{"id":1000016561,"date":"2025-04-30T14:45:18","date_gmt":"2025-04-30T17:45:18","guid":{"rendered":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000016561"},"modified":"2025-04-30T14:45:21","modified_gmt":"2025-04-30T17:45:21","slug":"a-padova-una-retrospettiva-dedicata-a-viavian-maier-che-ha-lasciato-una-tracce-indelebile-nella-storia-della-fotografia-contemporanea","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000016561","title":{"rendered":"A Padova una retrospettiva dedicata a Viavian Maier che ha lasciato una tracce indelebile nella storia della fotografia contemporanea."},"content":{"rendered":"\n<p><strong>Giovanni Cardone<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Fino al 28 Settembre 2025 si potr\u00e0 ammirare Centro Culturale Altinate &#8211; San Gaetano di Padova una retrospettiva dedicata a Vivian Maier \u2013 \u2018Vivian Maier. The Exhibition\u2019 a cura di Anne Morin. L\u2019esposizione promossa e prodotta dal Comune di Padova e da Arthemisia, possiamo dire che \u00e8 la pi\u00f9 grande mostra mai dedicata alla celebre fotografa americana, con pi\u00f9 di 200 fotografie a colori e in bianco e nero, scatti iconici, oggetti personali, documenti inediti, sale esperienziali e immersive, registrazioni audio e filmati Super 8, esposti in via eccezionale soltanto per questa retrospettiva. In una mia ricerca storiografica e scientifica che \u00e8 divenuta modulo monografico e seminario universitario sulla figura di Vivian Maier che ha lasciato una tracce indelebile nella storia della fotografia contemporanea. Apro questo saggio dicendo : Che nel ventennio che intercorse tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti d\u2019America furono teatro di forti e importanti cambiamenti nella percezione del ruolo delle donne. Inimmaginabili libert\u00e0 personali e politiche, che coinvolgevano il comportamento in pubblico, il modo di vestire pi\u00f9 libertino e meno costretto, la possibilit\u00e0 di fumare e bere alcolici, l\u2019opportunit\u00e0 di competere con gli uomini in campo professionale ed economico, diventarono d\u201fun tratto appagante realt\u00e0. Ma, nonostante queste dirompenti conquiste sociali, il fondamentale contributo che queste stesse donne avevano profuso prima del conflitto mondiale al fine di risvegliare lo spirito femminista messo a tacere in una societ\u00e0 prevalentemente patriarcale, continuarono ad essere clamorosamente accantonate, forse eclissate da problemi sociali ed economici ritenuti pi\u00f9 urgenti. Fu allora che vennero abbandonati i concetti di femminilit\u00e0, eleganza e grazia intrinseche comunemente assunti come giustificazione alla quantit\u00e0 sempre maggiore di donne nel campo della fotografia. Le fotografe stesse iniziarono a pretendere di essere giudicate in primo luogo in base alle loro abilit\u00e0 tecniche, anzich\u00e9 in base al sesso, cos\u00ec da poter competere con i colleghi maschi su un piano il pi\u00f9 possibile paritario. Le battaglie, per\u00f2, non diedero i frutti sperati, e lo dimostra il fatto che i salari e le condizioni lavorative sperimentate dalle donne rimanessero iniqui rispetto alla controparte maschile. Le ingiustizie e le barriere in cui le professioniste della fotografia spesso incorsero negli anni successivi alla fine della Prima Guerra Mondiale, non impedirono loro di impegnarsi con ostinazione e abnegazione nell\u2019arte visiva moderna per eccellenza, sia in qualit\u00e0 di professioniste, che di artiste indipendenti. Il ritratto a fini commerciali si conferm\u00f2 il modo pi\u00f9 semplice e remunerativo per le aspiranti fotografe di avere accesso al mondo fotografico. Anche donne di colore e Afro-americane riuscirono passo passo ad acquisire l\u201fesperienza necessaria per avere successo in un genere, ed eventualmente aprirsi anche ad altri. I miglioramenti ottenuti nelle tecniche di stampa delle immagini resero molto celebre e popolare il ritratto fotografico delle celebrit\u00e0, pratica in voga gi\u00e0 da inizio secolo , a riconferma della straordinaria lungimiranza tipica della fotografia statunitense. Tra