{"id":1000010614,"date":"2024-12-28T10:25:01","date_gmt":"2024-12-28T13:25:01","guid":{"rendered":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000010614"},"modified":"2024-12-28T10:25:03","modified_gmt":"2024-12-28T13:25:03","slug":"a-senigallia-una-mostra-dedicata-a-mario-giacomelli-tra-i-piu-grandi-maestri-della-fotografia-italiana-del-novecento","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000010614","title":{"rendered":"A Senigallia una mostra dedicata a Mario Giacomelli tra i pi\u00f9 Grandi Maestri della Fotografia Italiana del Novecento"},"content":{"rendered":"\n<p><strong>Giovanni Cardone<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Fino al 6&nbsp; Aprile 2025 si potr\u00e0 ammirare a Palazzo del Duca Senigallia &#8211; Ancona &nbsp;la mostra dedicata a Mario Giacomelli La Camera Oscura di Giacomelli a cura di Katiuscia Biondi Giacomelli. L\u2019esposizione ricade nell\u2019ambito delle celebrazioni per il centenario della nascita dell\u2019artista che prenderanno il via nel 2025. Si possono ammirare nella parte riqualificata dell\u2019edificio monumentale&nbsp; circa cento fotografie accuratamente selezionate e allestite in maniera permanente in collaborazione con gli Archivi Giacomelli. L\u2019esposizione \u00e8 stata realizzata nell\u2019ambito del progetto Senigallia Citt\u00e0 della Fotografia promosso dalla Regione Marche ed \u00e8 stata organizzata dal Comune di Senigallia e dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi. Fulcro della mostra \u00e8 la camera oscura, spazio alchemico in cui Giacomelli trasformava la materia del reale in visioni straordinarie. Tra gli oggetti esposti figurano la sua macchina fotografica Kobell, provini di stampa, appunti manoscritti e strumenti che raccontano la peculiarit\u00e0 di un processo di lavro in cui tecnica, immaginazione e intuizione trovavano declinazioni sempre intense. A orientare il percorso, l\u2019installazione multimediale&nbsp;<em>Sotto la pelle del reale<\/em>, che riporta la voce dello stesso Giacomelli, tratta da un\u2019intervista del 2000, intrecciandosi con immagini in movimento e frammenti scritti. In una mia ricerca storiografica e scientifica sulla figura di Mario Giacomelli apro il mio saggio dicendo: Dato che tradurre non significa dire la stessa cosa in un\u2019altra lingua, prendiamo la definizione che ne d\u00e0 Eugene A. Nida: \u00abLa traduzione consiste nel riprodurre nel linguaggio del ricevente l\u2019equivalente naturale pi\u00f9 vicino al messaggio nel linguaggio di partenza\u00bb. Trovo questa definizione molto appropriata, in quanto si adatta perfettamente alle tre forme di traduzione individuate da Roman Jakobson, e pone l\u2019accento sulla ricerca dell\u2019equivalente naturale pi\u00f9 vicino al messaggio di partenza. \u00c8 proprio sul concetto di questa equivalenza che si \u00e8 concentrata la mia ricerca, cercando di indagarne i diversi parametri e accezioni. I tipi di traduzione individuati da Roman Jakobson, alle quali ho accennato sopra, sono quelle a cui faccio riferimento nella mia ricerca. In particolare Jakobson ne ha individuate tre:1) la traduzione endolinguistica o riformulazione che consiste nell\u2019interpretazione dei segni linguistici per mezzo di altri segni della stessa lingua; 2) la traduzione interlinguistica o traduzione propriamente detta [che] consiste nell\u2019interpretazione dei segni linguistici per mezzo di un\u2019altra lingua; 3) la traduzione intersemiotica o trasmutazione che consiste nell\u2019interpretazione dei segni linguistici per mezzo di sistemi di segni non linguistici. Amplierei la definizione di traduzione intersemiotica dicendo che essa consiste nell\u2019interpretazione di segni per mezzo di sistemi di segni differenti. Infatti la trasmutazione non comprende solo la traduzione da testi linguistici, ma quest\u2019ultimo potrebbe essere il testo di arrivo, o addirittura, i due testi in causa potrebbero non essere linguistici entrambi, come nel caso del creare una musica partendo da un quadro. Inoltre aggiunge Umberto Eco, \u00abnel processo di interpretazione si passa non solo da un sistema semiotico all\u2019altro, come avviene nella traduzione interlinguistica, con tutti i mutamenti di sostanza che essa comporta, ma da un continuum o materia, all\u2019altro\u00bb . Umberto Eco preferisce essere cauto con la terminologia ed evitare il termine traduzione, preferendo espressioni come trasmutazione o adattamento. \u00c8 probabilmente l\u2019enorme differenza tra il testo di partenza e quello di arrivo a creare delle perplessit\u00e0. Nella mia ricerca ho considerato la trasmutazione una traduzione a tutti gli effetti, analizzandone i meccanismi in relazione a quelli della traduzione propriamente detta. In particolare mi sono soffermata sui concetti di fedelt\u00e0 e negoziazione, che sono alla base della traduzione. In primo luogo ci si scontra con la questione della fedelt\u00e0: una traduzione cerca di essere il pi\u00f9 fedele possibile al testo di partenza; poi interviene la negoziazione: il meccanismo chiave della traduzione intersemiotica.