{"id":1000010787,"date":"2025-01-07T12:26:46","date_gmt":"2025-01-07T15:26:46","guid":{"rendered":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000010787"},"modified":"2025-01-07T12:26:47","modified_gmt":"2025-01-07T15:26:47","slug":"ad-aosta-una-mostra-dedicata-a-emilio-vedova-questa-e-pittura-uno-degli-artisti-davanguardia-piu-influenti-del-novecento","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000010787","title":{"rendered":"Ad Aosta una mostra dedicata a Emilio Vedova. \u2018Questa \u00e8 Pittura\u2019 uno degli artisti d\u2019avanguardia pi\u00f9 influenti del Novecento."},"content":{"rendered":"\n<p><strong>Govanni Cardone<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Fino al 2 Giugno 2025 si potr\u00e0 ammirare a Forte Bard Aosta la mostra dedicata ad Emilio Vedova \u2013 Emilio Vedova. Questa \u00e8 Pittura a cura di Gabriella Belli. L\u2019esposizione \u00e8 promossa dall\u2019Associazione Forte di Bard in collaborazione con 24 Ore Cultura e Fondazione Emilio e Annabianca Vedova. Il progetto vuole presentare l\u2019opera di Vedova nella sua valenza pittorica, sfuggendo da ogni tentazione di lettura dettagliatamente storica o socio-politica, per indirizzare lo sguardo verso l\u2019eccellenza della sua pittura, che sempre stupisce per la folgorazione del colore e la vitalit\u00e0 della sua materia, espressione tra le pi\u00f9 alte dell\u2019Informale europeo. Emilio Vedova \u00e8 stato uno degli artisti d\u2019avanguardia pi\u00f9 influenti del \u2019900. Libero, dissidente, curioso e ribelle, ha tradotto nelle sue opere il suo impegno civile. Un intreccio per certi aspetti indissolubile che restituisce il profilo di un artista di altissimo talento e nello stesso tempo di una rara capacit\u00e0 d\u2019essere dentro il farsi della storia. Difficile distinguere in lui il punto di caduta tra il suo essere uomo di militanza civile e il suo essere un grande pittore. La mostra presenta 31 grandi dipinti e 22 opere su carta dell\u2019artista veneziano, per la maggior parte prestate dalla Fondazione Emilio e Annabianca Vedova.\u00a0 Una decina di opere sono in prestito da prestigiose collezioni pubbliche italiane come il Comune di Firenze \u2013 Musei civici fiorentini, la Peggy Guggenheim Collectiondi Venezia, il Mart &#8211; Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto, e da alcune collezioni private. \u00a0In una mia ricerca storiografica e scientifica sulla figura di Emilio Vedova apro il mio saggio dicendo : Potrebbe sembrare oziosa la ragione per cui ho pensato forse, di mutare la datazione tradizionale del periodo artistico pi\u00f9 recente , che parte in genere dal secondo dopoguerra,\u00a0 cio\u00e8\u00a0 dal 1945:\u00a0 considerando quindi gli anni delle guerra quasi una coda, o una logica conseguenza degli sviluppi del decennio precedente, se non, quasi, un\u2019interruzione nel flusso degli eventi artistici. Se in parte sono vere tutte e tre queste cose , \u00e8 anche vero che per ragioni magari contingenti, il periodo bellico, pi\u00f9 ancora della vittoria finale americana, \u00e8 stato quello che ha determinato lo spostamento della capitale internazionale dell\u2019arte da Parigi a New York ed ha rappresentato un importante momento di incubazione di esperienze che sono esplose nel periodo immediatamente successivo, come la grande fase internazionale dell\u2019 Informale. In questo periodo siamo nei primi anni quaranta dove un gruppo di artisti e fotografi europei andarono in esilio in America ed in particolar modo a New York . Da tante fotografie dell\u2019epoca si evince che erano di nazionalit\u00e0 francese iniziando dal capo storico del Surrealismo Andr\u00e8 Breton , gli artisti Masson , Tanguy , Ernest, Duchamp\u00a0 e Matta tra loro \u00e8 presente anche Piet Mondrian che avrebbe vissuto gli ultimi anni nella citt\u00e0 di New York lascandovi l\u2019eredit\u00e0 della sua complessa speculazione sullo spazio e sulla superficie pittorica. Inoltre erano tornati in America anche come emigranti altri esponenti della cultura surrel-dada , oppure astratta e costruttovista , come Man Ray, Lasl\u00f2 Monholy \u2013 Nagy, e Hans Hofmann, un artista tedesco sottovalutato ma che la sua influenza fu determinante per la nuova generazione degli artisti americani. Altri artisti arrivarono in America come l\u2019armeno Gorky e l\u2019olandase De Koorning ma nel contempo molti di loro furono influenzati anche da Mir\u00f2, Picasso ed arrivarono anche gli echi di Kandiskij. Ecco perch\u00e9 nasce il dripping grazie al giovane Pollock, egli fu influenzato in parte dai colori di Marx Ernest. Bisogner\u00e0 attendere il 1947 prima che questo procedimento diventi per lui abituale,\u00a0 con le dirompenti conseguenze che lo hanno reso celebre . Definiamo con il termine onnicomprensivo di \u2018Informale\u2019 tutta una serie di esperienze verificatesi negli Stati Uniti e in Europa tra la fine della seconda guerra mondiale e gli anni sessanta. E\u2019evidente che, nello spazio di tempo di un quindicennio , in una situazione tanto articolata e vasta quanto quella intercontinentale\u00a0 presa in esame, non ha quasi senso parlare di \u2018un\u2019 solo \u2018movimento artistico\u2019 ; ed evidente che le sfaccettature sono tante e molteplici da risultare in alcuni casi incomprensibili tra loro. Dobbiamo pensare che in questo periodo vennero battezzate numerose etichette che solo oggi comprendiamo lo stesso temine: Action Painting e Abstract Expressionism in America , ovvero: \u2018Pittura Materica o gestuale\u2019 in Italia \u2018Tachisme\u2019 in Francia ecc\u2026.E\u2019 ovvio in questo senso , che non solo il termine \u2018Informale\u2019 , come verr\u00e0 qui usato , ha un suo valore \u00a0\u2018riassuntivo\u2019 rispetto a queste esperienze diverse limitiamoci per ora a constatare delle differenze che sono solo fondamentalmente di orientamento e di scelta puramente formale dividendo tra gestuale , materica e segnica . Possiamo dire che l\u2019Informale risolve il suo approccio all\u2019arte apparentemente in modo formale con un ritorno al quadro, alla pittura,\u00a0 e alla scultura. Questo ritorno alla pittura consiste quindi nel coprire la superficie della tela con materie colorate questa distinzione tradizionale tra fondo e figura e tra forma\u00a0 e spazio che era sopravvissuta in linea di massima in ogni caso tutto \u00e8 cambiato c\u2019\u00e8 quasi un\u2019aggressione al quadro ed inoltre la pittura \u2018veloce\u2019 come l\u2019informale\u00a0 richiedeva\u00a0 una trasformazione tra \u2018forma e dinamica\u2019 tutto diviene un movimento tralasciando la staticit\u00e0 che c\u2019era nella tradizione astratta. La pittura \u00e8 un\u2019attivit\u00e0 \u2018autografica\u2019 , quindi quasi una \u2018scrittura\u2019 , privata del pittore , determinata nel tempo ( che coincide col tempo, in genere veloce , di esecuzione del quadro ) , una pulsione interna che viene espressa attraverso il gesto oppure attraverso una sequenza di gesti. Alla base c\u2019\u00e8 il gesto questa \u00e8 la novit\u00e0 della nuova \u2018pittura\u2019 che si evince in primis dal gesto, ma anche dal concetto di \u2018improvvisazione\u2019 come avviene anche nella musica \u2018jazz\u2019. Poich\u00e9 la superficie del dipinto si presenta come un insieme in cui non sono realmente distinguibili figura e sfondo , il disegno, quando compare , non si presenta come contorno di una campitura ben delineata , ma come \u2018struttura di segni\u2019, che innerva la superficie del dipinto , cos\u00ec come il colore non riempie nessuna forma, ma si contrappone liberamente ad altri colori , facendosi esso stesso disegno , figura\u2019, o superficie , o tutte e tre le cose contemporamente. In effetti tutti i residui di illusionismo spaziale che \u00e8 dato di cogliere sono dovuti alla libera contrapposizione dei colori tra loro. Dato che la superficie \u00e8 alla base del nuovo percorso comunicativo dell\u2019artista e nel contempo si denota una differenza tra l\u2019astrazione e la pittura informale alla base, c\u2019\u00e8 un linguaggio lirico di ascendenza espressionista. Negli Stati Uniti si inizia ha definire un tipo di pittura \u2018Espressionismo astratto\u2019 , come quella di De Kooning che cerca di percorrere sia il linguaggio figurativo e astratto la stessa cosa avviene in Europa dove si afferma il gesto e l\u2019improvvisazione. Molti sono gli esempi l\u2019informale figurativo \u00e8 una pittura che procede con larghe stesure di superficie , in cui il disegno interviene spesso come una struttura ulteriore , che ricopre la superficie \u2018a griglia\u2019 . La gabbia dei segni non \u00e8 necessariamente astratta , pur opponendosi alla nozione di \u2018forma\u2019 . Anche la linea paradossalmente si fa superficie. Appaiono quindi , a volto, delle \u2018figure\u2019 : quasi dei graffiti infantili, come nei quadri di Dubuffet , di De Kooning e di\u00a0 Antonio Saura.\u00a0 La seconda Guerra Mondiale porta un mutamento all\u2019interno dell\u2019arte, perch\u00e9 l\u2019arte non \u00e8 indifferente alla storia degli uomini. Mutamento che riguarda soprattutto la fiducia nel progresso e nella scienza che ha portato alla bomba di Hiroshima, con una conseguente idea di sfiducia nella possibilit\u00e0 di riscatto per la razza umana e di sfiducia nel futuro. La scienza non \u00e8 sempre evoluzione, ma pu\u00f2 essere anche morte e distruzione, pu\u00f2 portare una idea di futuro radioso o disastroso. Basti pensare a tutto il periodo della guerra fredda, all\u2019ipotizzato futuro pieno di alieni comunisti, basti pensare alla nascita dell\u2019esistenzialismo di Sartre (che tanta influenza ha nel cinema, nel teatro ed in molte manifestazioni dell\u2019arte), con il suo senso del tragico, con una idea di impotenza rispetto ad un mondo che sta andando verso distruzione e depressione. E\u2019 un mutamento negativo, ma non rassegnato n\u00e9 depresso: c\u2019\u00e8 una ricerca di nuove forme espressive da parte degli artisti, che creano una via di uscita e si danno una possibilit\u00e0 attraverso la codificazione dell\u2019Informale. \u2018Informale\u2019 \u00e8 storicamente definita una tendenza pi\u00f9 che una corrente o movimento dell\u2019arte contemporanea che si distacca dalle forme artistiche delle precedenti avanguardie ed i cui attori, per risultati, caratteri e temperamenti del tutto imparagonabili e specifici, pongono in luce le ragioni esistenziali della propria \u2018rivolta\u2019 nelle singole poetiche meditative e vanno alla ricerca di un senso del \u2018profondo\u2019 con svariate tecniche, al di l\u00e0 delle apparenze nelle storiche modificazioni delle forme. Occorre comprendere una esatta definizione di \u2018Informale\u2019 anche attraverso una analisi delle premesse linguistiche, storiche e culturali che l\u2019hanno caratterizzata, prima di tentare di tracciarne un percorso.