{"id":1000012996,"date":"2025-02-28T12:23:35","date_gmt":"2025-02-28T15:23:35","guid":{"rendered":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000012996"},"modified":"2025-02-28T12:23:36","modified_gmt":"2025-02-28T15:23:36","slug":"giovani-prigionieri-in-una-stanza-il-grido-silenzioso-degli-hikikomori","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000012996","title":{"rendered":"Giovani prigionieri in una stanza: il grido silenzioso degli Hikikomori"},"content":{"rendered":"\n<p>C&#8217;\u00e8 una porta chiusa, dietro la quale il mondo si ferma. Nessun rumore di passi nei corridoi, nessuna voce che chiama per cena. Solo il bagliore freddo di uno schermo, il ticchettio delle dita sulla tastiera, il respiro di un ragazzo che ha deciso di scomparire. O forse non ha scelto affatto. Gli Hikikomori, termine giapponese che significa &#8216;stare in disparte&#8217;, sono giovani che si isolano dal mondo, chiudendosi nelle loro stanze per mesi, a volte per anni. Non si tratta di semplice timidezza o di una fase passeggera: \u00e8 un rifiuto radicale della societ\u00e0, un abisso in cui si sprofonda, spesso senza che nessuno se ne accorga davvero. Di questo e altro si \u00e8 discusso oggi alla Camera nel corso di una conferenza stampa dal titolo &#8216;Hikikomori, i giovani che non escono di casa&#8217;, organizzata dal capogruppo del Movimento 5 Stelle in Commissione Cultura di Montecitorio, Antonio Caso, e dall&#8217;associazione Hikikomori Italia. Gli Hikikomori sono giovani che non vanno a scuola, non lavorano, non incontrano amici. Esistono, ma solo tra le mura della propria camera, dove internet diventa l&#8217;unico ponte con la realt\u00e0 esterna. In Italia il fenomeno \u00e8 in crescita: si stima che siano oltre 100mila i ragazzi che vivono questa condizione, invisibili agli occhi di chi non vuole guardare. Le cause? Un mix di pressioni sociali, ansia da prestazione, bullismo, problemi familiari. Senza dimenticare la paura di non essere abbastanza, il terrore di fallire prima ancora di averci provato. I genitori, spesso, sono impotenti, bloccati tra la speranza che &#8216;passi da solo&#8217; e la paura di peggiorare la situazione con un gesto sbagliato. Ma il silenzio \u00e8 il terreno fertile di questo isolamento e spezzarlo \u00e8 il primo passo per riaprire quella porta. &#8216;Le famiglie hanno una pressione altissima da parte della societ\u00e0- ha spiegato all&#8217;agenzia Dire la presidente di Hikikomori Italia Genitori, Elena Carolei\u2013 perch\u00e9 hanno il figlio ritirato e perch\u00e9 la societ\u00e0 si aspetta che i genitori abbiano le competenze per intervenire, per far partecipare il figlio alla vita scolastica, alla vita lavorativa, mentre in realt\u00e0 non \u00e8 possibile tirare fuori queste competenze da un momento all&#8217;altro, dato che abbiamo a che fare con una grossa sofferenza. \u00c8 importante che la parte politica si faccia parte attiva, che capisca che la priorit\u00e0 \u00e8 intervenire sul benessere dei ragazzi. La parte relativa alla partecipazione alla vita sociale, invece, deve essere secondaria al loro benessere&#8217;. &#8216;Le scuole- ha precisato- devono capire che i genitori di ragazzi Hikikomori non sono negligenti, che bocciare per le assenze \u00e8 assolutamente poco producente e anche nel lavoro bisognerebbe ipotizzare percorsi ad hoc, con inserimenti facilitati, proprio perch\u00e9 si tratta di giovani che hanno difficolt\u00e0 a vivere la quotidianit\u00e0 come gli altri&#8217;. Ma quali sono le principali problematiche che affrontano le famiglie con Hikikomori? &#8216;La prima cosa \u00e8 capire di cosa si tratta- ha risposto la presidente Carolei- capire perch\u00e9 il figlio sta ritirato: perch\u00e9 \u00e8 pigro? Perch\u00e9 ha voglia di giocare? O perch\u00e9 sta male? Gi\u00e0 questa \u00e8 una difficolt\u00e0 enorme. Un&#8217;altra grande difficolt\u00e0 \u00e8 comprendere come approcciarsi per