{"id":1000010732,"date":"2025-01-03T16:33:09","date_gmt":"2025-01-03T19:33:09","guid":{"rendered":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000010732"},"modified":"2025-01-03T16:33:10","modified_gmt":"2025-01-03T19:33:10","slug":"in-mostra-a-fermo-steve-mccurry-uno-dei-piu-grandi-maestri-della-fotografia-contemporanea-e-una-figura-iconica-capace-di-raccontare-il-nostro-tempo-con-profondita-e-poesia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000010732","title":{"rendered":"In Mostra a Fermo Steve McCurry: Uno dei pi\u00f9 Grandi Maestri della Fotografia Contemporanea \u00e8 una figura iconica capace di raccontare il nostro tempo con profondit\u00e0 e poesia"},"content":{"rendered":"\n<p><strong>Giovanni Cardone<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Fino al 4 Maggio 2025 si potr\u00e0 ammirare al Palazzo dei Priori di Fermo la mostra dedicata a Steve McCurry\u00a0 Children ideata e curata di Biba Giacchetti. L\u2019esposizione \u00e8 promossa dal Comune di Fermo con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Fermo, in collaborazione con Orion57, partner Mus-e del Fermano. L\u2019organizzazione \u00e8 affidata a Maggioli Cultura e Turismo. Con\u00a0oltre cinquanta<strong> <\/strong>fotografie, il pubblico avr\u00e0 l\u2019occasione di ammirare l&#8217;unica esposizione tematica interamente dedicata ai bambini, realizzata nell\u2019arco di quasi cinquant\u2019anni di carriera. Le immagini, provenienti da ogni angolo del mondo, ritraggono i pi\u00f9 piccoli in scene di vita quotidiana, offrendo un omaggio a questo periodo straordinario della vita. A Fermo una straordinaria galleria di ritratti esplora tutte le sfaccettature dell\u2019infanzia, accomunate da un elemento universale:\u00a0lo sguardo dell\u2019innocenza. I bambini immortalati da McCurry, pur diversi per etnia, abiti e tradizioni, condividono la stessa energia inesauribile, la gioia di vivere e la capacit\u00e0 di giocare anche nei contesti pi\u00f9 difficili, spesso segnati da povert\u00e0, conflitti o condizioni ambientali estreme. Il visitatore sar\u00e0 guidato in un viaggio ideale accanto a McCurry, attraverso paesi come India, Birmania, Pakistan, Tibet, Afghanistan, Libano, Etiopia e Cuba. In una mia ricerca storiografica e scientifica sulla figura di Steve McCurry apro il mio saggio dicendo : Posso affermare che la fotografia di reportage, come dimostra la sua storia, oltre a descrivere situazioni di guerra in paesi lontani, si \u00e8 sviluppata soprattutto nelle strade delle metropoli, seguendo la vita quotidiana delle persone comuni. \u00abIo penso a me stesso come a un testimone della storia\u00bb commenta il famoso fotografo della Magnum Alex Webb\u00abin un senso molto vasto del termine: fotografando soprattutto lo scorrere della vita della gente comune\u00bb. Non \u00e8 un caso che i reportage di questo tipo abbiano avuto pi\u00f9 volte una committenza pubblica, poich\u00e9 sono stati uno tra gli strumenti nelle mani delle istituzioni per comprendere la realt\u00e0 sociale del loro territorio. Come abbiamo dimostrato nei precedenti capitoli, il linguaggio iconografico \u00e8 polisemico: la fotografia di reportage, a sua volta, amplifica questa caratterista, essendo in grado di raccontare delle vere e proprie storie, anche molto complesse, all\u2019interno di ogni immagine, e relazionarle con altre in una sequenza di immagini (creando veri e propri saggi fotografici). \u00abOgni cosa, nella fotografia, dovrebbe contribuire alla descrizione\u00bb, afferma infatti la fotografa Margaret Bourke-White. Una buona fotografia permette di comprendere a fondo l\u2019oggetto rappresentato e il suo contesto, a patto che il fotografo sappia utilizzare a pieno il linguaggio del reportage fotografico. \u00abLa mia fotografia \u00e8 una riflessione che prende vita nell\u2019azione e conduce alla meditazione. La spontaneit\u00e0, il momento sospeso, interviene durante l\u2019azione, nel mirino. La precede una riflessione sul soggetto. La segue una meditazione sulle finalit\u00e0\u00bb, racconta in maniera esemplare il fotografo iraniano Abbas, mentre il fotografo di Life Leonard McCombe afferma \u00abio voglio far riflettere, non intrattenere\u00bb. \u00c8 la padronanza degli elementi formali della composizione che permette al fotografo e al sociologo visuale di sintetizzare in uno scatto la situazione che vuole testimoniare, facendo affiorare gli elementi importanti per l\u2019analisi del fenomeno sotto indagine. Questa operazione non ha alcuna pretesa di oggettivit\u00e0; al contrario, \u00e8 la soggettivit\u00e0 del ricercatore che diventa importante nella interpretazione di un fenomeno. \u00abFotografare significa, in uno stesso istante, riconoscere il fatto e la rigorosa organizzazione delle forme percepite visivamente, che esprimono e determinano questo fatto\u00bb (Cartier-Bresson, 2005 ). Bisogna quindi calarsi a fondo nella realt\u00e0 che si vuole indagare, capirla, comprendere l\u2019oggetto e la situazione che si fotografa, e solo a questo punto bisogna scattare l\u2019immagine. Il fotoreportage richiede molto tempo per essere prodotto. E, se si desidera che una fotografia racconti, spieghi, illustri in modo convincente e coi dovuti significati la porzione di realt\u00e0 alla quale deve la sua origine e la sua ragion d\u2019essere, allora \u00e8 indispensabile conoscere quali sono i procedimenti necessari al raggiungimento di questi scopi. Esiste infatti una vera e propria estetica del reportage, che trascende da tutti gli altri generi di fotografia: l\u2019unico modo di comprendere questo vero e proprio linguaggio, \u00e8 imparare a leggere i maestri della fotografia di reportage, che nel secolo scorso hanno tracciato in maniera esemplare le linee, le rotte da seguire. Non possiamo dare inizio ad una discussione sul fotogiornalismo e l&#8217;etica dell&#8217;immagine ad esso connessa, se non facciamo innanzitutto una premessa riguardo ci\u00f2 che \u00e8 alla base del processo di rappresentazione della realt\u00e0 attraverso le immagini. Il presupposto di tale riproduzione \u00e8 costituito ovviamente dalla fotografia. L&#8217;etimologia della parola fotografia deriva dalla lingua greca; due parole: \u03c6\u03c9\u03c2 (phos) e \u03b3\u03c1\u03b1\u03c6\u03af\u03c2 (graphis) riassumono letteralmente la funzione di questa pratica artistica, ovvero scrivere (grafia) con la luce (fotos). L&#8217;invenzione della fotografia fu incoraggiata da diversi fattori, alcuni di carattere storico e sociale, altri pi\u00f9 prettamente tecnici. Il primo di questi fu la \u201cmemoria dello sguardo\u201d, che si era radicata nella coscienza delle persone di pari passo con il linguaggio. Italo Zannier scrive a tal proposito che: \u201cLa memoria dell&#8217;uomo ha sempre cercato garanzie nei segni, sonori tattili grafici, promuovendo una sequenza di processi, che hanno impegnato unitariamente l&#8217;evolversi della nostra cultura\u00a0 per quanto riguarda l&#8217;immagine, si \u00e8 passati a poco a poco, dai disegni delle caverne sino alla fotografia, una tecnica meccanica che realizza immagini talmente ricche di informazioni da costituire una seconda realt\u00e0.