\u00a0 Con il termine \u2018Informale\u2019 vengono indicati quegli artisti e quelle personalit\u00e0 che danno vita a movimenti che, dopo le avanguardie storiche ed il loro intrinseco formalismo (che caratterizzano l\u2019arte fino al 1940-1945), riportano in luce in maniera certamente individuale il primato dell\u2019espressione nelle arti figurative, centrando l\u2019attenzione sulle tensioni gestuali, sul recupero di una immagine non necessariamente colta, ingenua, sul recupero della materia. Il termine viene indicato nel testo teorico di Michel Tapi\u00e9 \u2018Un art autre\u2019 del 1952 (illustrato da opere di Fautrier, Dubuffet, Wols, Soulages, Hofmann, Pollock, Francis e altri), testo che con chiarezza mette a fuoco le istanze fondamentali della ricerca di questa nuova dimensione ed entra in uso in Europa con riferimenti all<em>\u2019action painting <\/em>ed all\u2019espressionismo astratto americani, nonch\u00e9 alla pittura materica e all\u2019 <em>art brut. \u201cIl problema <\/em>\u2013 scrive Tapi\u00e9 \u2013 <em>non consiste pi\u00f9 nel sostituire un tema figurativo con una assenza di tema e cio\u00e8 con l\u2019arte cosiddetta astratta, non figurativa, non oggettiva, ma piuttosto nel creare un\u2019opera, con o senza tema, davanti alla quale, qualunque sia l\u2019aggressivit\u00e0 o la banalit\u00e0 del contatto epidermico, ci si accorga a poco a poco che si perde terreno e che inesorabilmente si \u00e8 chiamati ad entrare in uno stato di estasi o di demenza, perch\u00e9 uno dopo l\u2019altro tutti i criteri tradizionali sono rimessi in causa; e tuttavia una tale opera porta in se stessa una proposta di avventura nel vero senso della parola, ossia qualche cosa \u00e8 assolutamente sconosciuto di cui \u00e8 impossibile predire l\u2019esito futuro\u201d. <\/em>\u00a0<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-jetpack-slideshow aligncenter\" data-autoplay=\"true\" data-delay=\"3\" data-effect=\"fade\"><div class=\"wp-block-jetpack-slideshow_container swiper-container\"><ul class=\"wp-block-jetpack-slideshow_swiper-wrapper swiper-wrapper\"><li class=\"wp-block-jetpack-slideshow_slide swiper-slide\"><figure><img data-recalc-dims=\"1\" fetchpriority=\"high\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"683\" alt=\"\" class=\"wp-block-jetpack-slideshow_image wp-image-1000010792\" data-id=\"1000010792\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2025\/01\/DSC05138.jpg?resize=1024%2C683&#038;ssl=1\" 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soggettiva percezione rispetto ai tragici problemi del mondo in quegli anni.\u00a0 E\u2019 il periodo dell\u2019esistenzialismo di Jean Paul Sartre in cui \u00e8 espresso uno stato d\u2019animo di incombente scacco alla razionalit\u00e0 ed all\u2019individuo. Comincia a circolare un senso di impotenza della coscienza nel cogliere ci\u00f2 che \u00e8 vissuto come se <em>\u201c\u2026L\u2019esistenza \u00e8 un pieno che l\u2019uomo non pu\u00f2 abbandonare\u201d, <\/em>come indicato da J.P.Sartre nel suo libro <em>La Nausea <\/em>del 1938. Tale \u00e8 una delle caratteristiche che si formano nella cultura europea di quegli anni. Ogni settore dell\u2019arte e della cultura (filosofia, letteratura, cinema, musica, etc.) fin dai primi decenni del novecento viene invasa, in qualche modo, dalla percezione di incomunicabilit\u00e0 abissale che separa la vita dell\u2019uomo dal concetto tradizionale di razionalit\u00e0: l\u2019impossibilit\u00e0 di comprendere la realt\u00e0 da parte dell\u2019uomo verso il reale stesso. Nella scena culturale pi\u00f9 ampia di quel periodo storico, l\u2019Informale non \u00e8 un fenomeno isolato e relegato all\u2019interno del mondo dell\u2019arte visiva, ma \u00e8 ovviamente collegato, congiuntamente alle problematiche filosofiche, esistenzialistiche e letterarie dell\u2019epoca (Heidegger, Bachelard, Sartre, etc.), con le teorizzazioni degli anni Trenta di filosofi come Martin Heidegger , circa la scomparsa di punti di riferimento nella morale, sviluppata successivamente, come gi\u00e0 accennato, come \u2018filosofia della crisi\u2019 dall\u2019esistenzialismo di Jean Paul Sartre , e lo stesso Albert Camus nei suoi scritti, preso da profondo turbamento di fronte alla vita e dalla sua continua lotta contro \u2018l\u2019assurdo\u2019 , contrassegna una idea filosofica atea e pessimista che ha largo assenso e seguito nell\u2019Europa postbellica. In Italia, in ambito cinematografico, mentre il cinema hollywoodiano inizia ad esportare oltre oceano i propri divi come Marilyn Monroe e James Dean, vi \u00e8 una grande vitalit\u00e0 con l\u2019arrivo del Neorealismo ed il suo nuovo linguaggio politicamente e socialmente impegnato e che si avvale di uno stile semplice e diretto, scarno e incisivo per rappresentare la realt\u00e0 del paese nel dopoguerra. Confronto con il dramma della guerra che va a toccare oltre che il campo della letteratura, con la sua poetica intrisa di angoscia esistenziale, anche la musica con i nuovi linguaggi del <em>Jazz <\/em>(Dizzy Gillespie, Miles Davis, John Coltrane) e del <em>Rock and Roll <\/em>(Elvis Presley e Bill Haley), provenienti dall\u2019America e che molto vanno a significare soprattutto per la nuova cultura giovanile. Nel dopoguerra la scienza ha richiesto una profonda riflessione sul mondo, sulla possibilit\u00e0 che la scienza stessa possa essere portatrice di progresso o di morte (come la bomba atomica su Hiroshima). Consideriamo il pensiero francese, l\u2019esistenzialismo di Sartre, come accennato appunto, con il suo senso del tragico, non metafisico di De Chirico, ma di incapacit\u00e0 nei confronti di un genere umano che sta imbattendosi nella sua devastazione, nella totale crisi per ci\u00f2 che succede intorno. Gli artisti devono cercare una via d\u2019uscita ed una di queste possibilit\u00e0 sar\u00e0 l\u2019Informale, cio\u00e8 senza forma, la cosa che non parte da un\u2019idea di formalit\u00e0. Gli informali cominciano a pensare che la forma pu\u00f2 essere altro rispetto alle catalogazioni precedenti. Nell\u2019Informale viene messo tutto quanto, tutto ci\u00f2 che in quegli anni non si pu\u00f2 catalogare. Per quanto riguarda le premesse storiche e linguistiche specifiche, occorre in qualche modo risalire un po\u2019 pi\u00f9 al passato. Certamente, per\u00f2, in concreto le premesse storiche pi\u00f9 interessanti vanno ricercate dopo la crisi nell\u2019arte figurativa durante tutto l\u2019ottocento, dopo che si \u00e8 cominciata ad affermare l\u2019esigenza di nuovi linguaggi rispetto ai rispecchiamenti della forma e dell\u2019immagine della figura iconica del passato, che approda alle proposte formali delle avanguardie storiche, dal cubismo al neoplasticismo. Negli anni 40-45 vengono superate le dicotomie \u2018forma-contenuto\u2019 da parte dei protagonisti dell\u2019informale, negando il valore della compiutezza formale e ponendo l\u2019accento su una sorta di continuit\u00e0 tra natura e coscienza, annullando i confini tra iconico e aniconico, immaginando la materia svincolata da simboli e stili e superando ogni questione stilistica e di linguaggio a partire dagli impressionisti e fino alle avanguardie storiche. Giulio Carlo Argan sostiene che gli artisti informali considerano come la fine di un linguaggio e di una civilt\u00e0 le guerre e le rivoluzioni. Essi sentono la condizione dell\u2019uomo non come un percorso limitato dal passato. Il passato perde la sua logicit\u00e0 nello sviluppo di una vita, qualora non esista una giusta collocazione della coscienza dell\u2019uomo nel suo presente. Da questo nasce la consapevolezza del gesto espressivo come nuova pretesa di assolutezza morale e\u2026 <em>\u201cse questa non \u00e8 un\u2019arte d\u2019avanguardia &#8211; <\/em>conclude Argan &#8211; <em>qualche volta tocca alle retroguardie decidere la sorte della battaglia\u201d <\/em>D\u2019altronde, nel 1952, Michel Tapi\u00e9, quando analizza l\u2019area dell\u2019 <em>art autre o informel<\/em>, sostiene che le opere degli informali si affermano al di l\u00e0 delle nozioni tradizionali di Forma, Bellezza, Spazio ed Estetica, concetti contro i quali si sono scontrate le opere dell\u2019avanguardia. Le opere informali ignorano volutamente tali nozioni come se non fossero mai esistite, rimanendo del tutto indifferenti davanti ad esse. \u00a0Come detto, il termine informale viene usato per la prima volta in Francia quasi specificamente riferito alle opere di artisti come Wols, Dubuffet, Fautrier ed altri e rispecchia perfettamente sia il tipo di tecniche usate dagli artisti, che la percezione visiva della totale distruzione di una qualsiasi forma geometrica o naturalistica, come segno di una diversa ontologia nell\u2019arte. Nell\u2019area delle arti figurative, quindi, le tragiche circostanze dei conflitti degli anni 30-40 sono alla base di importanti cambiamenti, in maniera complessa e problematica, per la completa crisi di sfiducia nelle teorie e metodologie su cui si fondano le precedenti ricerche, contraddistinte dalla volont\u00e0 di totale trasformazione della visione del mondo, sia quelle pi\u00f9 razionali di tipo \u2018astratto-geometrico\u2019 che meno di tipo \u2018surrealista\u2019. Le nuove consapevolezze del reale portano alla sola certezza del crollo del senso