{"id":1000010492,"date":"2024-12-21T08:33:19","date_gmt":"2024-12-21T11:33:19","guid":{"rendered":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000010492"},"modified":"2024-12-21T08:33:21","modified_gmt":"2024-12-21T11:33:21","slug":"in-mostra-a-perugia-dorothea-lange-protagonista-indiscussa-della-fotografia-documentaria-del-novecento","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000010492","title":{"rendered":"In Mostra a Perugia Dorothea Lange Protagonista Indiscussa della Fotografia documentaria del Novecento"},"content":{"rendered":"\n<p><strong>Giovanni Cardone<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Fino al 23 Marzo 2025 si potr\u00e0 ammirare a Palazzo della Penna &#8211; Centro per le arti contemporanee di Perugia la mostra dedicata a Dorothea Lange a cura di Walter Guadagnini e Monica Poggi. L\u2019esposizione organizzata dal Comune di Perugia in collaborazione con CAMERA \u2013 Centro Italiano per la Fotografia di Torino e con il gestore dei servizi per il pubblico e le attivit\u00e0 di valorizzazione del circuito museale comunale, Le Macchine Celibi soc. Coop. Un focus fortemente voluto su Dorothea Lange, autrice di MigrantMother (1936) &#8211; una delle fotografie pi\u00f9 celebri del secolo scorso &#8211; e protagonista indiscussa della fotografia documentaria del Novecento. La mostra si compone di oltre 130 scatti che raccontano dieci anni di lavoro fondamentali nel percorso di questa straordinaria autrice. Il percorso espositivo si concentra sugli anni Trenta e Quaranta, periodo nel quale documenta gli eventi epocali che hanno modificato l\u2019assetto economico e sociale degli Stati Uniti. \u00a0All\u2019inizio degli anni Trenta, la visione di una folla che aspetta per ottenere un po\u2019 di cibo e del lavoro, convince Dorothea Lange a uscire dal suo studio per dedicarsi interamente alla documentazione dell\u2019attualit\u00e0: cos\u00ec la fotografa abbandona il mestiere di ritrattista per diventare la narratrice delle conseguenze della crisi economica successiva al crollo di Wall Street. \u00a0Nel 1935 parte per un lungo viaggio con l\u2019economista Paul S. Taylor, che sposer\u00e0 alcuni anni dopo, per raccontare le drammatiche condizioni di vita in cui versano i lavoratori del settore agricolo delle aree centrali del Paese, colpito dal 1931 al 1939 circa da una dura siccit\u00e0. Il fenomeno delle Dust Bowl, ripetute tempeste di sabbia, rende impossibile la vita di migliaia di famiglie costringendole a migrare, come racconta anche John Steinbeck nel romanzo Furore del 1939, seguito nel 1940 dal film di John Ford ispirato anche dalle fotografie di Lange. In una mia ricerca storiografia e scientifica sulla figura di Dorothea Lange apro il mio saggio dicendo : Posso affermare che gli anni Trenta sono stati segnati dal crollo della Borsa di Wall Street del 1929 e dalle successive ripercussioni sull\u2019economia degli Stati Uniti e del mondo intero, una crisi economica tanto imprevista quanto catastrofica, destinata a cambiare le sorti del Novecento. Nei mesi immediatamente precedenti il crack borsistico, influenti economisti come Irving Fisher, o l\u2019allora presidente della Federal Reserve, C. E. Mitchell, continuavano a rassicurare i propri concittadini, sottovalutando alcuni segnali dell\u2019imminente disastro, gi\u00e0 chiaramente visibili, e, fatto ancor pi\u00f9 grave, rimasero della medesima opinione perfino dopo il gioved\u00ec nero. Molti analisti dell\u2019epoca continuarono a negare la gravit\u00e0 della recessione nei mesi successivi, predicendo \u201cuna ripresa degli affari nella prossima primavera\u201d o addirittura dichiarando che \u201cL\u2019attivit\u00e0 manifatturiera \u00e8 ora decisamente in via di ripresa\u201d (comunicati dell\u2019Harvard Economic Society citati in \u201cThe great crash: 1929\u201d ed. 1954 \u2013 trad.it Amerigo Guadagnini &#8211; ed. Comunit\u00e0 Milano 1962-Etas Kompass 1966 ed. BUR Milano 2003). Gli anni critici di quella che venne definita la Grande Depressione