{"id":1000016151,"date":"2025-04-23T07:19:53","date_gmt":"2025-04-23T10:19:53","guid":{"rendered":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000016151"},"modified":"2025-04-23T07:19:55","modified_gmt":"2025-04-23T10:19:55","slug":"a-venezia-una-retrospettiva-dedicata-a-robert-mapplethorpe-un-omaggio-ad-una-grande-icona-del-novecento","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000016151","title":{"rendered":"A Venezia una retrospettiva dedicata a Robert Mapplethorpe un omaggio ad una grande icona del Novecento"},"content":{"rendered":"\n<p><strong>Giovanni Cardone<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Fino 6 Gennaio 2026 si potr\u00e0 ammirare presso le Stanze della Fotografia di Venezia la retrospettiva dedicata a Robert Mapplethorpe- \u2018Robert Mapplethorpe. Le forme del classico\u2019 a cura Denis Curti.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019esposizione \u00e8 organizzata e promossa da Marsilio Arte e Fondazione Giorgio Cini in collaborazione con la Fondazione Robert Mapplethorpe di New York, in partnership con la Fondazione di Venezia, San Marco Group, Fontana Gruppo. In esposizione oltre 200 immagini, alcune delle quali presentate in Italia per la prima volta, la retrospettiva<a> Robert Mapplethorpe. Le forme del classico alle Stanze della Fotografia di Venezia<\/a> rende omaggio al grande artista statunitense e prosegue il percorso tracciato dal curatore Germano Celant nella sua rassegna Tra antico e moderno. Un\u2019antologia (Torino, 2005), reinserendo l\u2019opera di Mapplethorpe nel contesto dell&#8217;arte e della cultura statunitense di met\u00e0 Novecento. \u00c8 proprio la dimensione classica della fotografia di Mapplethorpe, fortemente evidenziata a Venezia attraverso puntuali confronti con le immagini della statuaria antica, a rendere i suoi corpi ritratti, colti nella loro plasticit\u00e0 e bellezza, atemporali: rappresentazioni antiche e presenti di un irrefrenabile e sapiente desiderio, plasmate dalla geometria della luce e trasfigurate in icone eterne, quasi divine, sebbene sempre umanissime. In una mia ricerca storiografica e scientifica sulle figure di Robert Mapplethorpe apro questo mio saggio dicendo : Nello studio fotografico, che costitu\u00ec lo scenario artificiale di quasi tutte le sue immagini, Robert Mapplethorpe organizzava la realt\u00e0 in funzione del mirino della sua macchina fotografica. Dimitri Levas, suo amico nonch\u00e9 direttore artistico, racconta: \u00abEgli osservava una situazione e ne carpiva l\u2019essenza, cercava il modo di renderla come forma perfetta\u00bb. Susan Sontag, anch\u2019essa amica di Mapplethorpe, indagava un concetto simile nella prefazione che il fotografo le aveva chiesto di scrivere per il libro Certain People (1986): \u00abQuello che lui cerca, che potremmo definire Forma, \u00e8 la quiddit\u00e0 o essenza delle cose. Non tanto la verit\u00e0 quanto la versione pi\u00f9 accentuata delle cose\u00bb. La Sontag, l\u2019intellettuale newyorkese pi\u00f9 vicina agli esteti come Mapplethorpe, individuava una caratteristica essenziale che a molti altri era sfuggita. Il fotografo soleva plasmare una verit\u00e0 tutta sua, esprimendosi attraverso immagini meticolosamente costruite. Sebbene a Mapplethorpe piacesse socializzare con l\u2019ambiente dell\u2019\u00e9lite culturale, egli ripet\u00e9 enfaticamente pi\u00f9 volte di non sentirsi un intellettuale. La sua arte proponeva ci\u00f2 che egli aveva percepito come l\u2019essenza del soggetto che aveva davanti, ovvero la Forma, nella sua manifestazione pi\u00f9 intensa. Mapplethorpe si procurava la \u201cmateria prima\u201d nel suo angolo della City newyorkese degli anni Settanta e Ottanta, ponendo sullo stesso piano tutti i soggetti: dai frequentatori dei salotti ai partecipanti alle pratiche sadomaso, dalle donne culturiste ai neri nudi che usava come modelli, dai fiori accuratamente recisi ai corpi ritagliati in modo ricercato. Egli li fotografava per lo pi\u00f9 frontalmente, mettendoli perfettamente a fuoco, illuminandoli molto bene e senza ricorrere a filtri, lenti particolari o esposizioni multiple. Queste scelte artistiche estremamente calcolate davano l\u2019illusione di una restituzione diretta e puntuale della realt\u00e0. Erano in molti a vedere nelle sue opere la sincerit\u00e0, ricorrendo a un concetto sdrucciolevole come quello di verit\u00e0, spesso serpeggiante nei discorsi sull\u2019arte di Mapplethorpe. Egli osservava: \u00abPenso che nel mio approccio alla vita vi sia una certa immediatezza, che emerge nelle mie foto. Mi piace pensare che ci\u00f2 abbia a che fare con la sincerit\u00e0\u00bb4. Tuttavia Mapplethorpe non confondeva tale concetto con la verit\u00e0 oggettiva. A proposito del fatto che nei suoi ritratti le persone apparivano sempre avvenenti, egli diceva: \u00abQualcuno la interpreta come una menzogna ma \u00e8 la mia verit\u00e0, quindi per me non \u00e8 affatto una bugia\u00bb. Lo stesso punto di vista emerge dalle parole di Sam Wagstaff, il perspicace curatore che fu mentore, benefattore e compagno di Mapplethorpe: \u00abPenso sia una delle persone pi\u00f9 sincere che io abbia mai incontrato. \u00c8 totalmente votato alla verit\u00e0. Ora, la verit\u00e0 \u00e8 come uno la vede. Quello che per un certo individuo \u00e8 una verit\u00e0, per un altro potrebbe essere una menzogna\u00bb. Tuttavia molti autori continuano a lodare o a condannare le fotografie di Mapplethorpe sulla base di un presupposto valore documentaristico e dilatano il concetto di verit\u00e0 in modo da farvi rientrare anche lo stile di queste immagini. In tutte le opere la mano dell\u2019artista \u2013 visibile o invisibile \u2013 \u00e8 comunque una presenza che esercita il controllo. Nel 1978 essa apparve fugacemente nel primo cortometraggio da lui diretto: still moving \/ patti smith, 1978 . Qui si vede il fotografo mentre sistema accuratamente la posa del braccio di colei che fu il suo primo amore, la sua prima modella e musa; infine egli la immortala in un\u2019immagine fissa. Fu lo stesso Mapplethorpe a sottolineare in un\u2019intervista l\u2019importanza della mano dell\u2019artista: \u00abEssere fotografato da me diventa un evento\u2026 \u00e8 tutto completamente sotto il mio controllo. Non ci sono istantanee. Nulla \u00e8 lasciato al caso. Tra me e il mio soggetto si realizza una sorta di performance\u00bb. Nel corso di queste performances il controllo di Mapplethorpe si spingeva ben oltre il posizionamento delle figure, dei fiori o dei vari supporti e andava ben al di l\u00e0 della scelta degli sfondi che appaiono nella maggior parte delle sue opere. Un\u2019ossessione per l\u2019organizzazione governava la composizione generale, che gli si palesava all\u2019interno del mirino della sua Hasselblad 500 . Questa macchina fotografica ad alta precisione, completamente manuale, che Mapplethorpe inizi\u00f2 a usare nel 1975, costrinse il fotografo a lavorare adagio e a organizzare le opere all\u2019interno di un perimetro perfettamente quadrato. \u00abMi piace l\u2019aspetto formale di un quadrato all\u2019interno di un foglio di carta rettangolare\u00bb, diceva10. Questo tipo di sensibilit\u00e0 appare gi\u00e0 nelle prime foto scattate