Buono, ricercatore ingv e coautore dello studio \u2013 non soltanto funge da trappola per i fluidi magmatici profondi, ma potrebbe condizionare anche una eventuale futura risalita di magma\u00bb. Nel caso di piccoli volumi di magma, questi tendono a deviare il proprio percorso e ad arrestarsi in prossimit\u00e0 del contatto tra un substrato rigido, probabilmente calcareo, ed i tufi sovrastanti, raffreddandosi prima di raggiungere la superficie in quello che viene definito un processo di eruzione abortita. Tuttavia, se l&#8217;accumulo di magma avviene piu rapidamente, potrebbe non avere il tempo di raffreddarsi e, dopo una fase di stasi a 3-4 km di profondit\u00e0, riprendere la sua risalita, come osservato nell&#8217;ultima eruzione dei Campi Flegrei del 1538, che port\u00f2 alla formazione del Monte Nuovo. Questo studio, per\u00f2, non esclude che, in caso di risalita di volumi maggiori di magma dal serbatoio profondo (posto a circa 7-8 km di profondit\u00e0), il magma possa raggiungere direttamente la superficie, senza attraversare una fase di stasi nello strato crostale indebolito \u2013 un meccanismo che potrebbe aver caratterizzato alcune eruzioni di epoche passate. \u00abQuesta ricerca non influenza direttamente le nostre previsioni a breve termine, ma \u00e8 un tassello fondamentale per comprendere il comportamento del vulcano e migliorare la nostra capacit\u00e0 di monitorarlo\u00bb. Cos\u00ec Mauro Antonio Di Vito, direttore dell&#8217;Osservatorio Vesuviano (Ingv-OV). \u00abSolo con una conoscenza sempre pi\u00f9 dettagliata del sistema vulcanico e della sua dinamica possiamo sperare \u2013 conclude \u2013 di anticipare segnali critici e ridurre i rischi per le persone\u00bb. La scoperta conferma quanto sia importante continuare a studiare in profondit\u00e0 il sistema dei Campi Flegrei e mantenere alto il livello di attenzione attraverso un monitoraggio continuo e multidisciplinare.<\/p>\n\n\n\n<p>Fiorella Casale<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Un recente studio dell&#8217;Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), pubblicato sulla rivista scientifica Agu Advances, ha identificato una zona pi\u00f9 fragile del previsto nella crosta terrestre sotto la caldera dei Campi Flegrei, una delle aree vulcaniche pi\u00f9 attive e complesse d&#8217;Europa. 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