dall\u2019allora Presidente, Herbert Clark Hoover, culminarono tra il 1932 e il 1933, quando il sistema economico entr\u00f2 in recessione, le attivit\u00e0 produttive, commerciali e finanziarie subirono un brusco arresto, il reddito globale diminu\u00ec fino a toccare il fondo, portando ad una contrazione della domanda e ad una impennata della disoccupazione. Gli Stati Uniti necessitavano il ritorno al potere di una figura di cui ci si potesse fidare per ritrovare un equilibrio. Nel 1933 venne eletto Presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt, il quale dedic\u00f2 il suo primo discorso a risollevare il morale di un popolo, che si sentiva abbandonato dalle istituzioni, vittima incolpevole di un evento drammatico, che non aveva contribuito a produrre, ma consapevole di essere responsabile del proprio destino, pur vivendo nel terrore di ci\u00f2 che il futuro avrebbe portato. Roosevelt era determinato a comunicare con tutta la popolazione, a creare un contatto pi\u00f9 immediato con le persone e a ripristinare il morale del Paese. Il New Deal, programma per il rilancio economico del 1933, non trov\u00f2 una vera soluzione ai problemi centrali della Depressione, ma riusc\u00ec a creare un senso di fiducia nella popolazione. La Grande Depressione venne vista come un momento di svolta nella storia americana, perch\u00e9 non solo provoc\u00f2 importanti conseguenze sull\u2019assetto economico e politico del paese, ma influ\u00ec anche sulla vita sociale e culturale. Per la prima volta, l\u2019attenzione si spost\u00f2 su quella parte della popolazione fino ad allora rimasta invisibile, rimasta nell\u2019ombra, quelli che il presidente Roosevelt defin\u00ec \u201cforgotten man\u201d: i contadini, i mezzadri, le minoranze etniche, gli immigrati, i veterani. Quella parte di popolazione che viveva in condizioni precarie, con poco cibo, condizioni igieniche e di salute scarse e che lavorava la terra per sopravvivere. Di tutte le vittime della Depressione, i veterani che avevano combattuto una guerra che non era la loro, e offerto il proprio servizio per la patria, lontani da casa, rischiando la propria vita per la nazione, furono probabilmente i pi\u00f9 abusati. Ma se il loro governo e i business leader di quegli anni tentarono di nascondere gli spiacevoli fatti degli anni della Depressione, ignorandoli, o sottostimandoli, gli artisti e il resto della popolazione non lo fecero. I \u201cforgotten man\u201d diventarono un simbolo culturale dell\u2019ingiustizia della Depressione. Fino a quel momento, nei centri del potere nessuno aveva preso in considerazione la povera gente, nessuno si era preoccupato di guardare al di fuori dei propri confini per accorgersi della povert\u00e0 e delle condizioni di vita in cui molta gente era costretta a vivere, o addirittura sopravvivere. Furono gli artisti degli anni Trenta \u2013 scrittori, fotografi, cineasti \u2013 a rivolgere per primi l\u2019attenzione alla loro patria, a spostarsi in strada per vedere in prima persona come la gente comune stava affrontando quei momenti difficili, \u2013 \u201cthey went where it was all happening\u201d e ad intraprendere un percorso di riflessione per una nuova consapevolezza collettiva, per restituire una visione e una comprensione delle menti e dei cuori della Grande Depressione e un senso di solidariet\u00e0. Negli anni Trenta si verific\u00f2 un importante cambiamento nella sensibilit\u00e0 degli artisti, che port\u00f2 loro ad affrontare le storie in maniera da renderle pi\u00f9 verosimili, concentrandosi su soggetti comuni e mondi che potessero essere immediatamente riconoscibili da gran parte del pubblico, a favore quindi di un maggiore realismo. L\u2019arte stava diventando un veicolo per registrare gli accadimenti in modo permanente e concreto, in quanto \u201cart has the power to move people, to survive its time, even to provide genuine witness\u201d . La crisi economica diede il via al desiderio e alla volont\u00e0 di molti artisti \u2013 che raramente si erano identificati