\u201d Si ritiene che i primi studi su tale fenomeno vennero condotti addirittura da Aristotele, il quale osserv\u00f2 che la luce, passando attraverso un piccolissimo foro, proiettava un&#8217;immagine circolare. Fu per\u00f2 lo studioso arabo Alhazen Ibn Al-Haitha che a ridosso dell&#8217;anno Mille descrisse questo fenomeno ottico, assegnandogli il nome di camera obscura. Da quel momento, successive implementazioni tecniche, quali l&#8217;applicazione di lenti convesse e dispositivi per ridurre le aberrazioni, consentirono di ottenere una migliore qualit\u00e0 e definizione dell&#8217;immagine riflessa. Il percorso che portava all&#8217;invenzione della fotografia era, per\u00f2, ancora lungo. Un&#8217;accelerazione di questo processo avvenne solo tra la fine del Settecento e l&#8217;inizio dell&#8217;Ottocento, e coincise con un fattore sociale decisivo: l&#8217;ascesa della nuova borghesia. Far parte della classe borghese significava anche riprendere tradizioni, usi e stili di vita dell&#8217;aristocrazia. Fra questi, la consuetudine del ritratto di famiglia, un vero e proprio status symbol. Gli appartenenti alla nuova classe sociale per\u00f2, a differenza dei nobili, si caratterizzano per la parsimonia nelle proprie scelte, e quindi anche le opere figurative dovranno essere a buon mercato e facilmente riproducibili per una pi\u00f9 ampia diffusione. Parallelamente a questo fenomeno aumenta, anche in campo editoriale, la richiesta di libri e periodici illustrati . Il passo fondamentale da compiere, perch\u00e9 si potesse avviare e diffondere la pratica fotografica, restava la combinazione dei fenomeni ottici gi\u00e0 scoperti e studiati fino a quel momento, con particolari fenomeni chimici che consentissero alle immagini di restare impresse su un supporto materiale. La pratica di raccontare delle storie giornalistiche attraverso le fotografie fu resa possibile dalle innovazioni tecniche nel campo della fotografia e della stampa avvenute alla fine del XIX secolo, per la precisione fra il 1880 e il 1897. Mentre eventi di rilevanza giornalistica cominciarono ad essere fotografati gi\u00e0 intorno al 1850, i processi di stampa a partire dalle incisioni, furono possibili solo negli ultimi due decenni del secolo. Prima di allora era possibile soltanto pubblicare delle litografie derivate dalle foto, in quanto, quest&#8217;ultime, non possono ancora essere stampate sulla carta insieme alle righe di piombo. La Guerra di Crimea, combattuta dal 1853 al 1856, \u00e8 stato il primo evento di una certa rilevanza storica (e giornalistica) del quale conserviamo una testimonianza fotografica, documentazione che dobbiamo a Carol Szathmari, il primo fotogiornalista della storia. Purtroppo sono solo poche, fra quelle scattate, le immagini sopravvissute fino a noi. Le immagini di William Simpson dell&#8217;\u00abIllustrated London News\u00bb e le foto di Roger Fenton, furono pubblicate come incisioni. Allo stesso modo, le foto della Guerra Civile Americana, scattate da Mathew Brady, furono incise prima della loro pubblicazione sull&#8217;\u00abHarper&#8217;s Weekly\u00bb. Il pubblico aveva per\u00f2 voglia di rappresentazioni che fossero pi\u00f9 realistiche di quelle presenti sugli articoli dei giornali. Cos\u00ec, era pratica comune che le fotografie pi\u00f9 interessanti venissero esposte in gallerie fotografiche, oppure riprodotte in un limitato numero di copie. La prima foto giornalistica fu pubblicata il 4 Marzo 1880, sul giornale newyorkese \u00abThe Daily Graphic\u00bb. Tecnicamente si trattava di una riproduzione in mezzi toni (invece che di una xilografia come era stato fatto fino ad allora). \u00abNegli ultimi anni del secolo scorso iniziava cos\u00ec finalmente a svilupparsi quello che \u00e8 stato il pi\u00f9 importante mass medium contemporaneo, prima dell&#8217;avvento e della diffusione pubblica della televisione: il fotogiornalismo\u00bb. Furono anni che videro la realizzazione di numerose innovazioni. In questa fase, le prime lampade al magnesio permettevano di generare un forte lampo di luce che metteva gli operatori nelle condizioni di poter fotografare anche in interni. Ad utilizzarle, fra i primi importanti fotogiornalisti, spiccava Jacob Riis, reso famoso per il suo bel lavoro sugli slums newyorkesi, intitolato How the Other Half Lives (Come vive l&#8217;altra met\u00e0 della citt\u00e0), con i suoi scritti e le sue immagini, che vide la luce nel 1890. Sfortunatamente al momento della pubblicazione le tecniche di riproduzione tipografica delle fotografie lasciavano ancora molto a desiderare e quindi, delle treantacinque immagini presentate solo diciassette furono stampate a mezzi toni peraltro di qualit\u00e0 assai scadente, mentre le altre vennero riprodotte con la tecnica del disegno e dell&#8217;incisione, perdendo cos\u00ec quasi completamente tutti quegli elementi di immediatezza e di aderenza alla realt\u00e0 che le caratterizzavano all&#8217;origine . Susan Sontag sottolinea che \u00abla fotografia, intesa come documentazione sociale, era uno strumento di quell&#8217;atteggiamento essenzialmente borghese, insieme missionario e soltanto tollerante, curioso e indifferente, che va sotto il nome di umanesimo, e che vedeva negli slum il pi\u00f9 affascinante degli ambienti\u00bb.\u00a0 Solo nel 1897 fu possibile riprodurre le fotografie con la tecnica dei mezzi toni nel processo di stampa veloce dei giornali, siano essi periodici o quotidiani. In ogni caso, la velocit\u00e0 con la quale giungevano le notizie scritte in redazione, era decisamente superiore rispetto allo sviluppo e alla stampa delle fotografie, che quindi non potevano essere presenti sul giornale al momento della pubblicazione della storia. C&#8217;era sempre un margine di alcuni giorni fra il primo lancio della notizia e la pubblicazione della foto che la accompagnava. Nonostante fossero state avviate tutte queste innovazioni, rimasero altrettanto numerose le limitazioni tecniche, ed infatti molte delle storie presenti sui giornali sensazionalistici dell&#8217;epoca, furono presentate attraverso disegni ed incisioni. Eravamo comunque in quella fase, molto importante per lo sviluppo del giornalismo moderno, inaugurata da Joseph Pulitzer e William Randolph Hearst il New Journalism e la Yellow Press che diede tendenzialmente maggiore spazio alle immagini e alla cronaca cittadina. Nel 1921, per la prima volta, la telefoto rese possibile la trasmissione di immagini alla stessa velocit\u00e0 con cui viaggiavano le notizie. Tuttavia, servirono il lancio della prima fotocamera \u201ccommerciale\u201d Leica con formato 35mm nel 1925, e le prime lampade flash fra il 1927 ed il 1930, affinch\u00e9 fossero presenti tutti gli elementi necessari per poterci considerare pienamente nell&#8217;\u201cet\u00e0 d&#8217;oro\u201d del fotogiornalismo. Da quel momento il termine fotogiornalismo si \u00e8 designato come un genere a s\u00e9, caratterizzato e fortemente distinto nell&#8217;ambito della storia della fotografia. Un settore indipendente entro i propri confini \u00abquasi un continente, con un fronte ideologico, al quale si opporrebbe quello degli artisti, anzi dei cosiddetti fotografi-artisti, con le loro estetiche e filosofie, che ai fotogiornalisti sembrano perlopi\u00f9 manie, velleit\u00e0, inutili o eccessive ambizioni\u00bb. Il fotogiornalismo acquista la sua identit\u00e0 a partire dagli anni Venti del Novecento sebbene, come gi\u00e0 accennato, fosse il periodo a cavallo fra il Diciannovesimo ed il Ventesimo secolo ad aver creato le condizioni per lo sviluppo di questo nuovo genere nel sistema dell&#8217;informazione. Le innovazioni tecnologiche ed un clima socio-culturale favorevole sono stati i genitori di tale nuovo approccio, per il momento ancora embrionale, al mondo della notizia. Per quanto la fotografia avesse ormai piena legittimit\u00e0 nella societ\u00e0 di met\u00e0 Ottocento, ad essa non era ancora riconosciuta la capacit\u00e0 di raccontare le notizie allo stesso modo delle parole, di conseguenza i quotidiani e i periodici che venivano sfogliati dagli stessi soggetti immortalati nei ritratti di famiglia o nelle pi\u00f9 diffuse e popolari carte de visite facevano un utilizzo del tutto limitato di immagini sulle loro pagine. Le poche volte che comparivano non servivano ad altro che da contorno al testo, avevano, infatti, solo carattere decorativo. Il giornalismo di fine Ottocento, per\u00f2, fu radicalmente reinterpretato grazie alle innovazioni tecniche, e ad un nuovo approccio socio-culturale. Questo progressivo cambiamento port\u00f2 all&#8217;affermazione della stampa illustrata, e alla successiva comparsa delle fotografie sui giornali. Inizialmente, la stampa venne arricchita solo di disegni e xilografie, per l&#8217;avvento delle