della continuit\u00e0 storica. L\u2019uomo-artista \u00e8 solo con s\u00e9 stesso, con la sua individualit\u00e0 di fronte all\u2019immanenza \u2018esistenziale\u2019, impossibilitato ad utilizzare l\u2019esperienza come traccia progettuale fra soggetto ed oggetto. L\u2019artista sente imporsi il presente nella propria coscienza, seppur inquietante e con la propria frammentariet\u00e0 del contingente, ovvero il presente che preme con urgenza sulla ricerca di reazione estetica. Tutto questo, come gi\u00e0 accennato, non contribuisce a far s\u00ec che vengano imposti tentativi di programmi e progetti, n\u00e9 singoli n\u00e9 di gruppo, andando a validare l\u2019opera come fatto in s\u00e9, unico, come testimonianza creativa irripetibile. In quel clima culturale, in quel particolare momento storico, di crisi e di rinnovamento insieme, tale atteggiamento critico e creativo appare in genere, a mio parere, una delle chiavi di lettura dell\u2019atteggiamento \u2018informale\u2019 rispetto all\u2019affermazione dell\u2019arte in quelle condizioni di emergenza. In quel clima culturale, politico, sociale, quindi, emergono in Europa le poetiche \u2018informali\u2019 di artisti come Fautrier, Hartung, Wols, Dubuffet, Michaux, Mathieu, Soulages, nonch\u00e9 Antoni T\u00e0pies in Spagna e quelli nordeuropei del Gruppo CoBrA (tra cui Asger Jorn, Karel Happel, Pierre Alechinsky, Corneille, etc.).Nel panorama italiano troviamo Burri e Fontana, due, amici-nemici, che vanno a connotare una situazione artistica di grande interesse, nonch\u00e9 artisti componenti del \u2018Gruppo Origine\u2019 come Colla e Capogrossi e quelli del \u2018Gruppo degli Otto\u2019 composto da Afro, Birolli, Corpora, Moreni, Morlotti, Santomaso, Turcato e Vedova, i quali seppur nelle proprie diversit\u00e0 sono protagonisti di quella stagione artistica. Detto ci\u00f2, \u00e8 anche opportuno precisare che anche la tendenza, corrente o movimento che sia, \u2018informale\u2019 \u00e8 soggetta ad assenza di dogmatismi di appartenenza. Se i citati protagonisti si siano di fatto riconosciuti o meno nell\u2019informale non \u00e8 cosa di per s\u00e9 rilevante: si sa bene come gli artisti, tranne poche eccezioni, abbiano sempre rifiutato e rifiutino tuttora di avere etichette e classificazioni: lo stesso Dubuffet ha sempre contestato di essere considerato in quella tendenza, pur se da considerare \u2018informale\u2019 per eccellenza, come Fautrier. Solenne e sofferente sconfitta dell\u2019io, al pari delle scene di un dramma, nel riscontrare come vera la incapacit\u00e0 della ragione sulla realt\u00e0, o pacifica contemplazione di tale sconfitta, vissuta quasi come liberazione, attraverso tecniche originate in una cultura primitiva e, ancora, non accettazione della forma proposta o richiesta, dello stile, di linguaggi antichi metabolizzati da prerogative di una tradizione ormai defunta, ma anche dalle precedenti avanguardie storiche: tali caratteristiche, a volte in contraddizione le une con le altre, competono genericamente all\u2019informale, sia come tale esperienza si \u00e8 manifestata in Europa, sia come, pur in parte e con diverse denominazioni, si \u00e8 manifestata in America. Non \u00e8 mai semplice descrivere l\u2019opera degli artisti, e degli informali in particolare, che spesso sfuggono alle definizioni critiche e che appaiono a volte difficilmente catalogabili da un punto di vista storico. In questo senso, per\u00f2, possono considerarsi una esperienza fenomenica e significativa dell\u2019arte moderna pi\u00f9 di altri movimenti successivi, a partire dalla <em>pop art. <\/em>L\u2019informale, in qualche modo, nella sua intera complessit\u00e0, \u00e8 l\u2019ultimo tentativo, l\u2019ultima prova fatta con incertezza di riuscita di una tradizione espressiva, ancora alla ricerca di un nuovo tipo di pensiero come atteggiamento intellettuale. L\u2019Informale non ha un progetto ideologico, non ha un progetto. Sono artisti che sentono la necessit\u00e0 di esprimere uno stato d\u2018animo anche esistenzialista, che non hanno una configurazione naturalistica. A tal proposito, il nostro sguardo all\u2019arte deve essere disincantato, libero dal gusto che deve restare fuori dalla porta fino a che non lo abbiamo affinato a puntino. Occorre ascoltare ci\u00f2 che l\u2019arte ci dice: gli artisti sono intellettuali, fanno operazioni intellettuali e nel loro linguaggio, definito o in fase di ricerca, sono le persone pi\u00f9 colte che esistono, parlando direttamente \u2018della\u2019 propria arte o parlando soltanto \u2018con\u2019 la propria arte. Mentre negli Anni tra il1940 e il 1950 a New York un gruppo formato da svariati artisti anche piuttosto diversi nelle individuali personalit\u00e0, comincia ad affermarsi sulla scena artistica americana, determinandone indubitabilmente una assoluta innovazione, con uno specifico timbro \u2018americano\u2019. E\u2019 una vera e propria nuova tendenza che si forma all\u2019interno della cosiddetta <em>Scuola di New York<\/em>. Questa denominazione correttamente indica un luogo, New York appunto, che \u00e8 teatro dei fenomeni artistici in questione, piuttosto che un gruppo di artisti dalle caratteristiche unitarie. E\u2019 il pittore e critico Robert Motherwell ad usare per primo tale espressione nel corso di una conferenza nel 1949, sottolineandone alcune caratteristiche, quali l\u2019origine nel surrealismo (dal quale poi gli artisti americani si sarebbero affrancati) e un atteggiamento nei confronti dell\u2019arte di tipo emotivo ed emozionale, avendo a che fare con la sfera sensitiva, piuttosto che di tipo evocativo\/intellettuale. Robert Motherwell individua nella Scuola di New York, oltre a s\u00e9 stesso, pittori come Arshile Gorky, William Baziotes, Adolph Gottlieb, Hans Hofmann, Willem de Kooning, Jackson Pollock, Ad Reinhardt, Mark Rothko. Questa tendenza viene denominata <em>Espressionismo astratto americano <\/em>e vede un gruppo di artisti che vogliono uscire dai canoni del realismo della pittura americana dell\u2019epoca ed allo stesso tempo intendono andare oltre i linguaggi delle avanguardie europee di quel periodo, tentando di superarle attraverso la elaborazione di linguaggi originali. L\u2019etichetta \u2018<em>espressionismo astratto\u2019<\/em>, creata in precedenza da Alfred Barr direttore del MoMA nel 1929 in riferimento a Kandinskij, viene poi definitivamente introdotta da R.Coates nel 1946, quando questi intende fondere due concezioni dell\u2019arte che provengono dalle avanguardie storiche, quella dell\u2019espressionismo e quella dell\u2019astrattismo Clement Greenberg sottolineer\u00e0 nel suo trattato \u2018Astratto e rappresentazionale\u2019 del 1954 che quest\u2019arte \u00e8 astratta <em>\u201cnon perch\u00e9 sintomo di decadenza, ma semplicemente perch\u00e9 accompagna per caso una decadenza della storia dell\u2019arte\u201d<\/em>, avanguardie ritenute rappresentative nella loro globalit\u00e0 di quegli artisti che operano a New York, senza peraltro sottolinearne le evidenti individuali differenze stilistiche.Da quel momento il termine viene utilizzato sia nei confronti di artisti con l\u2019indole pi\u00f9 anarchica come De Kooning e Pollock, quanto per artisti pi\u00f9 riflessivi come Rothko e Motherwell. Si afferma, quindi, una diversa iconografia dell\u2019arte astratta, con la scomparsa delle forme geometriche dipinte su uno sfondo e con una pittura definita da pennellate libere, segni e sbavature, in un \u2018campo\u2019 che non rinvia pi\u00f9 ad una idea di figura-sfondo. Gli artisti, ora, affermano di prelevare dalle emozioni, dai sentimenti e dall\u2019inconscio, con esplicito richiamo alle teorie psicanalitiche di Jung che conosce l\u2019arte e per il quale \u00e9 importante come sogniamo, diversamente dalle teorie freudiane che del sogno fanno un racconto attraverso i comprensibili codici archetipici dell\u2019arte.Il critico e gallerista americano Sidney Janis nel suo saggio <em>Abstract and Surrealist Art in America <\/em>del 1944 individua nella inusuale mescolanza di surrealismo e astrattismo il timbro identificativo della nuova pittura americana, riferendosi in particolare a pittori come Rothko, Gottlieb, Gorky e Motherwell, creatori secondo lui di un nuovo linguaggio portato a rappresentare la soggettiva esperienza di ciascuno mediante un uso pi\u00f9 libero del colore, mediante visioni biomorfiche, mediante l\u2019automatismo, gi\u00e0 elemento classico per i surrealisti. Tale iniziale entusiasmo per il Surrealismo fa s\u00ec che molti di tali artisti indirizzano comunque quella ispirazione verso un segno fortemente individuale che per molti di loro si trasformer\u00e0 in uno stile personalissimo protratto con continuit\u00e0 nelle loro opere. Ma il momento pi\u00f9 significativo in relazione ai futuri sviluppi dell\u2019espressionismo astratto (che determina anche la differenza con ci\u00f2 che tende verso il profondo inconscio del surrealismo e delle sue tecniche di automatismo) avviene quando si dichiara: <em>\u201cNoi sosteniamo l\u2019espressione semplice del pensiero complesso. Noi siamo per la forma ampia, perch\u00e9 essa possiede l\u2019impatto dell\u2019inequivocabile. Noi desideriamo riaffermare la superficie del dipinto. Noi siamo per le forme piatte poich\u00e9 esse distruggono l\u2019illusione e rivelano la verit\u00e0\u201d. <\/em>E\u2019 all\u2019interno dell\u2019Informale che in America si colloca il fenomeno dell\u2019<em>action painting<\/em>, basato su un rapporto energetico con il supporto. Avviene in quel periodo storico-artistico un vero e proprio passaggio di poteri: l\u2019espressionismo astratto determina la nascita dell\u2019arte americana, spostando nettamente il centro del mondo dell\u2019arte da Parigi a New York, come ad affermare anche nel campo dell\u2019arte l\u2019America quale nazione pi\u00f9 potente del mondo. Diversamente da quanto accaduto in Europa durante la guerra, con il logorante esilio di tanti artisti e intellettuali, negli Stati Uniti la fine della guerra d\u00e0 inizio ad una fase di costruzione del nuovo modello