in maniera cos\u00ec intensa con persone comuni e con i loro bisogni \u2013 di documentare e rappresentare la vita della gente, esplorando e addentrandosi negli angoli pi\u00f9 remoti della societ\u00e0, perch\u00e9 \u201cit can only be through personal identification with real people\u2019s problems in a convincingly realized time and place\u201d . I media degli anni Trenta \u2013 riviste fotografiche, radio, film documentari e di finzione \u2013 contribuirono a sostenere una classe sociale in un sistema che si stava rapidamente disgregando e a creare un ambiente di condivisione di esperienze comuni, con l\u2019auspicio di aiutare la popolazione ad affrontare e superare tempi difficili. La cultura espressiva degli anni Trenta \u2013 attraverso libri, film, murales, fotografie, reportage, programmi radiofonici, danza e musica popolare \u2013 oltre a restituire scorci sulla vita degli anni della Depressione, ebbe un ruolo fondamentale nell\u2019unire le persone e alleviare la loro condizione, portando i fatti in primo piano nella coscienza pubblica negli anni Trenta. \u201cNotebook or camera in hand, the documentary observer of social calamity or human wretchedness\u201d, taccuino e immagini furono usati dagli artisti come strumenti di protesta sociale, per rappresentare e testimoniare la verit\u00e0: la miseria umana, la povert\u00e0 e l\u2019ineguaglianza, i fallimenti delle promesse del governo e dell\u2019American Dream. Gli artisti raramente riescono a cambiare il mondo, ma possono cambiare i sentimenti sul mondo, la comprensione di esso, il modo di viverci. Il cinema, la fotografia, la letteratura, la musica si presero l\u2019incarico di testimoniare il sentimento dell\u2019epoca, il dramma delle persone e la loro forza d\u2019animo. Le arti alterarono e influenzarono la societ\u00e0, garantendo al pubblico, da un lato la possibilit\u00e0 di provare piacere e trovare nell\u2019arte una forma di fuga; dall\u2019altro la possibilit\u00e0 di vedersi riconosciuti e rappresentati. La Grande Depressione non mise a dura prova solo l\u2019assetto economico e politico del Paese, ma attacc\u00f2 anche i pilastri, i miti e le credenze su cui si fondava il sistema americano: naufrag\u00f2 l\u2019idea che gli Stati Uniti fossero la terra delle pari opportunit\u00e0, dei sogni, delle speranze e della libert\u00e0, il luogo in cui, con il duro lavoro, tutti avrebbero potuto raggiungere i propri obiettivi e avere successo. Con la crisi economica, inevitabilmente, tutti questi valori, ideali e promesse, vennero a mancare provocando un diffuso senso di insicurezza e paura per il futuro, e di sfiducia nella possibilit\u00e0 di cambiamento. L\u2019umiliazione e la perdita di autostima, di fiducia in s\u00e9 stessi e la paura di fallire, diventarono i nuovi sentimenti della popolazione americana degli anni Trenta. Caroline Bird, facendo riferimento a quegli anni, parl\u00f2 di \u201cfear of falling\u201d,\u00a0 paura costante di perdere il proprio posto, di cadere nella povert\u00e0 a causa della crisi. La crisi impatt\u00f2 su tutta la nazione: anche coloro che appartenevano alle classi pi\u00f9 agiate della societ\u00e0, si trovarono in grande difficolt\u00e0. Chi aveva un lavoro era terrorizzato all\u2019idea di perderlo, vedeva svanire i propri risparmi, si trovava costretto a cambiare le proprie abitudini, rinunciare ai propri agi, trasferirsi fuori dalle citt\u00e0, fino a dover chiedere aiuto, provando vergogna, perch\u00e9 non pi\u00f9 in grado di provvedere a s\u00e9 stesso. La Grande Depressione non fu solo una crisi economica, ma incise profondamente sull\u2019aspetto psicologico della popolazione che si sent\u00ec abbandonata e incapace di agire di fronte alle difficolt\u00e0, che si auto colpevolizz\u00f2 per aver fallito. Gli anni Venti, caratterizzati da una diffusa ricchezza e da quello che viene definito l\u2019\u201cAmerican Dream\u201d, erano giunti al termine. Gli Stati Uniti, un Paese ottimista dove tutti i sogni diventano realt\u00e0, impreparato di