immagini fotografiche si dovette attendere il perfezionamento delle nuove procedure di stampa. Prima del 1840, solo alcuni settimanali o mensili come l&#8217;\u00abObserver\u00bb e il \u00abWeekly Chronicle\u00bb in Gran Bretagna riproducono, piuttosto raramente, qualche xilografia. I quotidiani non sono quasi mai illustrati. Negli anni 1840 si assisteva alla prima comparsa in massa di immagini sulla stampa. Nello stesso momento in cui il dagherrotipo si diffonde trionfalmente nel mondo, vedono la luce molte riviste popolari, nelle quali l&#8217;impressione delle incisioni viene fatta su legno, dai disegni originali. La nascita del primo periodico illustrato \u00e8 datata 1842, si tratta del \u00abThe Illustrated London News\u00bb, che nasce nella capitale britannica ad opera di Herbert Ingram. Un nuovo tipo di concezione della notizia, un prodotto editoriale che avrebbe dovuto offrire ai lettori un \u00abresoconto continuo degli avvenimenti mondiali importanti, dei progressi sociali e della vita politica, per mezzo di immagini costose, varie e realistiche\u00bb . La pubblicazione illustrata riscosse un enorme successo, e le vendite crebbero vertiginosamente. Fra il 1855 e il 1860 la sua tiratura passa da 200.000 a 300.000 copie. I buoni risultati raggiunti consentirono all&#8217;editore di arricchire l&#8217;offerta del giornale ampliando il numero dei collaboratori, giornalisti e disegnatori, che furono inviati a testimoniare sia le vicende che si svolgevano in importanti teatri di guerra (guerra di Crimea, guerra franco-tedesca, Comune di Parigi) che gli eventi di grande rilevanza economica, storica, sociale, politica e culturale (funerali di stato, efferati omicidi, ecc). Con la fondazione a Londra, nel 1869, del \u00abGraphic\u00bb, la rivista di Ingram deve fare i conti con un serio concorrente. Questo nuovo prodotto editoriale si consolida in tutta Europa e si assiste alla nascita di numerose testate a tema, come le francesi \u00abLe Monde Illustr\u00e9\u00bb e \u00abL&#8217;Illustration\u00bb (Parigi) e la tedesca \u00abIllustrirte Zeitung\u00bb (nata nel 1846, da non confondere con la \u00abArbeiter Illustrierte Zeitung \u2013 AIZ\u00bb, periodico del partito comunista tedesco stampato dal 1921 al 1938). In Italia nel 1847 nacque \u00abIl Mondo Illustrato\u00bb (Torino) che rappresentava il primo giornale italiano di grande formato, illustrato con incisioni in legno; esso avr\u00e0 per\u00f2 vita breve in quanto chiuder\u00e0 gi\u00e0 alla fine del 1849. A Milano nel 1864, uscirono sia \u00abL&#8217;Illustrazione Italiana\u00bb (editore Cima) che \u00abL&#8217;Illustrazione Universale\u00bb (editore Sonzogno). La prima chiuse quasi subito, in quanto utilizzava un tipo di incisione di lenta lavorazione e tiratura limitata; anche la seconda non ebbe vita facile in quanto non disponeva di abili incisori. Solo \u00abL&#8217;Illustrazione Italiana\u00bb (Milano), nata nel 1875 su iniziativa di Emilio Treves e con la collaborazione di una fitta rete di laboratori di incisori, ebbe la fortuna di essere pubblicata per diversi decenni. Nacquero e si diffusero riviste illustrate anche aldil\u00e0 dei confini del Vecchio Continente, si tratta di \u00abHarper&#8217;s Weekly\u00bb e \u00abFrank Leslie&#8217;s Illustrated Newspaper\u00bb (New York), \u00abRevista Universal\u00bb (Citt\u00e0 del Messico), \u00abA Illustra\u00e7ao\u00bb (Rio de Janeiro), fino all&#8217;australiana \u00abIllustrated Australian News\u00bb (Melbourne). Tutte pubblicazioni basate sulla presenza delle immagini, che facevano di queste la propria peculiarit\u00e0 nei confronti degli altri giornali e che senza dubbio rappresentano le antesignane dei fotogiornali. La svolta sarebbe avvenuta di l\u00ec a poco. Nel 1869 il \u00abCanadian Illustrated News\u00bb pubblic\u00f2 la prima illustrazione ricavata direttamente da una fotografia, mentre, a partire dagli anni 1880, con l&#8217;invenzione della lastra a mezzatinta fu possibile, finalmente, stampare le fotografie sui giornali utilizzando la stessa macchina necessaria per i caratteri tipografici. La fotografia comincia quindi a fare la propria comparsa sui giornali e, rispetto alle illustrazioni, consente un notevole risparmio di tempo. In quegli anni i disegnatori cominciano a portare con s\u00e9, nei reportages, apparecchi fotografici per\u00a0 se cos\u00ec si pu\u00f2 dire \u00abprendere appunti\u00bb. Numerose fotografie scattate dall&#8217;\u00e9quipe di Mathew Brady servono durante la guerra di Secessione come \u00abmateria prima visuale\u00bb nei laboratori d&#8217;incisione delle maggiori riviste americane. Tutta una serie di procedimenti di stampa fotomeccanici consente di ottenere risultati notevolmente definiti e dettagliati, ma si tratta di operazioni lunghe, costose e spesso pi\u00f9 vicine a produzioni artigianali che a riproduzioni in serie. Negli anni 1890, le incisioni su legno cedono progressivamente il posto ai clich\u00e9s in mezzatinta, tratti da fotografie ma spesso con retino grossolano e quindi poveri di dettagli. In questo periodo di transizione i disegnatori, per raggiungere una maggiore apparenza di realismo, eseguono \u00abistantanee\u00bb e gli incisori si soffermano su particolari e sfumature. Si ottiene una sorta di osmosi che vede le illustrazioni sempre pi\u00f9 vicine all&#8217;immagine fotografica, e fotografie \u2013 spesso molto ritoccate e retinate \u2013 somigliano sempre pi\u00f9 ad incisioni manuali. Nel 1898, lo scoppio della guerra tra Spagna e Stati Uniti segna l&#8217;irruzione nella stampa americana del reportage fotografico. Pagine intere riportano le immagini dei combattimenti a Cuba, scattate da Jonh C. Hemment, James Burton, F. Pagliuchi, William Randolph e James Henry Hare. Proprio quest&#8217;ultimo, prima di documentare il primo conflitto mondiale, fra il 1900 e il 1914 fotografa la guerra contro i Boeri, quella russogiapponese e le rivolte nell&#8217;America Centrale. A partire dal conflitto russo-giapponese del 1904-1905, le sue immagini, largamente riprodotte dalla stampa americana, sono anche vendute a periodici illustrati europei: si fondano cos\u00ec le basi della diffusione internazionale delle immagini fotografiche. La fotografia fornisce la materia prima, un po&#8217; come avviene per le agenzie di stampa nascono nello stesso periodo in cui viene inventata la fotografia, la prima \u00e8 la francese Havas, del 1835 che forniscono i dispacci necessari alla composizione del giornale. La foto \u00e8 una risorsa particolarmente pregiata perch\u00e9 internazionale sin dalla sua realizzazione, insensibile ai confini linguistici che richiedono per i testi scritti una lunga e laboriosa traduzione. Immagini dai fronti di guerra, istantanee di soldati e militari, testimonianze da citt\u00e0 e quartieri degradati, si accompagnavano a veri e propri fotoreportages che, sebbene vincolati alle scelte politiche soprattutto per quanto riguarda vicende militari o editoriali, facevano trasparire l&#8217;identit\u00e0 e la professionalit\u00e0 dei fotogiornalisti. Capacit\u00e0 che andavano ben oltre i ritratti posati fino a quel momento realizzati dalla maggior parte dei fotografi. In Germania, l&#8217;\u00abIllustrirte Zeitung\u00bb pubblic\u00f2 nel numero del 15 marzo 1894 due istantanee raffiguranti le manovre dell&#8217;esercito tedesco, si trattava di stampe tratte da lastre incise a mezzatinta. Inizialmente, comunque, le immagini fotografiche ebbero un ruolo puramente illustrativo. Solo nel 1890 nasce una rivista che ha lo scopo di usare prettamente la fotografia: l&#8217;\u00abIllustrated American\u00bb. Nel suo primo numero, in una nota dell&#8217;editore, si legge: \u00abIl proposito particolare della rivista \u00e8 quello di approfondire le possibilit\u00e0, fino a oggi quasi inesplorate, della fotografia e dei vari procedimenti di riproduzione\u00bb. Nello stesso anno nascono in Germania diverse riviste illustrate che raccolsero molto successo, fra queste la \u00abBerliner