le ritrattiste pi\u00f9 celebri di questo periodo, non pu\u00f2 essere trascurata Doris Ulmann la quale si dedic\u00f2 prevalentemente a visi che rappresentassero un popolo, una cultura, uno specifico modo di vivere, in modo da poter catturare l\u2019espressione di un gruppo sociale, e consegnarne al tempo le sembianze, che altrimenti rischiavano di andare irrimediabilmente perdute. Le tendenze moderniste si diffusero in questo periodo storico anche nel Nord America, cos\u00ec come in Europa. Molte fotografe per passione, per\u00f2, esitarono ad abbandonare i dettami pittorialisti, probabilmente perch\u00e9 ben integrate nell\u2019organizzazione chiamata Pictorial Photographers of America (PPA). Il PPA fu fondato nel 1916 da Clarence White, il quale era impegnato nel promuovere principi egualitari nei confronti delle donne, predisponendo cos\u00ec un ambiente favorevole e accogliente nei confronti dei membri di sesso femminile. Questo gruppo, inoltre, era schierato artisticamente con la posizione di chi esalta il ruolo della bellezza come elemento imprescindibile nell\u2019espressione fotografica, e contrastava di conseguenza le idee moderniste e pi\u00f9 dirette portate avanti da Alfred Stieglitz e Paul Strand. L\u201fassociazione era anche attiva nell\u2019organizzare periodicamente esposizioni di opere realizzate dai propri membri, nonch\u00e9 nel promuovere il proprio linguaggio artistico attraverso la pubblicazione annuale di una rivista. Il ben radicato movimento pittorialista emergeva anche in occasione di mostre messe in piedi da altri gruppi fotografici dislocati in varie parti del Paese. I soggetti pi\u00f9 battuti da parte delle fotografe dell\u2019epoca erano abbastanza tradizionali: ritratti, paesaggi, nature morte, semiastrazioni, immagini di bambole. Quando, negli anni \u201f20 del XX secolo, le barriere precedentemente alzate tra l\u2019arte pura e le immagini prodotte a fini commerciali furono finalmente eliminate, i due ambiti si mescolarono, rendendo lecita la pratica di realizzare immagini di alto livello estetico e artistico destinate poi alla vendita e promozione di beni di consumo. In questo rinnovato contesto culturale, l\u2019industria pubblicitaria inizi\u00f2 a fare puntuale ricorso alle fotografie e ad uno stile visivo avanguardisticamente modernista per portare all\u2019attenzione delle masse i propri prodotti. Sebbene il settore pubblicitario fosse inizialmente dominato da uomini, anche le donne riuscirono a ricavarsi uno spazio dignitoso grazie all\u201fincremento del potere d\u201facquisto di consumatrici di prodotti per la casa. Tra le fotografe che ottennero successo in campo pubblicitario ignorando la riduttiva ed obsoleta divisione tra arte e commercio, non possono essere dimenticate Margaret Watkins , Sara Parsons e Wynn Richards . Ciascuna a modo proprio e con uno stile personale, i riconoscimenti ottenuti da queste artiste dimostrarono che anche le donne possedevano la capacit\u00e0 di pensare in modo astratto, di valorizzare le caratteristiche dei prodotti, e di far appello ai desideri delle masse. Contemporaneamente all\u2019impegno in ambito pubblicitario, alcune fotografe investirono energie anche nell\u201fadiacente industria della moda, raggiungendo buoni risultati, ma non riuscendo a porsi ad un livello di equit\u00e0 rispetto ai colleghi uomini. La costa occidentale degli Stati Uniti era meno vivace dal punto di vista culturale, e offriva minori chance di successo per le donne devote alla fotografia. La principale via per raggiungere la popolarit\u00e0 e guadagnarsi da vivere, era offerta dal genere del ritratto. Oltre a ci\u00f2, le fotografe decise a non spostarsi verso Est in cerca di fortuna trovavano impiego come ritoccatrici in studi di fotografia, altre si dedicavano a scatti di stampo architettonico, o al settore dell\u2019illustrazione di libri. Sebbene le possibilit\u00e0 di perseguire una brillante carriera fotografica fossero relativamente contenute, uomini e donne di area Pacifica furono attivi nel sostenersi a vicenda nella strada verso il successo. Uno