con la Hasselblad. Di fronte all\u2019autoritratto del 1975 la nostra attenzione \u00e8 attratta non solo dalla mano di Mapplethorpe, ma anche dal suo modo di manipolare la composizione. Egli ha tagliato fuori con risolutezza una parte del volto dall\u2019espressione esuberante e del corpo proteso, lasciando giusto un alito di spazio vibrante tra il dito indice e il bordo dell\u2019immagine. Sebbene l\u2019inclinazione per l\u2019inquadratura tagliata fosse emersa gi\u00e0 in alcune Polaroid, la passione per le composizioni compattate all\u2019interno di un quadrato non si esplicit\u00f2 compiutamente fino a quando Mapplethorpe non ebbe adottato la Hasselblad. Questa tendenza appare dominante nei ritratti di due figure che ebbero un ruolo fondamentale all\u2019inizio del suo sviluppo come fotografo. Si tratta di John McKendry, 1975 , curatore del Dipartimento di stampe e fotografia al Metropolitan Museum of Art, il quale nel 1971 gli regal\u00f2 la prima macchina per Polaroids, e di Sam Wagstaff, 1978 , che quattro anni dopo diede a Mapplethorpe la Hasselblad. I due primi piani inducono gli spettatori a riflettere sull\u2019intervento del fotografo, il quale sembra quasi aver spinto le figure fuori del bordo destro dell\u2019immagine. Cos\u00ec Patti Smith descrive la foto di McKendry, scattata poco prima della morte del comune amico: \u00abSotto una luce compassionevole, nondimeno, con il debito doppio senso. Conscio che presto la luce del suo soggetto si sarebbe spenta, giustappone l\u2019occhio sporgente alla doppia presa elettrica\u00bb. L\u2019inquadratura particolarmente forzata, adottata per Sam Wagstaff, pone l\u2019enfasi sull\u2019occhio del curatore, ben noto nel mondo artistico newyorkese per l\u2019abilit\u00e0 nell\u2019individuare la qualit\u00e0. Profondamente sicuro di s\u00e9, il soggetto guarda dritto verso lo spettatore. La Sontag ravvisava questa caratteristica in tutti i ritratti pubblicati da Mapplethorpe in Certain People. La scrittrice spiegava che il titolo, scelto dall\u2019artista, aveva un doppio significato: \u00abDa un lato \u201ccerte\u201d nell\u2019accezione di alcune e non altre, dall\u2019altro \u201ccerte\u201d nel senso di sicure di s\u00e9, determinate, ben definite\u00bb. Ritroviamo questa consapevolezza di se stessi non solo nei personaggi ritratti ma anche nel modo di ritrarli, caratteristico del fotografo. Nella maggior parte delle sue opere Mapplethorpe ne esalta l\u2019aspetto con uno stile chiaro e deciso. Nella sua celebre immagine per la copertina dell\u2019album Horses (1975) di Patti Smith, come anche in un\u2019altra foto scattata lo stesso giorno , vediamo la nobile guerriera del punk che allora dichiarava con orgoglio \u00abIl Rock \u2019n\u2019 roll \u00e8 un combattimento regale\u00bb. Invece, in un altro ritratto poco noto eseguito l\u2019anno successivo\u00a0 nel 1976 Mapplethorpe ci offre l\u2019immagine di una Patti Smith particolarmente timida. La fragilit\u00e0 della figura nuda, aggrappata al radiatore, contrasta con la forza e l\u2019insistente orizzontalit\u00e0 delle sbarre. La Smith appare inquadrata dalla rigida geometria dell\u2019appartamentino spoglio. Poco dopo aver posato per questa foto, la cantante osservava: \u00abIl soggetto diventa sinonimo dello spazio nel quale \u00e8 ingabbiato\u00bb. In questi ritratti Mapplethorpe esplor\u00f2 il concetto di spazio, allo scopo di presentare la propria visione della verit\u00e0, nella versione, appunto, \u00abpi\u00f9 accentuata\u00bb. A partire dal 1975 circa, non furono pi\u00f9 i vari amici e amanti dell\u2019artista a giocare un ruolo di primo piano nelle foto di Mapplethorpe. A fare da protagonista fu l\u2019impiego di due caratteristiche, che egli puntualizzava in un\u2019intervista finora rimasta inedita, rilasciata nel 1978: \u00abIn ci\u00f2 che faccio emergono la formalit\u00e0 e l\u2019intensit\u00e0 dei pionieri della fotografia\u00bb. Come vedremo, appare chiaro l\u2019impatto esercitato su Mapplethorpe dalle fotografie del XiX secolo, che lui e Wagstaff iniziarono a collezionare nel 1973. Tuttavia queste immagini vittoriane non possiedono l\u2019organizzazione pura e cristallina n\u00e9 la tensione dinamica ed energica, caratteristiche delle opere mature di Mapplethorpe. Sebbene non avesse mai affrontato pubblicamente questo punto, l\u2019artista doveva aver imparato molto dalla lezione del Minimalismo e dell\u2019arte italiana del Rinascimento, in particolare dalle opere di Brice Marden e di Michelangelo. Mapplethorpe conosceva i dipinti dell\u2019uno e le sculture dell\u2019altro e gli era capitato di parlarne con vari amici. Considerate le opere dei due artisti, appariranno pi\u00f9 chiari due importanti aspetti di Mapplethorpe: la formalit\u00e0 e l\u2019intensit\u00e0. La maggioranza del pubblico e della critica non si sofferma su queste due caratteristiche e tanto meno sulle sorgenti dalle quali esse derivano. \u00abRobert Mapplethorpe \u00e8 noto soprattutto per i ritratti di personaggi ricchi e famosi e per aver esplorato il lato oscuro delle fantasie sessuali\u00bb. Queste osservazioni, scritte nel 1978 da Mario Amaya, l\u2019amico del fotografo che cur\u00f2 la prima mostra dell\u2019artista in un contesto museale, sono tuttora valide. Mapplethorpe raggiunse la notoriet\u00e0 grazie a un piccolo gruppo di opere particolarmente rivoluzionarie nell\u2019ambito della fotografia: le immagini esplicite di peni eretti o di pratiche omosessuali, tredici delle quali apparvero in X portfolio (1978). In queste opere, come nei ritratti di gente famosa del mondo dello spettacolo, realizzati da Mapplethorpe nel corso di tutta la sua pur breve carriera, potrebbe sembrare che il protagonista sia il soggetto, dalla coppia vestita in pelle nera e adorna di catene al musicista rock. Tuttavia Amaya, che rimase vicino a Mapplethorpe per molti anni, offriva un\u2019interpretazione del tutto diversa: \u00abPrendere il sadomasochismo e trasformarlo, dandogli quel tocco di stile che si ritrova nel mondo del jet set, indica che in questi soggetti lui cerca delle similitudini di stile piuttosto che di contenuto\u2026 Non conta chi sono o ci\u00f2 che fanno ma come lui li tratta dal punto di vista della forma\u00bb. Analogamente Joan Didion riteneva che nelle foto di Mapplethorpe le figure o le azioni costituissero solo un pretesto. Il fotografo chiese all\u2019autrice di scrivere l\u2019introduzione del volume Some Women (1989), che si conclude con le seguenti osservazioni sulle foto di Mapplethorpe: \u00abIl vero soggetto era proprio quella simmetria in base alla quale egli aveva disposto le cose\u00bb. Per comprendere meglio il punto di vista di Mapplethorpe, possiamo rifarci alle sue stesse parole. La voce dell\u2019artista ci parla attraverso oltre tre dozzine di interviste, in parte su carta stampata in parte in video. Questa voce ha in comune con le fotografie di Mapplethorpe molte qualit\u00e0, tra le quali la chiarezza e l\u2019immediatezza ma non la formalit\u00e0 e l\u2019intensit\u00e0. Il senso dell\u2019umorismo, il garbo e l\u2019accessibilit\u00e0 dei suoi commenti sono come una boccata d\u2019aria, rispetto al cogitare filosofeggiante di molti suoi contemporanei. La visione