aiutarlo a stare meglio. \u00c8 inoltre difficile affrontare tutti i pregiudizi del mondo esterno, pregiudizi che vengono da diverse direzioni: dalla societ\u00e0 intesa come scuola, come mondo lavorativo, ma anche come parenti, vicini di casa e colleghi. \u00c8 molto, molto difficile spiegare qual \u00e8 la responsabilit\u00e0 in queste situazioni&#8217;. Tanti, troppi, gli Hikikomori, nel mondo e in Italia. &#8216;Nel nostro Paese possiamo avere delle stime, non numeri precisi, perch\u00e9 essendo ritirati sfuggono alla statistica, all&#8217;intervista. Noi, comunque, calcoliamo che siano ben pi\u00f9 di 100mila. In Giappone parliamo di 1 milione e mezzo di Hikikomori, potrebbe anche essere che in Italia ci stiamo avviando in quella direzione&#8217;. &#8216;Sono ragazzi cha hanno una forte sensibilit\u00e0- ha poi tenuto a dire la presidente di Hikikomori Italia Genitori- che temono la competizione e il giudizio. Sono prevalentemente maschi, il rapporto, anche se ipotetico, \u00e8 70-30, e sono ragazzi che hanno bisogno di attenzione. Tendenzialmente non riescono a comunicare con un mondo competitivo, freddo, che non d\u00e0 valore allo spirito, alla personalit\u00e0, un mondo ostile, competitivo e non accogliente&#8217;. Ma come si aiuta chi non vuole essere aiutato? &#8216;Il nostro compito \u00e8 quello di dare indicazioni alle famiglie. Sicuramente la reazione immediata che ha un genitore \u00e8 quella di spronare il proprio figlio e invece lo sprone genera ansia ulteriore, genera attenzione sul problema, amplificando la tendenza all&#8217;isolamento. L&#8217;aiuto arriva dalla comprensione, cercando di capire quale sia la sofferenza del ragazzo, vivendola al suo fianco e ricreando, cos\u00ec, la fiducia almeno all&#8217;interno della famiglia. Il ragazzo si aprir\u00e0 soltanto dopo che si sar\u00e0 reso conto di potersi fidare di chi ha vicino e quando avr\u00e0 bisogno di qualcosa lo chieder\u00e0. A quel punto sar\u00e0 lui a domandare di essere aiutato e noi potremo intervenire, ma prima non \u00e8 possibile&#8217;. Si guarisce da questa condizione? &#8216;Non mi piace il termine &#8216;guarisce&#8217;- ha affermato Elena Carolei\u2013 perch\u00e9 la identifica come una patologia. In tutti i casi abbiamo diversi casi di ragazzi che hanno ripreso a uscire, che hanno ripreso a vivere. \u00c8 comunque difficile che avvenga spontaneamente&#8217;. Cosa succede, invece, a chi non ce la fa? E quanto dura un isolamento di questo tipo? &#8216;Mi space dirlo ma una condizione simile pu\u00f2 durare anche tutta la vita. In Giappone, ad esempio, si parla del problema 50-80: ormai abbiamo persone isolate che hanno 50 anni in cui i genitori ne hanno 80. \u00c8 per questo che siamo qui: non vogliamo arrivare a quel punto, speriamo che la politica possa intervenire, sia con la prevenzione, sia con forme di aiuto precoci&#8217;. &#8216;In Italia- \u00e8 intervenuto lo psicologo e presidente di Hikikomori Italia, Marco Crepaldi\u2013 non abbiamo ancora un dato quantitativo nazionale su quanti siano i casi di ritiro sociale volontario, ma gli ultimi studi del Cnr e dell&#8217;Istituto superiore di sanit\u00e0 ci dicono che, almeno nella fascia adolescenziale, ovvero quella che va dalle scuole superiori alle scuole medie, ci siano tra i 50mila e i 60mila casi. Dati ufficiali che, per\u00f2, sottostimano il fenomeno, perch\u00e9 riguardano solamente i frequentanti&#8217;. &#8216;Noi- ha proseguito- abbiamo mappato solamente i cosiddetti &#8216;pre Hikikomori&#8217;, quelli che definiamo in &#8216;fase 1&#8217;, cio\u00e8 quei ragazzi che sono isolati da tutte le attivit\u00e0 extrascolastiche come lo sport e le uscite con gli amici, ma che vanno ancora a scuola. Questi giovani sono ovviamente a rischio di isolamento sociale cronico. I ragazzi in &#8216;fase 2&#8217;, invece, sono quelli che hanno gi\u00e0 abbandonato la scuola, che hanno gi\u00e0 lasciato il lavoro, che sono