{"id":1000016053,"date":"2025-04-18T10:10:23","date_gmt":"2025-04-18T13:10:23","guid":{"rendered":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000016053"},"modified":"2025-04-18T10:10:25","modified_gmt":"2025-04-18T13:10:25","slug":"in-mostra-a-villa-campolieto-dalluovo-alle-mele-la-civilta-del-cibo-e-i-piaceri-della-tavola-ovvero-un-incontro-tra-passato-e-presente","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000016053","title":{"rendered":"In mostra a Villa Campolieto Dall\u2019uovo alle mele. La civilt\u00e0 del cibo e i piaceri della tavola ovvero: Un Incontro tra Passato e Presente"},"content":{"rendered":"\n<p><strong>Giovanni Cardone<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Fino al 31 Dicembre 2025 si potr\u00e0 ammirare a Villa Campolieto Ercolano la mostra Dall\u2019uovo alle mele. La civilt\u00e0 del cibo e i piaceri della tavola a cura di Francesco Sirano&nbsp;e&nbsp;Mariacarmen Pepe. La nuova esposizione del Parco Archeologico di Ercolano organizzata in collaborazione con la Fondazione Ente Ville Vesuviane. I visitatori saranno immersi in un viaggio nell\u2019epoca romana alla scoperta di quella che possiamo definire una vera e propria civilt\u00e0 del cibo. Il cibo \u00e8 un filo rosso che lega il presente al passato non solo per le elementari necessit\u00e0 biologiche. Mai come ad Ercolano emerge con chiarezza un rapporto con il cibo che guarda non solo alla qualit\u00e0 e variet\u00e0 dei prodotti, ma anche alla cura della preparazione e al risultato gastronomico. Il progetto prevede in esposizione circa&nbsp;230 reperti&nbsp;che offrono un quadro variegato dell\u2019alimentazione degli abitanti di Ercolano. E\u2019 il poeta Orazio che afferma \u2018Ab ovo usque ad mala\u2019, &#8211; un pasto completo nell\u2019antica Roma solitamente iniziava con le uova e terminava con i frutti \u2013 e come su un vassoio d\u2019argento l\u2019antica Ercolano ci consegna una grande quantit\u00e0 e variet\u00e0 di reperti organici in eccezionali condizioni di conservazione, a dimostrazione di un assortimento invidiabile di cibi e alimenti. Materia prima e frutto di una sorprendente arte culinaria, il cibo di questa citt\u00e0 romana si mostra attraverso i resti carbonizzati di pane, cereali, legumi, frutta, uova, formaggio, frutti di mare, ci sembra quasi di sentirne i profumi; oltre a vasellame, pentole, utensili, oggetti di uso quotidiano e di lusso, che restituiscono preziose informazioni sui principali aspetti dell\u2019alimentazione degli antichi Ercolanesi: dalla produzione al consumo e allo smaltimento del cibo. Nel viaggio che molte volte ho fatto negli Scavi di Ercolano meraviglia della nostra terra e che danno risalto ha tutto il Miglio d\u2019Oro ho sempre pensato che guardando, lungo il cardo V dell\u2019antica Ercolano si erge un alto caseggiato che occupa un intero isolato della citt\u00e0, convenzionalmente denominato Insula Orientalis II. Si tratta di un tipo di caseggiato plurifamiliare con abitazioni a buon mercato ben noto dall\u2019edilizia ostiense, ma con precedenti in et\u00e0 repubblicana, con botteghe e luoghi di produzione artigianale prospicienti sulla strada, provvisti di mezzanini (pergulae) e con uno o due piani superiori con funzioni esclusivamente abitative. In linea generale le botteghe erano collegate mediante una scala interna di legno al piano ammezzato, comprendente una o pi\u00f9 stanze di abitazione e di deposito, mentre una scala a due rampe, ricavata in un apposito vano-scala, conduceva agli alloggi del piano superiore, disimpegnati da un ballatoio che probabilmente correva lungo tutta la facciata. L\u2019Insula Ortientalis II, con le sue botteghe, gli impianti produttivi e i modesti alloggi, rivela nell\u2019estrema coerenza strutturale e nell\u2019intima integrazione degli spazi l\u2019esistenza di un progetto urbanistico unitario realizzato nei decenni centrali del I sec. d.C. in concomitanza con l\u2019ampliamento della cd. Palestra o Campus che si sviluppa alle spalle delle botteghe. Recenti indagini archeologiche eseguite nell\u2019ambito dell\u2019Herculaneum Conservation Project hanno infatti fra l\u2019altro dimostrato che il sistema delle botteghe e l\u2019ampliamento della cd. Palestra sono strettamente connessi al condotto fognario che, per 85 metri di lunghezza e a circa 3 metri di profondit\u00e0, corre parallelo al cardo V e il cui muro perimetrale occidentale non \u00e8 altro che il muro di facciata del caseggiato dell\u2019Insula Orientalis II. Gi\u00e0 in fase costruttiva, inoltre, per raccogliere gli scarichi delle latrine e delle cucine esistenti nei tre piani sovrapposti, erano stati previsti sia la posizione delle latrine nell\u2019angolo destro dopo l\u2019ingresso di ogni bottega, sia l\u2019inserimento di tubuli di terracotta nello spessore dei muri. Non \u00e8 escluso che queste latrine potessero essere usate oltre che dai proprietari delle botteghe anche dagli avventori. Al civico n. 8 di questo particolarissimo isolato, ove si concentra la maggior parte delle 55 installazioni commerciali e artigianali identificate in citt\u00e0, si apre un panificio scavato fra il 1933 e il 1936 e appartenuto al fornaio (pistor) Sextus Patulcius Felix, di probabili origini puteolane e trasferitosi a Ercolano negli ultimi anni di vita della citt\u00e0. Il suo anello con sigillo di bronzo (Sex. Patulci. Felicis, inv. 1033\/76310), utilizzato per suggellare documenti e atti del possessore, fu rinvenuto nel mezzanino. Al piano terra, su una superficie di circa 83 metri quadrati, si sviluppano tutti gli ambienti collegati alla produzione del pane e, nell\u2019angusto sottoscala, la latrina, del tipo a piccolo box con pavimento di tegole inclinato per consentire il deflusso dell\u2019acqua scaricata con un secchio verso il condotto di scarico e quindi verso la sottostante fossa settica. Il primo ambiente, accessibile dalla strada, \u00e8 uno spazio aperto in cui sono installate due macine granarie di lava trachitica; come di consueto (86 esempi noti a Pompei e 4 a Ercolano), esse sono costituite da una parte inferiore fissa (meta), di forma cilindrica e con la sommit\u00e0 conica, inserita su un bancone circolare in muratura, e da una parte superiore mobile (catillus) a forma di clessidra e in cui erano inseriti gli elementi lignei che, trainati da una bestia da soma, solitamente un asino, servivano a farla ruotare. Il grano veniva introdotto nell\u2019imbuto del catillus e la molitura avveniva per effetto della rotazione della parte inferiore del catillus contro i fianchi della meta. Alle spalle di questo spazio \u00e8 il retrobottega, mentre sulla sinistra \u00e8 l\u2019ambiente in cui \u00e8 installato il vero e proprio forno; quest\u2019ultimo, costruito in muratura, poggia su un ampio basamento dal piano rivestito di tegole, che prosegue all\u2019interno della bocca del forno, e ha una copertura a volta che forma un\u2019autentica cupola in cui il condotto di aerazione \u00e8 costituito da un collo di anfora; sul paramento esterno della cupola, in cui sono evidenti i segni di riparazione, sono due falli apotropaici per proteggere la struttura dal malocchio. Nel corso degli scavi, il 19 agosto 1936, nella stanza del piano ammezzato furono recuperate 25 teglie di bronzo di forma circolare e di varie dimensioni, utilizzate per infornare le focacce (placentae), 18 delle quali sono esposte in mostra (cat. 00). Una foto d\u2019archivio del 1937 restituisce una veduta d\u2019insieme del forno del civico n. 8 con le strutture e gli apprestamenti restaurati e le teglie di bronzo \u201cmusealizzate\u201d nel retrobottega, secondo quello stile proprio di Amedeo Maiuri, che nello scavo e restauro dell\u2019antica Ercolano concretizz\u00f2 mirabilmente la sua idea di museo all\u2019aperto, animando con particolari anche minuti della vita quotidiana luoghi e strutture gi\u00e0 di per s\u00e9 stupefacenti. Posso affermare che lo scavo ad Ercolano \u00e8 stato un fenomeno culturale anomalo. All\u2019inizio si configura come un lavoro di miniera: pericoloso, massacrante. Eseguito nel Settecento a grande profondit\u00e0 nelle tenebre di cunicoli scarsamente illuminati dalla luce di fiaccole e lanterne, fra i miasmi della <em>mof\u00e8ta<\/em>, \u00e8 un\u2019impresa disordinata, spesso distruttiva. Esplode a livello europeo quando dal ventre della terra vengono fuori opere di straordinaria bellezza. I primi ritrovamenti sembrano casuali, determinati dalla cronica carenza d\u2019acqua a Res\u00ecna, all\u2019epoca poco pi\u00f9 di un villaggio, che solo nel 1967 prender\u00e0 il nome della citt\u00e0 antica. Per raggiungere la falda si scavavano pozzi sempre pi\u00f9 profondi. Si racconta che un bel giorno un contadino soprannominato Enzecchetta abbia visto affiorare dall\u2019acqua pezzi di marmo e alabastro. Non sapendo che farsene li vende a un <em>marmoraro. <\/em>Nella bottega li nota un gentiluomo di origini francesi, Maurizio Emanuele di Lorena principe d\u2019Elboeuf. Comandava la cavalleria dell\u2019esercito austriaco che a Napoli, dopo aver sgominato al Garigliano le truppe avversarie nell\u2019estate del 1707, aveva posto fine a due secoli di dominazione spagnola. Poich\u00e9 stava per sposarsi con una fanciulla della nobilt\u00e0 napoletana, cercava elementi di pregio per abbellire una residenza estiva che si stava facendo costruire al Granatello presso il mare di Portici. Avendo capito che provenivano da un edificio antico compra il campo di Enzecchetta. Nel 1709, raccolta un po\u2019 di manovalanza, si mette a scavare cominciando dal profondo del pozzo. Dopo poco becca, sia pure