culturale nordamericano in rapporto alla situazione egemonica del paese nel nuovo scenario mondiale: nei sussidi alla ricostruzione dell\u2019Europa, in campo artistico rientra anche la grande promozione della nuova pittura dell\u2019 \u2018<em>Espressionismo astratto\u2019<\/em>, eretta a emblema dell\u2019identit\u00e0 nazionale nordamericana da figure di altissimo livello, come Clement Greenberg, famoso critico che sin dagli inizi degli anni \u201940 se ne presenta come il difensore, contribuendo a far divenire quel fenomeno come un riferimento mondiale di modernit\u00e0 per tanti artisti. Vero \u00e8 che quel passaggio di testimone da Parigi a New York si afferma anche, come accennato, attraverso l\u2019arrivo in America, a New York in particolare, di molti artisti, letterati ed intellettuali europei (soprattutto delle tendenze astratte e surrealiste) che fuggono dalla barbarie nazista e dalla guerra. Dopo la chiusura del Bauhaus nel 1933 da parte dei nazisti molti artisti si portano a New York e tra questi, una delle figure pi\u00f9 importanti per quello che sar\u00e0 poi l\u2019Espressionismo astratto \u00e8 quella di Hans Hofmann, anche lui in fuga dalle persecuzioni naziste. Negli anni successivi arrivano a New York anche Fernand L\u00e9ger, Andr\u00e9 Breton, Marcel Duchamp, Piet Mondrian, Max Ernst e sua moglie Peggy Guggenheim, conosciutissima collezionista d\u2019arte e mecenate, fuggita nel 1941 dalla Francia occupata dai nazisti. Molto si attivano i surrealisti e vengono organizzate mostre e conferenze e si d\u00e0 vita ad un dibattito culturale che coinvolge anche giovani artisti americani. In particolare l\u2019opera di Peggy Guggenheim \u00e8 fondamentale in questa fase con la creazione della \u2018<em>Galleria Art of this Century\u2019<\/em>, nella quale espone assieme opere di artisti surrealisti e di artisti astratti in un ambiente assolutamente nuovo e innovativo per l\u2019epoca, con dipinti sospesi per aria, con pareti curve ed altri lavori poggiati semplicemente in terra. E in quella Galleria vengono esposti anche i primi lavori di artisti americani, che saranno poi gli artefici ed i massimi rappresentanti del nuovo linguaggio newyorkese come Jackson Pollock, Clyfford Still, Mark Rothko, Arshile Gorky, Willem de Kooning, tutti pittori della stessa generazione e che abitano a New York, cresciuti in un clima culturale simile e tutti con lo scopo di superare i canoni espressivi codificati per giungere, seppur per vie diverse ad una nuova visione e riflessione sul mondo contemporaneo. Le loro esperienze individuali o collettive, seppur manifestando le loro diversit\u00e0,\u00a0 dimostrano atteggiamenti simili di rivolta esistenziale contro tutto ci\u00f2 che \u00e8 standardizzato e tradizionale, con un rifiuto di tutto ci\u00f2 che \u00e8 figurativo e, quindi, con la ricerca di un linguaggio pittorico astratto e attraverso una strada di libera individualit\u00e0. In questa fase storico\/culturale la figura di Peggy Guggenheim assume davvero tutta la sua centralit\u00e0 per l\u2019affermazione dell\u2019arte americana contemporanea nel panorama internazionale. Dopo aver fatto s\u00ec che la sua collezione cominciasse ad assumere il carattere di un documento storico con la creazione di svariate mostre con la sua \u2018<em>Art of This Century\u2019<\/em>, nel 1948 la Guggenheim (dopo un precedente breve passaggio a Venezia) viene chiamata ad esporre la sua collezione alla Biennale. Accade per la prima volta che in Europa vengano presentate opere cubiste, astratte e surrealiste insieme ad opere di artisti come Pollock, Rothko e Gorky, che ancora non sono conosciuti, formando quindi una esposizione complessiva ed illuminata di tutto ci\u00f2 che rappresenta il modernismo dell\u2019epoca. E dopo quella prima esposizione, la sua collezione viene presentata a Palazzo Reale a Milano, a Palazzo Strozzi a Firenze e, nel 1950 contemporaneamente al Museo Correr di Venezia (l\u2019intera collezione dei quadri di Pollock) ed al padiglione statunitense della Biennale di Venezia con il debutto dello stesso Pollock in quell\u2019evento. In quegli anni c\u2019\u00e8 un dualismo tra New York e Roma, anche per merito degli Oscar del cinema neorealista italiano. I giovani artisti Turcato, Vedova, Dorazio, Sanfilippo, Accardi, ecc si affacciano sulla scena dell\u2019arte, grazie alla illuminata figura di Palma Bucarelli, direttrice della GNAM di Roma, che con borse di studio ne invia molti a Parigi a conoscere le opere di Braque, di Kandinskij e di Picasso. A Roma, oltre all\u2019alleanza Bucarelli-Argan-Prampolini, ci sono artisti della generazione precedente come Mafai, Guttuso, De Chirico, anch\u2019essi interessati al cambiamento anche se il perbenismo corrente era in evidente disaccordo Emilio Vedova \u00e8 molto contrastato dal Partito Comunista che rifiuta l\u2019astrattismo\u00a0 \u00e8 ben noto un articolo su Rinascita di Rodrigo di Castiglia, pseudonimo di Palmiro Togliatti, che dopo una mostra a Bologna attacca fortemente gli astrattisti, sostenendo che l\u2019oggetto dell\u2019arte deve essere la realt\u00e0 e che avrebbe voluto solo la rappresentazione del mondo comunista, con i canoni classici del lavoratore con falce e martello. Malgrado ci\u00f2, tutti quegli artisti, dopo le emozioni parigine e la scoperta di Picasso, cominciano a guardare il reale in maniera nuova, non retorica, con una idea di astrattismo. E creano un Gruppo con la \u2018Rivista Forma\u2019, che fa solo un numero e,\u00a0 quindi, \u2018Forma 1\u2019, scrivendo nel loro manifesto \u201c ci interessa la forma del limone , \u00a0non il limone\u201d, intendendo affermare la loro particolare attenzione al sociale e l\u2019allontanamento dall\u2019espressionismo, con un distacco comunque dalla realt\u00e0, come sarebbe stato inimmaginabile da parte di artisti di sinistra. Contemporaneamente Palma Bucarelli crea il Gruppo Origine, che da spazio e cavalca la via dell\u2019astrazione (anche Burri ne fa parte seppur con scarsa convinzione e per brevissimo tempo), mentre, per ritornare ad una scena pi\u00f9 allargata, la Guggenheim crea all\u2019isola tiberina di Roma la \u2018Galleria La Tartaruga\u2019 (poi divenuta L\u2019Obelisco), dove espone Pollock e De Kooning.Tutto questo nuovo ambiente culturale \u00e8 fondamentale per la nascita e la affermazione transnazionale della nuova avanguardia americana, il cui processo di sviluppo afferma, come gi\u00e0 accennato, valori di libert\u00e0, individualit\u00e0 e intraprendenza, quale <em>american way of life<\/em>, intesa come nuova esperienza di vita. In questo senso, la pittura d\u2019azione, \u2018<em>l\u2019action painting\u2019<\/em>, particolarmente con Hofmann precursore europeo delle nuove tendenze americane, Pollock, De Kooning, Gorky e Kline sottolineanofilosoficamente che l\u2019atto del dipingere, l\u2019atto in s\u00e9 pi\u00f9 che il risultato, \u00e8 autenticamente dimostrativo della creativit\u00e0 dell\u2019artista, con un linguaggio soggettivo, violento anche, improvviso e improvvisato e soprattutto libero dai precedenti canoni stilistici e da schemi identificativi di una ricercata razionalit\u00e0. E\u2019 il grande critico Clement Greenberg ad inventare il termine \u2018<em>action painting\u2019 <\/em>per specificare una maniera cos\u00ec esclusiva di dipingere, nella quale non vi \u00e8 un punto centrale n\u00e9 un verso di osservazione, e la composizione si mostra senza una determinata direzione, a tutto campo.\u00a0 E\u2019 un nuovo modo di dipingere che vede in Pollock il simbolo riconosciuto unanimemente che esprime \u2018l\u2019atto puro\u2019, \u2018l\u2019azione pura\u2019, come essenza autentica all\u2019interno di una nuova dimensione fenomenologica. Certamente fuori da ogni quotidiano conformismo, come forma individualistica di opposizione, non necessariamente caratterizzata da esplicite scelte politiche, che finisce per confermare ideologie e valori dominanti il senso di libert\u00e0 individuale del nuovo sistema capitalistico americano, traslati in una idea di societ\u00e0 cos\u00ec libera e aperta da legittimare anche coloro che vi si pongono contro. In Italia per la maggioranza degli artisti , l\u2019Astrazione e l\u2019Informale sono punti di arrivo , dopo un tentativo di percorrere a tappe forzate un percorso di aggiornamento , altrove pi\u00f9 scontato , attraverso una figurazione neocubista o picassiana , e una fase di iniziazione \/sperimentazione su nuovi materiali della pittura , spesso basata su suggerimenti provenienti dalla Francia o dall\u2019America . Questo premessa non deve tuttavia far pensare a una situazione povera e provinciale.