Illustrierte\u00bb e la \u00abM\u00fcnchner Illustrierte Presse\u00bb le quali \u00abnel momento di maggiore successo, stampano sia l&#8217;una che l&#8217;altra circa due milioni di copie e sono alla portata di tutte le tasche, giacch\u00e9 un esemplare costa solo 25 pfennig . Alla fine del Diciannovesimo secolo, \u00abParis moderne\u00bb (1896), giornale dall&#8217;impaginazione pi\u00f9 tradizionale rispetto alle nuove riviste illustrate, introduce una concezione del fotogiornalismo che preannuncia i lavori di Salomon, Kert\u00e9sz, Cartier-Bresson (artefice e fautore del momento decisivo). Nell&#8217;editoriale del primo numero il direttore afferma che la rivista nasce \u00abnel momento giusto\u00bb e che, volendo essere \u00abnon un imitatore, ma un innovatore, un pioniere\u00bb egli intende affidare un ruolo di primo piano all&#8217;istantanea e creare cos\u00ec una documentazione inestimabile, \u00abun riflesso straordinariamente realistico della vita in tutte le sue forme\u00bb. A suo giudizio, \u00e8 passato il tempo del \u00abFermo cos\u00ec\u00bb. Compito di un giornale illustrato deve essere quindi quello di \u00abrendere in immagini avvenimenti pieni di vita\u00bb. Purtroppo la rivista chiude dopo pochi mesi di pubblicazioni, ma le intuizioni del suo fondatore, Auguste Deslini\u00e8res, furono decisive per lo sviluppo del fotogiornalismo. Arrivati a questo punto, in cui il rapporto tra fotografia e stampa si fa sempre pi\u00f9 stretto, la foto pu\u00f2 essere considerata un prodotto finito e non pi\u00f9 solo una materia prima, \u00aballa fotografia \u00e8 finalmente aggiunto quanto le mancava per essere veramente un medium, cio\u00e8 un circuito di distribuzione\u00bb. Ancora una volta, sono le innovazioni tecnologiche a segnare il passo. Il Ventesimo secolo si inaugura con la nascita della stampa mediante rotativa di immagini e testi fotograficamente incisi su cilindri. Successivamente perfezionata, questa tecnica consent\u00ec di arrivare pronti all&#8217;importante appuntamento con la prima guerra mondiale. I giornali erano ormai in grado di diffondere immagini d&#8217;attualit\u00e0 con tirature ingenti e qualit\u00e0 soddisfacente. Si da avvio all&#8217;era moderna della stampa illustrata. Si afferma la categoria professionale dei reporter fotografi, i fotogiornalisti come oggi li intendiamo. Inizialmente i quotidiani riservano uno spazio minore alla fotografia, rispetto ai settimanali. Le foto sono in numero limitato sulle pagine e rappresentano solo un corredo della notizia, la carta utilizzata, fra l&#8217;altro, condiziona negativamente la resa delle immagini. I settimanali, invece, stampati su carta pi\u00f9 pregiata, dedicano alla fotografia molto pi\u00f9 spazio, non avendo l&#8217;obbligo della completezza delle notizie, come il quotidiano, selezionano alcune storie, conformi alla linea editoriale della rivista e ritenute interessanti a tal punto da essere diffusamente raccontate. Di questo racconto le immagini (molteplici per ogni servizio) sono prima il corredo e poi, sempre pi\u00f9, l&#8217;ossatura. Testo scritto e fotografie cominciano ad integrarsi e compenetrarsi profondamente. Ogni foto reca una didascalia in cui l&#8217;immagine viene spiegata e interpretata, aggiungendo spesso giudizi e opinioni. Alla vigilia della Grande Guerra, le immagini fotografiche fanno ormai parte dei media, sono al servizio dell&#8217;informazione ma anche della propaganda come vedremo in particolar modo nelle Seconda Guerra Mondiale. Il fotografo di inizio Ventesimo secolo ha raggiunto ormai una consapevolezza matura dei mezzi a propria disposizione e della capacit\u00e0 di raccontare le vicende politiche, storiche e sociali tramite immagini scattate da apparecchi fotografici sempre pi\u00f9 leggeri, maneggevoli ed efficaci. Ci\u00f2 che distingue il fotoreporter da un qualsiasi altro operatore fotografico sta in quella abilit\u00e0, prontezza e temerariet\u00e0 nel saper cogliere istanti di vita vissuta, condensandoli in immagini spesso insolite, ma significative. L&#8217;abilit\u00e0 decisiva sta nel cogliere l&#8217;attimo preciso in cui far scattare l&#8217;otturatore della macchina fotografica per poter catturare quell&#8217;accadimento che solo un secondo dopo potrebbe essere perduto. Il bravo fotoreporter sa che quella deve diventare un&#8217;operazione istintiva, che non pu\u00f2 dar spazio all&#8217;esitazione. Cartier-Bresson dir\u00e0 che fotografare \u00ab\u00e8 mettere sulla stessa linea di mira la testa, l&#8217;occhio e il cuore. \u00c8 un modo di vivere.\u00bb Un esempio emblematico di tale approccio fu l&#8217;episodio che vide coinvolto William Warnecke, fotografo del \u00abWorld\u00bb , quando and\u00f2 a fotografare, nel 1910, il sindaco di New York, William J. Gaynor, che si imbarcava per un viaggio in Europa. Arrivato in ritardo, quando ormai tutti i suoi colleghi erano gi\u00e0 andati via, preg\u00f2 il sindaco di posare per un&#8217;ultima foto. Nell&#8217;esatto istante in cui scattava, un assassino spar\u00f2 due colpi di rivoltella verso Gaynor. Nonostante la confusione generale, Warnecke riusc\u00ec a restare calmo e a fotografare il sindaco che, ferito \u2013 fortunatamente non a morte \u2013 cadeva fra le braccia dei suoi accompagnatori. Alla fine degli anni Venti l&#8217;Europa, che comincia a rialzarsi dopo i gravi disagi provocati dalla Grande Guerra, vede fiorire in maniera decisiva la propria editoria. Sono anni di consolidamento tecnico e rinnovamento culturale. In Germania, in particolare, si pubblicavano pi\u00f9 riviste illustrate che in qualsiasi altro paese del mondo. Il primato statunitense era per il momento superato dall&#8217;esplosione editoriale europea. Nel 1930 la tiratura complessiva delle riviste tedesche era di cinque milioni di copie alla settimana, con un numero di lettori stimabile intorno ai venti milioni di persone. La formidabile diffusione si deve soprattutto ad un fattore di scelta editoriale, supportato ancora una volta dal perfezionamento tecnico, l&#8217;integrazione di testo e fotografie in una nuova forma di comunicazione, per l&#8217;appunto il fotogiornalismo. Le immagini non servivano pi\u00f9 solo da ornamento o contorno come avveniva in origine, ma acquisivano una determinata valenza narrattiva e descrittiva, e sempre pi\u00f9 forte si avvertiva l&#8217;influenza di chi quelle fotografie le aveva cercate, inseguite, scattate. Sono la tenacia e la risolutezza dei fotografi a farla da padrone in questa fase. Newhall scrive che \u00abla fortuna aiuta spesso i fotoreporter, ma le fotografie di attualit\u00e0 che fanno colpo non sono mai accidentali\u00bb. Cos\u00ec \u00e8 avvenuto il 6 maggio1937 quando ventidue fotografi, inviati dai giornali di New York e Philadelphia, hanno avuto l&#8217;occasione di assistere ad una delle sciagure pi\u00f9 importanti della storia: l&#8217;esplosione del dirigibile tedesco Hindenburg. Nei quarantasette secondi che seguirono l&#8217;esplosione prima che il dirigibile si schiantasse per terra, ciascuno dei ventidue fotografi, ha documentato in modo completo la triste sciagura. L&#8217;indomani i giornali hanno potuto riservare pagine su pagine alle foto di quell&#8217;accaduto. Un esempio significativo di quel luogo comune secondo il quale una fotografia vale pi\u00f9 di mille parole. E in effetti la parola in questo caso non avrebbe saputo descrivere l&#8217;evento con la stessa efficacia delle istantanee scattate. Fotoreporter, sempre pi\u00f9 affermati sulla scena internazionale, grazie alla disponibilit\u00e0 di apparecchi via via pi\u00f9 piccoli e sofisticati, dotati di obiettivi luminosi e pellicole veloci, furono in grado di sfruttare i perfezionamenti tecnologici per portare il lettore-osservatore direttamente sulla scena degli avvenimenti, anzich\u00e9 fornendo loro soltanto una documentazione fotografica. Il fotogiornalista \u00e8 testimone dei fatti, perch\u00e9 si trova nel posto dove, e nel momento in