inconsapevolmente, il Teatro di Ercolano. Raccontata cos\u00ec sembrerebbe una favoletta. E infatti la storia \u00e8 un po\u2019 pi\u00f9 complessa. Anzitutto pare che le esplorazioni compiute dal d\u2019Elboeuf non siano state le prime. Si hanno testimonianze di cunicoli asfittici risalenti al Seicento. Poi forse il principe, almeno all\u2019inizio, non cercava pezzi antichi da riutilizzare ma solo per farli ridurre in polvere allo scopo di ricavarne una specie di stucco che una volta induritosi si trasformava in belle superfici lucide. Ma chi era questo principe, descritto da alcuni come munifico protettore di artisti, da altri come un filibustiere? Indubbiamente si trattava di una persona colta. Gli fu dedicata una commedia, La Carlotta, pubblicata a Venezia nel 1708 e pi\u00f9 volte rappresentata. Il palazzo che abit\u00f2 a Napoli al largo San Giovanni a Carbonara era un cenacolo di artisti, aperto anche al teatro. \u00c8 curioso apprendere come l\u2019aveva ottenuto. Dopo essere entrato in citt\u00e0 con due generali \u2013 uno divent\u00f2 subito vicer\u00e9 \u2013 e aver assistito a un solenne <em>Te Deum<\/em> in cattedrale&nbsp; che nella capitale del Sud non si \u00e8 mai negato ai vincitori fu nominato dall\u2019arciduca e futuro re Carlo d\u2019Austria che risiedeva a Barcellona \u201cGrande di Spagna di prima classe\u201d oltre che generale. In tale qualit\u00e0 ottenne una facolt\u00e0 definita <em>ayuda de costa<\/em>, cio\u00e8 la possibilit\u00e0 di potersi risarcire. Non era davvero il tipo da fare complimenti. Fra i beni che furono sequestrati al principe di Santobuono si impossess\u00f2 non solo del succitato palazzo assai vicino alla sede del comando delle truppe di cavalleria ma anche di una residenza a Portici dove trascorreva l\u2019estate organizzando scorribande lungo le coste. L\u2019<em>ayuda<\/em>, cio\u00e8, la interpretava a suo piacimento. Il posto gli piacque tanto che decise di costruirvi una villa o \u201ccasino\u201d, che allora aveva per lo pi\u00f9 l\u2019aspetto di un palazzo con grande parco. Scelse un\u2019area adiacente all\u2019approdo del Granatello che era stata \u00abuna macchiozza tutta di spine e siepi\u00bb dove dei padri devoti a San Pietro d\u2019Alcantara, francescani di stretta osservanza detti alcantarini, avevano costruito una chiesa e una piccola dimora. Fece buttar gi\u00f9 ci\u00f2 che apparteneva ai padri, risarcendoli con una \u201climosina\u201d di 50 ducati al mese perch\u00e9 si costruissero un nuovo convento di clausura pi\u00f9 in l\u00e0. E chiam\u00f2 pi\u00f9 di un progettista. Non solo il regio ingegnere e maggiore Cristofaro Schor ma anche il celebre architetto napoletano Ferdinando Sanfelice amante delle forme tardo-barocche, che gli progett\u00f2 una bellissima scala di accesso alla facciata verso il mare. \u00c8 opportuno dire che il rudere a pi\u00f9 piani che si vede oggi \u00e8 lontano anni luce dal progetto originario. Ma ci\u00f2 che pi\u00f9 conta nel nostro discorso \u00e8 che il principe per valorizzare il suo casino abbia cercato di realizzare grandi opere nel \u201ctenimento\u201d di Portici, fra cui un lungo acquedotto. Per cui \u00e8 possibile che sforacchiando qua e l\u00e0, cominciando da una grotta che si fece regalare dai padri, abbia ammassato nella sua residenza e disperso per l\u2019Europa molte pi\u00f9 testimonianze dell\u2019antichit\u00e0 di quanto comunemente si creda. Oltre tutto il convento dei padri agostiniani scalzi spesso tirato in ballo perch\u00e9 ritenuto adiacente al fondo di Resina dove operava il contadino Enzecchetta pare che all\u2019epoca non esistesse. Quindi sarebbe pressoch\u00e9 leggenda l\u2019acquisto del campo e del relativo pozzo da parte del principe cos\u00ec come tradizionalmente riportato. Probabilmente si \u00e8 confuso con un altro pozzo situato in un altro convento, quello gi\u00e0 degli alcantarini dal quale d\u2019Elboeuf attinse acqua per le sue fontane, quello dal quale ebbe inizio l\u2019esplorazione della Villa dei papiri. A complicare ancora le cose un visitatore straniero afferma di aver avuto nel 1783 l\u2019accesso ai cunicoli stretti, bassi e sudici che portavano al Teatro attraverso \u00abla botola di una casa di Portici\u00bb. C\u2019\u00e8 evidentemente confusione nel ricordo di alcuni testimoni, che potrebbero aver riportato anche notizie di seconda mano, poich\u00e9 consta che un afflusso abbastanza regolare di visitatori al Teatro \u00e8 avvenuto fin dal 1750, quando si sistemarono delle stanze da cui cominciava una rampa che portava direttamente gi\u00f9. C\u2019\u00e8 poi perfino chi ritiene che Ercolano fosse il cosiddetto Museo Ercolanese che in quegli anni si stava allestendo nella Reggia di Portici. \u00c8 certo che l\u2019illustre viaggiatore francese Charles de Brosses nel 1739, quasi all\u2019indomani dell\u2019inizio delle esplorazioni a Ercolano per conto del re, per accedere al profondo di \u201cun largo pozzo\u201d si era servito di una fune e un verricello, una specie di rudimentale ascensore. Afferma che l\u2019oggetto principale delle ricerche era \u00abun anfiteatro\u2026 o forse piuttosto un teatro\u00bb. Per lui sarebbe stata una follia immaginare che lo scavo potesse restituire testi antichi, anche se era consapevole dell\u2019illusione che si potessero trovare testi di Diodoro, Tito Livio, Sallustio e altri. Intanto progettava di scrivere personalmente i libri mancanti di Sallustio. Comunque siano andate le cose i risultati non mancarono. Dallo scavo del principe vennero fuori una miriade di frammenti, poi colonne intere, statue di marmo pi\u00f9 o meno danneggiate, una grande lastra con un\u2019iscrizione. Mentre fra gli eruditi napoletani, informati per vie misteriose, si accendevano strampalate discussioni sui rinvenimenti, dal fango pietrificato dell\u2019eruzione vesuviana del 79 d.C. si estrassero tre statue femminili in marmo pressoch\u00e9 intatte. Rappresentavano una matrona e due ragazze, presumibilmente sue figlie, in seguito denominate Grande Ercolanese e Piccole Ercolanesi. Il principe non le tiene per s\u00e9. Ambizioso com\u2019\u00e8, pensa di ingraziarsi un lontano cugino, Eugenio di Savoia Soissons, presidente del consiglio imperiale a Vienna, che l\u2019aveva fatto arruolare nel 1706 nella cavalleria imperiale. Entrambi fuorusciti, condannati in contumacia dal \u201cRe Sole\u201d Luigi XIV come nemici della Francia, se avessero tentato di rientrare in patria avrebbero rischiato la vita. Fa restaurare clandestinamente le statue nella Roma dei papi, poi di nascosto le fa imbarcare ad Ancona e via Trieste le fa pervenire in regalo al presunto benefattore nella sua residenza al castello del Belvedere. Restano qui fino alla morte di Eugenio. Quando gran parte dei suoi beni vanno all\u2019asta le compra Augusto III elettore di Sassonia e futuro re di Polonia, che le fa sistemare in un padiglione del suo palazzo a Dresda. Da questa citt\u00e0 nel 1738 parte per Napoli la figlia non ancora quindicenne dell\u2019elettore Maria Amalia Cristina dopo aver sposato per procura, previa dispensa papale per la minore et\u00e0, il re di Napoli Carlo di Borbone che aveva circa 22 anni, essendo nato nel 1716. Primogenito di Filippo V re di Spagna, era stato messo sul trono gi\u00e0 da alcuni anni per volont\u00e0 della madre Elisabetta Farnese di Parma, seconda moglie di Filippo, che aveva favorito questo matrimonio a discapito di una precedente ipotesi di fargli sposare una sorella di Maria Teresa d\u2019Austria. In un complesso rapporto diplomatico con le maggiori potenze europee Elisabetta, d\u2019intesa con Filippo, aveva prima fatto riconoscere Carlo signore di Parma e Piacenza, poi nel 1734 gli aveva fatto conquistare il reame di Napoli e Sicilia con l\u2019impiego di un forte contingente di truppe spagnole. I patti erano che la corona di Spagna sarebbe rimasta per sempre separata da quella di Napoli. Ci\u00f2 favor\u00ec la costituzione nel Sud di un regno indipendente aperto all\u2019Europa, molto diverso dai precedenti assetti di viceregno. Si crede che grazie a Carlo di Borbone si sia diffusa in Europa la conoscenza di Ercolano. In realt\u00e0, come si \u00e8 accennato, il principe d\u2019Elboeuf fece ampiamente la sua parte. Spregiudicato, imbarcava al Granatello tutto ci\u00f2 che poteva vendere, soprattutto fuori d\u2019Italia. Le prime notizie in proposito le pubblica a Venezia nel 1711 il \u201cGiornale de\u2019 letterati d\u2019Italia\u201d: \u00abNel casale di Resina con l\u2019occasione di racconciare una cisterna s\u2019incontrarono alcuni marmi, il che diede impulso al Sig. Principe d\u2019Elboeuf di farvi cavare a sue spese; e si crede esservi stato un tempio della antica citt\u00e0 detta Herculaneum, mentovata da Plinio, Cicerone e Strabone\u00bb. C\u2019era dunque la consapevolezza che si trattasse di Ercolano. In quanto all\u2019ipotesi di un tempio fu sostenuta a lungo, finch\u00e9 non fu smentita dall\u2019antiquario cortonese Marcello Venuti, al soldo del re di Napoli, in uno scritto edito a Firenze nel 1748. Stranamente a Parigi notizie aggiornatissime sulla scoperta di una <em>ville souterraine<\/em> erano state pubblicate l\u2019anno prima, ma pare che in Italia pochi se ne fossero accorti. A Venezia, per\u00f2, proprio nel 1747 era stato pubblicato un libretto anonimo dal titolo <em>Notizie curiose intorno allo scoprimento della citt\u00e0 d\u2019Ercolano vicino a Napoli<\/em>. Tornando al principe, fece pervenire al suo luogo natio, Saint-\u00c9tienne di Elboeuf-sur-Seine in Alta Normandia, splendidi marmi ercolanesi perch\u00e9 decorassero l\u2019altare maggiore