\u00abIl vero limite della traduzione starebbe nella diversit\u00e0 delle materie dell\u2019espressione\u00bb, cos\u00ec ci mette in guardia Paolo Fabbri. Infatti anche nella traduzione interlinguistica, nonostante la materia sia la stessa, ci si ritrova ad affrontare tematiche legate all\u2019equivalenza. Ci sono scuole di pensiero che sostengono una traduzione attenta al testo di partenza o source oriented ed altre che sostengono una traduzione attenta al testo di arrivo o target oriented. Affrontando una traduzione intersemiotica, bisogner\u00e0 effettuare necessariamente una traduzione target oriented, dove l\u2019attenzione non sar\u00e0 da rivolgere solo al testo e alla cultura di arrivo, ma soprattutto alla materia del linguaggio di arrivo. L\u2019equivalenza tra i due testi difficilmente sar\u00e0 assoluta, ci sono casi in cui i due testi si equivalgono ed esiste reversibilit\u00e0, come nella traduzione di frasi molto semplici tipo Mary loves Tony, o come succede con le icone e i simboli, ma sar\u00e0 praticamente impossibile riscrivere lo stesso romanzo da cui \u00e8 tratto un film partendo dal film. L\u2019ostacolo consiste, appunto, nel mutamento di materia. Come abbiamo visto dalla precedente citazione di Nicola Dusi, nella traduzione ricerchiamo l\u2019equivalente naturale pi\u00f9 vicino al messaggio nel linguaggio di partenza. Raggiungere un\u2019equivalenza assoluta risulta quindi impossibile, soprattutto nella traduzione intersemiotica. Per meglio comprendere come gestire le equivalenze tra due testi, vorrei introdurre i concetti di adeguatezza e accettabilit\u00e0 teorizzati da Christiane Nord, che meglio si adattano alla traduzione intersemiotica, e al passaggio da una materia all\u2019altra. L\u2019adeguatezza si riferisce al testo di partenza ed \u00e8 un \u00abconcetto dinamico, legato al processo dell\u2019intera azione traduttiva, e si riferisce alle istruzioni e ai compiti fissati preliminarmente dalla traduzione, grazie ai quali si opera una selezione delle caratteristiche del testo di partenza considerate appropriate allo scopo comunicativo\u00bb . Questa operazione consente di individuare i livelli di trasposizione pertinenti da prendere in considerazione per tradurre ad esempio un romanzo in un film. Adeguatezza significa quindi che la traduzione si debba dimostrare adeguata alle esigenze del testo fonte. Invece l\u2019accettabilit\u00e0 si riferisce al testo e alla cultura di arrivo, la traduzione dovr\u00e0 quindi essere accettabile per chi recepir\u00e0 il testo. Nella traduzione intersemiotica, l\u2019accettabilit\u00e0 ha a che fare, pi\u00f9 che con la cultura di arrivo, con il confronto con una materia completamente diversa. I livelli selezionati del testo di partenza secondo princ\u00ecpi di adeguatezza, devono quindi scontrarsi con la materia del sistema semiotico di arrivo e prendere una nuova forma accettabile per il nuovo linguaggio. Il risultato sar\u00e0 sempre diverso da quello del testo source, e \u00abil traduttore produrr\u00e0 sempre un altro tipo di informazione, in un\u2019altra forma\u00bb. Come ho gi\u00e0 accennato precedentemente la stratificazione del testo e a un\u2019analisi atta a individuare diversi livelli in un testo da tradurre. L\u2019individuazione dei livelli non \u00e8 ben definita e sempre uguale, ma si pu\u00f2 comunque cercare di delinearne un quadro. Una prima divisione potrebbe essere quella tra forma e contenuto, dove per forma intendiamo la forma dell\u2019espressione, e per contenuto intendiamo ci\u00f2 che viene raccontato. Il livello pi\u00f9 evidente all\u2019interno del contenuto \u00e8 la trama, che a sua volta pu\u00f2 essere considerata come intreccio o venire semplificata in fabula. Ma oltre alla trama un testo spesso racconta altro, ci sono dei valori che possono emergere, come valori ideologici, fenomeni storici o problemi filosofici, questi dovranno essere individuati di volta in volta dal traduttore. Un testo contiene inoltre diversi tipi di informazioni, i quali, potrebbero essere trattati diversamente in una trasposizione in base alle affinit\u00e0 con la materia del sistema semiotico di arrivo. Ci sono ad esempio elementi descrittivi, azioni, dialoghi, elementi sonori ed elementi psicologici (come pensieri e considerazioni). Se dovessimo tradurre un racconto in fotografie, dovremmo quasi sicuramente scartare i dialoghi e gli elementi sonori, anche se \u00e8 sempre possibile trovare un modo per creare un\u2019equivalenza. Anche a livello di forma si potranno individuare per ogni testo diversi livelli, per esempio la metrica della poesia pu\u00f2 essere considerata come un ripetersi di equivalenze, in quest\u2019ottica si potrebbe ideare un sistema, nel linguaggio del testo di arrivo, per riproporre questa ripetizione. Anche lo stile pu\u00f2 essere un livello da tenere presente per la traduzione, ad esempio i romanzi di Jane Austin vengono trasposti in film che riprendono nello stile una narrazione pi\u00f9 classica, mentre un film come Trainspotting tratto dal romanzo di Irvine Welsh utilizza uno stile pi\u00f9 crudo e moderno. Nella traduzione intersemiotica si tratta quindi di identificare quali livelli considerare pertinenti per la trasposizione. \u00c8 quindi l\u2019atto interpretativo ci\u00f2 che sta alla base della traduzione, e che focalizzandosi sulle differenze pi\u00f9 che sulle equivalenze fa apparire la traduzione una manipolazione. Essendo la traduzione un atto di comunicazione interculturale, \u00e8 normale che porti con s\u00e9 le tracce di questo lavoro interpretativo. Ma manipolazione si riferisce anche, secondo Eco, agli stravolgimenti che avvengono nel passaggio da un sistema semiotico all\u2019altro, dove a volte quello che ritroviamo nella trasposizione non \u00e8 l\u2019intenzione del testo originale. Il testo di arrivo costituito di nuova materia viene manipolato attraverso un lavoro di interpretazione, che deve poi incontrarsi con la negoziazione e la creazione di un sistema di equivalenze relative. Tutto questo porta a risultati