\u00a0 In effetti l\u2019Italia vive , nell\u2019immediato dopoguerra , un\u2019intensa stagione creativa , che la porta in pochi anni a un dialogo intenso e alla pari con altri paesi europei. Come si \u00e8 detto , molti dei futuri pittorici informali attraversano, durante e subito dopo la guerra , una fase figurativa : alcuni come Morlotti , non la lasceranno mai, dando vita a un curioso \u2018linguaggio ibrido\u2019. Artisti provenienti dal clima della scuola romana , come Afro e gli scultori Leoncillo e Mirko che era il fratello di Afro, dopo una fase \u2018figurativa e neocubista\u2019 , affogheranno sempre pi\u00f9 le loro suggestioni figurative in linguaggio astratto e, in seguito , informale , che tocca il suo apice creativo tra la met\u00e0 degli anni cinquanta e l\u2019inizio degli anni sessanta . Artisti origine o formazione veneziana , come Vedova o Turcato daranno una visione nuova all\u2019 informale in Italia. Lo stesso succeder\u00e0 in seguito con Lucio Fontana con i suoi concetti spaziali e Alberto Burri che nella sua arte la materia diviene la sua pittura . Nella storia dell\u2019arte moderna italiana pochi hanno incarnato come Emilio Vedova il prototipo dell\u2019artista che ha espresso nella pratica pittorica, nella narrazione autobiografica, nel discorso critico e nell\u2019immagine pubblica il vissuto emotivo dell\u2019\u201cuomo in rivolta\u201d. Vedova condivise con gli artisti della propria generazione l\u2019idea che il sentire soggettivo e la libert\u00e0 nell\u2019esprimerlo fossero il fondamento dell\u2019atto artistico ma pi\u00f9 di altri esacerb\u00f2 la semantica della passione sociale, facendo di s\u00e9 un modello di coscienza sdegnata. Su Vedova \u00e8 stato scritto molto; le fonti della sua evoluzione stilistica (il barocco, l\u2019espressionismo, il futurismo) sono diventate dei luoghi comuni; la critica formalista si \u00e8 compiaciuta di descrivere le turbolenze della sua pennellata come \u201cenergia segnica\u201d, \u201cvitalit\u00e0 del segno\u201d, \u201csensibilissimo sismografo\u201d. \u00c8 altrettanto canonico interpretare la sua pittura come indice di tensione emotiva ed esistenziale, dotata di una dimensione morale, e come manifestazioni dell\u2019\u201cesserci\u201d nel mondo. Eppure raramente queste letture hanno superato una certa genericit\u00e0 discorsiva; n\u00e9 gli scritti di Vedova, tanto frammentari e circonvoluti quanto i suoi segni pittorici, aiutano a chiarire. Questo saggio, privilegiando soprattutto le fonti primarie, tenta di leggere il lavoro di Vedova in una prospettiva pi\u00f9 storica, come indice delle emozioni conflittuali rispondenti al contesto politico e alla storia intellettuale dell\u2019idea di rivolta, propri degli anni in cui Vedova ha definito il suo stile maturo, ossia dai turbolenti anni della guerra mondiale a tutti gli anni cinquanta. Inoltre, si propone di leggere la fenomenologia delle emozioni non solo nel ductus pittorico ma anche nel corpo dell\u2019artista, abbozzando un\u2019analisi su come Vedova abbia contribuito a impersonare anche pubblicamente l\u2019intellettuale in rivolta. Nel 1946 Vedova ritenne che l\u2019impegno politico dovesse tramutarsi nell\u2019atto culturale. Insofferente a ogni autoritarismo, non divenne un intellettuale organico del PCI anche per la sua indisciplina al canone realista raccomandato dal partito il fatto che Palmiro Togliatti nel dicembre 1948, recensendo su \u00abRinascita\u00bb la Prima mostra nazionale d\u2019arte contemporanea a Bologna, liquid\u00f2 l\u2019astrattismo come \u201cscarabocchi\u201d e pubblic\u00f2 come illustrazione Il combattimento di Vedova non pot\u00e9 che allontanare di pi\u00f9 il pittore. Fedele allo spirito del manifesto del 1943, Vedova \u201ccompromise\u201d la \u201cbella arte\u201d: \u00abNon ho mai avuto l\u2019ambizione di fare della pittura disse nel 1961. Ho sempre preferito rendermi conto della situazione storica e tentare\u00a0 di interpretare. Noi siamo prima di tutto dei documenti\u00bb . Il critico e storico dell\u2019arte Rodolfo Pallucchini nel 1951 fu tra i primi a psicologizzare l\u2019emotivit\u00e0 di Vedova come disagio proprio di un artista della generazione maturata durante la guerra e interprete della \u00abcrisi della civilt\u00e0 europea\u00bb iniziata con il fascismo e il nazismo ma perdurante nelle dittature comuniste. L\u2019ex partigiano Vedova, \u00abtutto istinto, impeto ed emozione\u00bb, non si era ritirato nella torre d\u2019avorio, e se i suoi drammatici disegni ignoravano le convenzioni e rapporti cromatici edonisticamente piacevoli \u00e8 perch\u00e9 \u00abEgli soffre il tormento angoscioso del nostro tempo\u00bb. \u00abLa sua sensibilit\u00e0 artistica registra le emozioni che vengono dall\u2019esterno e come un sismografo egli le trasforma in contrasti di superficie, segno, colore e volume\u00bb il sismografo divenne da allora un topos, di cui lo stesso Vedova si compiacque, definendo nel 1954 il proprio segno pittorico come \u00abdisperato sismografo dell\u2019esistere\u00bb, e nel 1956 \u00absismografo del sentire\u00bb, e che poi ha avuto fortuna nella critica, insieme alle metafore della pittografia e della grafologia. Se consideriamo comunque le vicende storiche tra il 1946 e il 1951, gli anni in cui Vedova arriv\u00f2 a definire il proprio stile, risulta evidente quanto la semantica delle forze in tumulto espressa da Vedova \u201cdocumentasse\u201d una realt\u00e0 sociale e politica fortemente attraversata dal conflitto. Vedova visse il passaggio tra la Resistenza, la Liberazione e l\u2019istituzione della Repubblica, e vide la transizione dalla fase di concordia partitica nel 1945 all\u2019esacerbarsi dello scontro tra visioni politiche antagoniste e le loro basi sociali. L\u2019irenismo intravisto nei vertici tra Roosevelt (poi Truman), Stalin e Churchill del 1945 degener\u00f2 presto nel sospetto reciproco, nello scontro ideologico, fino alla sindrome d\u2019assedio. Per uomini come Vedova, l\u2019instaurazione della democrazia e la ricostruzione e, dai primi anni cinquanta, l\u2019avvio della ripresa economica del Paese non furono sufficienti a non leggere la storia come dinamica di conflitti e fondamentali iniquit\u00e0. Per usare le sue parole, \u00abDalla guerra ero uscito in malo modo. Depresso anche moralmente. Troppo presto avevo visto il riaffacciarsi dell\u2019opportunismo e delle ambiguit\u00e0 dello ieri\u00bb. Immagini ed emozioni del conflitto non solo erano nella memoria collettiva di una generazione che visse la guerra, i bombardamenti, gli sfollamenti, ma rimanevano nel paesaggio fisico di milioni di cittadini in Europa, insieme alla penuria in Italia il tesseramento sul pane fu abolito solo il primo agosto 1949 e la disoccupazione, come documentavano anche i film del neorealismo che ebbero a soggetto storie di povert\u00e0, sfruttamento, arretratezza e ingiustizia sociale, e i reportage sulle riviste illustrate da una Calabria di casupole di argilla e priva di strade, o da Comacchio senza acqua potabile e tra acquitrini malarici, per fare degli esempi. L\u2019Italia era fortemente divisa dopo la vittoria della Democrazia Cristiana alle elezioni politiche dell\u2019aprile 1948, contestate dal PCI in un clima di discredito reciproco, che implicarono anche la cruciale scelta atlantista rispetto alla possibile alternativa filosovietica. Il 1948 inoltre vide l\u2019inizio di una stagione di lotte sindacali per migliori condizioni lavorative dei braccianti agricoli, attraverso scioperi, manifestazioni e occupazioni di terre demaniali o latifondi incolti, dalla Val Padana fino alla Sicilia, spesso represse dalla polizia dietro le direttive del ministro dell\u2019Interno, Mario Scelba. Mentre Pizzinato, l\u2019ex compagno partigiano e sodale artistico di Vedova, decise di difendere la causa della giustizia sociale dipingendo gli eventi storici in uno stile che da post-cubista torn\u00f2 progressivamente realista (come per esempio nei quadri Bracciante ucciso del 1949 o Terra non guerra del 1950), Vedova rimase fedele a una trasfigurazione del reale in significanti astratti di emozione e passione civile, convinto che \u00abil gesto diviene il modo pi\u00f9 onesto ed immediato per linearmente dare senso a questa responsabilit\u00e0 [dell\u2019artista]\u00bb nei confronti del proprio tempo18 . Mentre nella critica d\u2019arte italiana una delle parole d\u2019ordine fu \u201cl\u2019aggiornamento\u201d alle esperienze del modernismo europeo e quindi la fusione dell\u2019arte contemporanea italiana in una dimensione transnazionale, tra il 1946 al 1949 la \u201ccortina di ferro\u201d cal\u00f2 a separare politicamente l\u2019Europa occidentale dall\u2019Europa centro-orientale sotto l\u2019egemonia di Mosca. Le manovre di riposizionamento politico e diplomatico, dalla fine della guerra effettiva all\u2019inizio della guerra fredda, con fratture anche tra i satelliti sovietici (con la Jugoslavia accusata dal Cominform di compiere una politica nazionalista), rappresentano bene la dialettica che precedette la cristallizzazione nei due blocchi. Soprattutto la cultura pubblica alla fine degli anni Quaranta era condizionata da una crescente ansia collettiva di una nuova guerra mondiale tra stati liberi e comunisti, alimentata a livello popolare dai rotocalchi che divulgavano ipotesi di tattica militare, ipotizzavano localizzazioni di schieramenti nemici e strategie di sfondamento del fronte, discettavano sul potere deterrente o l\u2019uso pratico di nuove testate atomiche contro le truppe sovietiche per massimizzarne la carneficina, dispensando mappe con le divisioni corazzate disponibili a ciascuno dei due blocchi europei, tanto da fare sentire a molti che la pace successiva alla Seconda Guerra mondiale era pi\u00f9 un armistizio. Come ebbe a dire Carlo Bo nel 1949, \u00abIn fondo dal \u201945 ad oggi non abbiamo ancora goduto veramente la pace; il clima, la polvere della guerra rimangono, pi\u00f9 o meno forti a seconda degli avvenimenti e dei giorni, sopra di noi\u00bb. Vedova fu sensibile a questi \u201cscontri di situazioni\u201d, per usare il titolo di un ciclo di quadri. Il 1 novembre 1948 partecip\u00f2 al congresso degli intellettuali italiani per la pace, al Teatro Adriano a Roma, che sebbene egemonizzato dai comunisti, in continuit\u00e0 con il precedente congresso mondiale di Wroclaw si concluse con un appello che mobilitava tutti gli uomini di cultura a demistificare i poteri economici e le ideologie belliciste e imperialiste e a investire le scienze, le arti e la filosofia nella causa della pace e della libert\u00e0 . Nel dipingere in caotiche pennellate l\u2019Immagine del tempo, Vedova metaforizz\u00f2 tale dialettica di forze antagoniste dentro ciascun paese (tra comunisti, socialisti e partiti borghesi), o nella Germania divisa (nel 1949 i russi bloccarono l\u2019accesso a Berlino ovest, determinando il controblocco della Germania controllata dall\u2019URSS da parte della Germania tripartita), o nell\u2019Europa scissa tra governi atlantisti e satelliti di Mosca, e nella stessa Europa occidentale tra democrazie e dittature. Riguardo all\u2019uso della tecnologia, Vedova fu affascinato dalle nuove possibilit\u00e0 formali che questa poteva fornire (am\u00f2 cimentarsi nella multimedialit\u00e0 nelle scenografie di Intolleranza 1960 di Luigi Nono, e prest\u00f2 suoi quadri per sperimentazioni sulla televisione a colori, per esempio), ma allo stesso tempo riflett\u00e9 l\u2019inquietudine tipica del dopoguerra