della locale chiesa cinquecentesca. Nessuno sa se a pagamento o come munifico dono. Carlo \u00e8 considerato un sovrano illuminato. Ma c\u2019\u00e8 chi lo descrive, specialmente all\u2019inizio del suo regno che dur\u00f2 venticinque anni, come una figura scialba, bigotta, dedito soprattutto alla caccia e alla pesca. Non aveva piet\u00e0 per i bracconieri. Chi nell\u2019ambito dei siti reali era trovato in possesso di penne di fagiano non se la passava liscia. Le strade che fece costruire sembravano adatte per raggiungere con maggiore facilit\u00e0 i luoghi di caccia: fino a Venafro, Persano. Ebbe la mania del grandioso, che l\u2019indusse a commissionare opere imponenti. Come la Reggia di Caserta progettata da Luigi Vanvitelli, con le scenografiche cascate alimentate da acqua portata su maestosi ponti dal Taburno superando un percorso di quaranta chilometri. E il Palazzo di Capodimonte, di cui si inizi\u00f2 la costruzione su progetto di Giovanni Antonio Medrano in una zona isolata mal collegata col centro cittadino, che sarebbe diventata pi\u00f9 accessibile con la realizzazione del ponte della Sanit\u00e0 in epoca napoleonica. Il Reale Albergo dei poveri iniziato da Ferdinando Fuga, che nella forma attuale \u00e8 solo la quinta parte di quanto progettato, avrebbe dovuto ospitare i poveracci privi di mezzi di sostentamento: un\u2019utopia, se si considera che all\u2019epoca dovevano essere una miriade. Protesse artisti, incisori, promosse la costruzione dello splendido teatro San Carlo, il risanamento di interi quartieri, l\u2019istituzione a Capodimonte di una fabbrica di porcellane. Tuttavia la fama maggiore, in Europa, gli venne dagli scavi di Ercolano e Pompei. Quelli di Ercolano cominciarono nell\u2019anno in cui si spos\u00f2, quelli di Pompei dieci anni pi\u00f9 tardi, nel 1748. \u00c8 bene dire subito che si tratta di due imprese completamente diverse. Ercolano, quasi in verticale sotto al Vesuvio, era stata sepolta da un\u2019enorme alluvione fangosa che collassando rovinosamente dal vulcano fece retrocedere la costa di mezzo chilometro ingoiando l\u2019abitato. Sigill\u00f2 persone e cose, ma preserv\u00f2 tutti i materiali deperibili fino al pane, al guscio d\u2019uovo. Se ne perse presto la memoria. Pompei era stata invece coperta da strati alterni di cenere e lapilli, attraverso i quali penetravano gli agenti atmosferici col loro potenziale distruttivo. I miasmi soffocarono gli abitanti, ma della <em>civita<\/em> non si perse mai la memoria. Presto cominciarono le incursioni degli <em>effossores<\/em>, i cercatori di tesori. Le suggestive immagini delle vittime, persone e animali, nonch\u00e9 gli infissi delle abitazioni, parti di alberi o di piante sono calchi, eseguiti secondo un ingegnoso metodo inventato dall\u2019archeologo Giuseppe Fiorelli. C\u2019\u00e8 anche da ricordare un fattore spesso sottovalutato. Tutta la Campania aveva subito nel 62 uno spaventoso terremoto. L\u2019opera di ricostruzione, ove pi\u00f9 ove meno, era in corso quando sopravvenne l\u2019eruzione del Vesuvio. Si ritiene che la regina, memore delle tre \u201cErcolanesi\u201d viste a Dresda, abbia favorito gli scavi di Ercolano. Ci\u00f2 appare verosimile, anche perch\u00e9 la residenza di d\u2019Elboeuf ricca ancora di molte testimonianze archeologiche \u2013 si sa che finch\u00e9 fu del principe contenne statue e colonne e ben 177 busti, forse non tutti da Ercolano \u2013 dopo parecchi passaggi di mano era stata annessa ai siti reali. Il principe l\u2019aveva venduta, stabilendosi definitivamente in Francia quando le mutate condizioni politiche glielo avevano consentito. Dal 1742 fece parte dei possedimenti adiacenti al Palazzo di Portici, al quale fecero subito corona molte fastose abitazioni della nobilt\u00e0 e dell\u2019<em>establishment <\/em>napoletano, come \u00e8 testimoniato da una <em>Istoria del Reame di Napoli <\/em>pubblicata nel 1749. Nacque cos\u00ec il primo nucleo delle ville vesuviane del \u201cMiglio d\u2019oro\u201d, estesosi poi verso Torre del Greco e i centri limitrofi. Occorre anche ricordare che Carlo era diventato erede di una grande collezione di antichit\u00e0 lasciatagli dalla madre, prima dispersa fra Parma e Roma, che comprendeva fra varie sculture opere colossali. Stupendo il gruppo del <em>Toro farnese,<\/em> che rest\u00f2 a lungo nella Villa Reale di Chiaia prima di passare nel 1826 al Museo di Napoli. Gli scavi reali cominciarono dove si ritiene che nel 1716 si sia fermato d\u2019Elboeuf, il quale avrebbe raggiunto la cavea e la scena del Teatro a quasi trenta metri di profondit\u00e0 senza rendersi conto della natura dell\u2019edificio. I lavori erano diretti dal capitano spagnolo del genio ingegnere Rocco Gioacchino d\u2019Alcubierre, che si occupava contemporaneamente della costruzione della Reggia. Dopo trentuno anni si sarebbe vantato di essere stato proprio lui a segnalare al ministro Bernardo Tanucci che da alcuni pozzi si poteva accedere a una \u201cantica citt\u00e0\u201d. Avrebbe appreso la notizia quando stava eseguendo, a seguito di un ordine ricevuto il 3 agosto 1738, una pianta dettagliata di boschi, terreni e fabbricati che dovevano costituire l\u2019area del Palazzo. Anche se la notizia della citt\u00e0 potrebbe essere stata influenzata da vicende ulteriori \u00e8 senz\u2019altro credibile che abbia fatto calare con delle funi un operaio nella profondit\u00e0 di un pozzo, da cui era risalito mostrando un cofano con \u00abpiccole pietre di vari diaspri, pezzetti di metallo e altro\u00bb. Grazie all\u2019interessamento del primo ministro marchese Jos\u00e9 Joaqu\u00edn di Montealegre, che Elisabetta aveva messo alle costole del giovane sovrano, aveva avuto l\u2019assenso a poter servirsi per le ricerche di quattro dei settecento operai impegnati a Portici. Invitato dopo pochi giorni a \u201clevar mano\u201d per l\u2019irrisione di alcuni personaggi della corte l\u2019Alcubierre sarebbe riuscito in seguito a convincere definitivamente il re. La manovalanza che adoper\u00f2 era raccogliticcia. Comprendeva ergastolani e schiavi turchi. Ci\u00f2 non deve meravigliare. Nella costruzione della Reggia di Caserta fu impiegata una legione di galeotti e schiavi musulmani che erano stati razziati lungo le coste africane. Si procedette esclusivamente per cunicoli, creando pozzi di luce e di aerazione. Vennero fuori pezzi di colonne, di statue, marmi, frammenti di iscrizioni. Finalmente proprio da un\u2019iscrizione ricostituita dal Venuti \u2013 che era stato chiamato da Cortona a Napoli per occuparsi originariamente della biblioteca e delle collezioni farnesiane \u2013 si ebbe la certezza che l\u2019edificio in parte esplorato e sistematicamente spogliato era il <em>Theatrum Herculanense<\/em>,del quale un certo Lucio Annio Mammiano Rufo aveva finanziato la costruzione. \u00c8 difficile immaginare cosa sarebbe potuto essere il Teatro di Ercolano, costruito per circa millecinquecento spettatori, se non fosse stato completamente spogliato come una cava di opere antiche: intatto, con tutte le sculture al loro posto o a breve distanza dalla collocazione originaria per l\u2019impatto con la marea del fango. Da godere cominciando dal prospetto esterno con doppio ordine di arcate e poi dalla <em>summa <\/em>all\u2019<em>ima cavea <\/em>con le gradinate, l\u2019orchestra, il tavolato del palcoscenico, l\u2019imponente frontescena (<em>scaenae frons<\/em>) alto due piani, rivestito di marmi policromi e spartito da colonne marmoree e nicchie per le statue, fra cui le tre \u201cErcolanesi\u201d. Avanzando alla cieca ci si accost\u00f2 inconsapevolmente al centro cittadino. Si cercavano tesori. Non solo statue ma suppellettili, mosaici, pitture. Poich\u00e9 le pitture erano decorazione di pareti, quando staccate e accuratamente incassate non passavano per i cunicoli venivano fatte a pezzi. Pi\u00f9 o meno lo stesso per i pavimenti a mosaico, sottratti alle abitazioni antiche anche in pi\u00f9 pezzi per reimpiegarli come pavimenti della Reggia. In superficie era issato, con grande fatica, solo ci\u00f2 che si riteneva avesse valore. Il resto era considerato rifiuto. A mano a mano che si procedeva, spappolando la massa tufacea a colpi di piccone e anche con qualche mina, i cunicoli che erano stati esplorati erano riempiti di nuovo e qualche volta riesplorati per sbaglio. Si trascuravano i frammenti. Grandi pezzi di statue bronzee che una volta recuperati non si riusciva a connettere venivano fusi. Diventavano candelabri, medaglioni con l\u2019effige dei sovrani, immagini sacre. Di una grandiosa quadriga di bronzo con auriga che forse rappresentava Augusto divinizzato&nbsp; secondo alcuni studiosi Vespasiano \u2013 si recuper\u00f2 intatta solo la testa di un cavallo. Un altro cavallo, intero, fu ricomposto da pi\u00f9 di cento pezzi eterogenei. Qualcuno si vantava che fossero stati anche pi\u00f9 di duecento. L\u2019Alcubierre diresse gli scavi per circa un quarantennio. Nei primi tre anni tenne un minuzioso diario, nel quale elencava con precisione gli oggetti che giorno per giorno venivano in luce: \u00abdiversos pedazos de marmol\u2026 una estatua de metal\u2026 un rayo de la rueda del Carro Triunphal\u00bb. L\u2019ultima data \u00e8 31 maggio 1741, prima che abbandonasse provvisoriamente ogni attivit\u00e0 a seguito di una malattia agli occhi. Riprese a lavorare dal 1745 redigendo altri diari, rimasti a lungo manoscritti. Da questi documenti apprendiamo quanto fosse severo il re nei confronti di chi commetteva furti di oggetti archeologici. Si parlava di sparizione di monete d\u2019oro. Nel settembre 1740 tre uomini e due donne di Resina