dei pi\u00f9 riusciti esempi in tal senso, fu il Group , fondato nel 1932 da Edward Weston, Ansel Adams e Dorothea Lange tra gli altri, allo scopo di facilitare l\u201finterazione tra fotografi e, quindi, aumentare auspicabilmente le possibilit\u00e0 di far conoscere i lavori di ciascuno attraverso esposizioni e mostre in musei e gallerie. Celeberrime fotografe che operarono nell\u2019America occidentale negli anni tra i due conflitti mondiali, sono Imogen Cunningham e Laura Gilpin . Originaria di Seattle, molto devota allo stile modernista, Cunningham individu\u00f2 il proprio linguaggio figurativo prevalentemente nelle piante, che era solita inquadrare in modo inusuale e ravvicinato, cos\u00ec da far perdere allo spettatore le rassicuranti coordinate spazio-temporali. Punto focale della sua ricerca fu anche la figura umana nella sua nudit\u00e0, spesso affrontata con un modernismo non privo di accenti pittorialisti, che contribuisce a collocare le sue immagini in un territorio di confine tra realt\u00e0 e sogno. Ci\u00f2 che risalta nell\u2019opera di Cunningham \u00e8 il legame tra fotografia artistica e ambienti privati, cos\u00ec da rivalutare, agli occhi dello spettatore, anche l\u201foggetto pi\u00f9 banale e quotidiano. I paesaggi dell\u2019Ovest e del Colorado, costituiscono il materiale primario dell\u2019interesse fotografico di Laura Gilpin, la quale realizz\u00f2 anche ritratti e nature morte floreali. Indifferente alle critiche della comunit\u00e0 fotografica maschile, Gilpin si orient\u00f2 verso nuovi soggetti sempre alla ricerca di terreni inesplorati da sondare, e provvide da sola alle proprie pubblicazioni. Gli anni 30 portarono con s\u00e9 importanti cambiamenti dal punto di vista sociale e soprattutto economico, a causa della Grande Depressione che colp\u00ec gli Stati Uniti a seguito del tracollo finanziario del 1929.&nbsp; La crisi e la povert\u00e0 che conseguirono a quel drammatico periodo storico, si abbatterono sul popolo americano con una tale brutalit\u00e0 che tutti gli aspetti della vita e le manifestazioni culturali del Paese ne furono coinvolti e influenzati. La fotografia non fu da meno. Un nuovo corso rispetto alle tematiche affrontate dagli artisti dietro l\u2019obbiettivo inizi\u00f2 evidentemente a delinearsi, mantenendo inalterato per\u00f2 il ricorso allo stile modernista, al quale fu affidato il compito di porre l\u2019accento sulle sfumature pi\u00f9 intime del dramma vissuto dagli americani in quegli anni. Non a caso la nuova tendenza, spesso sostenuta e incoraggiata dal governo e dalle agenzie federali per rendere evidente la necessit\u00e0 di riforme solide, fu definita realismo documentario. Due sono i nomi delle fotografe pi\u00f9 celebri e attive nell\u2019offrire uno sguardo documentario, anche se a tratti struggente, sulla situazione sperimentata dai propri concittadini: Margaret Bourke-White&nbsp; e Dorothea Lange . Bourke-White rappresentava una donna nuova, disincantata rispetto all\u2019iniziale entusiasmo collegato all\u2019industrializzazione, non intimorita da alcuna sfida, ambiziosa nel proprio progetto di carriera lavorativa e battagliera per il riconoscimento dei propri diritti eguali a quelli dei fotografi maschi. La donna collabor\u00f2 con la rivista Life dal 1936 anno della sua fondazione al 1969, realizzando in questo periodo prolifico anche un reportage di guerra. Dorothea Lange inizi\u00f2 la propria carriera in qualit\u00e0 di ritrattista, ma poi abbandon\u00f2 questa strada fruttuosa per rivolgere la propria attenzione a tematiche pi\u00f9 impellenti per il Paese in cui viveva. Fu allora che decise di lasciare San Francisco per catturare le immagini di persone disperate, rimaste senza terre e possedimenti, che si spostavano verso Ovest in cerca di fortuna. Il desiderio di Lange era evidentemente quello di vivere attraverso la fotografia i problemi della gente comune, della classe operaia, degli agricoltori, delle donne con famiglia. Il suo nome \u00e8 strettamente collegato al progetto governativo della Farm Security Administration, per il quale fu scelta