per i potenziali esiti distruttivi della scienza e della tecnologia. L\u2019utilizzo libero che Vedova fece del vocabolo del lessico della fisica \u201cquanto\u201d per designare cose diverse come l\u2019eccitazione cinestetica creata in lui da ragazzo dagli interni barocchi (definiti \u00ab\u2018quanti\u2019 plastico-spaziali\u00bb) e le proprie emozioni (definite \u00ab\u2018quanti\u2019 di sensibilit\u00e0\u00bb, o \u00abmiei quanti sotterranei\u00bb) suggerisce il grado di assimilazione di concetti rilevanti per la meccanica dell\u2019energia atomica. Vedova spieg\u00f2 in una lettera al critico Nello Ponente che Lotta 1 (1949) un intrico di lamelle meccanomorfe grigio-nere, nacque dal senso di minaccia avvertito nei riguardi dei \u00abrobot-macchina\u00bb e la disumanizzazione indotta dal predomino della \u00abvita meccanica\u00bb. Altri quadri della serie, similmente caratterizzati da aguzzi profili neri stratificati, pur nella loro sinistra bellezza riflettono l\u2019allarme per la hybris tecno-scientifica che, dopo aver alimentato la guerra mondiale, continuava nella corsa agli armanti e nel programma nucleare sovietico (proprio nell\u2019agosto 1949 l\u2019Unione Sovietica test\u00f2 con successo la bomba al plutonio). A proposito di alcune composizioni pi\u00f9 geometriche del 1946, per le quali si era servito anche di carte lucide e colorate al posto dei pennelli, l\u2019artista comment\u00f2 che: \u00abvolendo razionalizzare quei segni, li disumanizzai nel senso che una mente fredda razionale contenuta staccata faceva s\u00ec che li organizzassi\u00a0 quanto una macchina\u00bb, tradendo cos\u00ec una sua ansiosa associazione tra razionalit\u00e0, macchina e disumanizzazione . In effetti la fase pi\u00f9 meccanomorfa fu un breve interludio concluso nel 1951, dopodich\u00e9 Vedova torn\u00f2 al suo segno viscerale. Il suo stile pi\u00f9 tipico riflette anche l\u2019apocalittismo del dopoguerra in analogia a esempi dell\u2019espressionismo astratto americano, come Heat in the Eyes di Jackson Pollock; come sugger\u00ec la critica e storica dell\u2019arte Juliane Roh nel 1955: \u00abQuando nella descrizione dei quadri di Vedova ci si abbandona involontariamente a parallelismi con il mondo atomico,\u00a0 non sia detto con ci\u00f2 che siano presenti analogie consapevoli. Sembra solo confermare che le soggettive tensioni dell\u2019artista siano in segreto accordo con gli avvenimenti contemporanei grazie a un evoluto compendio di sottili strumenti psicografici\u00bb . In effetti non si trattava di associazioni inconsapevoli, visto che Vedova afferm\u00f2: \u00abL\u2019Occidente \u00e8 quello che \u00e8, corrotto, ambiguo, disperato, cinico ma\u00a0 l\u2019artista non ha evaso il suo inferno, l\u2019ha vissuto, lo vive, toccando un fondo\u00a0 non con soluzioni metafisiche ma raggiungendo invece un umano inedito da inedite prove di disumano (Auschwitz-Hiroshima)\u00bb . Vedova \u00e8 forse l\u2019artista italiano in cui \u00e8 pi\u00f9 evidente il nesso tra emozioni dell\u2019essere-nel-mondo storico e motilit\u00e0 corporea. Anche prima che sviluppasse il suo vitalistico stile astratto, l\u2019irruente passionalit\u00e0 di Vedova ancora diciottenne si era fatta strada nelle prime opere note caratterizzate da un segno grafico incontenibile. Negli studi di figure del 1936-37, spesso tratti da opere di Tintoretto o altri maestri, per esempio Figure di desolazione , i contorni si dissolvono letteralmente in un groviglio di segni o macchie di colore, suggerendo che dai corpi emani la stessa energia, vitale ed emotiva, che attiva il fare pittorico. \u00abNuclei di energia in espansione\u00bb, Vedova li defin\u00ec anni dopo, riconoscendo in essi i precursori di una ricerca culminante nei Plurimi, ossia le istallazioni realizzate a partire dal 1962, che sono l\u2019espansione dell\u2019irruente pittura dalla superficie bidimensionale a supporti tridimensionali. Inoltre, Vedova ha ricordato che anche i primi disegni sull\u2019architettura barocca coevi agli studi da Tintoretto\u00a0 nacquero da un \u00abimpeto di sensibilit\u00e0 che mi porta[va] a segnare con la saliva, col dito, con uno stecco, in modo immediato\u00bb, testimoniando un\u2019urgenza emotiva che esigeva di essere subito fisicamente trascritta, fluidificando il colore con la bava, stendendolo col polpastrello, per ovviare ai tempi di una tecnica meticolosa che avrebbe raffreddato l\u2019emozione. Nel primo autoritratto del 1937\u00a0 Vedova decise di rappresentarsi in quanto pittore, nell\u2019atto di dipingersi osservandosi allo specchio, e nel farlo scelse (anche se forse inconsciamente) di mettere in primo piano la parte bassa del corpo, segnalando che \u00e8 dal ventre, dai genitali, dal torso, cio\u00e8 dalle parti pi\u00f9 associate alla vita delle emozioni e delle passioni \u2013 pi\u00f9 che dalla testa, ossia dalla razionalit\u00e0 \u2013 che origina la pittura. Le fotografie di studio che Vedova evidentemente commission\u00f2 e scelse lo ritraggono spesso, anche negli ultimi anni, impegnato nella concitata distesa di pennellate, fino a imbrattarsi completamente di colore . Alcune lo rappresentano visivamente compenetrato nella pittura, un effetto accentuato anche dal contrastato bianco e nero . \u00c8 eloquente una deliberata manipolazione che Vedova fece su una di queste fotografie che si trova nella copia delle Pagine di diario che don\u00f2 al critico Francesco Vincitorio . La foto originale raffigurava l\u2019artista a torso nudo al lavoro, ma intervenendo con un pennarello nero solo sulle parti nude della propria figura, Vedova l\u2019ha coperta di segni che visivamente annullano la differenza di piani tra il corpo e la tela retrostante, amalgamando l\u2019uomo con la sua pittura. Qui davvero Vedova ha fatto di s\u00e9 pittura incorporata. Questa identificazione tra s\u00e9-come-pittore e la pittura quasi come trasmutazione del proprio corpo, che ha un significato pi\u00f9 viscerale della ovvia questione che la pittura \u00e8 una tecnica manuale, stimol\u00f2 il progressivo scardinamento dei limiti del quadro tradizionale. Nel 1958 nella importante personale alla galleria nazionale Zach\u0119ta a Varsavia, Vedova decise di trasgredire la consueta fruizione frontale del quadro alla parete, attaccandone uno al soffitto, per farlo incombere zenitalmente sullo spettatore\u00a0 e nell\u2019agosto 1959 alla mostra Vitalit\u00e0 dell\u2019arte a Palazzo Grassi a Venezia \u00abdipinse per tre notti a torso nudo\u00bb, in modo estemporaneo, quadri che circondarono una sala del palazzo facendone un\u2019arena dove il pubblico che vi entrava \u00abavesse subito, in concreto, per l\u2019urto visivo\u00a0 il senso di un\u2019esplosione di sentimenti, di una violenza, qualcosa che bruciasse della fiamma immaginativa\u00bb. L\u2019esito di questi tentativi sono i Plurimi, probabilmente la quintessenza dell\u2019estetica di Vedova . Egli infatti li defin\u00ec \u00abproiezione diretta di me pittore, come io stesso fossi da potersi toccare, leggere qui\u00a0 presente\u00a0 (oggettivazione come incorporazione)\u00a0 rappresentativo dei \u2018quanti\u2019 della mia energia\u00bb. Possiamo pensare ai Plurimi come a un\u2019estroflessione architettonica della passione morale di Vedova, che ottenne un rapporto pi\u00f9 diretto tra lo spazio dell\u2019opera e quello dello spettatore, rompendo la separatezza del piano pittorico rispetto all\u2019ambiente reale e passando dal primato del canale visivo a una fruizione che coinvolge cinestesicamente anche le sensazioni corporee. La fisicit\u00e0 di Vedova \u00e8 sempre stata un tratto rimarchevole. A differenza di altri artisti, fotografati in abiti borghesi, o nei loro studi con il tipico berretto floscio, secondo la moda del mestiere del tempo, si \u00e8 fatto spesso fotografare a torso nudo , implicitamente presentando un\u2019associazione tra virilit\u00e0 della sua figura e turgidit\u00e0 del suo segno pittorico. Soprattutto Vedova era inconfondibile per la lunga barba che portava orgogliosamente da quando era ventenne, e che accett\u00f2 che fosse tagliata solo una volta nelle settimane nella Resistenza romana (per mano dell\u2019amico pittore Giulio Turcato \u00abcon un sadismo che non dimenticher\u00f2 mai\u00bb), perch\u00e9 era un \u00abrichiamo troppo carbonaro\u00bb che poteva dare nell\u2019occhio e mettere in pericolo le azioni dei compagni partigiani. La lunga barba e l\u2019abbigliamento informale pi\u00f9 che conformarsi al modello dell\u2019intellettualoide esistenzialista e nottambulo delle caves di Parigi, i cui avventori indossavano spesso camicie a scacchi fuori dai pantaloni e aperte sul petto, suggerisce che Vedova rimase fedele allo stile semplice dell\u2019uomo del popolo, ossia all\u2019ambiente di provenienza. Inoltre, quella di Vedova non era una barbetta esistenzialista alla Lincoln, bens\u00ec una fluente barba \u201cprofetica\u201d. Diverse fotografie, sia private, sia date alla stampa, ritraggono Vedova in rustiche camicie a scacchi o a torso nudo all\u2019aperto (in montagna), o spesso a lavoro, e letteralmente sembrano illustrare l\u2019affermazione dello stesso Vedova che rifiut\u00f2 il clich\u00e9 del pittore \u00abcome una figura pallida e fuori da ogni responsabilit\u00e0 vitale\u00bb. Lo vediamo per esempio con l\u2019amico Pizzinato in posa sul bordo di un precipizio davanti alle Tre Cime di Lavaredo , in uno scatto del 1946 fornito due anni dopo al quotidiano \u00abIl Mattino del popolo\u00bb, che suggerisce una prova di atletismo, passione per la natura e, simbolicamente, ascesa sopra la mediet\u00e0; oppure abbronzato e aitante afferrare in costume da bagno una tela vergine a Santa Cristina in Val Gardena nel 1951 in una foto fatta dalla moglie Annabianca. Oltre al controllo che Vedova ebbe della propria immagine fotografica, la sua fisicit\u00e0 contribu\u00ec all\u2019icona pubblica nei commenti giornalistici, che spesso indugiavano nel descrivere la sua altezza, la sua voce, il gesticolare, la barba. La rivista americana \u00abVogue\u00bb, fotografandolo a