furono incolpati della sottrazione di alcuni recipienti di bronzo, tre lucerne di terracotta, due corniole <em>y otras cosas menudas<\/em>. Gli uomini subirono l\u2019umiliazione della fustigazione e furono condannati da due a tre anni di carcere, alle donne fu inflitto il confino. In seguito un avviso ben visibile nel cantiere minacciava un minimo di sette anni di carcere per gli operai, la galera a vita a Malta per gli schiavi e gli ergastolani. Non si sa se c\u2019\u00e8 riferimento con quei galeotti napoletani che Napoleone nel 1798 liber\u00f2 quando occup\u00f2 l\u2019isola per impiegarli come combattenti contro gli inglesi. In questo primo scavo reale destarono ammirazione grandi pitture del ciclo di Teseo e di Eracle. Decoravano le nicchie absidate in fondo a un imponente edificio rettangolare con un\u2019area scoperta e ampi porticati laterali, ritenuto a lungo Basilica, cio\u00e8 luogo di discussione di vertenze civili e commerciali. Oggi si crede, pi\u00f9 verosimilmente, che debba trattarsi di un <em>Augusteum<\/em>, cio\u00e8 di un edificio destinato al culto imperiale, situato proprio di fronte a un Sacello degli Augustali scoperto negli anni Cinquanta e avente col decumano massimo funzione non di foro, come si \u00e8 creduto fino a poco fa, ma di luogo pubblico adiacente a uno spazio pi\u00f9 grande che doveva essere il foro vero e proprio. C\u2019\u00e8 un altro edificio chiamato Basilica noniana all\u2019incrocio fra il cardo III e il decumano massimo, sul lato occidentale del cardo. Scavato solo in parte, \u00e8 un complesso imponente, forse spartito in tre navate, con ingresso principale sul decumano. Da qui provengono la maggior parte delle sculture della famiglia dominante di Marco Nonio Balbo, proconsole per la provincia romana di Creta e Cirenaica, una sorta di \u201cgalleria di famiglia\u201d. Oltre a un ritratto del proconsole posto probabilmente per errore, dopo il ritrovamento, su una statua di togato la \u201cgalleria\u201d conteneva un\u2019analoga statua di suo padre che si chiamava esattamente come lui e statue di sua madre Viciria, della moglie Volasennia e di due splendide ragazze che dovevano essere sue figlie. Non dovrebbero invece provenire da qui le due statue equestri di Marco Nonio Balbo che furono trovate nel <em>porticus post scenam <\/em>del Teatro \u2013 da collocare certamente in un\u2019area centrale sulla quale gli studiosi non hanno finora trovato un accordo \u2013 n\u00e9 una terza statua equestre in bronzo dello stesso proconsole trovata pure nell\u2019area del Teatro. Nell\u2019area del foro c\u2019erano certamente, fra gli edifici pubblici, un <em>macellum<\/em> (mercato coperto) e una <em>mensa ponderaria,<\/em> noti da iscrizioni. &nbsp;Nello stesso periodo vennero in luce splendidi dipinti su marmo, veri e propri \u201cquadri\u201d, fra cui le famose <em>Giocatrici di astr\u00e0gali<\/em>, da intendere come parte del mito di Niobe punita da Apollo e Diana con l\u2019uccisione della prole per essersi vantata con Latona di essere pi\u00f9 prolifica di lei. L\u2019esplorazione raggiunse la Palestra verso il limite orientale della citt\u00e0 e molte abitazioni fino all\u2019estremo sud. Dal primo edificio furono staccate finissime pitture come <em>L\u2019attore re<\/em> (1761) e la sovrabbondante decorazione prospettica detta <em>Scenografia teatrale<\/em> (1743), mentre dalla meridionale Casa dei cervi il bottino fu, pare, di oltre novanta pitture. Proprio qui fu scoperto un pezzo di pane con la \u201cmarca\u201d dello schiavo Celer, come annot\u00f2 scrupolosamente l\u2019Alcubierre sotto la data del 5 ottobre 1748. La scoperta pi\u00f9 clamorosa avvenne per\u00f2 nei pressi del litorale verso Napoli. Nel 1750 fu individuata la grandiosa villa di cui si \u00e8 accennato innanzi, coperta oltre che dal fango solidificato del 79 dalla lava dell\u2019eruzione del 1631, proprio quella che cre\u00f2 il Granatello. Probabilmente era appartenuta a Lucio Calpurnio Pisone Cesonino suocero di Cesare e per questo detta \u201cdei Pisoni\u201d, anche se la discussione sul proprietario resta aperta. Pi\u00f9 appropriata la denominazione di Villa dei papiri per la biblioteca di oltre mille scritti sulla delicata membrana del papiro l\u00ec trovati nel 1752, di prevalente contenuto filosofico in lingua greca. Si \u00e8 scoperto in seguito che non mancavano opere latine di Lucrezio, di Ennio suo maestro, di Cicerone. L\u2019autore pi\u00f9 rappresentato era il filosofo epicureo Filodemo di G\u00e0dara \u2013 citt\u00e0 della Siria \u2013 amico di Lucio Calpurnio Pisone. Era uno dei tanti maestri di cultura greca venuti a Roma in un periodo nel quale la filosofia consolatoria dell\u2019epicureismo era assai di moda. Poi doveva essersi trasferito come ospite a Ercolano proprio nella villa. Accuratamente arrotolati, i papiri furono scambiati all\u2019inizio per pezzi di legno carbonizzati, perfino per stoffe e reti. Un patrizio colto dell\u2019epoca di Augusto aveva creato nella sua fastosa dimora una specie di cenacolo letterario frequentato, pare, anche da Virgilio e altri della scuola napoletana di Sirone a Posillipo. La villa era piena di opere d\u2019arte. Oltre alle pitture parietali e ai mosaici vi si rinvennero quasi mille sculture, fra cui grandi bronzi come il <em>Fauno ebbro<\/em>, le cosiddette <em>Danzatrici<\/em>, la coppia di <em>Corridori<\/em>, ora tutti al Museo archeologico di Napoli insieme con ritratti in bronzo e marmo di strateghi, dinasti, filosofi, poeti, oratori, infiniti bronzetti. Della villa redasse un\u2019accurata pianta l\u2019ingegnere militare svizzero Karl Weber, subentrato all\u2019Alcubierre nella direzione dei lavori dopo esserne stato collaboratore, mentre di tutto l\u2019abitato esplorato per cunicoli ci resta una precisa pianta eseguita a seguito di accurati rilievi dell\u2019ufficiale del genio spagnolo e architetto Francesco La Vega, che subentr\u00f2 come direttore alla morte del Weber nel 1763. Col Weber si era avuto un grande salto di qualit\u00e0 nella documentazione degli scavi. Redasse anche un progetto per mettere completamente in luce il Teatro. Ma i costi, cinque milioni di ducati napoletani, sembrarono proibitivi e il progetto, ritenuto \u201cuna pazzia\u201d, fu subito archiviato. Personaggio da non sottovalutare La Vega, per molti decenni anche direttore di Pompei, dove fu innovatore nel restauro degli edifici e protagonista di grandi scoperte fra cui il Tempio d\u2019Iside.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-jetpack-tiled-gallery aligncenter is-style-rectangular\"><div class=\"\"><div class=\"tiled-gallery__gallery\"><div class=\"tiled-gallery__row\"><div class=\"tiled-gallery__col\" style=\"flex-basis:33.33333%\"><figure class=\"tiled-gallery__item\"><img decoding=\"async\" data-attachment-id=\"1000016058\" data-permalink=\"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?attachment_id=1000016058\" data-orig-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2025\/04\/mostra-cibo-3.jpg?fit=1224%2C1632&amp;ssl=1\" data-orig-size=\"1224,1632\" data-comments-opened=\"0\" 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Si trattava della prima grande biblioteca antica venuta in luce. Quando si cap\u00ec che i rotoli contenevano degli scritti si tent\u00f2 invano di aprirli. Al minimo contatto si riducevano in polvere. Si ciment\u00f2 inutilmente con un trattamento chimico l\u2019alchimista Raimondo di Sangro, principe di Sansevero. Finalmente il padre scolopio Antonio Piaggio, un genovese che aveva lavorato alla Biblioteca Vaticana, mise a punto una macchina di sua invenzione che riusciva a srotolarli con estrema lentezza, dandovi consistenza con una sostanza collosa e strisce di pelle ricavate da vesciche di animali. Lavor\u00f2 molti anni, stipendiato da Carlo di Borbone, con la collaborazione di un solo aiutante. Oggi le tecniche di svolgimento sono molto diverse, fra cui quelle messe a punto dalla scuola di papirologia di Bergen in Norvegia diretta da Knut Kleve che hanno consentito, tra l\u2019altro, la lettura di nuovi testi latini. I papiri e l\u2019ingegnosa macchina di padre Piaggio, gi\u00e0 nel Museo Ercolanese annesso alla Reggia di Portici e poi trasferiti nel Museo Borbonico di Napoli, si trovano ora in una apposita sezione della Biblioteca Nazionale detta \u201cOfficina dei papiri\u201d. Trattandosi di iniziativa reale, occorreva una speciale autorizzazione per accedere agli scavi e alla galleria d\u2019arte annessa al Palazzo poi chiamata Museo Ercolanese, affidato dal 1751 alla responsabilit\u00e0 del pittore romano Camillo Paderni. Quelli che riuscivano a ottenerla non erano molti, fra cui i rampolli del \u201cGrand Tour\u201d che quasi tutti scalavano il Vesuvio. Le testimonianze in proposito sono per lo pi\u00f9 sconfortanti. A parte l\u2019angustia delle gallerie dove si rischiava di soffocare per il fumo delle torce secondo la testimonianza del de Brosses del 1739, si riteneva che gli scavi fossero eseguiti da persone ignoranti: <em>people of no taste or erudition, <\/em>con allusione agli spagnoli. La testimonianza \u00e8 di Thomas Gray che nel 1740 visit\u00f2 il cantiere con Horace Walpole, figlio del primo ministro britannico. Eppure il re pagava una legione di restauratori, incisori, autori di acquerelli, alcuni reclutati a Firenze e Roma. In ci\u00f2 si avvalse dell\u2019intelligente collaborazione del marchese Bernardo Tanucci, gi\u00e0 docente universitario a Pisa, che diventer\u00e0 reggente alla sua partenza da Napoli dando nuovo impulso alla ricerca archeologica. Anche lui non sarebbe stato tenero con quegli