fronte a una crisi di questa portata e indifferente alla miseria umana, si trov\u00f2 ad affrontare tempi bui, in cui \u201cFear was the great leveler of the Great Depression\u201d \u2013 T.H. Watkins. Tutti questi elementi si possono ritrovare in maniera pi\u00f9 o meno esplicita all\u2019interno della filmografia che caratterizz\u00f2 il decennio. Durante il periodo della Grande Depressione, anche le principali case di produzione americane si ritrovarono a dover fronteggiare la crisi economica, riuscendo comunque nell\u2019impresa di realizzare film di successo, grandi classici che segnarono l\u2019epoca e videro il consolidamento del sistema hollywoodiano classico e dei film sonori. I film prodotti e usciti tra gli anni Trenta e Quaranta furono realizzati in risposta ai bisogni e alle preoccupazioni della popolazione e diventarono il simbolo di come il popolo americano si era adattato alla Depressione. Alcuni film pi\u00f9 impegnati ritraevano un mondo sconvolto, in cui regnava la paura, lo sconforto e la sofferenza della popolazione, che si ritrovava improvvisamente senza lavoro o una casa, costretta a vivere in condizioni precarie e di scarsa igiene. Si trattava di film di protesta e di critica al sistema sociale e politico americano, che affrontavano pi\u00f9 o meno direttamente le problematiche portate dalla crisi, e film che riflettevano le condizioni della Grande Depressione, come Wild Boys of the Road (1933) diretto da William A. Wellman o The Grapes of Wrath (1940) diretto da John Ford, in cui si possono ritrovare i temi della catastrofe sociale e disintegrazione familiare. Un altro genere che si diffuse a cavallo degli anni Trenta e Quaranta, come metafora della vita americana del periodo della Grande Depressione, fu quello dei film gangster. Si trattava di film che avevano come tema principale quello della violenza di strada, spesso causata proprio dalle povere condizioni di vita della gente, costretta a ricorrere a misure estreme pur di guadagnarsi qualche spicciolo o una fetta di pane per nutrirsi o per nutrire la propria famiglia. La maggior parte dei film che apparteneva a questo filone trattava temi di ascesa temporanea e di una conseguente caduta della figura del gangster. La sua \u201ccarriera\u201d, \u201cbelies the supposed optimism of American popular culture\u201d.\u00a0 Dopo aver ottenuto importanti successi ed essere giunto in cima al mondo, il gangster \u2013 disposto anche a sacrificare la propria umanit\u00e0 \u2013, muore, rivelando la precariet\u00e0 e la breve durata che il suo impatto pu\u00f2 aver avuto sulla societ\u00e0. Un personaggio normalmente temuto, un fuorilegge, che non \u00e8 riuscito a trovare un posto nel mondo civile, ma che potrebbe celare un animo sensibile, desideroso di essere compreso, accettato, aiutato e amato. \u00c8 il protagonista imperfetto, ma allo stesso tempo determinato e audace, con cui il pubblico degli anni Trenta riesce ad immedesimarsi e identificarsi, dimenticando temporaneamente i propri guai. La figura del criminale e di conseguenza quella del gangster nei film, viene vista come il prodotto di una societ\u00e0 che lo ha generato. Una societ\u00e0 sull\u2019orlo della decadenza, che non \u00e8 in grado di trovare delle soluzioni e in cui i problemi sociali, spesso possono trasformarsi in problemi psicologici: perdita di fiducia, senso di colpa, rabbia. Il crimine e la violenza di questi film sono giustificati dall\u2019idea che \u201ccrime is a social problem, a product of poverty and slums\u201d. 19 Altri film prodotti in quegli anni, invece, avevano come obiettivo principale quello di fornire una forma di fuga dal mondo reale e dalle preoccupazioni quotidiane, per contrastare il malessere sociale ed economico. Questi film venivano definiti \u201cescapist\u201d, proprio perch\u00e9 fornivano un modo per evadere dalla realt\u00e0 e dalle sofferenze, un modo per distrarsi attraverso l\u2019intrattenimento e dimenticare ci\u00f2 che stava realmente accadendo, fantasticare su mondi fittizi, immedesimarsi