nuovi e anche inaspettati, che pongono degli interrogativi sulla fedelt\u00e0 al testo fonte . E quello che ha fatto Mario Giacomelli artista sensibilissimo e tormentato, Giacomelli considera la fotografia un suo personale modo di narrare la vita la natura, per cui fotografa con il suo sofferto bianco e nero i paesaggi marchigiani che raccoglie in Storie di terra e Presa di coscienza sulla natura (1954-2000). Per arrivare all\u2019ultimo drammatico racconto Questo ricordo lo vorrei raccontare (1999-2000), quando l\u2019autore riesce a tradurre in intensa e drammatica rappresentazione la sua stessa malattia; in queste immagini si legge una struggente volont\u00e0 di lasciare un traccia del proprio passaggio sulla terra in un\u2019ennesima sfida con la morte con la quale si era confrontato a lungo nel corso della sua esistenza e in tanta parte della sua produzione artistica. Questo straordinario maestro dell\u2019immagine ha mostrato, anche in questa occasione e fino all\u2019ultimo soffio di vita, una fede assoluta nel suo lavoro, continuando con determinato puntiglio a rappresentare il suo mondo poetico con questo tenerissimo racconto autobiografico, dove il \u201craccontare\u201d nasce dalla consapevolezza che il futuro \u00e8 diventato uno stretto sentiero da percorrere con il desiderio di sopravvivere a se stesso, che bisogna condensare l\u2019ultimo brandello di vita in una sequenza di immagini animate da ombre e simboli, da maschere grottesche e animali fantastici: siamo di fronte allo struggente addio al mondo da parte di un Maestro che affida al suo ormai fragile respiro la volont\u00e0 di \u201carchitettare un racconto come intuizione futura nel silenzioso fiume. Giacomelli si \u00e8 affermato come un originale narratore che ha saputo trarre ispirazione da alcuni testi poetici che sono stati capaci di suscitare in lui particolari sensazioni e stimoli creativi: \u201cSoltanto un nobile poeta dal puro sentimento ha detto Giuliana Scim\u00e8 riesce a coniugare in armonia le parole, il loro significato con la trasposizione in fotografie evocative di pensieri e non di eventi. Mario Giacomelli \u00e8 uno dei pochissimi che tenti questo ardito miracolo il suo racconto visivo \u00e8 un\u2019opera autonoma che \u00e8 stata stimolata da un\u2019altra opera, interpretazione personale che svela, a noi sordi e ciechi, il mistero dei dialoghi con l\u2019immaginario\u201d. Il fotografo marchigiano \u00e8 un autore difficilmente classificabile secondo scuole e generi fotografici, in quanto pi\u00f9 che alla perfezione tecnica egli punta al risultato narrativo, che riflette una \u201cvoglia\u201d di raccontare fortemente legata e motivata al proprio mondo interiore in un continuo e singolare raffronto con la poesia. Infatti Giacomelli riesce ad entrare nello spirito pi\u00f9 profondo di testo poetico non per diventare un \u201cillustratore di versi\u201d, ma per essere un autore che si esprime attraverso le immagini, seguendo il filo di emozioni, sensazioni, sentimenti, ricordi e riflessioni, che una poesia ha fatto nascere in lui: \u201cGuardando le cose che ho fatto egli dice mi accorgo che i miei lavori non hanno valore come bella immagine ma, se hanno qualcosa, \u00e8 quella che io ho cercato di dare. In queste foto rimane la traccia dell\u2019intervento, nelle poesie e nei racconti, che mi porta fuori dal quotidiano, dal contatto traumatico coll\u2019esistenza. cio\u00e8 mi servo di qualcosa di reale che per\u00f2 e, in un certo senso, fuori dal quotidiano. Mi piace passare dentro quello che accade, dentro il racconto dentro la realt\u00e0, con tutte le emozioni che pu\u00f2 provare un uomo, cercando prima dentro se stesso\u201d. Giacomelli ha lavorato per tutta la vita su alcuni testi poetici con una straordinaria coerenza come se stesse riscrivendo in continuazione lo stesso racconto fotografico, nel quale confluisce, pur con modulazioni e contenuti diversi, una materia in costante ebollizione che comporta anche una evoluzione umana e artistica. Nel corso del suo lungo percorso di ricerca egli ha aggiunto e ha tolto immagini in continuazione; ha mescolato fotografie fatte in epoche e in occasioni diverse; ha accostato o sovrapposto fotogrammi in cui la realt\u00e0 \u00e8 chiaramente leggibile con altri segnati da una forte astrazione. In tutte queste operazioni (e qui sta la sua coerenza stilistica) si avverte il suo personalissimo intervento nella particolarit\u00e0 e nel \u201ctaglio\u201d dell\u2019inquadratura, nella manipolazione del negativo o della stampa, perch\u00e9 chiuso nel suo laboratorio egli \u00e8 solo preoccupato di tradurre in una immagine fotografica quella immagine mentale che i versi di un poeta avevano fatto nascere a livello interiore, tanto che egli pu\u00f2 affermare: \u201cLe mie non vogliono essere solo fotografie\u2026io non faccio il fotografo, non so farlo\u2026Sono uno che cerca dei godimenti \u2013 ma non solo per se stesso \u2013 perch\u00e9 in ogni caso rendo consapevoli anche gli altri\u2026ho bisogno degli altri, perch\u00e9 voglio che l\u2019immagine non finisca con me, ma continui a vivere con gli altri\u201d. Secondo Giacomelli i suoi racconti \u201cvivono delle forze inconsce. Gli oggetti sono segnati dal passato e da una nuova realt\u00e0 portata in luce come esperimento di libert\u00e0 sentita, come creativit\u00e0 che lievita, nel suo silenzio. Analizzo i pensieri per tramutarli nella forma a misura d\u2019uomo, dove l\u2019uomo non \u00e8 determinato dal mondo circostante, ma \u00e8 il centro, il creatore di ogni libert\u00e0. Non