artistica del fotografo rimase pressoch\u00e9 invariata per tutta la vita. Inoltre, le osservazioni da lui formulate sulla propria opera coincidono con quelle rilasciate da amici e collaboratori, i quali, intervistati recentemente a riguardo delle opinioni da lui manifestate, concordano sul fatto che egli raramente discuteva di questioni artistiche. Quando ci\u00f2 accadeva, aggiunge Patti Smith, si trattava di commenti che esprimevano la \u201ccristallizzazione\u201d delle idee di Mapplethorpe. Solo occasionalmente egli spieg\u00f2 le ragioni alla base di una certa scelta. Poco prima di morire nel 1989, all\u2019et\u00e0 di 43 anni, egli dichiarava: \u00abLa mia opera si basa sull\u2019ordine. Io sono un perfezionista\u00bb. Sebbene all\u2019epoca si ponesse il problema della propria eredit\u00e0 artistica, Mapplethorpe si era espresso in modo simile ben prima che gli venisse diagnosticato l\u2019aids. \u00abCerco la perfezione nella forma. Lo faccio con i ritratti, lo faccio con i peni, lo faccio con i fiori. Un soggetto piuttosto che un altro non fa differenza. Cerco di catturare quello che mi appare scultoreo\u00bb. Il presente volume, insieme alla mostra che lo accompagna, illustra il modo in cui Mapplethorpe investigava il tema della perfezione spostandosi da un soggetto all\u2019altro, con un\u2019attenzione particolare per le immagini scultoree. La scelta delle fotografie esposte intende esemplificare lo stile che caratterizza l\u2019opera di Mapplethorpe e rivelare l\u2019interesse dell\u2019artista per la Forma. Parlando della foto del pittore James Ford, 1979, realizzata nel 1979, il fotografo diceva: \u00abQuesto ritratto \u00e8 pi\u00f9 costruttivista di altri. Amo lavorare con la luce riflessa ma \u00e8 molto difficile ottenere un triangolo di luce come quello. Sono molto soddisfatto quando riesco a geometrizzare la luce\u00bb. Anche noi, oggi, prescindendo dal soggetto dell\u2019immagine, possiamo godere del gusto dell\u2019artista per la luce e la geometria. Questa passione di Mapplethorpe contribuisce a conferire un\u2019espressivit\u00e0 elegante, disinvolta e decisa alle sue foto, che esse descrivano un mazzo di fiori recisi sistemati con cura , un ritratto estremamente geometrizzato e nitidamente scontornato , una culturista bianca in posa flessa e ricoperta di creta , un modello nero nudo collocato all\u2019interno di un cerchio\u00a0 o una spaventosa figura in pelle nera, accovacciata accanto a una scala a pioli . Il tema della presente mostra, sebbene ampio, non abbraccia diverse opere particolarmente intense di Mapplethorpe, come i citati ritratti di McKendry, Wagstaff e Patti Smith n\u00e9 la maggior parte delle immagini sadomaso. A proposito di queste ultime Mapplethorpe diceva: \u00abProbabilmente sono tra le foto pi\u00f9 potenti che abbia mai fatto, tuttavia penso che la loro importanza non sia superiore rispetto a quella di altre immagini\u00bb. In origine Mapplethorpe era rimasto attratto dal tipo di soggetto, che costituiva un aspetto innovativo: \u00abI grandi fotografi non avevano mai fatto foto esplicite di soggetto sessuale. Cos\u00ec ho pensato: questo mi interessa poich\u00e9 \u00e8 un settore inesplorato\u00bb. Spesso gli era capitato di spiegare l\u2019origine di tale approccio: \u00abMi era venuta l\u2019idea di prendere le immagini di sesso e di farne qualcosa di diverso rispetto a quanto era stato fatto in precedenza, avendo io un approccio formalista a tutto ci\u00f2\u00bb. Tuttavia, una volta esplorato in lungo e in largo, il tema sadomaso perse la sua attrattiva. \u00abOrmai l\u2019ho indagato\u00bb, disse nel 1983, \u00abnon ha molto senso che io mi ripeta\u00bb. Gi\u00e0 l\u2019anno precedente Mapplethorpe aveva manifestato la propria esasperazione per questa attenzione eccessiva verso le immagini di sesso. \u00ab\u00c8 acqua passata, non capisco perch\u00e9 ancora ne parlino\u00bb, si interrogava, rivolgendosi al fratello Edward, suo assistente. Oggi, pi\u00f9 che mai, si fa ancora un gran parlare di queste opere. Nel 1989 Mapplethorpe aveva raggiunto la fama internazionale principalmente per due ragioni. La prima \u00e8 che il fotografo fu una tra le poche persone celebri, colpite dall\u2019aids, a parlare pubblicamente della malattia. La seconda \u00e8 che a causa di alcune immagini di sesso esplicito un\u2019importante mostra dell\u2019artista venne cancellata a Washington, D.C. e divenne un caso giudiziario sia presso la corte di Cincinnati sia presso il Senato degli Stati Uniti. Ma gi\u00e0 prima che queste controversie dominassero i notiziari, la vita e l\u2019opera di Mapplethorpe avevano iniziato a rappresentare il simbolo della libert\u00e0 e dei pericoli insiti nell\u2019emancipazione gay. Un saggio spesso citato, apparso nella rivista Vanity Fair, descriveva il fotografo come \u00abl\u2019uomo che aveva portato l\u2019esperienza sessuale ai limiti estremi della propria opera, documentando l\u2019attivit\u00e0 erotica omosessuale degli anni Settanta nei suoi eccessi pi\u00f9 estremi\u00bb. La maggior parte degli articoli sull\u2019opera di Mapplethorpe, apparsi negli ultimi vent\u2019anni su riviste sia popolari sia specialistiche, sono incentrati quasi esclusivamente su due temi: la censura e l\u2019\u201carte gay\u201d. Di fatto, sostenitori e detrattori hanno contribuito a etichettare l\u2019artista e a far deviare l\u2019attenzione dagli obiettivi dichiarati del fotografo. Mapplethorpe smise di dedicarsi alle fotografie sadomaso nel 1980 circa e poco tempo dopo defin\u00ec questo ciclo come ormai \u00abconcluso e superato\u00bb. Negli anni che gli rimasero da vivere egli rivolse questo \u201capproccio formalista\u201d verso soggetti abbastanza tradizionali, come i fiori e i nudi muscolosi dotati di una scultoreit\u00e0 \u201cclassica\u201d. Cos\u00ec la passione di Mapplethorpe per la novit\u00e0 si espresse principalmente attraverso il genere sessuale e la razza delle persone ritratte. Egli, infatti riprese soprattutto culturiste donne \u2013 specialmente Lisa Lyon \u2013 e uomini di colore. Mapplethorpe notava l\u2019assenza di figure maschili afro-americane nella tradizione della fotografia artistica: \u00abRipercorrendo la storia del nudo maschile nella fotografia, si possono rintracciare pochissimi soggetti neri\u00bb. Analogamente diceva, parlando della Lyon: \u00ab\u00c8 la prima volta che vedo una forma come la sua. Si tratta di un territorio del tutto inesplorato. Quando vidi il suo nudo per la prima volta, stentai a credere che questa ragazza minuta potesse avere delle forme simili\u00bb. Il fotografo ampli\u00f2 questo peculiare interesse per la novit\u00e0, che and\u00f2 a coinvolgere tutta la sua opera: \u00abNel mirino della macchina fotografica vedo cose che non avevo mai visto prima, ed \u00e8 questo che conta per me quando faccio una fotografia: vedere le cose in modo un po\u2019 diverso\u00bb. La ricerca della \u00abperfezione nella forma\u00bb prosegu\u00ec al di fuori dal suo studio fotografico e si estese a tutti gli aspetti della vita di Mapplethorpe: \u00abMi piace accumulare cose che altri non collezionano\u2026 In particolare colleziono ceramiche scandinave, dove trovo forme che non avevo mai visto prima. Ne ho inserite