e vivere nella vita di altri. Un esempio eclatante di questa tendenza \u00e8 la scena finale del film diretto da Preston Sturges nel 1941, Sullivan\u2019s Travels, in cui i prigionieri di un carcere trovano un sollievo momentaneo guardando cartoni di Mickey Mouse. Il pubblico della Grande Depressione aveva bisogno di fuggire dalla vita reale, anche se brevemente, e di tornare a vivere in maniera spensierata. Durante gli anni bui che hanno caratterizzato la Grande Depressione si \u00e8 verificata questa tendenza a combinare il reale con la pura finzione. Gli artisti volevano aiutare la gente comune ad affrontare la quotidianit\u00e0, garantendo forme di puro intrattenimento, e allo stesso tempo a dare un senso alle loro vite, osservando il mondo attraverso i loro occhi e restituendo una forma artistica che potesse rendere loro giustizia. Le condizioni portate dalla Grande Depressione si possono ritrovare non solo nella scelta dei soggetti da rappresentare, ma anche dall\u2019influenza che il cinema documentario e la fotografia degli anni Trenta hanno avuto in termini estetici e stilistici sulla direzione della fotografia dei film prodotti in quegli anni. Le fotografie realizzate negli anni Trenta hanno influenzato in maniera pi\u00f9 o meno diretta la cinematografia di finzione di Hollywood. Con il New Deal \u2013 avviato dal Presidente degli Stati Uniti, Franklin D. Roosevelt \u2013, vennero introdotti una serie di importanti provvedimenti e insediate diverse agenzie federali, tra cui la Resettlement Administration (RA), creata nel 1935, con a capo Rexford G. Tugwell, un professore di economia alla Columbia University. L\u2019agenzia si occupava di reinsediamento rurale, di costruzione di campi di soccorso per i lavoratori e i mezzadri migrati in California, noti come \u201cOkies\u201d o \u201cArkies\u201d e dava particolare attenzione alle condizioni di estrema povert\u00e0 in cui versavano il settore agricolo e rurale. Tra il 1931 e il 1939, gli Stati Uniti vennero colpiti da una serie di tempeste di sabbia, passate alla storia con il nome di Dust Bowl, causate da decenni di tecniche agricole inappropriate e scarsa conservazione del suolo, che provocarono una migrazione di massa dei contadini dagli Stati centrali e del sud degli Stati Uniti (Kansas, Oklahoma, Missouri, Iowa, Nebraska, South Dakota), all\u2019Ovest, verso la California. In questo scenario, si colloc\u00f2 l\u2019esperienza della Farm Security Administration (FSA), che fu creata nel 1937 per sostituire la Resettlement Administration e per combattere la povert\u00e0 rurale e migliorare lo stile di vita degli agricoltori americani durante la Grande Depressione negli Stati Uniti. La FSA fu una delle agenzie pi\u00f9 progressiste e controverse del New Deal e sostenne l\u2019intervento economico del governo per migliorare le condizioni di vita nell\u2019America rurale, attraverso il reinsediamento degli agricoltori poveri su terreni pi\u00f9 produttivi, la creazione di campi residenziali, e l\u2019investimento di somme di denaro per migliorare le strutture agricole e le tecniche di conservazione del suolo. Tra il 1935 e il 1944, la FSA diede avvio ad un ambizioso e influente progetto di fotografia documentaria, come testimonianza visiva degli interventi intrapresi dal governo a favore delle vittime della Grande Depressione negli Stati Uniti. Ad istituire e a dirigere il progetto fotografico del governo, fu Roy Emerson Stryker, economista e funzionario governativo statunitense, che gi\u00e0 nel 1935 era a capo della Information Division (ID) della Resettlement Administration. L\u2019obiettivo di Stryker era presentare e diffondere un\u2019immagine dell\u2019America fino ad allora trascurata e documentare la povert\u00e0 rurale e gli sforzi del governo per alleviarla, ed era convinto che lo strumento ideale per svolgere questa funzione fosse la macchina fotografica, in grado di catturare porzioni di vita e di registrare la storia americana, producendo una reazione da parte della societ\u00e0. Gli