e che la tenne lontano dai suoi figli per fotografare i volti del proprio tempo e le immagini di un\u2019America in ginocchio. Lo stile modernista la aiut\u00f2 a cogliere le espressioni facciali pi\u00f9 intense e le difficolt\u00e0 insormontabili affrontate quotidianamente dai suoi soggetti. La sua ricerca \u00e8 riuscita nella notevole impresa di coniugare il formalismo a volte freddo del modernismo con lo stile documentario del nuovo realismo. Gli straordinari esiti creativi di queste e molte altre artiste che si adoperarono nello stile documentaristico, trovarono un adeguato sbocco, nel corso degli anni \u201830, in giornali di fama internazionale, quali Life e Look. In particolare, divenne evidente il ruolo di primo piano che il fotogiornalismo in rosa avrebbe rivestito negli anni a seguire, quando la copertina del primo numero della rivista Life, risalente al 1936, diede spazio ad un\u2019immagine realizzata da Margaret Bourke-White, gi\u00e0 inserita a pieno titolo nello staff giornalistico. Ma la figura che stravolge la fotografia \u00e8 stata certamente Vivian Maier che inizia a fotografare grazie alla passione che le ha trasmesso un\u2019amica della madre, fotografa professionista, da cui la ragazzina e la madre stessa sono ospiti in seguito alla separazione dei genitori. La giovane fotografa viaggia e trasloca parecchie volte durante la sua crescita e all\u2019incirca a<strong>&nbsp;<\/strong><strong>25 anni torna in Francia<\/strong><strong>,<\/strong> terra natia della madre e luogo in cui ha vissuto per un periodo della sua infanzia, dove nell\u2019attesa di vendere all\u2019asta un terreno di sua propriet\u00e0 decide di fotografare i propri parenti di quella regione. A Chicago ci arriva trentenne e l\u00ec comincia a lavorare dai Gensburg come bambinaia. Secondo le testimonianze, quella della bambinaia non \u00e8 la massima aspirazione di Vivian, ma non sapendo fare altro e con l\u2019amore dimostratole dai bambini, continua a farlo per i successivi quarant\u2019anni. Dai Gensburg ha un&nbsp;<strong>bagno privato<\/strong>, che lei ben presto trasforma in&nbsp;<strong>camera oscura.<\/strong>Nelle sue foto racconta i bambini, le strade, la vita quotidiana dai benestanti agli emarginati, ma anche gli autoritratti, soprattutto nei riflessi con la macchina fotografica in mano. <strong>Tra il 1959 e il 1960 decide di partire da sola per un viaggio di sei mesi,<\/strong>&nbsp;visitando le Filippine, la Thailandia, l\u2019India, lo Yemen, l\u2019Egitto, l\u2019Italia, per poi concludere il suo viaggio ancora una volta in Francia. Dopo 17 anni di lavoro presso i Gensburg i bambini sono cresciuti e Vivian deve cambiare famiglia. In quel periodo cambia anche approccio alla fotografia: smette di scattare con Rolleiflex e di sviluppare i relativi negativi in bianco e nero per <strong>passare alla fotografia a colori<\/strong>&nbsp;con Kodak, Leica, ma non solo. Quello che di tutto il lavoro della Maier \u00e8 straordinario, \u00e8 questo sguardo estremamente moderno ancora oggi, mai scontato, con&nbsp;una consapevolezza inspiegabile da parte dell\u2019autrice. Normalmente un fotografo cresce nel proprio sguardo e nel proprio linguaggio soprattutto perch\u00e9 in grado di analizzare il proprio lavoro con occhio critico e costruttivo, oltre che per una crescita personale. Vivian Maier questo percorso l\u2019ha fatto, ma senza spesso vedere le proprie immagini oltre all\u2019istante prima di premere l\u2019otturatore. <em>Il percorso di crescita dell\u2019autrice \u00e8 evidente negli anni, sviluppando quelle foto che lei stessa non ha mai visto.<\/em> Vivian Maier negli ultimi anni della sua vita ha dei grossi problemi finanziari, di lei si prendono cura i fratelli Gensburg fino alla sua morte nel 2009.&nbsp; Il catalogo che accompagna la mostra \u00e8 realizzato da Moebius in collaborazione con R\u00e9union des mus\u00e9es nationaux (RMN) &#8211; Grand Palais e Mus\u00e9e du Luxembourg, Paris.