alcune nelle mie fotografie\u2026 Amo gli oggetti e mi piace sistemarli in composizioni\u00bb. Nella sua casa come nel suo studio, Mapplethorpe sistemava con cura oggetti e figure statuarie a creare composizioni originali e perfette. La figura di Patti Smith esprimeva appieno la passione di Mapplethorpe per l\u2019originalit\u00e0 e per l\u2019atto di osservare intensamente: \u00abLui cercava\u2026 di porsi con occhi nuovi rispetto allo schema delle cose: cercava un nuovo modo di guardare. E inseguendo e carpendo con quegli occhi, si muoveva da una realt\u00e0 all\u2019altra. Ossessivamente e incondizionatamente estrapolava l\u2019essenza, il mistero di ciascuna realt\u00e0\u00bb. Il rapporto di stretta vicinanza con la Smith, la comune ricerca di nuove forme d\u2019espressione, la scelta radicale di rappresentare atti sessuali espliciti e la propensione a indossare abiti in pelle nera contribuirono a trasformare l\u2019immagine pubblica di Mapplethorpe. Egli divenne il bad boy del mondo dell\u2019arte, il fotografo punk. Tuttavia la Smith \u2013 attraverso la poesia e la performance \u2013 e Mapplethorpe \u2013 attraverso la fotografia \u2013 svilupparono due linguaggi artistici piuttosto diversi. Lei ruppe le regole della prosa, della grammatica e dell\u2019armonia per trasmettere il messaggio di un\u2019energia a briglie sciolte. Nel primo album cantava, gridando, che bisogna prima perdere il controllo per poi assumere il controllo. Al contrario, gli \u201ceventi\u201d allestiti da Mapplethorpe per le sue sessioni fotografiche erano completamente sotto il controllo dell\u2019artista. All\u2019inizio degli anni Settanta egli aveva ormai sviluppato un approccio formalista e una mania di perfezione. \u00abLa perfezione implica che non c\u2019\u00e8 niente da mettere in discussione in una fotografia. Veramente, in certe foto che ho fatto non potresti spostare questa foglia o quella mano spesso l\u2019arte contemporanea mi pone dei problemi perch\u00e9 non vi ritrovo la perfezione. Le mie foto migliori non lasciano questioni aperte: \u00e8 tutto compiuto\u00bb. Da un punto di vista formale il parallelo pi\u00f9 prossimo con queste fotografie \u201cperfette\u201d in ambito musicale non sono certamente le ruvide canzoni punk, ma un altro genere estremamente innovativo sviluppatosi nello stesso periodo: il Minimalismo. Questo tipo di musica, dai suoni altamente strutturati, fu concepita da Philip Glass, anch\u2019egli amico di Mapplethorpe. Al fotografo si deve l\u2019immagine di copertina del rivoluzionario album Einstein on the Beach (1976), realizzato nel 1976 dal compositore e dal coreografo Robert Wilson . \u00abSoggetto e struttura sono la stessa cosa\u00bb, spiega Glass. \u00abQuesta idea si trova anche in Jasper Johns \u2013 nei quadri con le bandiere e in quelli con i numeri \u2013 e in molti altri artisti dello stesso periodo, ad esempio Rauschenberg e Sol LeWitt. \u00c8 quello che facevo anch\u2019io con la mia musica in Music in 12 Parts. Ed \u00e8 quello che penso facesse Robert nella sua opera\u00bb. Questo interesse per la composizione si ritrova nel doppio ritratto di Glass e Wilson, nonostante il giorno stabilito per la ripresa Mapplethorpe avesse dato ai due amici l\u2019impressione che la sessione si fosse svolta in modo spontaneo. Dopo averli intrattenuti convivialmente nella zona soggiorno del suo loft, Mapplethorpe fece un riferimento en passant alla programmata ripresa fotografica. Appena si spostarono nell\u2019area di lavoro, Glass si accorse che le sedie e le luci erano gi\u00e0 in posizione. Il compositore si sarebbe reso conto solo successivamente del ruolo fondamentale giocato dallo sfondo che separa le due figure e del modo armonico in cui lui e Wilson pendono da una parte. In questa, come in altre fotografie, Mapplethorpe oper\u00f2 una fusione tra soggetto e struttura. L\u2019interesse per la struttura sposta l\u2019attenzione sul directorial mode del fotografo. L\u2019espressione, opportunamente applicata al lavoro di Mapplethorpe da Janet Kardon, era stata coniata nel 1976 da A. D. Coleman, per descrivere opere nelle quali \u00abil fotografo consciamente e intenzionalmente crea degli eventi, allo scopo dichiarato di ricavarne delle immagini\u00bb. Quelli che, invece, non operano in base a tale approccio rappresentano il \u201cmondo reale\u201d: scene, figure o oggetti, i quali godono di vita autonoma indipendentemente dal fotografo. Il directorial mode, oggi spesso chiamato staged photography o \u201cfotografia costruita\u201d, ha guadagnato popolarit\u00e0 a partire dagli anni Settanta. Recentemente Coleman spiegava che, quando aveva scritto il suo famoso articolo, \u00abil mondo dell\u2019arte si comportava come se si trattasse di un\u2019invenzione degli artisti, mentre i fotografi non sapevano di essere stati loro, in pratica, a inventarlo n\u00e9 di aver avuto dei precursori nel XIX secolo\u00bb. Mapplethorpe ne conosceva abbastanza bene alcuni, dato che lui e Wagstaff collezionavano, per esempio, opere di Julia Margaret Cameron. Non ci si aspetterebbe che a questo bad boy della fotografia potessero piacere opere sentimentali come The Shadow of the Cross (1865), nel quale la cameriera della Cameron posava nel ruolo della Madonna. E invece Mapplethorpe teneva questa immagine in bella vista nel suo soggiorno, anche molto tempo dopo che, nel 1982, ebbe venduto gran parte della sua collezione di fotografie . Il titolo \u00e8 ispirato dalla piccola croce che il bambino tiene in mano. Mapplethorpe dimostr\u00f2 un particolare interesse per questa forma, che impieg\u00f2 in varie opere. Una croce in granito compariva, infatti, sulla stessa parete della sua casa nonch\u00e9 in una foto austera che esplora il gioco della luce attraverso la superficie dell\u2019oggetto . Una volta Mapplethorpe disse: \u00abMi piace la forma della croce; mi piacciono quelle proporzioni. Dispongo gli oggetti in maniera cattolica\u00bb. Tutto manifesta il directorial mode: le fotografie da lui realizzate, le molte opere da lui collezionate e persino il modo di disporre gli oggetti all\u2019interno della sua casa. Nulla appare casuale o spontaneo. Tutto esprime la convinzione che esista un Ordine, il quale consiste nella perfetta collocazione di ogni elemento. I Fotosecessionisti propagandarono la Cameron, insieme a David Octavius Hill, tra i precursori ottocenteschi del movimento pittorialista. Mapplethorpe riconobbe che le opere di questi artisti avevano letteralmente trasformato la sua esistenza. \u00abUna delle prime mostre che ho visitato era al Metropolitan Museum of Art ed era dedicata ai Fotosecessionisti, i quali facevano ci\u00f2 che veniva chiamato \u201cfotografia pittorica\u201d, che molto si avvicinava alla pittura di quel periodo. E, in qualche modo, quando vidi la mostra, capii che la fotografia poteva essere un\u2019arte in s\u00e9 per s\u00e9. Probabilmente fino a quel momento non ne ero convinto\u00bb. La mostra The Painterly Photograph apr\u00ec nel 1973, poco dopo l\u2019inaugurazione alla Light Gallery della prima esposizione di opere di Mapplethorpe, realizzate con la Polaroid. L\u2019esperienza al Metropolitan Museum of Art convinse anche Wagstaf del valore della fotografia