passeggio, torreggiante, in una calle di Venezia lo descrisse con la didascalia enfant terrible. La sua figura \u00abdi Nazareno \u00a0scrisse Raffaele Carrieri sul rotocalco \u00abEpoca\u00bb nel 1962 sventolava pi\u00f9 in alto di tutti i pedoni della laguna nel comportamento flessibile, lineare e zingaresco. Un\u2019antenna d\u2019alta tensione\u00bb . In un\u2019intervista del 1950, il giornalista che si rec\u00f2 a trovarlo ad Auronzo (Ampezzo), dove Vedova si era ritirato in \u00abisolamento e travaglio artistico\u00bb, fu tra i primi a divulgare l\u2019immagine di uomo ispirato e appassionato del suo credo estetico: \u00abUn uomo alto e magro, dalla barba pi\u00f9 che folta, incolta, e dai capelli alla nazzarena, dagli occhi vivissimi bisogna sentire la sua parola calda e suasiva. Vedova crede religiosamente nella sua arte . Ho visto negli occhi di Vedova la fede viva sincera\u00bb. La barba fu il tratto che rimaneva pi\u00f9 impresso dell\u2019aspetto dell\u2019artista: recensendo la personale alla Galleria Blu di Milano nel 1960, il critico Marco Valsecchi rifer\u00ec che Vedova \u00abvi comparve per una sera col suo barbone incolto da cacciatore di balene: sembravano tornati i tempi\u00a0 dei convegni clandestini, quando Vedova veniva gi\u00f9 dalla Carnia con nella barba e nei capelli i fili di paglia dei bivacchi notturni\u00bb. E Carrieri lo descrisse come \u00abMezzo soldato di ventura e mezzo trappista: il tutto avvolto in una grande barba nera\u00a0 fluente e quadrata che gli arrivava al petto come quella dei falegnami apostoli della settimana santa in Val Gardena\u00bb. La stessa fisionomia imponente e iconica dell\u2019artista fu utilizzata anche in senso antifrastico da quei critici che obiettarono al suo stile come autoindulgente e contenutisticamente vuoto. Gi\u00e0 nel 1947 \u00abIl Mattino del popolo\u00bb appell\u00f2 in modo ironico Vedova \u00abbarba sacrilega\u00bb, solo per sminuire come ribellismo di maniera ma inconsistente il suo stile \u00aberetico\u00bb; \u00abUn giovanottone grande cos\u00ec, con una barba alla nazzarena folta e nera da far paura a chi non conosca la sua pittura, la quale \u00e8 invece innocua come l\u2019acqua che viene dal mulino\u00bb, scrisse un giornalista di Modena . I reiterati epiteti di nazareno e gli altri suggeriscono che la fisionomia di Vedova si distingueva nell\u2019immaginario di allora come quella di un irregolare, un temerario, forse un invasato Achab se non un profeta. Di questo Vedova dovette essere consapevole e suggerisco che il portamento e il vestiario, le immagini fotografiche, insieme alla retorica modernista e agli annunci umanisti dei suoi interventi teorici hanno complessivamente contribuito a definire la figura pubblica del profeta-ribelle. \u00abSi tratta di salvare l\u2019uomo\u00bb, afferm\u00f2 perentoriamente Vedova nell\u2019incipit di una sua autopresentazione per una mostra di pastelli, ancora parzialmente figurativi, illustranti scene di vita popolare a Venezia nel novembre 1946 e fu solo la prima di una serie di dichiarazioni sull\u2019impegno e la responsabilit\u00e0 dell\u2019artista a favore di valori umani da recuperare nell\u2019inferno della storia presente. Questo imperativo morale, echeggiato nei commenti di critici, contribu\u00ec ad ammantare il pittore di un\u2019aura profetica. Per esempio, Silvio Branzi in un articolo del 1954 spieg\u00f2 che Vedova nel suo modo di dipingere aveva progressivamente liberato la propria coscienza dai condizionamenti culturali, fino a far coincidere il proprio \u00abmondo intenzionale e il mondo effettuale\u00bb, ma il lessico incentrato sui termini \u201cuomo\u201d e \u201csalvezza\u201d e le loro reiterazioni sembrano trasformare una riflessione ispirata probabilmente dal concetto husserliano di epoch\u00e8 volontaria del singolo Vedova in una quasi apologia della missione salvifica dell\u2019umanit\u00e0 \u00abbadava soprattutto a riconoscere l\u2019uomo che egli era, e a salvarlo, con un controllo sull\u2019istinto e un\u2019attenzione verso quegli stimoli\u00a0 che gli potessero venire\u00a0 dall\u2019esistenza contemporanea\u00bb; \u00abl\u2019urgenza\u00a0 di salvarsi, di salvar l\u2019uomo, appariva nel dipingere, nel parlare, nell\u2019agire\u00bb; \u00abcodesto suo lavoro un richiamo pungente e necessario alla salvazione\u00bb. A questo si pu\u00f2 aggiungere che soprattutto ai tempi del Fronte Nuovo delle Arti Vedova rispolver\u00f2 la retorica pugnace delle avanguardie storiche, per accentuare il contrasto tra la propria missione di rinnovamento della pittura e le forze avverse. Nel febbraio 1948 un momento strategicamente importante nel definire la nuova mappatura dell\u2019arte contemporanea scrivendo un lungo pezzo su \u00abIl Mattino del popolo\u00bb, Vedova defin\u00ec il programma del Fronte Nuovo delle Arti nei termini di una volitiva minoranza che annunciava il nuovo, contro \u00abil pantano\u00bb della maggioranza. Vedova eroicizz\u00f2 s\u00e9 e i compagni del Fronte come \u00abbestie rare, come personaggi scandalistici\u00bb agli occhi di una maggioranza incapace di leggere la protesta e l\u2019\u00abestrema necessit\u00e0 di rivelazione\u00bb nei loro quadri. Riferendosi indirettamente al dilemma sulla priorit\u00e0 tra astrattismo o realismo come arte socialmente significativa e al clima della campagna elettorale allora in corso Vedova aggiunse: \u00abin questo momento cos\u00ec teso dipingere una nostra azione all\u2019infuori delle convenzionalit\u00e0\u00a0 significa per noi costruire, attraverso un primordio, una ragione che ci spinga a credere\u00bb. Non esit\u00f2 a definire il Fronte Nuovo delle Arti \u00abtrampolino verso la Terra Promessa\u00bb, un \u00abgridare nel deserto\u00bb, di \u00abuomini nel deserto, legati alla nostra sorte di uomini di punta\u00bb. Tuttavia mitig\u00f2 l\u2019antagonismo e profetismo avanguardisti con i temi, gi\u00e0 sartriani, dell\u2019umanismo esistenzialista e dell\u2019impegno dell\u2019intellettuale (di l\u00ec a qualche mese, Sartre sarebbe stato evocato a difesa dell\u2019astrattismo anche dagli espositori alla mostra nazionale d\u2019arte contemporanea di Bologna nella nota polemica con Togliatti su \u00abRinascita\u00bb). Infatti fece appello alla responsabilit\u00e0, che ciascuno deve assumersi, di dare testimonianza di s\u00e9 come \u00abuomini nuovi\u00bb; al compito degli intellettuali \u00abdi liberarci e di portarci parole strette nel pugno\u00bb; alla volont\u00e0 di \u00abrisolversi nella morale dei suoi compagni e con essi\u00bb, come base di un nuovo umanismo solidarista. L\u2019annuncio avvenirista cos\u00ec evidente portava il discorso dalla contingenza della politica o dai semplici proclami estetici a un livello pi\u00f9 alto di implicazioni per l\u2019umanit\u00e0. Per il catalogo della personale al museo nazionale di Poznan, in Polonia , nel 1958 Vedova si compiacque di utilizzare un primissimo piano, fattogli dal fotografo Nino Migliorini, pubblicandolo in posizione di assoluta evidenza subito dopo l\u2019apertura della copertina, come iconica auto-presentazione. Il volto che occupa l\u2019intera pagina, affiancato dai grandi caratteri del cognome in verticale sulla bandella, l\u2019intensit\u00e0 dello sguardo che intercetta quello del lettore implicando un contatto empatico, suggeriscono una consapevole regia della propria immagine carismatica, e il confronto con una famosa xilografia di Emil Nolde di un profeta dal volto emaciato e gli occhi brucianti in orbite incavate, che veicolano l\u2019idea di un\u2019ispirazione interiore, non mi pare peregrino . Nel 1961 Vedova collabor\u00f2 a Intolleranza 1960, un\u2019azione scenica per soli, coro e orchestra musicata da Luigi Nono da un\u2019idea di Angelo Maria Ripellino, rappresentata il 13 aprile di quell\u2019anno alla Fenice. L\u2019opera gli era congeniale non solo perch\u00e9 gli permise di sperimentare con proiezioni luminose e schermi metallici traforati, in movimento e sospesi sulla scena, ma perch\u00e9 la vicenda drammatizzava una storia di scontri di forze antitetiche tra uomini che prendono coscienza di s\u00e9 e si ribellano e le forze dell\u2019oppressione, economica e di classe che egli condivideva. La vicenda narra le traversie di un minatore emigrato che decide di rimpatriare, per trovarsi ad assistere lungo il viaggio a un comizio antinazista, venire arrestato, torturato, portato in un campo di concentramento, da cui poi fugge e infine solidarizza con un non meglio identificato algerino. Nel secondo tempo, l\u2019emigrante si aggira tra proiezioni, voci, mimi simboleggianti le assurdit\u00e0, le idiozie massmediatiche e le minacce della societ\u00e0 contemporanea, e la scena culmina con un\u2019esplosione atomica; subentra quindi il canto della compagna dell\u2019emigrante, che inneggia alla vita, all\u2019amore e alla fraternit\u00e0 perduti dall\u2019uomo imbestiato. Seguono episodi di violenza e fanatismo razziale, finch\u00e9 l\u2019emigrante e la compagna giungono al paese natale che per\u00f2 trovano sommerso dalla piena del fiume, mentre una voce dirama il palesemente assurdo comunicato ufficiale: \u00abIl Governo ha provveduto, la colpa \u00e8 del metano\u00bb. Solo sul sipario finale sono proiettate parole di Bertolt Brecht che schiudono un po\u2019 di speranza nella solidariet\u00e0 tra gli uomini: Voi che siete immersi dai gorghi dove fummo travolti, pensate anche ai tempi bui da cui siete scampati. Andammo noi, pi\u00f9 spesso cambiando paese, che scarpe, attraverso guerre di classe, disperati, quando solo l\u2019ingiustizia c\u2019era. Voi, quando sar\u00e0 venuta l\u2019ora che all\u2019uomo un aiuto sia l\u2019uomo, pensate a noi con indulgenza . Il collage di testi da cui Nono compose il libretto sono un florilegio di letteratura materialista, rivoluzionaria, e inchieste di controinformazione inclusi Brecht, Vladimir Majakovskij, Paul Eluard, Sartre, Julius Fucik e Henri Alleg. Ripellino e Nono trassero spunto da episodi odiosi della storia recente, incluse la strage di minatori (molti emigrati italiani) a