<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-jetpack-tiled-gallery aligncenter is-style-rectangular\"><div class=\"\"><div class=\"tiled-gallery__gallery\"><div class=\"tiled-gallery__row\"><div class=\"tiled-gallery__col\" style=\"flex-basis:66.74341%\"><figure class=\"tiled-gallery__item\"><a 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Autoritratti ricavati attraverso diverse soluzioni e processi visivi che raccontano della sua capacit\u00e0 creativa e intuitiva, come gli scatti alla propria silhouette proiettata, alla forma della sua ombra, al riflesso in uno specchio o in un vetro. Un vocabolario di situazioni che utilizza per affermare la sua presenza in un determinato momento e in un determinato luogo. Un lavoro particolarmente rilevante nell&#8217;era dei social media, con i suoi autoritratti che risuonano con la cultura del selfie contemporanea.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Uno Sguardo Ravvicinato e Sincero su un&#8217;epoca passata<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Prima a New York, tra il 1951 e il 1956, poi a Chicago, Vivian Maier ama perdersi passeggiando nei quartieri popolari della citt\u00e0, avventurandosi nel luogo dove per eccellenza va in scena il quotidiano: la strada. Gli attori sono una serie di soggetti inconsapevoli che Maier segue, osserva e immortala in gesti e reazioni spontanee, suscitando possibili narrazioni. Tra queste molte donne, di estrazione umile o benestanti, di cui Maier riusciva a raccontare la bellezza, la profondit\u00e0 e la saggezza dei loro visi solcati dal tempo.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>L&#8217;America del Dopoguerra e la &nbsp;Facciata del &nbsp;Sogno Americano<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Nelle sue frequenti passeggiate lungo la citt\u00e0, accompagnata dai bambini di cui si occupa, lo sguardo di Maier si posa su coloro che vivono ai margini del Sogno americano, la grande utopia da cui sono esclusi. Lontani dai classici ritratti con soggetti in posa e agghindati, l&#8217;autrice ritrae i suoi soggetti sorprendendoli, precedendo il momento in cui, accorgendosi di lei, avrebbero perso spontaneit\u00e0. Concentrandosi spesso su un dettaglio corporeo, sono iconici gli scatti in cui immortala la figura di spalle, un taglio che oggi le si riconosce come distintivo del suo stile.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Il Super 8 &nbsp;e la <\/strong><strong>Vivace Trama Umana degli Spazi Metropolitani<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Negli anni sessanta Vivian Maier affronta pi\u00f9 compiutamente il linguaggio cinematografico, filmando frontalmente, senza artifici n\u00e9 montaggio, la realt\u00e0 che osserva durante le sue peregrinazioni urbane. In un avvicendarsi che diviene stimolo reciproco, Maier alterna la macchina da presa Super 8 e la Rolleiflex, muovendosi e riprendendo inesorabilmente ci\u00f2 che le si pone davanti e, una volta attratta da un elemento in particolare, immortalandolo in uno scatto.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Tutti i Colori &nbsp;della &nbsp;Straordinaria vita Ordinaria<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Se il suo lavoro in bianco e nero \u00e8 profondamente silenzioso, il colore \u00e8 per l&#8217;autrice il Blues che percorre le strade di Chicago, in particolare quelle dei quartieri operai, che restituisce in un gioco cromatico estremamente ricco. L&#8217;utilizzo di una Leica 35 mm, il cui formato rettangolare differisce notevolmente da quello quadrato della Rolleiflex, conferisce un marcato dinamismo alla composizione di queste immagini, esposte pochissime volte in pubblico e tra le pi\u00f9 rare della sua produzione.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Bambini nel Tempo<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Istitutrice per quasi quarant&#8217;anni, Maier ha spesso documentato la vita dei bambini di cui si \u00e8 presa cura, scoprendo e rappresentando il modo autentico con cui guardano il mondo. I volti, le espressioni, le mimiche, gli sguardi, le lacrime, i giochi: tutto ci\u00f2 che costituisce la vita del bambino \u00e8 passato sotto l\u2019obiettivo della fotografa, che ha saputo restituirne lo spirito pi\u00f9 intenso e genuino.