il suo mondo esterno, ma la creativit\u00e0, la libert\u00e0, il guardare sotto la pelle delle cose ribaltando le emozioni in immagini sulla superficie della pellicola. E\u2019 ci\u00f2 che mi interessa. La realizzazione figurativa \u00e8 una cosa mentale, \u00e8 lo spirito che crede nella genialit\u00e0 della forma; che silenziosamente fonde presente e passato, realt\u00e0 e ricordo, in un unico blocco mentale che \u00e8 il linguaggio. Nasce cos\u00ec la reinvenzione come elemento di costruzione, come spostamento fantastico di una realt\u00e0 vissuta, dove l\u2019intensit\u00e0 del pensiero di nuovo crea e trattiene quel silenzio che produce il tracciato del \u201cRacconto\u201d. Il \u201cRacconto\u201d segue le vie che l\u2019interiorit\u00e0 ha disposto in un continuo di segni, di simboli e significati che slittano progressivamente nell\u2019indicibile; all\u2019incrocio del tempo che si impregna con quello dello spazio. Il passato diventa presente, produce ulteriori ricordi tradotti in domande senza risposte, come oggetto di discussione per i periodi silenziosi della mia anima. Mi accorgo di contraddirmi in continuazione, ma questo sono io, queste sono le mie immagini, perch\u00e9 tutto \u00e8 solo impronta di quell\u2019attimo fuggitivo e di quelle sensazioni interiori che io non so spiegare. In fondo io sono un \u201crealista\u201d, a me interessa la realt\u00e0, il rapporto tra l\u2019essere umano e l\u2019essere umano, il mistero, del tempo, dell\u2019anima, il ricordo delle cose che mi hanno sconvolto\u201d. Sulla base di queste convinzioni una eccezionale serie di racconti poetici ha inizio con A Silvia di Giacomo Leopardi, a cui Giacomelli lavora dal 1964 al 1987, componendo e scomponendo le varie sequenze fotografiche, con eliminazioni e sostituzioni che gli consentono d\u2019impadronirsi della poesia leopardiana con un\u2019adesione interiore che deriva dalla comune rivisitazione delle memorie, dalla meditazione sul presente e sul destino ultimo dell\u2019uomo, dal rapporto amore -morte &#8211; giovinezza -speranza &#8211; sofferenza &#8211; aspirazione alla felicit\u00e0 &#8211; crollo delle illusioni di fronte al duro impatto con la realt\u00e0. Fra tutte le figure femminili di matrice leopardiana Giacomelli sceglie Silvia, che incarna il tramonto delle speranze, delle gioie delle attese giovanili, l\u2019inganno delle illusioni, che rappresenta la vittima sacrificale della \u201cNatura matrigna\u201d. Il racconto si apre con una meravigliosa immagine della luna, l\u2019astro pi\u00f9 amato dal poeta recanatese che riveste di luce astrale il paesaggio marchigiano. Cos\u00ec anche per Giacomelli questa \u201cdiletta luna\u201d diventa la protagonista che apre la strada al \u201crimembrar della passate cose\u201d, che ci introduce all\u2019interno del \u201cpaterno ostello\u201d e pi\u00f9 precisamente in quella austera biblioteca dove si consuma il \u201ctempo giovanile\u201d del poeta impegnato negli \u201cstudi leggiadri\u201d e sopra le \u201csudate carte\u201d sui cui egli \u201cspendea la miglior parte\u201d della sua giovinezza. Ecco allora emergere dalle ombre del passato un volto femminile che appare come deformato dallo specchio della memoria, ma questi contorni indefiniti assumono via via i lineamenti di una giovane donna che ci fissa con i suoi limpidi occhi: il fantasma di Silvia si materializza, diventa realt\u00e0, entra in una dimensione temporale del presente, dove passato e futuro sono come sospesi per lasciare il posto a questa fanciulla che guarda la vita \u201clieta e pensosa\u201d. In quello sguardo c\u2019\u00e8 tuttavia l\u2019oscuro presentimento di un tragico destino che incombe, un senso di solitudine e predestinazione: scompaiono le immagini del gioco, dell\u2019amore e della spensieratezza giovanile e Silvia, \u201cda chiuso morbo combattuta e vita\u201d, si prepara a dire addio al mondo. Si sta consumando un dramma, a cui fa eco la chiusa finestra del poeta che sembra imprigionare il cielo in un ultimo anelito di speranza. Ma la Natura \u00e8 pronta ad imporre la sua inesorabile legge, mentre le finestre della casa di Silvia sembrano trasudare come ferite sulla nuda parete dell\u2019arido \u201cvero\u201d. La stessa morte fa la sua silenziosa apparizione in una tragica reinterpretazione del carnevale cos\u00ec accade in diversi racconti giacomelliani; quindi un cancello, soffocato dagli arbusti, annuncia il luogo dove si consuma \u201cla sorte delle umane genti\u201d e dinanzi ad esso sostano le ombre di un\u2019umanit\u00e0 congelata di fronte a un invalicabile mistero, mentre nel cielo nere nubi sembrano voler imprigionare il sole e togliere un ultimo residuo di speranza, ma questa ultima immagine pu\u00f2 anche essere letta nel segno della \u201cl\u2019ambiguit\u00e0\u201d giacomelliana: quel prorompere violento dei raggi solari al di l\u00e0 del velario di nubi significa la fine di tutto o l\u2019inizio di una nuova vita? Il primo \u00e8 Eugenio Montale, del quale sceglie un testo particolarmente complesso come Felicit\u00e0 raggiunta, si cammina con il dichiarato proposito di compiere un personale viaggio dalla luce al dolore, dalla realt\u00e0 della morte alla speranza. Come protagonista di questa avventura dello spirito egli sceglie un bambino che sia in grado di ricondurlo alle radici stesse della sua memoria personale e della sua storia. Vediamo pertanto questo Fanciullo-Ulisse attraversare l\u2019esistenza umana alla ricerca dei significati primi della condizione umana, senza tuttavia tralasciare di addentrarsi negli universi