sterratori che fossero stati sorpresi a sottrarre oggetti dagli scavi: pure questi fustigati a sangue e spediti nelle galere. L\u2019opera di Tanucci nel periodo di Carlo e ancor pi\u00f9 in quello del figlio Ferdinando non va assolutamente sottovalutata. Autorevole e riformatrice, dur\u00f2 circa quarant\u2019anni. Per niente apprezzata dalla regina Carolina d\u2019Austria moglie di Ferdinando perch\u00e9 considerata pregiudizialmente filospagnola, fu improntata a grande austerit\u00e0 e alla buona amministrazione. Port\u00f2 a una notevole limitazione degli abusi ecclesiastici, all\u2019esproprio delle propriet\u00e0 della Compagnia di Ges\u00f9 e a un\u2019organizzazione laica dell\u2019istruzione, con la fondazione di collegi e scuole di arti e mestieri. Nel quarantennio in cui Tanucci a Napoli fece il bello e il cattivo tempo i rapporti culturali con la Toscana furono intensi e fecondi. Dopo l\u2019inizio degli scavi a Pompei \u2013 dove lavorando di badile si mettevano in luce con relativa facilit\u00e0 strade, edifici, sepolcri \u2013 a Resina si continu\u00f2 a cercare. Il <em>Satiro dormente<\/em> e la quinta <em>Danzatrice<\/em> furono infatti trovati nel 1756, il <em>Mercurio in riposo<\/em> poco dopo, nel 1758. Le scoperte furono pubblicizzate \u2013 come si \u00e8 accennato \u2013 da un volumetto di Marcello Venuti. E anche da un prolisso inventario del Museo di Portici redatto da Ottavio Antonio Bayardi, un monsignore nativo di Parma. Ben protetto a corte perch\u00e9 nipote del ministro marchese Giovanni Fogliani Sforza d\u2019Aragona, fu l\u2019istigatore della confisca di un precedente scritto del Venuti. Le cose andarono cos\u00ec: il Venuti, fattosi calare nel pozzo, grazie a uno scavo mirato dimostr\u00f2 grande acume nel riconoscere sia l\u2019edificio del Teatro che la sua appartenenza alla citt\u00e0 di Ercolano, che molti ritenevano ubicata dov\u2019\u00e8 Torre del Greco. Ci\u00f2 non piacque al Bayardi, che stava redigendo il suo straripante inventario: un progetto di sette volumi di <em>Prodromi delle antichit\u00e0 d\u2019Ercolano<\/em>, di cui cinque con ampie digressioni sui miti di fondazione della citt\u00e0 furono pubblicati dalla Regia Stamperia. Da qui la grande ostilit\u00e0 nei confronti del Venuti, avversato anche perch\u00e9 ritenuto responsabile dell\u2019arbitraria diffusione dei risultati di un\u2019iniziativa reale. Ottenne un tardivo riconoscimento quando fu nominato dal re Carlo marchese di Cuma prima che se ne tornasse a Cortona. Pare non per sua volont\u00e0. Continuarono a far notizia, negli anni seguenti, gli scempi negli scavi e nei restauri. A Firenze circol\u00f2 perfino la voce che la pubblicit\u00e0 fatta intorno a Ercolano fosse \u00abuna gigantesca bolla di sapone e una truffa alla napoletana\u00bb. Sembr\u00f2 una svolta, nel 1755, la fondazione della Regia Accademia Ercolanese, fortemente voluta dal Tanucci, che doveva riunire quindici eruditi del tempo allo scopo di pubblicare in esclusiva le scoperte. La finalit\u00e0 dell\u2019iniziativa era, soprattutto, la glorificazione della monarchia spagnola. Nel 1757 apparve, edito sempre dalla Regia Stamperia, il primo di una serie di grandi tomi ricchi di incisioni. Il piano editoriale era di quaranta volumi. Ne uscirono otto fino al 1792 sotto il titolo <em>Le antichit\u00e0 di Ercolano esposte<\/em>, ben oltre la partenza di Carlo da Napoli: cinque sulle pitture, due sui bronzi, uno sulle lucerne, lanterne e candelabri, tutti prolissi di erudizione. Non erano in vendita, ma costituivano un munifico dono del sovrano. La loro diffusione favor\u00ec notevolmente la moda del neoclassicismo. Prima in Europa, poi anche oltreoceano: Thomas Jefferson era orgoglioso di esibirne una copia nella sua biblioteca privata. Malgrado la decisa avversione della corte borbonica in molti paesi europei apparvero ben presto libri che descrivevano gli scavi di Ercolano, corredati anche di tavole. Particolarmente diffuso un volume pubblicato nel 1753 a Londra dall\u2019architetto Charles Bellicard, che fu ripubblicato in seconda edizione nel 1756 e l\u2019anno dopo ebbe un\u2019edizione in francese. I disegni erano di Charles Nicolas Cochin, che nel 1751 aveva pubblicato per conto suo una <em>Lettre sur les antiquit\u00e9s d\u2019Herculanum, aujourd\u2019hui Portici.<\/em> Interessante la sua testimonianza su operai che, lavorando per la residenza di Portici del principe d\u2019Elboeuf, erano giunti a \u00abune vo\u00fbte sous laquelle ils trouv\u00e8rent des statues\u00bb. Un colpo di grazia alla credibilit\u00e0 delle iniziative reali a Ercolano sembr\u00f2 darlo l\u2019abate tedesco Johann Johachim Winckelmann, considerato il fondatore dell\u2019archeologia intesa come scienza dell\u2019antichit\u00e0. Figlio di un ciabattino, venne quattro volte a Napoli. La prima escursione la fece agli inizi del 1758 proveniente da Roma, dove era approdato con una borsa di studio ottenuta grazie anche all\u2019interessamento del nunzio apostolico a Dresda Alberico Archinto. Munito di varie lettere di presentazione, pensava di essere ricevuto con riguardo a corte. Particolarmente dalla regina, sorella del principe ereditario di Sassonia Federico Cristiano, che l\u2019anno prima aveva visitato lo scavo di Ercolano accompagnato da Marcello Venuti. Ma non fu cos\u00ec. Dovette aspettare a lungo, bench\u00e9 fosse diventato amico di padre Piaggio, del quale fu anche ospite. Quando finalmente pot\u00e9 accedere al Teatro e al Museo fu guardato a vista, con l\u2019assoluto divieto di prendere appunti e fare disegni, come avveniva per qualsiasi visitatore. Se ne vendic\u00f2 pubblicando presso un libraio di Dresda due lettere feroci, che ebbero vasta eco. Se la prese in particolare con l\u2019Alcubierre che, disse, non avrebbe avuto a che fare con le antichit\u00e0 pi\u00f9 della luna coi gamberi\u2026 In seguito i contrasti si appianarono. Grazie a Tanucci fu ricevuto a corte, ebbe in dono una copia delle <em>Antichit\u00e0<\/em> e pot\u00e9 visitare anche gli scavi in corso a Pompei, su cui pubblic\u00f2 un resoconto a Zurigo. Da Napoli nel 1767 ebbe modo di osservare una violenta eruzione del Vesuvio, che fece affluire la gente nelle chiese per implorare l\u2019intervento di San Gennaro contro la lava. Un suo biografo descrive la sua ascesa al Vesuvio, attingendo alle lettere dello stesso Winckelmann. Con due amici giunge al cratere dopo ore di cammino mentre masse di cenere offuscavano l\u2019aria. Scendendo verso Resina dove avevano lasciato il calesse si dissetano con due fiaschi di <em>Lacrima Christi.<\/em> Tornato in Italia nel 1769, Winckelmann trov\u00f2 tragica morte a Trieste. Nell\u2019ottobre del 1759 Carlo lasci\u00f2 il trono di Napoli per quello di Spagna. La demenza del primogenito Filippo l\u2019aveva costretto a trasferire la successione a Ferdinando, un bambino di appena otto anni. Un consiglio di reggenza presieduto dal ministro Tanucci ne avrebbe tutelato i diritti finch\u00e9 non avesse compiuto sedici anni. La partenza di Carlo fu napoletanamente festosa. La folla dal molo, dalla spiaggia di Chiaia, dalle terrazze delle case volle vedere la sua nave allontanarsi. Lasciava una capitale ricca di monumenti, ben diversa dalla citt\u00e0 ereditata dai vicer\u00e9 austriaci e spagnoli. Tutto il patrimonio archeologico venuto fuori dagli scavi rimaneva qui, cos\u00ec come le ricche collezioni farnesiane ereditate dalla madre. Volle lasciare perfino un anello che portava al dito, proveniente dagli scavi di Pompei. Dalla Spagna avrebbe continuato a vigilare su Napoli fino alla morte, affidandosi prevalentemente al fido Tanucci. Il 1765 \u00e8 la data tradizionalmente riportata per la fine dello scavo di miniera a Ercolano, mentre faceva sempre pi\u00f9 notizia Pompei, dove fra altre meraviglie era stato scoperto intatto l\u2019Odeon, il teatro coperto. Fu un peccato, perch\u00e9 da minuziose relazioni all\u2019Alcubierre di Karl Weber e Francesco La Vega recentemente pubblicate si deduce che il 1764 era ancora un anno ricco di promesse per Ercolano. Sotto alla masseria del marchese De Bisogno \u2013 da cui, dopo una lunga stasi, lo scavo riprender\u00e0 all\u2019aperto nel 1828 \u2013 e nelle immediate vicinanze venivano in luce oggetti d\u2019indubbio interesse. Fra cui un <em>Priapo di bronzo<\/em> \u201cin guisa di animale alato\u201d, fornito di due campanelli. A conclusione di quanto ho detto \u00e8 opportuna qualche riflessione. Una \u00e8 quella che fu fatta anche in occasione del Convegno internazionale del 1988 per celebrare i 250 anni dall\u2019inizio ufficiale dell\u2019impresa archeologica a Ercolano, ritenendosi abusiva ogni ricerca antecedente al 1738. Bisogna anzitutto sgombrare il campo dalle \u201cleggende archeologiche\u201d. Non esiste una corte entusiasta per lo studio delle antichit\u00e0, un re <em>instaurator artis<\/em> che acquisisce una propriet\u00e0 perch\u00e9 vicina agli scavi e fa dotte discussioni con Tanucci, definito da uno studioso suo \u201cministro archeologo\u201d. Potrebbe anche essere leggenda, come si \u00e8 accennato, l\u2019interesse della giovane principessa che viene da Dresda sognando scoperte. Anche se \u00e8 vero che pi\u00f9 dei sovrani \u2013 quelli di casa Borbone tristemente bigotti \u2013 furono le regine venute da fuori a promuovere cultura nelle corti napoletane. Dopo Maria Carolina, sorella di Maria Antonietta ghigliottinata a Parigi, assai entusiasta della ricerca archeologica fu Carolina Bonaparte, moglie dell\u2019infelice Gioacchino Murat. Il motivo ispiratore di molte iniziative dei sovrani borbonici fu indubbiamente