cui, questi fatti accadono. Pu\u00f2 considerarsi testimone privilegiato perch\u00e9 riesce a raccontare gli eventi con una forza e un&#8217;immediatezza che raramente le parole possiedono. \u00c8 tale forte carica emozionale presente nei grandi servizi di reportage, che porta il lettore ad essere in qualche modo compartecipe delle vicende fotografate. Il fotoreporter assume una doppia identit\u00e0 nei confronti del pubblico. Prima di tutto rappresenta una proiezione dello sguardo del lettore. Si dir\u00e0 che, la rivista \u00abLife\u00bb ha fatto molto pi\u00f9 che portare la guerra nelle case di tutti gli americani: ha portato gli americani nei luoghi della guerra. In secondo luogo, il fotoreporter \u00e8 complice di quel meccanismo di autoidentificazione innescato da una fotografia che consiste nella realizzazione di un bisogno di partecipazione. L&#8217;idea di essere visti coinvolge non solo l&#8217;autore, ma anche il soggetto che riprende. La parola d&#8217;ordine \u00e8 dunque spettacolarizzazione, il lettore deve essere coinvolto dalle immagini, deve sentirsi spettatore. Dalle anonime cartoline che numerose, e anonime, sono circolate per raccontare la prima guerra mondiale, si passa a foto cariche d&#8217;azione, e di morte. Lo spartiacque \u00e8 segnato dalla guerra civile di Spagna. \u00abPer vedere la vita, per vedere il mondo, essere testimoni dei grandi avvenimenti, osservare il viso dei poveri e i gesti dei superbi; per vedere cose strane: macchine, eserciti, moltitudini, ombre nella giungla; per vedere cose lontane migliaia di chilometri; nascoste dietro muri e all&#8217;interno delle stanze, cose che diventeranno pericolose, donne amate dagli uomini, e tanti bambini; per vedere e avere il piacere di vedere, vedere e stupirsi, vedere e istruirsi\u00bb. Con queste parole Henry Luce presentava il primo numero di \u00abLife\u00bb, comparso negli Stati Uniti il 23 novembre 1936, con una tiratura iniziale di oltre quattrocentomila copie. Il cuore della rivista \u00abLife\u00bb fu senza dubbio rappresentato dalla fotografia, che decret\u00f2 la sua gloria e il suo successo. Si tratt\u00f2 di un favore reciproco, in quanto fu proprio grazie alla rivista che la fotografia raggiunse ogni angolo del mondo, raccontando la vita dagli aspetti pi\u00f9 remoti ai risvolti pi\u00f9 comuni. \u00abLife\u00bb contribu\u00ec a creare il mito del fotoreporter, conferendo alla fotografia il massimo splendore. \u00abLife\u00bb fu la prima rivista pianificata da capo a fondo. Henry Luce intendeva realizzare una rivista \u201cbrillante\u201d in senso lato, su carta patinata e con immagini luminose. Voleva fare una promozione del fotogiornalismo, sempre pronto, come in una squadra vincente, \u00aba comprare dai migliori quello che c&#8217;\u00e8 di meglio\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-jetpack-slideshow aligncenter\" data-autoplay=\"true\" data-delay=\"3\" data-effect=\"fade\"><div class=\"wp-block-jetpack-slideshow_container swiper-container\"><ul class=\"wp-block-jetpack-slideshow_swiper-wrapper swiper-wrapper\"><li class=\"wp-block-jetpack-slideshow_slide swiper-slide\"><figure><img data-recalc-dims=\"1\" fetchpriority=\"high\" decoding=\"async\" width=\"2560\" height=\"1708\" alt=\"\" class=\"wp-block-jetpack-slideshow_image wp-image-1000010734\" data-id=\"1000010734\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2025\/01\/Fermo_mostra_McCurry-2-scaled.jpg?resize=2560%2C1708&#038;ssl=1\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2025\/01\/Fermo_mostra_McCurry-2-scaled.jpg?w=2560&amp;ssl=1 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quattro o cinque fotoreporter titolari, questo consent\u00ec alla rivista di definire il proprio stile ed a i suoi fotografi di essere ricordati come i fautori di uno dei progetti editoriali pi\u00f9 riusciti del Ventesimo secolo. La copertina del primo numero della rivista riportava l&#8217;impressionante fotografia di Margaret Bourke-White che rappresenta la diga di Fort Peck, simbolo di volont\u00e0 e successo. Accanto ad una delle prime donne-fotoreporter \u2013 sicuramente fra le pi\u00f9 importanti \u2013 lavorava una validissima squadra dai grandi nomi. Alfred Eisensteaedt, giunge negli Stati Uniti nel 1935 dopo aver lavorato per diverse riviste europee, ed essersi consacrato grande fotografo grazie al reportage sulla guerra d&#8217;Etiopia. Carl Mydans, proveniente dalla Farm Security Administration che si specializz\u00f2 in problemi dell&#8217;Estremo Oriente. Fritz Goro, proveniente dalla \u00abM\u00fcnchner Illustrierte\u00bb e dedicatosi alla fotografia scientifica. John Phillips che, prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale, gir\u00f2 in lungo e in largo il mondo per seguire avvenimenti di ogni genere. Un nome che la storia ricorda, fra i pi\u00f9 importanti, \u00e8 quello di un altro collaboratore di \u00abLife\u00bb: William Eugene Smith, uno dei pi\u00f9 grandi fotografi di tutti i tempi. Smith, nella sua travagliata vita consacrata alla fotografia, ci ha regalato fra i pi\u00f9 bei reportages che il fotogiornalismo possa annoverare, ne ricordiamo tre in particolare: Country Doctor, Spanish Village e Nurse Midwife. Il primo fu pubblicato nel settembre del 1948, quando Smith era ormai piuttosto famoso per via delle foto di guerra eseguite nel Pacifico meridionale. \u201cVillaggio spagnolo\u201d apparve nel 1951 ed \u00e8 forse il servizio di Smith pi\u00f9 conosciuto, quello che rappresent\u00f2 per molti fotografi un punto di riferimento. Il terzo, pubblicato nel dicembre dello stesso anno, \u00e8 forse il pi\u00f9 bello, \u00abquello che riesce a coniugare mirabilmente le ragioni informative con quelle stilistiche e umane dell&#8217;autore\u00bb . Smith rappresenta per il fotogiornalismo una figura di santo e di martire. \u00abLa forza e la grandezza delle sue immagini, violentemente espressioniste ed estremamente elaborate in fase di stampa, hanno qualcosa di epico\u00bb. La vita di Smith fu caratterizzata da due contraddizioni che Colin Osman definisce \u00abterribili e feconde al tempo stesso\u00bb. Prima di ogni cosa, pretende di essere il solo a decidere delle proprie foto, compresa la pubblicazione. Smith, infatti, non permetteva a nessuno di intervenire sulle immagini che aveva scattato. Egli stesso dir\u00e0: \u00abnon voglio che un qualsiasi difetto di presentazione mi rovini il lavoro. Prima di fotografare cerco di capire, poi fotografo con passione quello che ho voglia di fotografare. Poi esamino i risultati, e il modo di utilizzarli, con metodo impassibile e freddo. Soltanto allora lascio che la passione ritorni\u00bb. Allo stesso tempo, per\u00f2, questo modo di fare, rendeva Smith insopportabile a chi gli stava intorno, ed anche da un punto di vista professionale non furono rari i cambiamenti durante la sua vita. Conoscere il percorso fotografico di questo fotografo ci consente di fare delle riflessioni sull&#8217;etica della fotografia intesa come veritiero racconto di notizie per immagini. I suoi reportages letteralmente \u201criportare\u201d la realt\u00e0 erano giornalismo o erano arte? Lo stesso Smith \u00e8 consapevole del considerevole disaccordo fra l&#8217;obiettivit\u00e0 del fotogiornalista e la soggettivit\u00e0 del grande fotografo \u201ccreatore\u201d di immagini. \u00abSono continuamente lacerato \u2013 dir\u00e0 Smith \u2013 fra l&#8217;atteggiamento del giornalista coscienzioso, che riferisce i fatti, e quello dell&#8217;artista creatore, il quale sa che poesia e verit\u00e0 letterale stanno male insieme\u00bb. Si evidenziano, in maniera decisiva, le contraddizioni del reportage classico. Smith con la sua intransigenza professionale e con il suo stile eroico e drammatizzato, ne rappresenter\u00e0 allo stesso tempo il capolavoro e la fine. Lo stesso vale per Steve McCurry egli racconta narra la societ\u00e0 contemporanea attraverso la fotografia, posso dire che la\u00a0 fotografia \u00e8 questo lo sapevano bene