paralleli della natura e del mondo animale. E\u2019 lecito chiedersi come sia possibile esprimere tutto questo usando il solo mezzo della fotografia ed \u00e8 sufficiente rispondere che Giacomelli \u00e8 uno straordinario poeta dell\u2019immagine che s\u2019interroga con la complessit\u00e0 del filosofo, ma che sa esprimersi con la stupefatta fantasia di un bambino, capace di porsi di fronte allo spettacolo della vita per riportare in superficie con \u201cspudorata\u201d innocenza quel fanciullo che giace addormentato in ciascuno di noi. Nello stesso tempo Giacomelli \u00e8 un \u201cnarratore\u201d che non sconfina mai nel banale, poich\u00e9 \u00e8 capace di concepire e costruire un racconto estremamente complesso, riuscendo attraverso l\u2019uso di segni e simboli figurativi o astratti ad esprimere \u201cl\u2019indicibile\u201d della poesia montaliana che nelle sue mani diventa una poesia dello sguardo, un viaggio dello spirito che non si limita ad esplorare la poesia prescelta, ma l\u2019intero universo poetico di Ossi di seppia, superando i limiti del reale per addentrarsi su di un sentiero che conduce all\u2019interno di un mondo fatto di brandelli di memoria e di ombre frantumate di una realt\u00e0 che trova una sua precisa collocazione soprattutto nella mente e nell\u2019animo dell\u2019autore, che alla fine riesce a spalancare una porta sulla sua \u201cambiguit\u00e0\u201d: in mezzo alle nebbie del dolore appare all\u2019improvviso una bambina che, sospesa sulla sua altalena, si libra e vola nel cielo, pronta a darci il suo incredibile-fantastico-eroico messaggio di speranza, invitandoci a guardare con coraggio oltre i limiti della realt\u00e0 per arrivare fino alle nostre anime attraverso la finestra degli occhi. Il secondo poeta \u00e8 Vincenzo Cardarelli, un autore che nel pieno fiorire della stagione ermetica sente in modo pi\u00f9 profondo e partecipato di altri la lezione leopardiana cos\u00ec cara anche a Giacomelli, il quale non sceglie per caso una composizione come Passato, dove vicende e sentimenti personali si fondono con tematiche pi\u00f9 universali: lo scorrere delle stagioni, il fiorire della bellezza femminile nel tempo adolescenziale, il rapido trascorrere della vita che passa lasciando soltanto labili tracce nei nostri ricordi, che sono \u201combre troppo lunghe\/del nostro breve corpo\u201d. Per confrontarsi con questo testo, Giacomelli avverte la necessit\u00e0 di mantenere il consueto rigore espressivo coniugato ad una raffinata eleganza, per arrivare ad esprimere persone e amori, oggetti e paesaggi sublimati attraverso il filtro della memoria. Nel testo di Cardarelli egli coglie tre fondamentali blocchi tematici: le \u201combre lunghe\u201d dei ricordi che si agitano come fantasmi dentro i labirinti della memoria; l\u2019immagine di una giovane donna un tempo protagonista di una storia d\u2019amore, che non si rassegna a scomparire; il tempo che scorre inesorabile e che brucia con rapidit\u00e0 estrema tutte le esperienze, senza arrestarsi nemmeno di fronte all\u2019amore. Su di essi Giacomelli costruisce una storia tutta giocata su un appassionato autobiografismo con invenzioni figurative di grande respiro. Il ricordo sfuma nella dimensione mitica del sogno e il volto misterioso di una donna amata attraversa come un lampo l\u2019intera vicenda in un continuo gioco di forti contrasti bicromatici e delicate sfumature che finisce per diventare un linguaggio fotografico del tutto nuovo: l\u2019impiego della dissolvenza incrociata di derivazione cinematografica, l\u2019uso disinvolto del fotomontaggio, lo studio delle trasparenze, la programmazione delle sovrapposizioni sono strumenti linguistici che l\u2019autore adatta e piega al suo modo di raccontare che scaturisce da una continua associazione di icone. La figura della donna \u00e8 continuamente imprigionata all\u2019interno di uno specchio deformante, appeso ai ricordi che il dondolio di una vuota altalena sospesa nello spazio segna come un silenzioso metronomo che scandisce i battiti di un\u2019et\u00e0 perduta. Le tracce di un amore perduto riaffiorano tra l\u2019anonimato della folla, scorrono lungo la riva di un mare in tempesta e sotto un cielo segnato dal volo dei gabbiani, mentre i ricordi si materializzano come una ferita incisa sul bianco muro che richiama i simboli cari e ricorrenti della casa (il porto delle memorie) e dell\u2019albero (l\u2019ancoraggio alla terra). Fra i muri corrosi di un deserto urbano ogni ricordo \u00e8 destinato a bruciarsi lungo segnali un tempo familiari, ma che sono diventati segni indecifrabili di ormai impossibili ricordi. Giacomelli si rifugia allora nel palinsesto delle memorie domestiche, dove trovano posto i suoi familiari, i volti degli artisti pi\u00f9 amati e della protagonista di questa storia \u201cbruciata\u201d dal tempo, rivendicando per s\u00e9 il ruolo del protagonista collocato al centro di questo personale universo iconico. Mentre quel volto amato ritorna a perdersi nelle nebbie di un passato che, nato in riva al mare, dinanzi al mare si conclude: sopra un molo circondato da marosi in tempesta, un uomo cammina solo in compagnia dei propri ricordi, mentre un volo di gabbiani rimane padrone di un cielo vuoto di sogni. Giacomelli per tutta la sua vita, persino quando rappresenta il paesaggio, ha sempre affrontato i grandi temi del dolore umano che diventa esemplare in tre grandi poemi fotografici. Il primo \u00e8 Verr\u00e0 la morte e avr\u00e0 i tuoi occhi (completato pi\u00f9 tardi con l\u2019altra serie Non fatemi domande), attraverso