politico. Ci\u00f2 vale per Carlo e ancor pi\u00f9 per il re \u201clazzarone\u201d Ferdinando, che represse nel sangue ogni richiesta di modernit\u00e0 e nel 1803 invi\u00f2 in regalo a Napoleone, per ingraziarselo, pezzi archeologici e rotoli di papiri. Mediante la cultura si voleva legittimare la monarchia con le sue folli spese in un mondo che stava rapidamente cambiando, mentre alla gente mancava il pane. Di ci\u00f2 erano consapevoli gli intellettuali aperti all\u2019illuminismo come Antonio Genovesi e Ferdinando Galiani, antesignani di quelli che numerosi finiranno sul patibolo dopo la tragica esperienza della Repubblica Partenopea. Anche se il giudizio sui re borbonici pu\u00f2 essere inquinato dalla retorica risorgimentale \u2013 ad esempio, quel Ferdinando che all\u2019inizio del regno affida al Tanucci un timbro con la sua firma per non avere il fastidio di autografare i documenti \u00e8 anche il sovrano che fa immettere nel Real Museo Borbonico nuove collezioni, consentendo che l\u2019istituto divenga \u201cpropriet\u00e0 allodiale\u201d, cio\u00e8 estranea ai beni della corona \u2013 non si pu\u00f2 non riconoscere la differenza di qualit\u00e0 quando alla corte di Napoli bazzicano regine provenienti da culture ben diverse rispetto a quella locale. Talvolta, come nel caso di Maria Carolina moglie di Ferdinando, sacrificate alla ragion di Stato. La madre Maria Teresa ne era tanto consapevole che convinse il figlio Giuseppe II d\u2019Asburgo a recarsi nell\u2019aprile del 1769 a Napoli per verificare come stavano effettivamente le cose. In tale occasione l\u2019imperatore and\u00f2 con vasto seguito prima a Portici poi a Pompei, dove \u2013 alla presenza di Ferdinando, Tanucci, La Vega \u2013 l\u2019attendeva la fittizia scoperta di una casa con scheletro gi\u00e0 precedentemente scavata. Una riflessione va fatta anche per le pitture e i mosaici. Si \u00e8 tanto sparlato di chi li ha staccati dal loro contesto originario per esporli come quadri o pavimenti prima nel Reale Museo Ercolanese e poi in quello che attualmente \u00e8 il Museo archeologico di Napoli. Ma se quei distacchi non fossero avvenuti gran parte del patrimonio decorativo antico \u2013 e non solo delle citt\u00e0 vesuviane \u2013 oggi sarebbe perduto. A causa degli agenti atmosferici e ancor pi\u00f9 dell\u2019incuria di chi, a ogni livello e in diversi momenti storici, ha avuto la responsabilit\u00e0 della gestione dei beni culturali nel nostro Paese.<\/p>\n\n\n\n<p>Le scoperte di Amedeo Maiuri dal 1927, che appaiono come un miracolo per la vastit\u00e0 dell\u2019area messa in luce, sono favorite \u2013 come le precedenti, particolarmente dopo l\u2019Unit\u00e0 d\u2019Italia \u2013 da precise finalit\u00e0 politiche. Lo studioso era stato catapultato da Rodi a Napoli nel 1924 dal fascismo, che per espressa volont\u00e0 di Mussolini aveva silurato il liberale Vittorio Spinazzola, legato al conterraneo e grande meridionalista Francesco Saverio Nitti. Chi era Spinazzola? Figlio di un patriota, Nicola, entrato a Napoli al seguito di Garibaldi, era uno studioso schietto, sanguigno, senza pregiudizi. Diventato soprintendente nel 1911 dopo aver diretto il Museo di San Martino, aveva tenuto alcuni anni con s\u00e9 Maiuri come giovane ispettore. Era approdato all\u2019archeologia dalla storia dell\u2019arte, ma una volta a contatto di Pompei aveva affinato le precedenti tecniche inaugurate da Giuseppe Fiorelli. Scavando a Via dell\u2019Abbondanza aveva imposto l\u2019attenta e rigorosa conservazione di qualsiasi dettaglio, salvaguardando ogni traccia di trasformazione delle case, che si presentavano cos\u00ec nel loro sviluppo storico dalle sopraelevazioni ai frazionamenti, alle aperture di vani di luce. Due suoi volumi ricchissimi di dati, di acute osservazioni, di planimetrie furono pubblicati postumi dopo la caduta del fascismo, nel 1953, dal genero Salvatore Aurigemma. Fu anche autore \u2013 come si \u00e8 accennato \u2013 di un rivoluzionario riordinamento del Museo di Napoli. Sistem\u00f2 al muro, come un grande quadro, il mosaico della battaglia d\u2019Isso fra Alessandro e il \u201cgran re\u201d persiano Dario, proveniente dalla Casa del Fauno di Pompei. Amico di Benedetto Croce, di Michelangelo Schipa e un po\u2019 di tutta l\u2019<em>intellighenzia<\/em> napoletana di quel periodo, ingoi\u00f2 l\u2019ingiustizia con apparente serenit\u00e0. Maiuri non era fascista, ma per sua natura ossequioso verso i potenti. Senza l\u2019obbedienza alle gerarchie militari non avrebbe potuto creare dal nulla uno splendido museo a Rodi, riempiendolo delle sue scoperte in un decennio nel Dodecaneso e anche dei tanti oggetti che era riuscito a strappare al mercato nero. Fu proiettato a Napoli nel 1924 soprattutto perch\u00e9 ritenuto elemento duttile a una dittatura bramosa di colpire la fantasia degli italiani con la retorica della romanit\u00e0. Ercolano e Capri sembrarono strumenti adatti per tale finalit\u00e0, da gestire con procedure straordinarie tramite l\u2019Alto Commissariato istituito per Napoli e provincia nel 1925, al cui vertice c\u2019era il prefetto Michele Castelli. Si allest\u00ec per il 18 maggio, seguendo un copione ormai collaudato, il solito palco per le autorit\u00e0, ma questa volta era molto pi\u00f9 grandioso. Si trattava di una vasta tribuna in stile neoclassico con cupola torreggiante al centro fra pennoni e orifiamme, sistemata in alto sulla scarpata drasticamente spianata per l\u2019accesso degli invitati dal vico Mare, con colonne allineate a quelle ancora in vista della Casa d\u2019Argo. Si costru\u00ec pure una lunga scalinata che, coperta da un tappeto rosso, portava gi\u00f9 all\u2019antico piano di calpestio. Il re Vittorio Emanuele III volle essere pi\u00f9 raffinato dei suoi predecessori, dando il via ai lavori con una piccozza che era un\u2019opera d\u2019arte, sulla quale era stata incisa la frase <em>Herculaneum effodiendum est<\/em>. Pronunci\u00f2 l\u2019orazione ufficiale il direttore generale Arduino Colasanti. Mussolini non partecip\u00f2 alla cerimonia, ma in seguito visit\u00f2 gli scavi. Ed \u00e8 a lui che \u2013 tramite il ministro della Pubblica Istruzione Pietro Fedele \u2013 Maiuri fa riferimento quando teme che i lavori possano arrestarsi per carenza di finanziamenti. Ricorda che \u00abper bocca del Duce se ne era annunziata e promessa solennemente la continuit\u00e0\u00bb. Il commissario Castelli non lesin\u00f2 mezzi e supporto tecnico per gli espropri. La pianta di Ercolano ormai era nota. Quella di Francesco La Vega del 1797 \u2013 che pare non mostrasse tutta l\u2019area esplorata nel Settecento&nbsp; era stata messa in rapporto con l\u2019abitato di Resina nel celebre volume <em>Campanien<\/em> del tedesco Julius Beloch, pubblicato in prima edizione a Berlino nel 1879 quando l\u2019autore aveva solo 25 anni e subito diventato strumento fondamentale di studio. Appariva chiaro che fra la \u201cstrada per le Calabrie\u201d \u2013 oggi corso Resina \u2013 e la costa c\u2019erano vaste aree ancora libere da fabbricati. Impensabile uno scavo verso l\u2019allora ipotizzato decumano superiore, probabile attraversamento della strada costiera che da <em>Neapolis <\/em>conduceva a Nocera oppure alla penisola sorrentina. L\u2019esplorazione verso il cardo I sarebbe stata pressoch\u00e9 impossibile, per la difficolt\u00e0 di superare il vico Mare col sottostante collettore di fogna e la presenza, al di l\u00e0 di quella stretta arteria, di una cortina di abitazioni. Scartata l\u2019ipotesi di procedere \u00abcon due diverse escavazioni\u00bb \u2013 cio\u00e8 con un\u2019esplorazione dai vecchi cunicoli borbonici affiancata da un\u2019altra all\u2019aperto \u2013 si cominci\u00f2 dall\u2019area oggetto dei precedenti scavi, con l\u2019intento di avanzare prima verso est e nord, mettendo in luce l\u2019<em>insula <\/em>III delimitata dal decumano inferiore e dai <em>cardines<\/em> III e IV nonch\u00e9 l\u2019intero complesso delle Terme, per poi avanzare nel resto del tessuto cittadino. Non era un lavoro facile. Lo spesso banco tufaceo poteva essere rimosso per molti metri con mezzi meccanici e martelli pneumatici sia di fianco che dall\u2019alto, ma una volta affrontato un edificio bisognava procedere con la massima cautela. I muri dovevano essere puntellati, le travi di legno sostituite lasciandone tracce a vista, le tegole salvaguardate per quanto possibile. Vale la pena ascoltare il protagonista: \u00abMuri, colonne, statue, bronzi appaiono aggrumati, insozzati di scorie, spesso come illividiti e maculati di sangue o maciullati, pesti e frantumati\u2026 Occhi e mani sicure ci vogliono per distinguere nell\u2019uniforme grigiore cinereo le mura dal terreno, per enucleare un oggetto \u2013 dalla scultura in marmo o in bronzo alla membrana di un tessuto \u2013 dal suo involucro di fango. Terra e edifici paiono d\u2019uno stesso colore e tutto appare immerso e coagulato in un\u2019immensa fiumana solidificata, spesso travolto e trascinato lontano\u00bb. Eppure si procede a tempi di record, grazie anche all\u2019impianto di una <em>decauville<\/em>. Il materiale di risulta era trasportato all\u2019inizio su carri tirati da cavalli. Il risultato desta grande meraviglia se si considera, anche, che la Soprintendenza di allora era enorme. Andava dal basso Lazio a Velia, comprendendo oltre a tutto il territorio della Campania e del Molise la gestione di grandi parchi archeologici come Pompei, Paestum, quelli dei Campi Flegrei e delle isole. Il lavoro comincia nell\u2019aprile del 1927. Di tutta la fatica di generazioni di cavamonti, architetti, ingegneri, studiosi sembrava essere rimasto solo \u00abun gruppetto meschino di edifici a valle dell\u2019abitato di Resina, affondati entro alte ripe di terra e di mura\u00bb. Tra il 1927 e il 1929 si completa&nbsp; lo scavo della Casa dello scheletro \u2013 dove lo scheletro era solo un ricordo dell\u2019esplorazione borbonica eseguita fra il 1830 e il 1831 \u2013 e del grande complesso della Casa dell\u2019albergo. Si mettono poi rapidamente in luce e si restaurano numerose altre abitazioni, fra cui alcune con arredamento di legno o di anomala struttura: Casa del tramezzo di legno, Casa a graticcio. La prima era una grande abitazione signorile col prospetto esterno sul cardo IV intatto fino al secondo piano, che originariamente doveva estendersi per tutta la profondit\u00e0 dell\u2019<em>insula<\/em>, abbastanza svilita quando fu frazionata e sia lungo il decumano che sul retro, sul cardo III, si aprirono botteghe e povere dimore di artigiani. Si entrava in un grandioso atrio col tetto compluviato, fornito di gronde a testa di cane dalle quali l\u2019acqua piovana scorreva in un impluvio rivestito di lastre di marmo che facevano intravedere una precedente fase con tessere bianche, con sottostante cisterna. Aveva la singolare caratteristica di un tramezzo di legno spartito in tre porte bivalvi, che una volta chiuse rendevano il tablino una riservata stanza di soggiorno.