undici fotografi assunti da Stryker per viaggiare attraverso gli Stati Uniti e documentare le difficili condizioni di vita dei contadini nelle aree rurali pi\u00f9 povere degli Stati Uniti, includevano Dorothea Lange, Arthur Rothstein, Walker Evans, Ben Shahn, John Vachon, Marion Post Wolcott, Russell Lee, Jack Delano, John Collier, Carl Mydans e Theodor Jung. Questo gruppo di talentuosi fotografi contribu\u00ec a creare un\u2019importante testimonianza e a diffondere una coscienza di gruppo, rendendo protagonista dei propri scatti i lavoratori migranti, i poveri contadini, i \u201cforgotten man\u201d, in modo tale che fossero loro a raccontare in prima persona \u2013 attraverso gli sguardi, i gesti e le espressioni \u2013, la loro storia di vita quotidiana. Erano i volti di gente comune che, nonostante tutto, non aveva mai perso la propria dignit\u00e0 e la forza di andare avanti, mantenendo vivo un barlume di speranza. Il Sud degli Stati Uniti era gi\u00e0 da tempo segnato dalla povert\u00e0, ancora prima che la Grande Depressione colpisse le strutture stabili del Paese e prima che i disastri naturali si abbattessero sulle Grandi Pianure, contribuendo solo a peggiorare la situazione. I fotografi della FSA fotografarono e documentarono le pessime condizioni di vita e di lavoro delle famiglie contadine costrette ad abbandonare le proprie terre a causa delle conseguenze portate dal Dust Bowl, dalla siccit\u00e0 e dalla crisi economica, e a migrare verso l\u2019Ovest \u2013 in particolare verso la California, centro dell\u2019American Dream \u2013, in cerca di nuovi inizi. La fotografia FSA fu particolarmente influente grazie al suo punto di vista realista. L\u2019obiettivo del progetto era testimoniare senza filtri ci\u00f2 che stava realmente accadendo in gran parte del Paese, informare, ma anche coinvolgere in prima persona chi ignorava le condizioni di vita della povera gente che abitava le campagne americane. Il progetto prevedeva che i fotografi acquisissero una certa familiarit\u00e0 con gli argomenti e i soggetti da ritrarre, stabilendo dei contatti personali e intimi con i protagonisti dei loro scatti. I fotografi volevano, attraverso le proprie immagini, suscitare una reazione da parte del pubblico e creare delle testimonianze visive che fossero in grado di tramandare un messaggio di solidariet\u00e0 ai contemporanei dell\u2019epoca, e che potessero funzionare anche come riferimento per le generazioni future. Non si limitarono a registrare la vita come testimoni di una condizione, ma diventarono al contempo partecipi della vita dei soggetti ritratti. Beaumont Newhall afferm\u00f2 che l\u2019importanza delle fotografie documentarie risiede nel loro potere \u201cnot to inform us, but to move us\u201d.\u00a0 Si tratta di fotografie dal forte impatto emotivo, fotografie che hanno testimoniato e documentato la sofferenza umana e la povert\u00e0, ma anche gli usi e i costumi dell\u2019uomo comune, la sua quotidianit\u00e0, cogliendo e registrando la realt\u00e0 dell\u2019America degli anni Trenta. I fotografi che presero parte al progetto indetto dalla Farm Security Administration reinventarono la fotografia documentaria, realizzando delle vere e proprie opere d\u2019arte. Si tratta di fotografie struggenti in cui persiste la sensazione di disperazione, paura e incertezza per il futuro; icone di un\u2019epoca, che hanno contribuito a creare un immaginario sociale del tempo. Ritratti familiari, di gente comune, le cui espressioni raccontano storie di sofferenza e di paura e parlano pi\u00f9 delle parole, ma che nonostante tutto mantengono un senso di dignit\u00e0 e di umanit\u00e0. Le immagini di oggetti, di ambienti e stanze disadorne, di strade deserte rappresentano il momento dell\u2019abbandono della terra, sono i segni lasciati dalla gente comune. Dal 1935 al 1943, i fotografi che presero parte al progetto fotografico avviato dalla Farm Security Administration, produssero quasi ottantamila fotografie, realizzando uno dei progetti di fotografia