il quale l\u2019autore, partendo dai celebri versi di Pavese, porta il dramma del \u201cpianeta vecchiaia\u201d fuori dalla cerchia claustrofobica delle mura di un ospizio per farne un tema universale, affrontando la decadenza dei corpi soprattutto femminili che hanno ormai perso il fascino di un tempo per diventare il simbolo di un doloroso smarrimento, di un\u2019angoscia di vivere legata alla consapevolezza della morte. Egli evoca sentimenti di piet\u00e0 e di comprensione, di commozione e di una religiosit\u00e0 laica di fronte ad una umanit\u00e0 continuamente sospesa tra disperazione e speranza. Questo tema si collega direttamente al viaggio compiuto a Lourdes che d\u00e0 origine a un altro grande poema del dolore: le file dei malati su barelle e carrozzine formano una lunga catena di sofferenza per diventare poi sul piazzale della grotta un folla dolente in attesa di un segno che dia voce alla propria speranza, una folla dove le mutilazioni, le deformazioni, l\u2019angoscia disegnata sui volti sono grida congelate di dolore. La stessa immensa fiaccolata, che si snoda nella notte come una silenziosa preghiera, suggella questo viaggio verso la luce, verso un alba di speranze che sarebbe impossibile decifrare con gli strumenti della ragione, ma solo con la risorsa della piet\u00e0 e della fede. La terza opera \u00e8 Il pittore Bastari (1993) che rappresenta forse il vertice narrativo di Giacomelli che costruisce una storia intorno a un personaggio traslato dalla realt\u00e0, ma che si trasforma in una figura sospesa tra sogno e dimensione reale della vita, che si muove in un mondo popolato da ombre e fantasmi, da simboli e da creature fantastiche in un percorso narrativo che diventa un viaggio attraverso il travaglio dell\u2019arte, la sofferenza e la solitudine dell\u2019artista, il rifugio nell\u2019immaginario. Il racconto risulta cos\u00ec vasto e impegnativo da assumere le dimensioni di un vero e proprio romanzo fotografico strutturabile in quattro sequenze narrative, nelle quali il protagonista, simile al mitico Leopold Bloom dell\u2019Ulysses di Joyce, compie un viaggio esistenziale nell\u2019universo urbano di un\u2019allucinata Senigallia. Nella Seduzione della tela il pittore Bastari cerca senza successo di fissare sulla tela i simboli allucinati della sua fantasia per poi fuggire in una citt\u00e0 che lo respinge con la solitudine delle sue vie e le ferite dei suoi muri screpolati. In Oltre l\u2019inganno il protagonista si muove all\u2019interno di uno scenario ossessionato da maschere impietose, per cui \u00e8 costretto a cercare rifugio nelle pieghe della memoria, nei sogni, nelle illusioni infantili per finire in una specie di bosco\u2013incubo popolato da immagini di morte. Nell\u2019Illusione del mare Bastari trascina sulla spiaggia il suo povero fardello di speranze, nell\u2019illusione di trarre ispirazione da quel mare che rimane un mitico simbolo di vita, ma l\u2019illusione \u00e8 breve e il pittore ritorna a vagare con i suoi fantastici compagni fra le ombre di una realt\u00e0 sempre pi\u00f9 evanescente. Nel Viaggio nel sogno il protagonista compie l\u2019ultima parte del suo percorso, addentrandosi fra le rovine del passato e di una perduta innocenza, in un non-mondo dove anche l\u2019arte diventa un inutile orpello. Bisogna pertanto cancellare l\u2019impalpabile confine tra sogno e realt\u00e0 e ritornare al centro di un paesaggio segnato da una bianca casa in cima alla collina, luogo deputato dei sentimenti pi\u00f9 sacri, oasi di speranza dopo la traversata del deserto urbano, da cui Giacomelli\u2013Bastari \u00e8 pronto a ripartire per una nuova avventura dello spirito, consapevole di essere \u201cun viaggiatore di sensazioni in terre sconosciute\u201d. Giacomelli in una intervista rilasciata trent\u2019anni dopo, ha modo di affrontare i concetti di \u201cpoesia\u201d e \u201cfotografia\u201d in un modo che risulta illuminante non solo per capire la sua personalit\u00e0 di artista, ma anche lo spirito che anima questo capolavoro dei pretini: \u201cIl mio mestiere \u00e8 il tipografo e vivo con il mio lavoro. La fotografia \u00e8 un\u2019altra cosa: quando io fotografo \u00e8 come se entrassi in un bel giardino dove sento il profumo dei fiori, dove vedo i fiori anche se non esistono. E\u2019 semplice: io ho bisogno di lavorare per mangiare e ho bisogno della fotografia per vivere il sogno\u2026Io sono proprio il fotografo della domenica, perch\u00e9 il resto della settimana \u00e8 occupato dal lavoro. La domenica\u2026vado con la macchina alla ricerca di emozioni. Provo fastidio a sentirmi definire poeta, perch\u00e9 esistono i poeti veri\u2026Allo stesso modo mi arrabbio quando mi chiamano fotografo, perch\u00e9 non sono nemmeno questo. Io non so caricare la macchina di un altro e adopero la mia perch\u00e9 \u00e8 la pi\u00f9 stupida che esista. E\u2019 un po\u2019 come me, la pi\u00f9 semplice delle cose: lei un oggetto chiamato \u201cmacchina\u201d, io sono un oggetto chiamato \u201cuomo\u201d\u2026La verit\u00e0 \u00e8 che tu vivi dove vivono gli altri, vedi quello che vivono gli altri, per\u00f2 tu selezioni quello che gli altri non selezionano, cio\u00e8 i tuoi occhi riescono a vedere un fiore che si \u00e8 piegato\u2026Cosa mi ha dato la fotografia? Ci vorrebbe una parola magica perch\u00e9 mi ha dato qualcosa di magico, ma non vorrei usare questa parola perch\u00e9 ritengo che ognuno di noi abbia quello che si merita. Io ho avuto questo qualcosa di magico non solo perch\u00e9 me lo merito, ma anche per una mia scelta di vita. Si corre