gi\u00e0 andati in burnout e che sono completamente isolati, spesso anche dai familiari. La &#8216;fase 3\u2032 \u00e8 proprio quella dell&#8217;isolamento all&#8217;interno della casa&#8217;. &#8216;Parliamo, dunque, di persone che spariscono dalla societ\u00e0, che diventano quasi dei fantasmi- ha evidenziato Crepaldi- e le stesse famiglie hanno paura a denunciare, perch\u00e9 temono che la societ\u00e0 li giudichi. Ma se non lo fanno i genitori, di questi ragazzi non parla nessuno. Non dobbiamo poi dimenticare che questi giovani, purtroppo, essendo in isolamento volontario non ammettono di avere un problema. E la maggior parte di loro non ha alcun tipo di supporto psicologico, sono completamente abbandonati a s\u00e8 stessi&#8217;.<\/p>\n\n\n\n<p>ANTONIO CASO (M5S): \u00abTANTE MOZIONI APPROVATE ALL&#8217;UNANIMIT\u00c1, MA NESSUN IMPEGNO CONCRETO\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>&#8216;L&#8217;iniziativa odierna- ha dichiarato il capogruppo del Movimento 5 Stelle in Commissione Cultura della Camera, Antonio Caso\u2013 nasce da un confronto avuto negli ultimi mesi con l&#8217;associazione Hikikomori Italia e con i genitori dei ragazzi e delle ragazze che soffrono questo fenomeno. L&#8217;idea \u00e8 quella di attenzionare e dare visibilit\u00e0 a un fenomeno che, purtroppo, passa sotto traccia. Circa un anno fa la Camera dei deputati ha votato all&#8217;unanimit\u00e0 numerose mozioni che chiedevano al governo diversi impegni: purtroppo, a oggi, di impegni concreti non ce ne sono. L&#8217;obiettivo di questa conferenza, oltre a quello di accendere un faro mediatico sul tema, \u00e8 dunque quello di chiedere alle istituzioni di fare realmente qualcosa, di attuare quello che il Parlamento aveva chiesto&#8217;. &#8216;Tra le tante cose- ha poi informato- stiamo spingendo affinch\u00e9 si realizzi un protocollo tra l&#8217;associazione, le istituzioni e le realt\u00e0 regionali per intervenire nell&#8217;ambito scolastico, per fare in modo che si identifichino i primi segnali di chi sta andando verso questo problema e si agisca in tempo&#8217;. Di Hikikomori si \u00e8 occupata anche Rajae Bezzaz, inviata di &#8216;Striscia La Notizia&#8217; e conduttrice radiofonica. &#8216;Si tratta di giovani e non giovani- le sue parole- perch\u00e9 in realt\u00e0 ci sono anche persone adulte che decidono di diventarlo, di chiudersi nel proprio mondo e di non competere pi\u00f9. La nostra societ\u00e0, infatti, chiede molto, \u00e8 una continua pressione, ci chiede di produrre, di essere perfetti, di essere sempre eccellenti. Non tutti ce la fanno e pu\u00f2 accadere che dopo vari cedimenti una persona decida di non giocare pi\u00f9 a questo gioco&#8217;. &#8216;In Giappone- ha concluso- questa condizione non \u00e8 vista come una cosa brutta, perch\u00e9 ci si chiude alla ricerca di s\u00e9 stessi con la volont\u00e0 di comprendersi. Il rischio \u00e8 per\u00f2 quello di non uscire mai pi\u00f9 da questa chiusura. \u00c8 dunque necessaria un&#8217;attenzione da parte di tutti. Noi media abbiamo il compito di informare: se i numeri sono allarmanti dobbiamo informare, non per allarmare ma perch\u00e8 vi sia consapevolezza&#8217;. Uscire dal buio dell&#8217;isolamento non \u00e8 certo facile, ma oggi non \u00e8 impossibile. Servono ascolto, comprensione, percorsi mirati. Ogni Hikikomori non \u00e8 un numero nelle statistiche, ma una storia che attende ancora il suo lieto fine. Per aprire, finalmente, quella porta ancora chiusa.<\/p>\n\n\n\n<p>Francesco Demofonti<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>C&#8217;\u00e8 una porta chiusa, dietro la quale il mondo si ferma. Nessun rumore di passi nei corridoi, nessuna voce che chiama per cena. Solo il bagliore freddo di uno schermo, il ticchettio delle dita sulla tastiera, il respiro di un ragazzo che ha deciso di scomparire. O forse non ha scelto affatto. 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