come forma d\u2019arte e, poco dopo, lui e il giovane artista divennero dei collezionisti. Dopo il luglio del 1974, quando gli veniva chiesto da quali fotografi fosse stato influenzato, Mapplethorpe rispondeva: \u00abNon pochi, in verit\u00e0. Pi\u00f9 si guardano le fotografie e pi\u00f9 si viene influenzati da ci\u00f2 che si vede\u2026 Mi piace Julia Cameron\u2026 e poi la coppia Hill e Adamson\u00bb. In seguito egli avrebbe spiegato che la Cameron \u00ab\u00e8 grande perch\u00e9 nella sua opera traspare una certa modernit\u00e0. A lei non interessava se la stampa veniva mossa. Le stampe ne risultano ammorbidite\u00bb. Sebbene le opere di Mapplethorpe rivelino un\u2019estetica modernista \u2013 caratterizzata da: \u00abmessa a fuoco nitida, gamma tonale molto ampia, nitidezza del dettaglio, nessun trucchetto da camera oscura\u00bb egli collezionava e diceva di ammirare i Pittorialisti. Delle opere di questi ultimi egli apprezzava gli aspetti dichiaratamente artistici, che le allontanavano da qualsiasi tentativo di documentare la realt\u00e0. Anche qui troviamo un parallelismo significativo con il directorial mode, cos\u00ec preponderante sia nelle opere della Cameron sia in quelle di Mapplethorpe. Mapplethorpe, per\u00f2, non condivideva con i fotografi vittoriani l\u2019intento moralizzante o allegorico. I suoi scopi erano radicalmente diversi anche da quelli della maggioranza dei suoi contemporanei, tra i quali Cindy Sherman, che avevano adottato il directorial mode. Molti facevano ampio ricorso all\u2019ironia o alla parodia e quasi tutti mettevano in atto vari artifici per evidenziare il fatto che le loro immagini fossero estremamente costruite. Tuttavia n\u00e9 con le sue opere n\u00e9 a parole Mapplethorpe si dimostr\u00f2 mai interessato a esplorare il rapporto della fotografia con la sfera documentaristica. Il directorial mode era uno strumento e non un fine, era la strategia che gli consentiva di realizzare la propria visione artistica ma non era il soggetto della sua opera. Piuttosto, egli metteva in scena le sue performances con l\u2019intento di raggiungere obiettivi decisamente pi\u00f9 ottocenteschi che non post-moderni: la perfezione e la bellezza. <\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-jetpack-tiled-gallery aligncenter is-style-rectangular\"><div class=\"\"><div class=\"tiled-gallery__gallery\"><div class=\"tiled-gallery__row\"><div class=\"tiled-gallery__col\" style=\"flex-basis:65.68752%\"><figure class=\"tiled-gallery__item\"><a href=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2025\/04\/Matteodefina_4-1024x657.jpg?ssl=1\"><img decoding=\"async\" data-attachment-id=\"1000016156\" data-permalink=\"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?attachment_id=1000016156\" data-orig-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2025\/04\/Matteodefina_4-scaled.jpg?fit=2560%2C1644&amp;ssl=1\" data-orig-size=\"2560,1644\" data-comments-opened=\"0\" 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full-screen\"\/><\/a><\/figure><\/div><\/div><\/div><\/div><\/div>\n\n\n\n<p>Egli, inoltre, non voleva che le sue opere fossero considerate limitatamente alla nicchia della fotografia artistica. Mapplethorpe avrebbe voluto far s\u00ec che esse esercitassero un impatto paragonabile a quello dei quadri e delle sculture. Come gli artisti che creavano \u201cfotografie pittoriche\u201d, egli aspirava a realizzare oggetti che fossero accettati semplicemente come opere d\u2019arte. Mapplethorpe fece spesso riferimento al carattere fortemente costruito del suo modo di fare fotografia, in particolare riguardo alle immagini sadomaso. \u00abQuello che si verificava durante le sessioni fotografiche \u00e8 un po\u2019 come il teatro, non si pu\u00f2 parlare di atti sessuali veri e propri\u00bb. Sebbene i partecipanti non fossero \u00abpersone che recitavano una parte\u00bb, il fotografo diceva che queste performances \u00aberano state studiate in funzione di quella particolare sessione. Pertanto io esercitavo un elevato grado di controllo sulla situazione\u00bb. Queste osservazioni, risalenti al 1988, si riallacciano a un tema gi\u00e0 affrontato da Mapplethorpe nella primissima intervista da lui rilasciata nel 1974, a proposito delle Polaroids che ritraggono un uomo intento in rituali sadomaso. \u00abPiuttosto \u00e8 come il teatro, in un certo senso\u2026 Ha a che fare con le parole, in quanto sviscera certe fantasie e le traspone sia in una dimensione sia nell\u2019altra\u00bb. Gi\u00e0 alla fine degli anni Settanta il fotografo padroneggiava quelle tecniche compositive che avrebbero trasformato questo \u201cteatro\u201d in arte visiva, senza il ricorso alle parole. Nel 1978 sottoline\u00f2 di nuovo il ruolo di queste performances: \u00abCon le foto a sfondo sessuale\u2026 Voglio che le persone propongano un\u2019idea e che poi si fidino di me quando le dirigo. Idealmente il contributo \u00e8 50 per cento del soggetto e 50 per cento mio\u00bb. Sempre quell\u2019anno faceva riferimento alle stesse percentuali in un\u2019altra intervista, nella quale parlava di un\u2019altra categoria di fotografie: \u00abNei ritratti c\u2019\u00e8 tanto la mia personalit\u00e0 quanto la persona che sto fotografando, \u00e8 un po\u2019 met\u00e0 e met\u00e0\u00bb. Per quanto attiene sia alle foto a sfondo sessuale sia ai ritratti, la critica ha spesso sottovalutato quanto Mapplethorpe costruiva la realt\u00e0. Persino una delle amiche a lui pi\u00f9 vicine abbracci\u00f2 l\u2019idea dell\u2019immediatezza del fotografo, il quale ci avrebbe restituito la pura verit\u00e0. \u00abLe scene sadomaso di Mapplethorpe non sono affatto patinate. Siamo di fronte al fatto reale, cos\u00ec reale che alcuni lo definiscono materiale pericoloso e oltraggioso, piuttosto che arte\u00bb. Altri ravvisavano un grado eccessivo di arte in queste immagini e nutrivano fondati sospetti sul fatto che fossero state accuratamente costruite. L\u2019osservazione forse pi\u00f9 acuta venne da Amaya, al tempo in cui Mapplethorpe realizz\u00f2 quelle opere. \u00abEgli esplora il sadomasochismo e gli annessi e connessi dei rituali che lo contraddistinguono, con la stessa attenzione che applica alle complesse peculiarit\u00e0 dell\u2019aristocrazia. La sua macchina fotografica non solidarizza o accarezza n\u00e9 brutalizza. Tuttavia, certamente rende i soggetti patinati\u00bb. Agli occhi di un osservatore pi\u00f9 recente, Mapplethorpe \u00abricorre alla teatralit\u00e0 intrinseca del sadomasochismo, per mettere in scena l\u2019artificio e delle vere e proprie mascherate fotografiche\u00bb. Sebbene non ne facesse una scelta di campo della propria arte, sicuramente il fotografo prese le distanze dalle convenzioni della fotografia documentaristica. Il perfezionismo nell\u2019assetto dell\u2019illuminazione nonch\u00e9 l\u2019attenta disposizione delle figure e delle ambientazioni (in genere) piuttosto limpide, segnalano il carattere fortemente costruito di queste opere. I personaggi, che spesso Mapplethorpe mostrava rivolti verso il pubblico, raramente esprimono sentimenti di piacere o di sofferenza. In uno dei saggi pi\u00f9 importanti e autorevoli sul fotografo, Arthur C. Danto offriva un\u2019interpretazione piuttosto