i situazionisti anche se consideravano a ragione che la critica della vita quotidiana non pu\u00f2 essere separata dalla critica dell\u2019arte (o viceversa) a differenza dei surrealisti. Il compito dell\u2019artista \u00e8 quello di delegittimare il pensiero dominante attraverso nuove forme e nuovi contenuti, chiamarsi fuori dalle subordinazioni dell\u2019arte alla politica e denunciare le falsit\u00e0 del potere senza mezzi termini. Non si pu\u00f2 capire la fotografia senza una critica radicale che si ispiri a un progetto di opposizione della societ\u00e0 spettacolare, senza una critica radicale della creativit\u00e0 liberata. Il capitalismo parassitario \u00e8 responsabile della crescita delle disuguaglianze ed \u00e8 la pi\u00f9 seria minaccia per la libert\u00e0. \u201cProprio come i parassiti, la grande forza del capitalismo sta nella straordinaria ingegnosit\u00e0 con la quale esso cerca e scopre specie ospitanti nuove ogni volta che quelle sfruttate in precedenza si estinguono\u201d (Zygmunt Bauman) i crimini di guerra non sono frutto di errori o peccati dei popoli, sono sempre il risultato di saprofagi della finanza, della politica e dei governi\u2026 le chiese monoteiste sono stupendamente tolleranti (almeno quanto il boia di Londra), perdonano tutto, tranne la disobbedienza civile. Se davvero il \u201ccapitalismo parassitario\u201d \u00e8 all\u2019origine di ogni cattivit\u00e0, perch\u00e9 non incitare a demolirlo attraverso forme concrete di disobbedienza civile. I filosofi si sono limitati a interpretare il mondo, ora tocca ai popoli impoveriti e alle giovani generazioni. La concezione di democrazia partecipativa che passa attraverso convegni federali, cooperative, consigli di fabbrica ecc, \u00e8 una forma di opposizione alla sovranit\u00e0 (che proviene dall\u2019alto) sancita dal consenso elettorale, ed \u00e8 una necessit\u00e0 per arrestare il potere coercitivo dello Stato, della Chiesa e della Finanza. Le concentrazioni dei saperi detengono l\u2019imperio dell\u2019immaginario e attraverso i media (cinema, fotografia, televisione, carta stampata, telefonia, internet) educano gli uomini alla sottomissione, alla paura, alla mediocrit\u00e0 violenze, distruzioni, vigliaccherie sono legati alle grandi dichiarazioni dei governi le forze dominanti della societ\u00e0 globale non fanno sconti i carri armati sono il linguaggio primario del potere e i partiti rappresentano gli interessi fondamentali dei potenti solo i popoli falcidiati dalla guerra la piangeranno, perch\u00e9 solo dei massacrati \u00e8 il lutto. La fotografia corrente \u00e8 una forma normale di delirio c\u2019\u00e8 qualcosa di marcio nell\u2019idea di fotografia che circola nei luoghi deputati alla sua mercificazione nell\u2019immaginale fotografico pi\u00f9 consumato, la fattivit\u00e0 e la stupidit\u00e0 sono un\u2019unica cosa una fotografia che lascia il lettore uguale a com\u2019era prima di vederla \u00e8 una fotografia sbagliata. Chi parla di fotografia senza pensare al vissuto quotidiano ha un cadavere in bocca. L\u2019indice storico delle immagini figura, infatti, un\u2019epoca determinata dall\u2019indifferenza o, per alcuni fotografi, un presente che non ha bisogno di infingimenti e diviene strumento di disvelamento del dominio reale. La fotografia cos\u00ec fatta racchiude l\u2019intero esistente, sia in superficie che in profondit\u00e0, e sottende il desiderio di una storia dell\u2019umano tutta da costruire. Per gli antichi greci la bellezza \u00e8 intimamente legata con la giustizia, sono due diverse facce della stessa qualit\u00e0: la virt\u00f9 e l\u2019eccellenza. La bellezza \u00e8 uno stile, la giustizia \u00e8 il florilegio della sua poetica clandestina. Qualsiasi imbecille pu\u00f2 fabbricare una \u201cbuona opera\u201d, ma solo un poeta senza guinzagli pu\u00f2 comprendere e cogliere l\u2019immagine della bellezza e della giustizia come testimonianza eversiva del proprio tempo di nessuna chiesa \u00e8 l\u2019arte liberata da tutte le strutture dello spettacolo mercantile. Ci viene da ridere o sobbalzare quando leggiamo o ascoltiamo (assaliti da conati di vomito), certi fotografi affermare \u201cLa mia arte fotografica\u201d davanti a un tribunale degli angeli sarebbero condannati per insignificanza universale e allontanati dal cielo, come dalla volgarit\u00e0, senza remissione dei peccati! W. Eugene Smith o Henri Carter-Bresson o Diane Arbus si sarebbero lavati la lingua col sapone prima di dispensare tanta stupidit\u00e0! In ogni millantatore coesistono l\u2019idolatra e il portinaio in cerca della deificazione, foss\u2019anche quella dell\u2019entusiasta inchiodato sulla croce del riconoscimento mercatale. Sputeremo sulle vostre tombe! Steve McCurry \u00e8 un grande fotografo, abilissimo nel colore, fermo nell\u2019inquadratura, forte nelle proprie scelte espressive&#8230; le sue immagini per\u00f2 ci sembrano avvolte in una fascinazione quasi sacrale, che difficilmente contiene il letto di pulci dove prende i suoi ritrattati lo sguardo del lettore gode di tanta bellezza espositiva ma la povert\u00e0 pare restare a margine dell\u2019insieme affabulativo. Certo \u00e8 che il suo fare-fotografia \u00e8 stato emulato da intere generazioni di fotoamatori ricompensati di magie, incantamenti, meraviglie del colore di McCurry, ma ad andare a fondo della sua perfezione estetica si resta contaminati pi\u00f9 dal santo bacio della vostra santa bocca (Salomone diceva nel Cantico dei cantici) che dal piacere materiale che ne consegue \u00e8 difficile elogiare una patria o un profeta, quale che sia, quando manca il pane. Di Steve McCurry in Rete si legge: \u00ab\u00c8 un fotoreporter statunitense. Nasce in un sobborgo di Philadelphia (Pennsylvania) il 24 febbraio 1950. Frequenta la High School Marple Newtown nella Contea di Delaware e poi si iscrive alle Penn State University per studiare fotografia e cinema. Si laurea in teatro nel 1974. Inizia ad interessarsi di fotografia e collabora con il quotidiano Today\u2019s Post. Poi parte per l\u2019India come fotografo freelance e l\u00ec dice McCurry \u201cho imparato a guardare e aspettare la vita: Se sai aspettare, le persone si dimenticano della tua macchina fotografica e la loro anima esce allo scoperto\u201d . Una filosofia e teoria della scrittura fotografica della quale diffidiamo, perch\u00e9 \u00e8 dietro il sagrato dell\u2019oggettivit\u00e0 che si sono sempre celati i tenutari delle forche e del plotone d\u2019esecuzione in nome della ragione imposta hanno educato alla soggezione i popoli impoveriti e li hanno gratificati con la pubblicazione colorata (o bianco e nero fa lo stesso) dei loro volti violati in libri, giornali, riviste, televisione, film perfino nella cartellonistica pubblicitaria di profumi, mutande, vestiti griffati, e spesso nel cambio di un premio internazionale si \u00e8 giustificato un crimine contro l\u2019umanit\u00e0. La carriera fotografica di McCurry salta all\u2019attenzione dei media, quando, travestito con abiti tradizionali, attraversa il confine tra il Pakistan e l\u2019Afghanistan territorio controllato dai ribelli, poco prima dell\u2019invasione russa alla maniera di un immortale della fotografia sociale, Roman Vischniac, e della talentuosa allieva di Walter Benjamin, Gis\u00e8le Freund, si cuce nei vestiti i rullini di pellicola e le sue immagini vengono pubblicate nei quotidiani internazionali&#8230; sono le prime fotografie che documentano un conflitto mai finito. C\u2019\u00e8 da dire che le forze armate dei paesi comunisti (si fa per dire) e delle democrazia occidentali, mai hanno gettato una sola bomba nei campi di papaveri afghani&#8230; l\u2019oppio dei popoli non \u00e8 solo la religione, la politica, la finanza&#8230; la droga, si sa, \u00e8 un deterrente importante per i saprofiti del potere e uno strumento di abbrutimento e sconfitta delle turbolenze generazionali (come \u00e8 stato per la soppressione della rivolta libertaria del \u201968). Il