&nbsp; La Casa a graticcio&nbsp; presentava invece tutte le caratteristiche di un condominio popolare. Costruita con materiali poveri, con tramezzi di telai in legno riempiti di muratura oppure in <em>opus craticium<\/em>, cio\u00e8 in graticciato di canne, aveva in comune fra i condomini la luce di un cortile e l\u2019acqua di un pozzo. Pur con l\u2019innovazione del cortile rispetto al tradizionale atrio \u2013 rivoluzionaria, che durer\u00e0 nel Napoletano per quasi venti secoli \u2013 era in stridente contrasto rispetto ai notevoli valori estetici della non lontana Casa del bel cortile, il cui nucleo era un suggestivo cortiletto con un\u2019adiacente scala in muratura che portava al piano superiore. Quest\u2019abitazione rappresentava infatti la fase di passaggio dalla casa ad atrio a quella con cortile in un ambiente diverso: monofamiliare con adeguato reddito. Nei tre anni seguenti si scava tutta l\u2019<em>insula <\/em>IV con le splendide Casa dell\u2019atrio a mosaico e Casa dei cervi che restituisce pregevoli sculture. Qui ci si imbatte in abitazioni che avevano stravolto la pianta originaria ovest-est o viceversa, con la consueta successione ingresso-atrio-tablino, per l\u2019esigenza primaria di ottenere triclini e ambienti di soggiorno prospicienti ampi giardini nonch\u00e9 <em>solaria<\/em> e spazi di siesta di fronte al panorama del golfo. Al posto dei tradizionali peristili che erano porticati con colonne si erano costruiti ampi corridoi fenestrati che, affacciando sui giardini con imposte che si potevano chiudere, rappresentavano un passaggio protetto verso le parti della casa esposte alle intemperie. Si lavora anche nell\u2019<em>insula <\/em>V mettendo in luce altre abitazioni, fra cui spicca la Casa sannitica, con l\u2019atrio sormontato da un elegante loggiato. Antica nobile dimora con la rara testimonianza nella fauce d\u2019ingresso di pitture di primo stile, una sorta di bugnato di finto marmo policromo, nel corso del tempo era stata completamente rimaneggiata. Delimitata in origine da due <em>cardines <\/em>e dal decumano inferiore, era stata frazionata, perdendo dietro al tablino un porticato e un vasto giardino e soffrendo la violenta intrusione di un\u2019altra abitazione dalla parte del decumano. A sinistra del bel portale c\u2019era lo sconcio edilizio di una ripida scala in legno che serviva da ingresso per un piano superiore, aggiunto e dilatatosi sul cardo IV con la violenta protuberanza di un meniano. Fino al 1937 si lavora anche alle <em>insulae<\/em> orientali, scavando per tutta la profondit\u00e0 possibile la Casa della gemma e la sontuosa Casa del rilievo di Telefo, ricca di rilievi e <em>oscilla <\/em>in marmo, con figure di satiri e maschere teatrali sospese fra gli intercolumni di un porticato rosso lucido. Nel 1938 si completa lo scavo dell\u2019<em>insula <\/em>V fino al decumano massimo individuando numerose altre abitazioni, fra cui la vasta Casa del Bicentenario col suo mistero della possibile presenza di un precoce culto della Croce. Famosa anche per il ritrovamento, sempre nel 1938, di un cospicuo archivio di tavolette cerate che riguardavano il processo a carico di Giusta, figlia di una schiava, per rivendicarne l\u2019eredit\u00e0 ritenuta illegittima. All\u2019area archeologica si accedeva ormai da un monumentale ingresso lungo la principale arteria di Resina denominata corso Ercolano, quella che in seguito sar\u00e0 chiamata corso Resina quando la citt\u00e0 prender\u00e0 il nome di Ercolano. Misteri degli amministratori. Il lavoro compiuto fino alla seconda Guerra mondiale \u2013 che risparmi\u00f2 Ercolano, a differenza di Pompei: solo un paio di bombe all\u2019ingresso, con danni modesti \u2013 \u00e8 davvero imponente. Era soprattutto l\u2019edilizia privata, grazie all\u2019eccezionale conservazione, a fare della citt\u00e0 un <em>unicum<\/em>. Una sorta di capitolo irripetibile di storia dell\u2019architettura antica, con soluzioni innovative come il cortile al posto dell\u2019atrio, la dilatazione verso il panorama del golfo di case che a spese delle <em>parva moenia<\/em> avevano adottato ardite tecniche di <em>opus caementicium<\/em>, grandi complessi a pi\u00f9 piani. Le abitazioni riflettevano il dinamismo di nuove classi mercantili che avevano sconvolto abitudini secolari una volta impossessatesi di antiche <em>domus<\/em> patrizie sopraelevandole, sminuzzandole in quartierini da affittare, aprendo misere botteghe accanto ad accessi aristocratici. Al silenzio di dimore chiuse da grate si contrapponevano aperture piene di luce, di gente rumorosa che dialogava con la strada. Scrive il protagonista: \u00abLo scavo d\u2019anteguerra ha segnato il trionfo dello scavo della casa: case minime, racchiuse, serrate e assediate entro un angusto rettangolo invalicabile e che tuttavia riescono ad avere il loro giardinetto e sul giardino la stanza privilegiata di siesta e di frescura; case signorili costruite con una libert\u00e0 e una spregiudicatezza d\u2019impianto che non si ritrova nelle belle case pompeiane, pi\u00f9 fedeli alle influenze ellenistiche degli ampi peristili e degli <em>oeci<\/em> colonnati; e infine tutta una serie di abitazioni del ceto medio, ognuna con la sua impronta di nitore, di benessere, di amorosa cura non senza una certa borghesuccia ostentazione del triclinio dipinto a nuovo, del larario messo scenograficamente dirimpetto alla porta di casa davanti agli occhi dei passanti, del giardinetto tirato su con secchiellini d\u2019acqua nella penombra del cortile\u00bb. Si pensava che dopo la razzia dei Borbone difficilmente Ercolano avrebbe restituito opere d\u2019arte. E invece, a parte i bei mosaici a paste vitree nella Casa di Nettuno e Anfitrite, in un frontone di un portale nella Casa dei cervi e le numerose pitture un po\u2019 dappertutto, ecco ancora nella inesauribile Casa dei cervi l\u2019<em>Ercole ebbro<\/em>, il meraviglioso gruppo dei cervi assaliti dai cani e nella Casa del rilievo di Telefo, come si \u00e8 accennato, splendidi rilievi di marmo e <em>pinakes, oscilla.<\/em> Per non parlare, nel suburbio meridionale, della testa in marmo del proconsole Marco Nonio Balbo, quando lo scavo super\u00f2 i fornici che tappavano i <em>cardines<\/em> III e V e si dilat\u00f2 nei due spazi contrapposti dell\u2019Area sacra e delle Terme suburbane. Ercolano appariva una citt\u00e0 a misura d\u2019uomo, appaiata a Pompei dalla data della distruzione ma con caratteristiche completamente diverse. Se davvero era nata come baluardo costiero come Partenopesul colle di Pizzofalcone, ora si presentava come un centro raccolto, di poche migliaia di abitanti fra i quali non erano percepibili grandi frizioni sociali. La mancanza di un retroterra aveva impedito il crearsi di notevoli fortune terriere. Molti ricchi di un tempo, abbandonando la citt\u00e0 per le grandi ville suburbane, avevano lasciato spazio ad abitanti che vivevano per lo pi\u00f9 di piccolo commercio, artigianato, pesca. La citt\u00e0 non presentava vistosi solchi nelle strade, chiassosa pubblicit\u00e0 elettorale. Era dotata di un teatro, di una grande palestra, di due diversi complessi termali, di numerosi ambienti per il culto, di cui qualcuno aperto alle nuove religioni esoteriche. C\u2019erano fontane pubbliche, cisterne e pozzi che attingevano alla falda, sistemi fognari per l\u2019epoca all\u2019avanguardia. Ed era ordinata, pulita. Un\u2019ordinanza dell\u2019edile Marco Alficio Paulo, dipinta ben visibile all\u2019angolo fra il decumano massimo e il cardo IV \u2013 cio\u00e8 in pieno centro \u2013 stabiliva severe sanzioni per chi defecava sulla pubblica via: pene pecuniarie per i liberi, frustate per i servi. A Pompei gli <em>stercorari <\/em>e i <em>mingitores in muro <\/em>erano solo ammoniti dai proprietari delle abitazioni mediante graffiti, con quale risultato possiamo immaginare: \u00abDiscede, cacator, non est hic tutum culum aperire tibi\u00bb. Al massimo si minacciava il malocchio e l\u2019ira degli dei: \u00abCacator, cave malum aut, si contempseris, habeas Iovem iratum\u00bb. Da alcuni anni c\u2019\u00e8 il vezzo di denigrare l\u2019opera di Maiuri e la sua concezione di Ercolano come \u201ccitt\u00e0 museo\u201d. Qualche critica risulta fondata, ma \u00e8 