diversa: \u00abAllo scopo di mantenere il controllo della situazione, Mapplethorpe richiedeva ai suoi soggetti il consenso, la conoscenza reciproca e la fiducia\u00bb. Poich\u00e9 queste persone sapevano di appartenere alla stessa cerchia dell\u2019artista, \u00able immagini rivelano verit\u00e0 sessuali\u00bb. In tutti i ritratti, i servizi di moda e le immagini dei modelli \u00abla verit\u00e0 riveste un ruolo cos\u00ec centrale per l\u2019indirizzo del suo stile fotografico\u2026 Certamente in ogni studio vi \u00e8 un elemento di artificio nell\u2019allestimento. Nondimeno, questo artificio \u00e8 completamente coerente con la verit\u00e0 oggettiva\u00bb. Possiamo concordare con il fatto che da amici, clienti paganti e modelli retribuiti Mapplethorpe chiedeva \u201ccollaborazione\u201d, un termine forse pi\u00f9 calzante e meno impegnativo di \u201cfiducia\u201d. (Patti Smith, il soggetto da lui fotografato pi\u00f9 di frequente, parla dei modelli di Mapplethorpe come di \u00abvittime consenzienti\u00bb). Il fotografo espresse in pi\u00f9 occasioni la propria ripugnanza per gli scatti furtivi, ritendoli subdoli. Tuttavia \u00e8 difficile capire come gli eventi messi in scena da Mapplethorpe possano rivelare verit\u00e0 oggettive. Ci\u00f2 che accomuna le sue opere non \u00e8 tanto \u00abil legame di fiducia, che era una delle sue doti, tabilitosi tra lui e le persone che posavano per lui\u00bb, quanto il suo modo di creare una coreografia intorno ai suoi soggetti e di estrarre l\u2019essenza da ciascuno. La questione della fiducia, nel senso di collaborazione volontaria, certamente non \u00e8 un elemento portante delle nature morte, che costituiscono una percentuale cospicua delle opere di Mapplethorpe. Nel 1979 il fotografo cos\u00ec spiegava questa categoria di foto: \u00abVolevo vedere se mi fosse riuscito di insinuare la mia personalit\u00e0 negli oggetti inanimati\u00bb. Mapplethorpe le realizz\u00f2, come tutte le altre opere, in un ambiente estremamente controllato. Non mostr\u00f2 mai fiori piantati nella terra e men che mai collocati in un\u2019ambientazione naturale. I fiori, singoli o raccolti in bouquet, appaiono recisi con precisione e sistemati con grande cura, nella maggior parte dei casi in vasi di valore. Mapplethorpe catturava il momento in cui il fiore era all\u2019apice della fioritura. Egli sentiva che in queste opere i soggetti \u00abhanno in s\u00e9 una certa malizia, un aspetto estremo che in genere i fiori non hanno\u00bb. Mapplethorpe non intendeva dire di essere in grado di scoprire le qualit\u00e0 nascoste nei suoi soggetti. \u00abNelle mie foto c\u2019\u00e8 una sensibilit\u00e0 piuttosto costante, una certa personalit\u00e0. La conferisco ai fiori e ai bambini. Posso conferirla ai paesaggi sebbene ne abbia realizzati pochi e anche agli oggetti, agli elementi di arredo o alla moda\u00bb. Alcuni anni dopo, quando qualcuno gli chiese di indicare la sua maggiore virt\u00f9 come artista, Mapplethorpe rispose: \u00abCi\u00f2 che divide le foto che faccio io da quelle realizzate dagli altri \u00e8 la relazione che si crea tra la mia personalit\u00e0 e il soggetto\u00bb. Possiamo ricavare questa stessa sensazione anche dai commenti di alcune persone che posarono per lui. David Croland, il suo primo fidanzato, diceva a proposito delle prime Polaroids: \u00abLe immagini erotiche coinvolgevano un certo gioco dei ruoli, proprio del momento\u00bb. Diversi anni dopo il fotografo fece un ritratto di Suzanne Donaldson, la manager del suo studio, la quale commentava: \u00abEra come essere posseduta da lui. Io lo fissavo e lui mi faceva fare esattamente quello che voleva\u00bb. Una volta riconosciuto a Mapplethorpe un posto nella storia della \u201cfotografia costruita\u201d, sar\u00e0 pi\u00f9 facile evitare l\u2019errore, piuttosto diffuso, di confondere la sua biografia con la sua arte. Esattamente un secolo fa Marcel Proust biasimava il critico letterario Sainte-Beuve, il quale, a suo avviso, non era riuscito a capire che \u00abun libro \u00e8 il prodotto di un io diverso da quello che si manifesta nelle nostre abitudini, nella nostra vita sociale, nei nostri vizi\u00bb. Perci\u00f2, anche quando Mapplethorpe affermava: \u00abPersonalmente, ho imparato molto sulla mia sessualit\u00e0, dopo essermi fatto coinvolgere e aver fatto fotografie a sfondo sessuale\u00bb, dobbiamo ricordare il carattere estremamente costruito delle sue sessioni fotografiche. Certamente, egli concludeva, \u00abera come se non stessi documentando nient\u2019altro che me stesso\u00bb. Le osservazioni di Mapplethorpe ci forniscono una chiave di lettura per il paragone, frequentemente frainteso, tra l\u2019atto di fare foto e quello di scrivere un diario. \u00abAlcune di queste persone\u00bb, disse in un\u2019occasione, \u00able conosco bene, altre solo superficialmente; le nostre strade si sono incrociate negli ultimi anni. Voglio essere in grado di tornare indietro con la mente e di richiamare alla memoria il lato di queste persone che voglio ricordare, le parti di essi che mi avevano attratto\u00bb. Dunque, se da un lato le sue foto possono essere vista come dei reportage delle caratteristiche che avevano colpito la sua sensibilit\u00e0 artistica, dall\u2019altro, sebbene illustrino il suo rapporto con le persone ritratte, esse non debbono essere lette come testimonianze oggettive di incontri e sembianze. In modo analogo, la scelta del fotografo di attribuire pari rispetto e dignit\u00e0 a tutti i tipi di soggetto non \u00e8 necessariamente indice della sua personalit\u00e0. Wagstaff, sebbene vedesse in Mapplethorpe un certo grado di \u201csincerit\u00e0\u201d, ipotizzava un collegamento tra l\u2019approccio dell\u2019amico e quello di artisti pi\u00f9 anziani, a lui contemporanei. \u00abA Mapplethorpe non interessa guardare dal basso verso l\u2019alto n\u00e9 viceversa. Con lui si sta allo stesso livello, in un rapporto empatico tra pari. La maggiore influenza su queste opere suppongo l\u2019abbia avuta la Pop Art, in particolare Warhol e Lichtenstein\u00bb. Quando, alcuni anni dopo, gli fu rivolta una domanda su questo punto, l\u2019artista rispose che si trattava \u00abdell\u2019approccio che avevo rispetto all\u2019arte in generale. Non mi appartiene quell\u2019idea del piedistallo, che ritengo abbiano molti fotografi quando ritraggono le celebrit\u00e0\u00bb. Ad essere precisi, Mapplethorpe poneva tutto e tutti sul piedistallo, a volte anche letteralmente . Il fotografo riconosceva l\u2019impatto di Warhol\u00a0 sul suo lavoro, ma chiariva: \u00abNon parlo tanto del prodotto quanto dell\u2019idea\u00a0 mi riferisco al fatto che Warhol sostiene che tutto potenzialmente \u00e8 arte\u00a0 e trasformo la pornografia in arte\u00bb. Il modo in cui egli mut\u00f2 in arte le immagini di sesso, i fiori e i ritratti, mostra la distanza di Mapplethorpe non solo dalla Pop Art ma dal concetto stesso che queste opere particolarmente \u201ccoreografate\u201d possano restituire una rappresentazione \u201csincera\u201d della realt\u00e0, cos\u00ec come la vediamo. \u00a0Mentre nell\u2019opera di Wilhelm von Gloeden\u00a0 posso dire\u00a0 che senza indugiare in esercizi di stile o lirismi, si individuano i tratti salienti