papavero \u00e8 anche un fiore. Il suo reportage vince il Robert Capa Gold Medal for Best Photographic Reporting from Abroad, assegnato ai fotografi che si sono distinti per eccezionale coraggio e per le loro imprese. McCurry continua a fotografare i conflitti della modernit\u00e0 (Iraq, Libano, Cambogia, Filippine). pubblica nelle riviste di tutto il mondo e ha grande rilievo nel National Geographic Magazin.diventa membro della Magnum Photo dal 1986. Gli conferiscono riconoscimenti importanti come il Magazine Photographer of the Year della National Press Photographers\u2019 Association&#8230; per quattro anni consecutivi vince il World Press Photo Contest e per due volte l&#8217;Olivier Rebbot Memorial Award. Il successo del fotografo \u00e8 travolgente, anche meritato. McCurry, dicono, \u201csi concentra sulle conseguenze umane della guerra, mostrando non solo quello che la guerra imprime al paesaggio ma, piuttosto, sul volto umano. Egli \u00e8 guidato da una curiosit\u00e0 innata e dal senso di meraviglia circa il mondo e tutti coloro che lo abitano, ed ha una straordinaria capacit\u00e0 di attraversare i confini della lingua e della cultura per catturare storie di esperienza umana. \u00abLa maggior parte delle mie foto dice McCurry \u00e8 radicata nella gente. Cerco il momento in cui si affaccia l&#8217;anima pi\u00f9 genuina, in cui l&#8217;esperienza s&#8217;imprime sul volto di una persona. Cerco di trasmettere ci\u00f2 che pu\u00f2 essere una persona colta in un contesto pi\u00f9 ampio che potremmo chiamare la condizione umana. Voglio trasmettere il senso viscerale della bellezza e della meraviglia che ho trovato di fronte a me, durante i miei viaggi, quando la sorpresa dell&#8217;essere estraneo si mescola alla gioia della familiarit\u00e0\u00bb\u201d. McCurry \u00e8 protagonista un documentario televisivo dal titolo Il volto della condizione umana (2003), realizzato dal pluripremiato regista francese Denis Delestrac. Nel 2013 \u00e8 autore del \u201cprestigioso\u201d calendario Pirelli, fotografa 11 donne impegnate nel sostegno di Fondazioni, organizzazioni non governative e progetti umanitari. I suoi workshop fotografici, della durata di un fine settimana a New York, che si possono estendere a due settimane in Asia, sono molto seguiti. L\u2019eco del suo insegnamento \u00e8 planetario. Per un autore di successo, la cosa peggiore \u00e8 essere compreso. Il fascino indiscreto della fotografia per\u00f2 \u00e8 altra cosa la feticizzazione della fotografia come merce lavora per conto dell\u2019organizzazione dell\u2019immaginario assoggettato e sotto il controllo dei dispensatori dei saperi, il linguaggio di ogni arte designa sempre altro dal vissuto reale. Il linguaggio della critica o \u00e8 la critica dei linguaggi dominanti o \u00e8 poca cosa&#8230; dove c\u2019\u00e8 poesia dell\u2019autentico non c\u2019\u00e8 Stato. Non si tratta di mettere la fotografia al servizio della verit\u00e0, ma piuttosto di mettere la verit\u00e0 al servizio della fotografia. Le immagini sono prigioniere dei linguaggi codificati ed \u00e8 impossibile sbarazzarsi di un mondo in decomposizione senza sbarazzarsi dei linguaggi che lo nascondono o lo garantiscono. Il fatto \u00e8 che ogni linguaggio \u00e8 la dimora del potere e il rifugio della violenza accettata. I linguaggi dell\u2019adulazione, della conciliazione, del cattivo edonismo perfezionano la reificazione di ogni forma di comunicazione e sostituiscono un\u2019idea vera con un\u2019idea falsa. I vocabolari del dissidio non smetteranno di lavorare finch\u00e9 i poeti della bellezza e della giustizia non avranno smesso di usarli e inventare il divenire dell\u2019innocenza. Nella fotografia non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 nulla da leggere, se non l\u2019odore di carogna che si porta dietro. \u201cLa mia fotografia \u00e8 onesta!\u201d diceva il fotoreporter mentre fotografava il bambino morente e l\u2019uccellaccio affamato in attesa di mangiarlo (l\u2019immagine avr\u00e0 poi un prestigioso premio). \u201cPurtroppo le mie fotografie lo sono meno \u201c, forse pensava. Qualche tempo dopo si \u00e8 tolto la vita. Un fotografo di meno. Meglio un bambino vivo. La menzogna della fotografia sacralizzata \u00e8 pura impostura la menzogna, talvolta ha la limpidezza della verit\u00e0 ma troppo spesso viene confusa con la legittimazione del falso contrabbandato come arte. A ciascuno la sua fotografia una volta che un\u2019immagine strappa un pezzo di vita quotidiana all\u2019obl\u00eco, del reale non resta niente se non la sua miseria e la verit\u00e0 sui responsabili della rovina. Stare accanto alla verit\u00e0, cos\u00ec come si \u00e8 vicini alla fotografia, significa entrare a volto scoperto a fianco della povert\u00e0, e poich\u00e9 la fotografia non \u00e8 se non l\u2019assalto al cielo del dominio, non resta che leggerla (anche nelle sue espressioni pi\u00f9 estreme) come superamento dell\u2019arte realizzata. Fotografare il vero, il giusto, il buono \u00e8 forse comunicare, per la prima volta, l\u2019eredit\u00e0 avvelenata del dolore e riprendere il lascito sovversivo dei ribelli senza causa, che non sia quella dell\u2019amore dell\u2019uomo per l\u2019uomo. La sola fotografia che lascia un segno nella storia \u00e8 quella che invita a scoprire le diversi voci della coscienza, quella maltrattata e quella che insorge e chiede il rispetto dei diritti umani. La fotografia della fascinazione di McCurry \u00e8 abbagliante, di una bellezza rilucente&#8230; seduce ma lascia addosso qualcosa di compiuto che \u00e8 sospetto di estetismo&#8230; ha poco a che fare con la filosofia della seduzione di Nietzsche o Baudrillard per il primo la seduzione contiene la magia dell\u2019estremo e coincide con la trasvalutazuone di tutti i valori , per il secondo la seduzione \u00e8 sempre all&#8217;erta, pronta a distruggere ogni ordine divino, foss&#8217;anche quello della produzione o del desiderio . La seduzione fotografica di McCurry s\u2019accorda al romanzo autobio grafico che l\u2019accompagna ed esorta a godere e a far godere, senza procurare danno n\u00e9 a se n\u00e9 ad altri \u00e8 di una forza estetica incline alla pregevolezza e si definisce in rapporto alla costruzione etica che l\u2019autorizza. McCurry \u00e8 sensibile, a tratti commuove anche, l\u2019insieme del suo immaginario a colori \u00e8 una casistica di belle povert\u00e0 e molto altro ancora attraversa inferni reali e riesce in qualche modo a portare una scheggia di dignit\u00e0 nel corpo sociale che tratteggia all\u2019incrocio di sofferenze secolari. Non \u00e8 poco. Il suo armamentario estetico per\u00f2 non sembra essere fornito dell\u2019indignazione necessaria che aderisce al negativo che la abita. La fotografia che ha cessato di resistere si svilisce nei suoi contenuti e sar\u00e0 sostituita da un\u2019altra che resister\u00e0. A noi, va detto, interessa riflettere sulla maestria del colore di McCurry&#8230; a sfogliare le sue immagini pi\u00f9 famose (la ragazza afghana con gli occhi blu, volti di donne, uomini, bambini&#8230; fotografati in uno splendido Kodachrome, restituiscono appieno la gamma cromatica della pellicola e forse nessuno mai \u00e8 riuscito a tanto&#8230; ad andare in profondit\u00e0 delle fotografie ci\u00f2 che pi\u00f9 emerge dalla loro straordinaria compiutezza formale, non \u00e8 il dolore o la gioia di un\u2019epoca, ma lo splendore dei rossi, dei verdi, dei marroni, dei blu, dei neri che operano una trasfigurazione dei soggetti e li depositano nel casellario dell\u2019arte museale che \u00e8 un merito, anche. ma poco riguarda le Istorie emarginate dalle quali parte. Le inquadrature di McCurry sono sapienti, mai liquide, anzi piuttosto elaborate le linee, gli sfondi, la composizione generale non \u00e8 esente da un certa mistica dell\u2019immagine bella, e palazzi bombardati, navi arenate sulla spiaggia, morti e carri armati che si stagliano su fondali di guerra includono forse vittime