dietro a un\u2019infinit\u00e0 di cose e io ho scelto questo aggeggio cos\u00ec stupido, cos\u00ec insignificante perch\u00e9 mi permette di scrivere e di parlare di poesia senza avere gli strumenti letterari per farlo. Ho capito che per la mia ignoranza la macchina fotografica era l\u2019oggetto giusto per esprimermi. Non so con precisione che cosa mi ha dato la fotografia, posso dire soltanto che essa ha aperto un cancello, perch\u00e9 questa \u00e8 in fondo la mia idea di fotografia: apro un cancello e vedo un giardino pieno di ogni cosa che desidero, che mi sfugge di continuo, ma che di continuo io posso afferrare. Quindi per me la fotografia \u00e8 la cosa pi\u00f9 astratta e nello stesso tempo pi\u00f9 concreta. Con la macchina fotografica ho attraversato un cancello e ho trovato un prato dove non si finisce mai di respirare l\u2019aria, la libert\u00e0, questo verde, questi fiori, questo silenzio, tutto quello che ti pu\u00f2 dare un prato. L\u2019unica cosa certa per me \u00e8 questa immensit\u00e0 della fotografia: il fotografo ha bisogno di un vuoto, di uno spazio avanti a s\u00e9 e in questo spazio lui vuole che danzino immagini che sono soltanto segni, scritture indecifrabili per gli altri\u201d. Il percorso espositivo, articolato in otto sale tematiche, rivela il cuore pulsante della poetica giacomelliana: l\u2019intreccio tra memoria e paesaggio, tra letteratura e immagine. Tra le opere esposte spiccano i cicli pi\u00f9 celebri, come&nbsp;<em>Io non ho mani che mi accarezzino il volto<\/em>, ispirato ai testi di Padre&nbsp;<strong>David Maria Turoldo<\/strong>, e&nbsp;<em>Spoon River Anthology<\/em>, tratto dai versi di&nbsp;<strong>Edgar Lee Masters<\/strong>. Questi lavori testimoniano il legame inscindibile tra fotografia e poesia nell\u2019arte di Giacomelli, dove la luce diventa strumento di introspezione e le immagini sono la sintassi di un discorso sul rapporto tra l\u2019uomo e il mondo. La camera oscura torna ancora, a fine percorso, nelle riproduzioni fotografiche commissionate da&nbsp;<strong>Guido Harari<\/strong>&nbsp;in occasione del progetto editoriale&nbsp;<em>Nella camera oscura di Mario Giacomelli. L\u2019antro dello sciamano<\/em>&nbsp;(Rizzoli Lizard, 2024), realizzato in collaborazione con l\u2019Archivio Mario Giacomelli di&nbsp;<strong>Rita e Simone Giacomelli<\/strong>. &nbsp;La mostra non \u00e8 altro che un invito al viaggio per scoprire l\u2019immaginario giacomelliano, mostrando come le sue opere siano ancora oggi una fonte inesauribile di ispirazione e un invito a guardare oltre la superficie del reale.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-1 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex\">\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><a href=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2024\/12\/8.-Io-non-ho-mani-che-mi-accarezzino-il-volto-1961-provino-con-appunti-di-stampa_Courtesy-Archivi-Mario-Giacomelli-%C2%A9-Eredi-Giacomelli-scaled.jpg?ssl=1\"><img data-recalc-dims=\"1\" fetchpriority=\"high\" decoding=\"async\" width=\"2560\" height=\"2212\" 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In questo periodo comincia a dipingere e a scrivere poesie. La madre trova lavoro come lavandaia presso il locale ospizio. Qualche anno pi\u00f9 tardi (1955) Mario ritorner\u00e0 in quel luogo, dove realizzer\u00e0 le immagini della serie \u201cVerr\u00e0 la morte e avr\u00e0 i tuoi occhi\u201d, titolo ripreso da Cesare Pavese. Avr\u00e0 modo di dire in seguito che tra tutte le immagini, quelle dell\u2019ospizio di Senigallia gli hanno procurato le pi\u00f9 grandi emozioni. La prematura perdita del padre, costringe Mario ad iniziare presto a lavorare come garzone in una tipografia di cui diventer\u00e0 in futuro proprietario. Il tempo della scuola viene sovente impegnato in tipografia, la magia della stampa lo cattura e a 13 anni decide di fare il tipografo. La \u201cTipografia Marchigiana\u201d affacciata sulla piazza che, nel centro di Senigallia, celebra con un monumento Papa Mastai Ferretti (Pio IX), ha chiuso le sue serrande nel Dicembre del 1999. Il 1953 segna la svolta nella vita di Giacomelli, acquista infatti per 800 lire una macchina fotografica e il giorno di natale si reca sulla spiaggia per scattare la sua prima fotografia. E\u2019 solo di fronte al mare che lambisce la spiaggia con le sue onde, scatta e movendo la macchina al momento dello scatto ottiene la sua prima fotografia \u201cL\u2019approdo\u201d, immagine della battigia carezzata da un\u2019onda come un colpo di pennello. Vicino alla tipografia abita una persona che tanto peso ha avuto nell\u2019inserimento delle Marche sul dibattito che, a livello nazionale, si stava sviluppando sulla fotografia, quest\u2019uomo \u00e8 Giuseppe Cavalli. &nbsp;Avvocato, uomo di lettere, profondo conoscitore di Croce (cita spesso a memoria passi del \u201cBreviario\u201d al giovane Giacomelli, chiedendogli poi opinioni a cui il \u201cnostro\u201d risponde invariabilmente \u201cnon ho capito\u201d o \u201cnon sono d\u2019accordo\u201d) ma anche esperto di tecnica e storia della fotografia, fondatore nel 1947 con Leiss, Finazzi, Vender e Veronesi de \u201cLa Bussola\u201d, storico circolo le cui idee crociane furono espresse nel Manifesto pubblicato da \u201cFerrania\u201d nel maggio 1947. Dopo alcuni anni tuttavia il successo iniziale riscosso da \u201cLa Bussola\u201d comincia a venir offuscato dal progressivo affermarsi di un altro gruppo storico \u201cLa Gondola\u201d guidato da Paolo Monti, alle cui immagini molti giovani si avvicinano, colpiti