dell\u2019opera del barone e li si contestualizza. E l\u2019eclettismo si rivela una strategia adatta. Ci si accorge dell\u2019interesse attuale di queste foto, in apparenza idealizzanti, na\u00eff, estetizzanti. In realt\u00e0 appuntite, pi\u00f9 consapevoli e moderne di quel che sembra. Diverse letture dell\u2019opera si riscontrano anche nei commenti che ne hanno dato autori come Roland Barthes e Francesca Alinovi. Per quanto riguarda il fotografo e la sua epoca, anche qui si sfatano alcuni luoghi comuni. Le foto non risultavano cos\u00ec scandalose per la cultura dell\u2019epoca. E il tratto pi\u00f9 turbativo non era la presenza di adolescenti nudi, il che \u00e8 d\u2019altronde logico, vista la recente nascita della categoria dell\u2019infanzia come fascia d\u2019et\u00e0 autonoma e da proteggere. Fino al fascismo, che intent\u00f2 un processo all\u2019erede di von Gloeden, le foto non suscitarono grossi problemi, e anzi il loro autore godette di grande fortuna. Ricevette accuse personali, attacchi omofobi che lo accusavano di sodomia, ma la sua opera non dava scandalo. Se non internamente alla fotografia, dato che venne denunciata come troppo moderna dai sostenitori del Pittorialismo. Il progetto si propone quale ulteriore contributo alla conoscenza del grande fotografo statunitense nel nostro territorio, a cui in passato sono state dedicate, tra le altre, una mostra a cura di Germano Celant al Centro Pecci di Prato (1993) e un\u2019esposizionea cura di Franca Falletti e Jonathan K. Nelson alla Galleria dell\u2019Accademia (2009): mostra, quest\u2019ultima, che gi\u00e0 metteva in luce l\u2019innegabile relazione tra Mapplethorpe e Michelangelo. L\u2019interesse per l\u2019antico e la passione per i fotografi che lo hanno preceduto sono una costante nell\u2019opera di Robert Mapplethorpe che fu un appassionato e curioso collezionista di fotografie. Va aggiunto che Mapplethorpe compie agli inizi degli anni Ottanta un celebre viaggio in Italia, durante il quale ha la possibilit\u00e0 di confrontarsi direttamente con il paesaggio di Napoli e la potenza disarmante delle rovine che annullano agli occhi del fotografo la distanza tra il presente e il passato, in una prospettiva che \u00e8 gi\u00e0 di fatto post-moderna. Fu qui a Napoli che Mapplethopre venne probabilmente a conoscere per la prima volta le fotografie di von Gloeden, grazie soprattutto a Lucio Amelio, il celebre gallerista, legato a Andy Warhol e Joseph Beuys, che del fotografo tedesco era un apprezzato conoscitore e collezionista, e al quale dedic\u00f2 fra il 1977 e il 1978 una mostra e due pubblicazioni, con prefazioni di Marina Miraglia e Roland Barthes.\u00a0 Fu nella stessa galleria di Lucio Amelio che Mapplethorpe espose nel 1984, proponendo un approccio autonomo alla fotografia, e un intenso connubio di elementi formali e contenuti soggettivi trasversali e liberi da ogni conformismo, in cui ad affiorare erano le continue metamorfosi tra spirito apollineo e sensualit\u00e0 dionisiaca, tra gli archetipi figurativi del mondo classico e l\u2019iconografia del mondo cattolico. I soggetti, le pose, le atmosfere sospese delle composizioni, cos\u00ec studiate e ponderate nella messa in scena in studio, ci guidano alla scoperta di un\u2019idea non convenzionale di bellezza e di eros, di quella che potremmo definire una sessualit\u00e0 spiritualizzata al limite dell\u2019arte per l\u2019arte. Le opere in mostra, pur traendo ispirazione dai canoni della classicit\u00e0, sembrano infatti condurci lungo traiettorie estetiche non scontate e a tratti perturbanti, sollevando e risolvendo interrogativi sul tema del corpo e della sessualit\u00e0 la cui eco risuona, a tratti immutata, nella cultura visiva contemporanea, dove la censura e il giudizio morale sono sempre pronti a mettere sotto accusa la bellezza e il desiderio. Ma la grandezza artistica di Robert Mapplethorpe sta proprio in questa capacit\u00e0 di sopprimere ogni falso moralismo, costringendoci a una osservazione frontale, iconica, dei corpi e dei sessi esibiti come oggetti, e al tempo stesso trasfigurando questi \u2018oggetti\u2019 in forme pure, con un gioco di contrasti pittorici e plastici, di posture e inquadrature, che suggeriscono immediatamente una matrice precedente, un modello dell\u2019antichit\u00e0 greca e romana, del passato rinascimentale, un\u2019opera caravaggesca o un prototipo neo-classico. Guardare le sue foto \u00e8 dunque vivere non tanto l\u2019esperienza del voyeur ma quella del contemplatore, riconoscere una doppia vita all\u2019immagine fotografica: quella di essere comunque specchio del reale &#8211; da cui dipende la sua potenza prevaricatrice e perturbante &#8211; e quella di essere una forma archetipica che ritorna dal passato, un ritornante, da cui dipende la sua risonanza, la sua umbratile metafisica irradiazione. Trasformando ogni suo soggetto (un corpo, un volto, un fiore) in una forma purissima di arte da cui \u00e8 stato esautorato ogni possibile giudizio morale, Mapplethorpe \u00e8 cos\u00ec riuscito a restituire aura alla fotografia, in modo anche da conquistare per essa lo statuto di opera e il riconoscimento pieno della sua pratica fotografica come arte assoluta. La mostra riporta cos\u00ec l\u2019attenzione sulla ricerca di Mapplethorpe di una perfetta sinuosit\u00e0, di una rotondit\u00e0 sensuale e sacrale, che \u00e8 possibile riscontrare nelle fotografie esposte a Venezia dei perfetti corpi maschili e femminili, cos\u00ec come nelle magnifiche immagini dei fiori, svelati nella loro nudit\u00e0, vere e proprie composizioni poetiche, ambigue e delicate al tempo stesso.\u00a0 Aprono il percorso espositivo alle Stanze i primissimi collage, ready-made realizzati sul finire degli anni Sessanta del Novecento, molti dei quali mai esposti prima. Queste prime opere sono realizzate combinando originali disegni e ritagli di riviste omoerotiche e <em>objetstrouv\u00e9s<\/em>,e riflettono la ricerca di identit\u00e0 e l\u2019interesse di Mapplethorpe nella sperimentazione, sin dagli esordi della sua carriera, usando una sovrapposizione di elementi. Seguono i ritratti dedicati alla compagna, amica e musa Patti Smith, immortalata in pose intime e iconiche che esprimono la sua figura androgina e la sua vulnerabilit\u00e0; e quelli della body builder Lisa Lyon, che esplorano il vigore, la resistenza e la femminilit\u00e0, trascendendo le convenzioni di genere e celebrando la potenza e la bellezza attraverso parametri estetici classici. Perturbanti gli autoritratti, che rivelano la sua esplorazione dell&#8217;identit\u00e0 concepita sempre come qualcosa di fluido e mutevole. Attraverso pose studiate e simboli provocatori, il fotografo si presenta come artista e soggetto, indagando i confini tra s\u00e9 e l&#8217;immagine pubblica. Lungo il percorso sono presentati diversi nudi maschili, che celebrano il corpo con un inno alla perfezione classica, enfatizzando forza, sensualit\u00e0 e simmetria attraverso un uso raffinato della luce e della composizione, esplorando il desiderio e l&#8217;erotismo e sfidando gli schemi sociali tradizionali. Analogamente, nei nudi femminili presentati a Venezia, Mapplethorpe gioca con le forme, le pieghe e le linee per creare