sociale e documentaria pi\u00f9 significativi della storia. Il lavoro svolto dai fotografi per la FSA si svilupp\u00f2 all\u2019interno del pi\u00f9 ampio contesto documentario che includeva anche i film sponsorizzati dal governo del regista Pare Lorentz, The Plow That Broke the Plains (1936) e The River (1937), e i testi illustrati di Erskine Caldwell e Margaret Bourke-White, You Have Seen Their Faces, e Let Us Now Praise Famous Men di Walker Evans e James Agee. Tutti questi progetti testimoniarono la realt\u00e0 della vita americana, diventando i principali responsabili della creazione dell\u2019immagine della Grande Depressione negli Stati Uniti. Anche Hollywood, pur se in maniera meno diretta ed esplicita, contribu\u00ec a creare opere dal forte impatto visivo e che possono essere viste come testimonianze di un\u2019epoca. Uno degli esempi pi\u00f9 eclatanti fu il film diretto da John Ford, tratto dal romanzo di John Steinbeck del 1939, The Grapes of Wrath. Dorothea Lange fu una delle maggiori esponenti del movimento fotografico sociodocumentaristico nato in seno alla Farm Security Administration. Pioniera della fotografia sociale, inizi\u00f2 la propria carriera fotografica dedicandosi al ritratto, spinta dal desiderio di immortalare le persone e raccontare le loro storie. A met\u00e0 degli anni Trenta, Lange part\u00ec per la California assieme a Paul Schuster Taylor, docente di economia all\u2019Universit\u00e0 di Berkley e suo secondo marito, per documentare le difficolt\u00e0 e la miseria dei poveri e dei contadini, costretti ad abbandonare le proprie terre e a migrare verso Ovest a causa della siccit\u00e0 e della crisi economica, alla ricerca di condizioni di vita pi\u00f9 dignitose. Nel 1939 pubblicarono il libro An American Exodus: A Record of Human Erosion, opera che un\u00ec le fotografie dei volti dei poveri contadini e degli ambienti in cui vivevano, alle testimonianze dirette della gente comune. Dorothea Lange partecip\u00f2 al dramma in prima persona, realizzando fotografie dal forte impatto visivo, che divennero icone di un\u2019epoca. Le sue immagini invitano l\u2019osservatore a riflettere sulle paure, le preoccupazioni e la sofferenza dei migranti, costretti ad abbandonare le proprie case in cerca di fortuna e speranza e lo inducono a provare empatia nei loro confronti. Lange e Taylor cercarono di descrivere le condizioni in cui versavano le classi sociali pi\u00f9 deboli, per catturare testimonianze degli effetti provocati dalla Grande Depressione, in modo da suscitare una reazione da parte del Paese e del Governo. Il loro obiettivo fu quello di creare un libro che rivelasse ai centri del potere e all\u2019opinione pubblica la dimensione umana della crisi e delle sue ripercussioni su una larga parte del popolo americano, sfruttando le citazioni dirette dei migranti stessi, raccolte sul campo: le didascalie che accompagnavano le fotografie riportavano le conversazioni, i pensieri e le parole pronunciate dai soggetti ritratti, le vere vittime della crisi. Le immagini e i testi vennero riportati fedelmente, senza alcun tipo di manipolazione da parte degli autori, come prove e testimonianza delle difficolt\u00e0 della vita negli anni Trenta. Le persone \u2013 i migranti in fuga, le vittime dello sfruttamento e i poveri contadini sfrattati \u2013 fotografate da Lange, sorprendono lo spettatore perch\u00e9 raramente vengono rappresentate come persone senza speranza, in condizioni pietose. Tratt\u00f2 il popolo americano con rispetto e grande umanit\u00e0: non sfrutt\u00f2 le loro povere condizioni per i propri scopi personali, ma cerc\u00f2 un dialogo, un contatto intimo e si immedesim\u00f2 in coloro che ritraeva, conquistando la loro fiducia e incoraggiandoli ad essere s\u00e9 stessi, senza mai coglierli alla sprovvista. Dorothea Lange pratic\u00f2 la fotografia documentaria non certo per spettacolarizzare la miseria o speculare sui drammi sociali, bens\u00ec per rendere un ritratto fedele della condizione umana e trasmettere un messaggio