dal loro grande vigore espressivo. E\u2019 forse questo uno dei motivi per cui, nel 1953, Giuseppe Cavalli fonda proprio a Senigallia il gruppo \u201cMisa\u201d, di cui Giacomelli e Piergiorgio Branzi rappresentano le \u201cgiovani speranze\u201d. Nel \u201cMisa\u201d non c\u2019\u00e8 la presenza egemone delle idee di Cavalli come ne \u201cLa Bussola\u201d, \u00e8 un gruppo aperto dove ognuno \u00e8 libero di condurre le ricerche che vuole, sono cos\u00ec inevitabili gli scontri, soprattutto tra Giacomelli e Cavalli stesso. \u201cCavalli purtroppo vedeva solo da una parte e allora litigavamo sempre\u201d avr\u00e0 modo di dire Giacomelli. Del gruppo \u201cMisa\u201d Mario Giacomelli \u00e8 cassiere per alcuni anni. Nel corso delle discussioni all\u2019interno del \u201cMisa\u201d, Giacomelli conosce le opere di Paolo Monti, apprezzandole al punto di arrivare a dichiarare \u201cCavalli diceva che era il nemico pubblico n\u00b0 1, ma a me Monti mi faceva morire!\u201d. E sar\u00e0 proprio Paolo Monti (in giuria con Roiter e Comisso, tra gli altri) a dargli la soddisfazione del premio al miglior complesso di opere al Concorso di Castelfranco Veneto nel 1955. \u201cApparizione \u00e8 la parola pi\u00f9 propria alla nostra gioia ed emozione, perch\u00e9 la presenza di queste immagini ci convinse che un nuovo e grande fotografo era nato\u201d dichiarer\u00e0 in seguito lo stesso Monti. Nel 1956 Cavalli, forse nel tentativo di svecchiarla, lo chiama a far parte insieme a Branzi de \u201cLa Bussola\u201d, da cui uscir\u00e0 ben presto per insanabili divergenze. Del 1957-59 \u00e8 la serie di immagini riprese a Scanno, Giacomelli rimane affascinato dall\u2019atmosfera fiabesca del luogo, che aveva gi\u00e0 colpito altri grandi fotografi, tra cui Henri Cartier Bresson. Sempre del 1957 \u00e8 la serie \u201cLourdes\u201d seguita, nel 1958, da \u201cZingari\u201d, \u201cPuglia\u201d e, nel 1959, (ripresa nel 1995) \u201cLoreto\u201d. Del 1961 sono le immagini di \u201cMattatoio\u201d e nello stesso anno inizia a lavorare alla serie \u201cIo non ho mani che mi accarezzino il viso\u201d, titolo ripreso da uno scritto di padre Turoldo. Le immagini sono riprese nel Seminario Vescovile di Senigallia, che Giacomelli frequenta per un anno prima di dar forma alle foto vere e proprie. In questo ambiente i giovani seminaristi sono ripresi in momenti di ricreazione, le foto restituiscono l\u2019incanto di uno spazio umano, ma al tempo stesso sospeso in una sorta di astrazione temporale. Nel 1963 inizia la grande stagione di mostre che porteranno le sue immagini nei pi\u00f9 grandi spazi espositivi del mondo, dalla Photokina di Colonia nel 1963 al MOMA di New York (1964), dal Metropolitan di new York (1967) alla Biblioth\u00e8que Nationale di Parigi (1972), dal Victoria &amp; Albert Museum di Londra (1975) al Visual Studies Workshop di Rochester (1979 e poi Venezia, Providence, Parma, ancora New York, di nuovo Colonia, Mosca, Arles, Amsterdam, Tolosa, Bologna, Londra, Rivoli fino alle recenti antologiche di Empoli, Losanna e Roma (purtroppo postuma). Risale agli anni 1964-66 \u201cLa buona terra\u201d, seguita da \u201cCaroline Branson\u201d del 1971-73, lavoro ispirato all\u2019Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, poi \u201cpresa di coscienza sulla natura (1980-94), la grande serie dei paesaggi. Su testi del poeta Permunian si fonda \u201cIl Teatro della neve\u201d (1985-87) seguita da \u201cNinna Nanna\u201d e \u201cA Silvia\u201d (1987-88), lavoro pensato in origine per un programma televisivo. Nel 1986 muore la madre, a cui aveva dedicato nel 1955 un intenso ritratto. Tra i lavori pi\u00f9 recenti ricordiamo: \u201cIl mare dei miei ricordi\u201d (1991-94), \u201cIo sono nessuno\u201d (1994-95) su testi di Emily Dickinson fino ad arrivare a \u201cQuesto ricordo lo vorrei raccontare\u201d (1998-2000) e \u201cBando\u201d (1998-99) ciclo di immagini in serie di 4, ispirate ad una poesia di Sergio Corazzini e presentato nel 1999 alla XXIV Biennale d\u2019Arte contemporanea di Alatri. Il 25 novembre 2000, all\u2019et\u00e0 di 75 anni, Mario Giacomelli si \u00e8 spento nella sua casa di Senigallia.<\/p>\n\n\n\n<p>Palazzo del Duca Senigallia<\/p>\n\n\n\n<p>La Camera Oscura di Giacomelli<\/p>\n\n\n\n<p>dal 13 Dicembre 2024 al 6 Aprile 2025<\/p>\n\n\n\n<p>dal Gioved\u00ec alla Domenica dalle ore 15.00 alle ore 20.00<\/p>\n\n\n\n<p>dal Luned\u00ec al Mercoled\u00ec Chiuso<\/p>\n\n\n\n<p>Io non ho mani che mi accarezzino il volto, 1961, provino con appunti di stampa_Courtesy Archivi Mario Giacomelli (c) Eredi Giacomelli<\/p>\n\n\n\n<p>Ritratti Mia madre, 1955. Courtesy Archivi Mario Giacomelli \u00a9 Eredi Giacomelli<\/p>\n\n\n\n<p>A Silvia, Spoon River, Paesaggio, variazione di stampa, rielaborazione anni 80 di una fotografia degli anni 60. Courtesy Archivi Mario Giacomelli \u00a9 Eredi Giacomelli<\/p>\n\n\n\n<p>Paesaggio, anni 60. Courtesy Archivi Mario Giacomelli \u00a9 Eredi Giacomelli<\/p>\n\n\n\n<p>Metamorfosi della terra, La luce in luglio, anni 70. Courtesy Archivi Mario Giacomelli \u00a9 Eredi Giacomelli<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Giovanni Cardone Fino al 6&nbsp; Aprile 2025 si potr\u00e0 ammirare a Palazzo del Duca Senigallia &#8211; Ancona &nbsp;la mostra dedicata a Mario Giacomelli La Camera Oscura di Giacomelli a cura di Katiuscia Biondi Giacomelli. L\u2019esposizione ricade nell\u2019ambito delle celebrazioni per il centenario della nascita dell\u2019artista che prenderanno il via nel 2025. 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