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>L\u2019Astratto visto&nbsp; da vicino<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>L&#8217;ultima sezione della mostra raccoglie fotografie ricche di dettagli piccoli e ravvicinati: primi piani di oggettiche Maier guarda cos\u00ec da vicino e con tale intensit\u00e0 da farne talvolta perdere i contorni e il contatto con la realt\u00e0. Si tratta di scatti poetici e documentaristici che mostrano l&#8217;abilit\u00e0 innata di Maier nel comporre rapidamente le sue foto con piccole stranezze e sottili trucchi fotografici.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Biografia di Vivian Maier<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Nasce a New York il 1\u00b0 febbraio 1926 da padre austriaco e madre francese. Trascorre gran parte dell&#8217;infanzia in Francia, nella fattoria di famiglia a Saint Julien en Champseur, sulle alte Alpi, e poi nella vicina citt\u00e0 di St. Bonnet, dove frequenta la scuola. Nel 1932 torna con la madre a New York, dove si ricongiunge momentaneamente al padre e al fratello, prima di dividersi definitivamente. Negli anni &#8217;40 Maier vive nel Queens e lavora come impiegata nella fabbrica di bambole Madame Alexander. Con i soldi ricavati dalla vendita della tenuta di St. Julien, acquista la sua prima macchina fotografica e prende confidenza con il mezzo. Nel 1951 si stabilisce a New York dove lavora come bambinaia, guadagnandosi da vivere e finanziando la sua passione per la fotografia. Durante l&#8217;estate del 1952 acquista una macchina fotografica Rolleiflex che porta sempre con s\u00e9, nelle sue passeggiate per la citt\u00e0 cos\u00ec come nei viaggi con le famiglie per cui lavora, scattando pi\u00f9 negativi di quanti ne riesce effettivamente a sviluppare. Nel 1955, affascinata da Hollywood e dalle celebrit\u00e0, Maier decide di tentare la fortuna a Los Angeles. In seguito, viaggia molto, fino a stabilirsi a Chicago, dove viene assunta dai Gensburg. Trascorre undici anni lavorando per loro, sfruttando ogni momento per muoversi per la citt\u00e0 alla ricerca di nuovi soggetti da fotografare e allestendo una camera oscura nel seminterrato della dimora. Tra gli anni sessanta e ottanta, Maier cambia diversi datori di lavoro e gradualmente passa alla fotografia a colori avvalendosi di una Leica, cos\u00ec come al cinema, attraverso cui sperimenta nuove soluzioni artistiche. Pur provando a trasformare la sua passione in un lavoro, non ci riuscir\u00e0 mai. Anzi, tra la fine degli anni novanta e l&#8217;inizio del duemila, vari problemi economici la costringono a fotografare sempre meno e a dover rinunciare, in assenza di un luogo dove conservarlo, al materiale d&#8217;archivio raccolto nel corso di tutta una vita. Proprio all&#8217;interno di uno dei magazzini dove Maier conservava i suoi negativi, lo studente di Chicago John Maloof, alla ricerca di materiale iconografico legato alla citt\u00e0, scopre la misteriosa fotografa e ne approfondisce l&#8217;opera, dando poi vita a un archivio di oltre 120 mila scatti. Nel 2009, prima che il suo lavoro possa arrivare al grande pubblico, Vivian Maier muore a Chicago il 21 aprile all&#8217;et\u00e0 di 83 anni.<\/p>\n\n\n\n<p>Centro Culturale Altinate &#8211; San Gaetano \u2013 Padova<\/p>\n\n\n\n<p>Vivian Maier. The exhibition<\/p>\n\n\n\n<p>dal 25 Aprile 2025 al 28 Settembre 2025<\/p>\n\n\n\n<p>dal Marted\u00ec alla Domenica dalle ore 10.00 alle ore 19.30<\/p>\n\n\n\n<p>Luned\u00ec Chiuso<\/p>\n\n\n\n<p>Foto Allestimento Mostra Vivian Maier. The exhibition dal 25 Aprile 2025 al 28 Settembre 2025 courtesy Centro Culturale Altinate &#8211; San Gaetano \u2013 Padova<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Giovanni Cardone Fino al 28 Settembre 2025 si potr\u00e0 ammirare Centro Culturale Altinate &#8211; San Gaetano di Padova una retrospettiva dedicata a Vivian Maier \u2013 \u2018Vivian Maier. The Exhibition\u2019 a cura di Anne Morin. 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