insopportabile la prosopopea di chi dimentica in quale contesto oper\u00f2 lo studioso ciociaro, quando la conservazione non era una scienza come oggi bens\u00ec un patrimonio di cognizioni pratiche che le maestranze tramandavano di padre in figlio: le pitture, ad esempio, erano trattate con un impasto di cera e benzina, poi spazzolate vigorosamente, e si mantenevano lucide e brillanti. Si esaminano minuziosamente le tessiture murarie, gli elementi lignei pi\u00f9 o meno carbonizzati lasciati in vista per scoprire la sostituzione temeraria. C\u2019\u00e8 anche chi ha scritto di \u201ctravisamenti\u201d ponendo il misterioso titolo <em>Inventio Herculaneis<\/em>. Cio\u00e8, pare si vorrebbe dire, una realt\u00e0 urbanistica completamente inventata. Fra i grandi meriti di Maiuri c\u2019\u00e8 il recupero dell\u2019arredo domestico della casa romana, che sarebbe pressoch\u00e9 sconosciuto senza il suo contributo. Tutto ci\u00f2 che era stato scoperto nei cunicoli, di cui c\u2019\u00e8 notizia nei giornali di scavo, era andato distrutto. Con la consulenza del chimico Selim Augusti si applic\u00f2 il metodo di consolidare i mobili in legno con cera sciolta in benzina, lo stesso adoperato per i dipinti. Che piaccia o no, tale metodo ha consentito la conservazione di numerosi tavolini, armadi, casse, sgabelli, armadi, letti. Compresa la tenera culla di un bambino, con resti del materasso di foglie e del corpicino del piccolo. Il progetto di questa mostra nasce gi\u00e0 nel 2018, quando si intraprese il programma espositivo \u201cErcolano 1738-2018 Talento Passato e Presente\u201d che includeva un ciclo di tre mostre sui reperti pi\u00f9 significativi della citt\u00e0 antica, ossia ori, legni e cibi e di conseguenza sugli aspetti di questa antica comunit\u00e0 inerenti il lusso, l\u2019artigianato e le abitudini alimentari. In questo iniziale progetto vi era anche la volont\u00e0 di allestire le tre mostre nei luoghi pi\u00f9 belli del territorio, l\u2019Antiquarium del Parco Archeologico di Ercolano \u00e8 stato la sede della mostra \u201cSplendori. Il lusso negli ornamenti a Ercolano\u201d, la Reggia di Portici ha accolto l\u2019esposizione \u201cMateria. Il legno che non bruci\u00f2 a Ercolano\u201d e quest\u2019ultima \u00e8 allestita nella vantitelliana Villa Campolieto, una delle pi\u00f9 belle dimore settecentesche lungo il Miglio d\u2019Oro. La raffinatezza e il valore storico del piano nobile di Villa Campolieto hanno richiesto un approccio espositivo rispettoso; da qui nasce l\u2019idea della \u00abstanza nella stanza\u00bb, allestimento che crea un dialogo tra il passato e il presente. Ogni sala \u00e8 dotata di una pedana sopraelevata, che delinea lo spazio espositivo senza interferire con la pavimentazione e con l\u2019ambiente in cui si inserisce. Il perimetro dell\u2019isola espositiva \u00e8 segnato da pareti che fungono da quinte scenografiche e da elementi di separazione permeabili, creando una percezione differenziata degli ambienti espositivi.&nbsp;Per rendere l\u2019allestimento pi\u00f9 funzionale, le pareti sono collegate da sottili elementi metallici che servono sia per la sistemazione dell\u2019illuminazione che a sostenere teli microforati sospesi, che modulano la luce e creano un gioco di trasparenze e profondit\u00e0. L\u2019esperienza del visitatore si sviluppa su due livelli: nel primo, attraversando le stanze affrescate, pu\u00f2 apprezzare la ricchezza decorativa della villa settecentesche; nel secondo, entrando nello spazio allestito, vive una dimensione multi-temporale, in cui il racconto della cultura alimentare dell\u2019anno 79 d.C. riceve elementi di decodificazione con riferimenti al mondo contemporaneo ricavati direttamente dal quotidiano di Ercolano moderna. L\u2019allestimento mira a coinvolgere il visitatore in un\u2019esperienza immersiva, spingendolo a riflettere sul significato di gesti quotidiani solo apparentemente semplici, con la proposta di un percorso narrativo che permetta di vivere il cibo e la sua storia in una dimensione multi-temporale. La mostra si sviluppa attraverso sale espositive, ciascuna delle quali affronta una delle fasi fondamentali che caratterizzano il rapporto dell\u2019uomo con il cibo. Il visitatore \u00e8 libero di attraversare le stanze esplorando ciascun tema affrontato e soffermandosi anche su pi\u00f9 aspetti dell\u2019alimentazione, quali la produzione delle materie prime, i processi di conservazione, le tecniche di preparazione, il consumo e lo smaltimento degli scarti. Il percorso di visita fornisce una chiave di lettura chiara e intuitiva, permette di comprendere come ogni passaggio sia parte di un sistema articolato, che riflette non solo le esigenze nutrizionali, ma anche le dinamiche sociali, economiche e culturali dell\u2019epoca.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Il Percorso Espositivo<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019ingresso all\u2019esposizione introduce il tema della mostra esponendo dei reperti che potrebbero sembrare inusuali, ma che sono di grande impatto: i calchi degli scheletri rinvenuti negli anni \u201980. Questi resti umani, impressi per sempre dall\u2019eruzione del 79 d.C., non solo testimoniano il tragico destino degli Ercolanesi, ma hanno anche permesso di ricostruire la loro dieta e abitudini alimentari.&nbsp;Le analisi sui resti hanno fornito informazioni preziose sulla qualit\u00e0 e variet\u00e0 del cibo, sullo stato di salute della popolazione e sulle differenze nutrizionali tra le classi sociali. Il primo tema offerto al visitatore \u00e8 quello degli alimenti prodotti dall\u2019agricoltura quali cereali e legumi. Elemento guida \u00e8 il Pane, alimento essenziale per gli antichi Ercolanesi, cos\u00ec come per noi oggi. Oltre a nutrire, rappresenta un forte simbolo di continuit\u00e0 culturale, un filo che lega passato e presente attraverso le tecniche di lavorazione, la ritualit\u00e0 della preparazione e il valore sociale. Questa sala guida il visitatore alla scoperta di uno dei&nbsp; principali alimenti nella dieta degli antichi Ercolanesi, offrendo la visione di pani e focacce carbonizzate quali frutto di una filiera produttiva basata sulle&nbsp; materie prime con le quali si produceva la farina per l\u2019impasto, di strumenti di lavorazione ritrovati in un antico forno della citt\u00e0 con un continuo rimando al presente. La Sala Cucina : spazi, strumenti e pratiche guida il visitatore alla scoperta delle tecniche di preparazione del cibo, degli strumenti utilizzati e della gestione degli spazi domestici dedicati alla cottura. L\u2019allestimento ci cala in una ideale cucina antica attraverso ricostruzioni e reperti per comprendere come e dove si cucinava in epoca romana, mettendo in evidenza aspetti funzionali, tecnologici e sociali. Il fulcro dell\u2019esposizione nella grande isola espositiva \u00e8 uno dei manufatti pi\u00f9 affascinanti della mostra: una cassa lignea, rara testimonianza della vita domestica e vera e propria dispensa antica, utilizzata per conservare cibo e ritrovata con resti dei sacchetti nei quali alcuni alimenti erano conservati e frammenti di focaccia. La sezione dedicata al Mercato e tabernae : il commercio e il consumo del cibo , &nbsp;ruota sugli scambi commerciali e la vendita di prodotti alimentari, un aspetto centrale della vita quotidiana di una citt\u00e0 romana come Ercolano. Il visitatore \u00e8 immerso in un ambiente che rievoca l\u2019atmosfera del mercato antico, attraversando una sequenza di <em>tabernae<\/em>, le botteghe tipiche della citt\u00e0 romana. &nbsp;Infine con i Tempi e spazi del mangiare si esplora la dimensione temporale e spaziale dei pasti nell\u2019antica Roma, mostrando quando, come e cosa si mangiava. Al centro dell\u2019allestimento, una meridiana in marmo scandisce simbolicamente il tempo dei pasti, accompagnando il visitatore attraverso le abitudini alimentari dell\u2019epoca: dalla prima colazione, consumata tra le 8 e le 9 del mattino, per lo pi\u00f9 frugale con un bicchiere di latte di capra o acqua aromatizzata, accompagnato da pane intinto nel vino o in una salsa d\u2019aglio, al pranzo di mezzogiorno, un pasto rapido e spesso freddo, gustato in piedi nelle <em>tabernae<\/em> sparse lungo le strade della citt\u00e0, fino alla cena, il momento pi\u00f9 conviviale e dove potevano essere servite ricche e varie pietanze, nelle case dei pi\u00f9 ricchi consumata nei lussuosi triclini illuminati dalla luce calda e tremolante di candelabri e lucerne. Gli affreschi della sala della Villa borbonica e la disposizione degli elementi rendono l\u2019esperienza ancora pi\u00f9 immersiva.<\/p>\n\n\n\n<p>Villa Campolieto Ercolano<\/p>\n\n\n\n<p>Dall\u2019uovo alle mele. La civilt\u00e0 del cibo e i piaceri della tavola<\/p>\n\n\n\n<p>dal 28 Marzo 2025 al 31 Dicembre 2025<\/p>\n\n\n\n<p>dal Luned\u00ec alla Domenica dalle ore 9.00 alle ore 19.00&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Foto Allestimento della Mostra Dall\u2019uovo alle mele. La civilt\u00e0 del cibo e i piaceri della tavola dal 28 Marzo 2025 al 31 Dicembre 2025 Villa Campolieto Ercolano courtesy Parco Archeologico di Ercolano.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Giovanni Cardone Fino al 31 Dicembre 2025 si potr\u00e0 ammirare a Villa Campolieto Ercolano la mostra Dall\u2019uovo alle mele. La civilt\u00e0 del cibo e i piaceri della tavola a cura di Francesco Sirano&nbsp;e&nbsp;Mariacarmen Pepe. La nuova esposizione del Parco Archeologico di Ercolano organizzata in collaborazione con la Fondazione Ente Ville Vesuviane. 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