un&#8217;estetica elegante e minimalista, volta a rappresentare, come ha osservato lo storico dell\u2019arte americano Arthur C. Danto, \u00abdonne consapevoli, dalla potenza quasi regale\u00bb. In mostra anche i ritratti di Truman Capote, Glenn Close, Richard Gere, Keith Haring, David Hockney, Annie Leibovitz, Yoko Ono, Robert Rauschenberg, Isabella Rossellini, Susan Sarandon, Susan Sontag, Andy Warhol, e molti altri. Il ritratto fotografico per Mapplethorpe non rappresenta solamente l\u2019incontro intimo tra due personalit\u00e0, ma una sorta di altare visivo dove la corporeit\u00e0 del soggetto viene trasfigurata, resa partecipe di un gioco di desiderio e possesso. Lungo il percorso, particolarmente iconiche sono le fotografie dei fiori, calle, orchidee e tulipani ripresi nel momento esatto in cui sembrano trasformarsi in muscoli pulsanti. Si tratta di immagini dai toni impeccabili, che oscillano tra la reverenza quasi regale della forma, grazie a sfumature monocromatiche, e la dinamicit\u00e0 data dal colore. Importante il confronto con le statue antiche che, dominate da una sessualit\u00e0 incompiuta, ci mettono definitivamente davanti all\u2019importanza della carne nel linguaggio seduttivo. Grazie alla generosit\u00e0 della Fondazione Mapplethorpe sono esposti eccezionali oggetti vintage. I prestiti d&#8217;archivio comprendono due audiocassette originali di Patti Smith, un disco 45 giri, inviti originali a mostre tenute in gallerie e musei, manifesti, una copia in edizione limitata, firmata e rilegata in pelle di <em>Una stagione all&#8217;inferno<\/em> di Rimbaud del 1986 con le <em>photogravures<\/em>di Mapplethorpe (le fotografie realizzate appositamente dall\u2019artista per questa edizione), riviste, lettere scritte a mano da Mapplethorpe al suo mentore e amante Sam Wagstaff e il biglietto commemorativo del funerale di Wagstaff.<a> La retrospettiva <em>Robert Mapplethorpe. Le forme del classico<\/em> \u00e8 il primo atto di una pi\u00f9 ampia trilogia, parte di un percorso di studio e ricerca volto ad approfondire la figura di Mapplethorpe attraverso altri due eventi espositivi in programma nel 2026. A Milano, a Palazzo Reale, si terr\u00e0 <em>Robert Mapplethorpe. Le forme del desiderio<\/em><\/a>, una completa retrospettiva sull&#8217;intera opera del fotografo con le sue opere pi\u00f9 iconiche, potenti e audaci. <em>Robert Mapplethorpe. <\/em>Le forme della bellezza sar\u00e0 a Roma, al Museo dell\u2019Ara Pacis, e si incentrer\u00e0 sugli studi sulla bellezza intesa come classicit\u00e0, con immagini e confronti puntuali e una selezione dedicata all\u2019Italia, esposta per la prima volta. In occasione della trilogia Marsilio Arte pubblica un importante catalogo che accompagna le tre mostre e indaga l\u2019intera produzione e l\u2019evoluzione del linguaggio di Mapplethorpe attraverso 257 opere.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Biografia&nbsp; Robert Mapplethorpe<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Nato nel 1946 a Floral Park, nel Queens. Della sua infanzia ha detto: \u00abVengo dall&#8217;America suburbana. Era un ambiente molto sicuro ed era un buon posto da cui provenire, nel senso che era un buon posto da cui partire\u00bb. Nel 1963 Mapplethorpe si iscrive al Pratt Institute di Brooklyn, dove studia disegno, pittura e scultura. Influenzato da artisti come Joseph Cornell e Marcel Duchamp, sperimenta anche vari materiali in collage a tecnica mista, comprese immagini ritagliate da libri e riviste. Nel 1969 si trasferisce con Patti Smith, conosciuta tre anni prima, al Chelsea Hotel. Nel 1970 Mapplethorpe acquist\u00f2 una macchina fotografica Polaroid dall&#8217;artista e regista Sandy Daley e inizi\u00f2 a produrre le proprie fotografie da incorporare nei collage, dicendo che gli sembrava \u00abpi\u00f9 onesto\u00bb. Mapplethorpe trov\u00f2 subito soddisfazione nel fare fotografie con la Polaroid e nel 1973 la Light Gallery di New York organizz\u00f2 la sua prima mostra personale in galleria, \u00abPolaroids\u00bb. Due anni dopo, Sam Wagstaff, benefattore e mentore, regal\u00f2 a Mapplethorpe una macchina fotografica Hasselblad 500 ed egli inizi\u00f2 a fotografare la sua cerchia di amici e conoscenti, artisti, musicisti, mondani, star del cinema e membri dell&#8217;underground sadomaso. Lavor\u00f2 anche a progetti commerciali, creando copertine di album e una serie di ritratti e foto di feste per Interview Magazine. Alla fine degli anni Settanta, Mapplethorpe si interess\u00f2 sempre pi\u00f9 alla documentazione della scena sadomaso di New York. Le fotografie che ne derivano sono scioccanti per il loro contenuto e notevoli per la loro maestria tecnica e formale. La sua carriera continua a fiorire e nel 1978 la Robert Miller Gallery di New York diventa il suo rivenditore esclusivo. Nel 1980 Mapplethorpe incontra Lisa Lyon, la prima campionessa mondiale di bodybuilding femminile. Negli anni successivi i due collaborano a una serie di ritratti e studi di figura, a un film e al libro Lady: Lisa Lyon. Per tutti gli anni Ottanta, Mapplethorpe ha prodotto immagini che sfidano e aderiscono allo stesso tempo agli standard estetici classici: composizioni stilizzate di nudi maschili e femminili, fiori e nature morte delicate, ritratti in studio di artisti e celebrit\u00e0, per citare alcuni dei suoi generi preferiti. Ha introdotto e perfezionato diverse tecniche e formati, tra cui polaroid a colori da 20 x 24 pollici, fotoincisioni, stampe al platino su carta e lino, Cibachrome e stampe a colori con trasferimento di colore. Nel 1986 a Mapplethorpe viene diagnosticato l&#8217;AIDS. Nonostante la malattia, accelera i suoi sforzi creativi, amplia la portata della sua indagine fotografica e accetta commissioni sempre pi\u00f9 impegnative. Il Whitney Museum of American Art allest\u00ec la sua prima grande retrospettiva museale americana nel 1988, l&#8217;anno prima della sua morte, avvenuta nel 1989. Il suo vasto, provocatorio e potente corpus di opere lo ha consacrato come uno dei pi\u00f9 importanti artisti del XX secolo. Oggi Mapplethorpe \u00e8 rappresentato da gallerie in Nord e Sud America, Europa e Asia e le sue opere si trovano nelle collezioni dei principali musei di tutto il mondo. Al di l\u00e0 dell&#8217;importanza storica e culturale del suo lavoro, la sua eredit\u00e0 continua a vivere grazie all&#8217;attivit\u00e0 della Robert Mapplethorpe Foundation.<\/p>\n\n\n\n<p>Le Stanze della Fotografia di Venezia<\/p>\n\n\n\n<p>Robert Mapplethorpe. Le forme del classico<\/p>\n\n\n\n<p>dal 10 Aprile 2025 al 6 Gennaio 2026<\/p>\n\n\n\n<p>dal Luned\u00ec alla Domenica dalle ore 11.00 alle ore 19.00<\/p>\n\n\n\n<p>Mercoled\u00ec Chiuso<\/p>\n\n\n\n<p>Foto dell\u2019 Allestimento della mostra Robert Mapplethorpe. Le forme del classico dal 10 Aprile 2025 al 6 Gennaio 2026 Le Stanze della Fotografia di Venezia credit \u00a9 Matteo De Fina<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Giovanni Cardone Fino 6 Gennaio 2026 si potr\u00e0 ammirare presso le Stanze della Fotografia di Venezia la retrospettiva dedicata a Robert Mapplethorpe- \u2018Robert Mapplethorpe. Le forme del classico\u2019 a cura Denis Curti. 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