e carnefici, ma basta vedere un affresco di Paolo Uccello per comprendere le atrocit\u00e0 di un conflitto e gli esecutori della barbarie. Una ragazza sfigurata, un bambino che abbraccia il fucile, rottamatori di navi, danzatori indiani affogati nella tinta rossa, donne velate di nero vestite stupendamente presi nell\u2019ascesi di una edificazione dell\u2019arte figurativa, esaltano il gesto virtuoso e i soggetti si trascolorano in maschere e non metafore del mondo degli oppressi. Lo sguardo di McCurry \u00e8 elegante, \u00e8 vero, mai severo con i fotografati&#8230; anche appassionato della materia che tratta&#8230; ma nella fotografia (e dappertutto) tra il significante e il significato, bisogna mettere il primo al servizio del secondo. L\u2019esistenza del vero \u00e8 subordinata a quella del senso che gli corrisponde. Nulla mai al di sopra o al di sotto delle schegge di verit\u00e0 che non siano egualitarie. L\u2019eccezione affascina, la differenza include il bastone che la produce. La fotografia della fascinazione di McCurry \u00e8 generosa di ammiccamenti, giustapposizioni, quadrature formali ma il sublime fuoriesce da chi pratica il dissidio e la sovranit\u00e0, la sfida e l\u2019ironia, lo stile e la seduzione con tutta la regalit\u00e0 di chi pratica l\u2019arte di dispiacere: \u201cIo non concepisco forza senza eleganza, volont\u00e0 senza tripudio o determinazione senza attenzione per una pienezza estetica. L\u2019artista \u00e8 una figura che mi riposa nel filosofo quando quest\u2019ultimo \u00e8 divenuto una caricatura di se stesso\u201d (Michel Onfray) . La fotografia ascetica sa di polvere, e molto spesso non \u00e8 altro che l\u2019arte di sistemare i resti o i vecchi avanzi lasciati dalle religioni, dai partiti, dai saperi, all\u2019utilitarismo della societ\u00e0 mercantista. Qualsiasi fotografo sa indicare la via verso il sublime ma laddove non c\u2019\u00e8 volont\u00e0 di rottura col modello di societ\u00e0 esistente, non c\u2019\u00e8 via. Pi\u00f9 vedo gli sforzi compiuti da critici, storici, galleristi, mecenati, fotografi per elevare la cultura fotografica al rango di arte per tutti pi\u00f9 sono convinto che il mio amico finito in manicomio per aver sputato contro la Madonna in processione, aveva ragione: \u201cVale solo la rivolta, il resto \u00e8 menzogna\u201d. Ossequiosit\u00e0, servilismo, cupidigia, provocati dalla politica consumerista e dalle bassezze elettorali sono i legacci dei privilegiati, e l\u2019unico modo per distruggere questo stato di cose \u00e8 la diserzione o la resistenza sociale. Insegnare agli uomini a non pi\u00f9 guardare ma a vedere, \u00e8 sempre stato pericoloso. Se si cominciasse col sopprimere tutti quelli che stanno aggrappati agli scranni del dominio come ratti su cumuli di spazzatura, si potrebbe intravedere la seduzione composta della societ\u00e0 di armonia (sognata da Charles Fourier), dove anche i cani randagi hanno una qualche importanza nella dismisura delle passioni liberate e l\u2019Utopia della felicit\u00e0 umana che verr\u00e0 diventa storia . Le verit\u00e0 ultime si dicono sulla soglia del vero che si trascina irreversibilmente all\u2019interno della bellezza che si morde (e c\u2019impara a vivere e morire insieme alla leggibilit\u00e0 e illeggibilit\u00e0 di fotografare ci\u00f2 che non si valuta in base ai suoi successi, ma alla resistenza sociale). Dare su qualsiasi cosa, compresa la disperazione, giudizi irreconciliabili contro i possessori d\u2019illusioni, \u00e8 l\u2019unica maniera di non tradire la fame degli impoveriti. Se mi chiedessero qual \u00e8, di tutti i misteri, quel che resta pi\u00f9 difficile a conoscere, risponderei senza esitare, la fotografia in amore verso gli ultimi la fotografia pensa e invita a pensare intorno a se stessa un\u2019immagine \u00e8 centro di un evento o \u00e8 solo banalit\u00e0 patinata il cuore profondo della fotografia \u00e8 nella vita trasfigurata che desidera raggiungere ci\u00f2 che gli manca. Ci\u00f2 che non uccide la fotografia, la fortifica. La mostra racconta storie di gioia, resilienza, famiglia e amicizia, immortalate con empatia e rispetto. Tra le immagini pi\u00f9 iconiche spicca quella della\u00a0piccola afghana ritratta in un campo profughi nel 1984, diventata un simbolo universale delle sofferenze inflitte dalla guerra. Questo scatto precede di anni la stesura della Carta dei Diritti dei Bambini, approvata dalle Nazioni Unite nel 1990, e continua a testimoniare l\u2019urgenza di tutelare l\u2019infanzia in tutto il mondo. In questo scenario globale, McCurry vuole anche sensibilizzare il pubblico sul tema dello sfruttamento infantile. Nei suoi viaggi, soprattutto in Asia, ha documentato le vite di molti bambini costretti a lavorare quando dovrebbero giocare o frequentare la scuola. \u201c<em>La visione dell\u2019infanzia di McCurry \u00e8 varia e diversificata, proprio come lo sono i bambini nel mondo. Eppure, ovunque si posi il suo obiettivo, emerge un messaggio chiaro:\u00a0finch\u00e9 ci sono bambini, c\u2019\u00e8 speranza<\/em>\u201d, afferma Owen Edwards, critico fotografico. Attraverso le sue immagini, McCurry cattura l\u2019eterna resilienza dei bambini, la loro capacit\u00e0 di trovare gioia anche nelle situazioni pi\u00f9 difficili. Un esempio \u00e8 lo scatto dei bambini che giocano su un carro armato arrugginito, trasformando uno strumento di morte in un giocattolo, oppure quello in cui giocano con delle ruote sotto antichi esemplari di baobab in Madagascar, venerati per la loro et\u00e0 e la capacit\u00e0 di immagazzinare acqua durante i periodi di siccit\u00e0. Il loro \u00e8 un modo di divertirsi semplice e accessibile, seppur in un contesto con risorse sempre pi\u00f9 limitate. Lo stile di vita dei bambini, specialmente nel sud del mondo, \u00e8 infatti minacciato anche dal cambiamento climatico, che troppo spesso impedisce loro di avere condizioni di vita sostenibili. Ma i bambini, come sappiamo, sono sempre in grado di approcciarsi ai contesti pi\u00f9 anomali con estrema creativit\u00e0. \u201c<em>Non c\u2019\u00e8 ideologia o filosofia alla base del loro gesto: solo il desiderio di gioco e leggerezza<\/em>\u00ab, prosegue Edwards. Grazie alla sua capacit\u00e0 narrativa, ogni fotografia diventa una\u00a0finestra sulla vita\u00a0dei soggetti, capace di trasmettere autenticit\u00e0, spensieratezza e purezza. La mostra si apre con una serie di ritratti intensi e si snoda attraverso immagini che alternano guerra e poesia, sofferenza e gioia, stupore e ironia. Steve McCurry, uno dei pi\u00f9 grandi maestri della fotografia contemporanea, \u00e8 una figura iconica capace di raccontare il nostro tempo con profondit\u00e0 e poesia. La mostra \u00e8 un viaggio nei ricordi della nostra stessa infanzia, una riflessione profonda sulle responsabilit\u00e0 di ciascuno verso le nuove generazioni. In ogni scatto ritroviamo un invito a costruire un futuro pi\u00f9 giusto, consapevoli che il cambiamento inizia dalle azioni del presente.<\/p>\n\n\n\n<p>Palazzo dei Priori di Fermo<\/p>\n\n\n\n<p>Steve McCurry. Children<\/p>\n\n\n\n<p>dal 20 Dicembre 2024 al 4 Maggio 2025<\/p>\n\n\n\n<p>dal Marted\u00ec al Venerd\u00ec dalle ore 10.30 alle ore 13.00 e dalle ore 15.00 alle ore 18.00<\/p>\n\n\n\n<p>Sabato e Domenica dalle ore 10.30 alle ore 13.00 e dalle ore 15,00 alle ore 19.00<\/p>\n\n\n\n<p>Luned\u00ec Chiuso&nbsp;&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Foto Allestimento Mostra Steve McCurry. Children courtesy Palazzo dei Priori di Fermo<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Giovanni Cardone Fino al 4 Maggio 2025 si potr\u00e0 ammirare al Palazzo dei Priori di Fermo la mostra dedicata a Steve McCurry\u00a0 Children ideata e curata di Biba Giacchetti. L\u2019esposizione \u00e8 promossa dal Comune di Fermo con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Fermo, in collaborazione con Orion57, partner Mus-e del Fermano. 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