Marcinelles, l\u2019alluvione in Polesine, le torture della polizia francese a Parigi e in Algeria, le repressioni di lotte sindacali. Secondo Argan, in questo episodio di teatro d\u2019avanguardia la musica di Nono e le violente mutazioni scenografiche di Vedova, nel drammatizzare i misfatti della reazione, sottoponevano il pubblico a uno shock sensoriale che lo avrebbe scosso dal torpore emotivo e dall\u2019inerzia morale che costituiscono il tipo umano borghese, eterno spettatore indolente. \u00abLa forza e la successione incessante delle emozioni\u00bb avrebbe riscattato il borghese, spingendolo all\u2019azione al fianco degli oppressi del mondo . Al di l\u00e0 delle aspettative eccessivamente ottimistiche di Argan sull\u2019efficacia rivoluzionaria di uno spettacolo d\u2019avanguardia, Vedova condivise con Nono il lugubre scenario storico e una visione pessimista che trascurava che gli ultimi quindici anni potevano anche essere letti come storie di ricostruzione, di progressivo aumento del benessere, di avvio del processo di integrazione europea, e anche col citato metano estratto dall\u2019ENI a Cortemaggiore di prospettive di sviluppo industriale. L\u2019enfatico stile gestuale di Vedova, che negli anni ha raggiunto dimensioni spettacolari per il gigantismo delle tele, declinando sempre convulsi significanti di indignazione, denuncia, e ribellione, \u00e8 diventato ampiamente ripetitivo. Assumendosi la responsabilit\u00e0 del ribelle che si solleva in nome della salvezza dell\u2019uomo contro la violenza, le ingiustizie e la disumanit\u00e0 del sistema, Vedova rimase fedele al rifiuto della figurazione. Seguendo implicitamente l\u2019estetica di Theodor Adorno, Vedova riteneva che il principio strutturale dell\u2019opera d\u2019arte non-organica fosse gi\u00e0 in s\u00e9 stimolo di emancipazione, in quanto permette il disgregarsi della struttura chiusa, quindi del principio di autorit\u00e0 che Vedova detestava. Tuttavia la Terra Promessa ai tempi del Fronte Nuovo delle Arti cedette il passo all\u2019eterno conflitto storico della libert\u00e0 e dell\u2019oppressione; non arrivando mai a costruire un\u2019immagine intellegibile, Vedova non ha intravisto alcuna evoluzione e rimase essenzialmente il sismografo di perduranti emozioni negative. Il percorso espositivo si snoda nelle sale delle Cannoniere con una sequenza non strettamente cronologica,\u00a0 volta\u00a0 a\u00a0 sostenere la\u00a0 tesi dell\u2019esposizione,\u00a0 indirizzata ad esplorare quei periodi-episodi della vita artistica di Vedova in cui \u2013 tralasciando il suo forte impegno civile e silenziando quella sua ben nota, carismatica voce di protesta davanti alle tragedie della storia e agli eventi della cronaca \u2013 l\u2019artista sembra dedicarsi all\u2019esercizio della pittura, lasciandoci cos\u00ec prove straordinarie di quella sua impetuosa energia creativa, che ha incontestabilmente segnato la pittura europea del secondo dopoguerra.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>La mosta \u00e8 suddivisa in Otto Sale :<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Nella Sala 1, intitolata <em>Nascita di un pittore. I Maestri<\/em>, \u00e8 centrale il riferimento alla sua prima formazione artistica, non accademica, ma alimentata dalla lezione dei grandi pittori del passato, in particolare i veneziani Tintoretto, Veronese, Tiepolo, i cui testi erano alla sua portata nel girovagare, giovanissimo, tra calli e chiese della Laguna. La lezione cubista, che nel secondo dopoguerra allena alla geometria astratta la mano di molti pittori in Europa, fa parte della Sala 2 (<em>Cercare una via<\/em>), dove si possono ammirare almeno tre opere dal singolare costruttivismo geometrico.<\/p>\n\n\n\n<p>Nella Sala 3 intitolata <em>Astrazione per sempre<\/em>, il visitatore pu\u00f2 osservare una sequenza di opere che testimoniano il giuramento di fedelt\u00e0 alla pittura astratta, non pi\u00f9 con velleit\u00e0 geometriche, ma gi\u00e0 gravida di gesto e materia, una aurora che contiene tutto il linguaggio della sua pittura.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Occupare lo spazio<\/em> \u00e8 il titolo della Sala 4, in cui l\u2019invenzione forse tra le pi\u00f9 interessanti della sua arte, quella dei Plurimi, si mostra nell\u2019originalit\u00e0 di nuove forme dipinte, legni carichi di materia pittorica e assemblati con cerniere, strane e inquietanti costruzioni che occupano il centro della stanza, pittura che si fa tridimensionale e, deflagrando dalla parete, invade lo spazio.<\/p>\n\n\n\n<p>Nella Sala 5<em>Lasciare libero il segno<\/em>, Vedova si svela nell\u2019esercizio del mestiere, nella preparazione dei grandi lavori, nella forza espressiva che anche le opere di piccole dimensioni &#8211; molte inedite &#8211; acquistano nel suo lavoro: lavori di compiuta, straordinaria vitalit\u00e0 che offrono la possibilit\u00e0 di studiare da vicino il suo processo creativo, l\u2019esuberanza del segno, la simbologia dei colori.<\/p>\n\n\n\n<p>Come se questo dolore fosse insopportabile \u00e8 il titolo della Sala 6, che riporta il visitatore dentro quel \u201ctragico esistenziale\u201d che ha segnato tutto il percorso di Vedova. Il tragico \u00e8 una cifra sempre presente nel suo lavoro, che nasce da una sensibilit\u00e0 emotiva che, come carne viva, freme ad ogni contatto con il dramma della vita.<\/p>\n\n\n\n<p>Intitolata <em>Vertigine Piranesi<\/em> la Sala 7, accoglie il visitatore con tre opere magistrali dei primi anni Ottanta, dove la pittura si fa architettura di forme allucinate, urti della materia rosso sangue solcata da neri in netto contrasto, tagli e sporgenze, sciabolate di pasta cromatica che sembrano rievocare, in una subliminale esplorazione della memoria, le <em>Carceri<\/em>di Piranesi, un altro veneziano al pari suo aperto agli inganni della visione.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Circolare infinito<\/em> \u00e8 il titolo della Sala 8, tre grandi <em>Tondi <\/em>disallineati al centro della stanza mostrano, nell\u2019impavido confronto con una delle pi\u00f9 sacre forme geometriche della storia dell\u2019arte, il cerchio appunto, l\u2019irriverenza inquieta e geniale di un artista che ha sempre sfidato se stesso. La mostra \u00e8 corredata da un catalogo edito da 24 Ore Cultura.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Biografia<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Nato a Venezia nel 1919 da una famiglia di artigiani-operai, Emilio Vedova inizia a lavorare intensamente da autodidatta fin dagli anni trenta. Nel 1942 aderisce al movimento antinovecentista Corrente. Antifascista, partecipa tra il 1944 e il 1945 alla Resistenza e nel 1946, a Milano, \u00e8 tra i firmatari del manifesto \u201cOltre Guernica\u201d. Nello stesso anno, a Venezia, \u00e8 tra i fondatori della Nuova Secessione Italiana poi Fronte Nuovo delle Arti. Nel 1948 partecipa alla sua prima Biennale di Venezia, manifestazione che lo vedr\u00e0 spesso protagonista: nel 1952 gli viene dedicata una sala personale, nel 1960 riceve il Gran Premio per la pittura, nel 1997 riceve il Leone d\u2019Oro alla carriera. All\u2019inizio degli anni cinquanta realizza i suoi celebri cicli di opere: Scontro di situazioni, ciclo della Protesta, ciclo della Natura. Nel 1954, alla II Biennale di San Paolo, vince un premio che gli permetter\u00e0 di trascorrere tre mesi in Brasile, la cui difficile realt\u00e0 lo colpir\u00e0 profondamente. Nel 1961 realizza al Teatro La Fenice le scenografie e i costumi per Intolleranza 1960 di Luigi Nono, con il quale collaborer\u00e0 anche nel 1984 per Prometeo. Tragedia dell\u2019ascolto. Dal 1961 lavora ai Plurimi, prima quelli veneziani poi quelli realizzati a Berlino tra il 1963 e il 1964, tra cui i sette dell&#8217;Absurdes Berliner Tagebuch &#8217;64, esposti per la prima volta a Kassel, durante documenta III, manifestazione cui ha partecipato per diverse edizioni. Tra il 1965 e il 1967 lavora a Percorso\/Plurimo\/Luce per l&#8217;Expo di Montreal. Svolge un&#8217;intensa attivit\u00e0 didattica nelle Universit\u00e0 americane oltre che alla Internationale Sommerakademie f\u00fcr Bildende Kunst di Salisburgo e all\u2019Accademia di Belle Arti Venezia. La sua carriera artistica \u00e8 caratterizzata da una costante volont\u00e0 di ricerca e forza innovatrice. Negli anni Settanta realizza i Plurimi\/Binari del ciclo Lacerazione e i Carnevali, negli anni Ottanta i grandi cicli di \u201cteleri\u201d, tra cui &#8230;Da dove&#8230;, &#8230;Als Ob&#8230;, Rosso, Emerging, Registrazione, il ciclo &#8230;in continuum, e la sua elaborazione sul tondo coi Dischi, i Tondi, e gli Oltre. Tra le grandi antologiche: Palazzo dei Congressi di San Marino, 1981; Museo Correr e Magazzino del Sale, Venezia, 1984; Galleria Civica d\u2019Arte Contemporanea, Trento, 1996; Castello di Rivoli, 1998.Dopo la sua scomparsa nel 2006: Galleria nazionale d&#8217;arte moderna di Roma, 2007 e itinerante alla Berlinische Galerie di Berlino, 2008; Palazzo Reale, Milano, 2019; \u00abRivoluzione Vedova\u00bb, M9 &#8211; Museo del 900, Venezia-Mestre, 2023.<\/p>\n\n\n\n<p>Forte Bard Aosta<\/p>\n\n\n\n<p>Emilio Vedova .Questa \u00e8 Pittura<\/p>\n\n\n\n<p>dal 30 Novembre 2024 al 2 Giugno 2025<\/p>\n\n\n\n<p>dal Marted\u00ec al Venerd\u00ec dalle ore 10.00 alle ore 18.00<\/p>\n\n\n\n<p>Sabato e Domenica dalle ore 10.00 alle ore 19.00<\/p>\n\n\n\n<p>Luned\u00ec Chiuso&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Foto allestimento mostra Emilio Vedova. Questa \u00e8 Pittura dal 30 Novembre 2024 al 2 Giugno 2025 credit. Archivio Forte di Bard \/ Foto Jean-Claude Chincher\u00e9<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Govanni Cardone Fino al 2 Giugno 2025 si potr\u00e0 ammirare a Forte Bard Aosta la mostra dedicata ad Emilio Vedova \u2013 Emilio Vedova. Questa \u00e8 Pittura a cura di Gabriella Belli. L\u2019esposizione \u00e8 promossa dall\u2019Associazione Forte di Bard in collaborazione con 24 Ore Cultura e Fondazione Emilio e Annabianca Vedova. 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