significativo ed emotivo. L\u2019analisi del suo lavoro permette di cogliere la profondit\u00e0 dell\u2019autrice, sensibile e partecipe delle sofferenze altrui: il dolore e le dure esperienze di vita sono visibili negli occhi, sono incisi nelle rughe e sui volti di coloro che Lange scelse di ritrarre. Una delle fotografie pi\u00f9 iconiche e pi\u00f9 pubblicate all\u2019interno del progetto FSA fu Migrant Mother (1936), ritratto di una lavoratrice della California con i suoi figli, costretta a spostarsi di paese in paese, simbolo della sofferenza e della lotta per la sopravvivenza affrontata dalla gente comune durante la Grande Depressione. Lange incontr\u00f2 la giovane donna in un accampamento di raccoglitori di piselli. La donna, appena trentaduenne, raccont\u00f2 alla Lange come nutriva i figli per sopravvivere. Il viso della donna, gi\u00e0 segnato dalle avversit\u00e0 della vita, la fronte solcata dai segni del tempo, lo sguardo profondo e angosciato, pensieroso e distante, racchiude anche un senso di forza, resistenza e dignit\u00e0. Si intuisce la preoccupazione, ma anche la speranza di una madre di poter garantire una vita migliore ai propri figli, che fiduciosi cercano protezione appoggiandosi a lei, nascondendosi timidamente davanti all\u2019obiettivo. Dorothea document\u00f2 la povert\u00e0 attraverso immagini visivamente eccezionali. Nel 1933 visit\u00f2 una mensa dei poveri allestita da una vedova, nota con il soprannome di \u201cWhite Angel\u201d. La fotografia che immortala l\u2019istante pi\u00f9 significativo ritrae un gruppo di uomini, colti di spalle, in attesa del loro turno per un pezzo di pane. Tra la folla, spicca la figura di un uomo rivolto in direzione della macchina fotografica: le mani intrecciate quasi in segno di preghiera, la testa incassata nelle spalle, l\u2019espressione rassegnata sul volto, che esprime un dolore opprimente, difficile da alleviare. La collaborazione di scrittori e fotografi contribu\u00ec, negli anni Trenta, a definire il fotogiornalismo, un nuovo tipo di giornalismo, focalizzato sulla diffusione di testi illustrati, che vide nelle riviste Life e Fortune \u2013 fondata nel 1930 da Henry Luce, editore del Time \u2013, i suoi maggiori esponenti. Nel 1936, Life \u2013 rivista settimanale nota per la qualit\u00e0 della sua fotografia \u2013, venne acquistata da Henry Luce, editore del Time, diventando la prima rivista americana interamente fotografica. Secondo Henry Luce, la rivista avrebbe dovuto garantire al popolo americano. Egli sosteneva che le immagini potevano raccontare una storia invece di limitarsi ad illustrare il testo. Nel 1936, Fortune, una delle riviste pi\u00f9 liberali e attente ai temi sociali degli anni Trenta, incaric\u00f2 James Agee \u2013 romanziere, giornalista, poeta, sceneggiatore e critico cinematografico americano \u2013, di scrivere un articolo sulle condizioni di vita dei contadini americani del centrosud degli Stati Uniti, colpiti dalle tempeste di sabbia e dalla crisi economica, con l\u2019obiettivo di ottenere \u201ca photographic and verbal record of the daily living of an \u2018average\u2019 or \u2018representative\u2019 family of white tenant farmers.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-1 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex\">\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img data-recalc-dims=\"1\" fetchpriority=\"high\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"682\" data-attachment-id=\"1000010497\" data-permalink=\"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?attachment_id=1000010497\" 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Agee ed Evans trascorsero diverse settimane in Alabama, vivendo tra i contadini e i mezzadri, raccogliendo testimonianze di una profonda e diffusa povert\u00e0. Il testo, nato come articolo per la rivista Fortune \u2013 che si rifiut\u00f2 di pubblicarlo sulle proprie pagine \u2013, fu poi ampliato, trasformato in un libro e pubblicato dalla casa editrice Houghton Mifflin Harcourt nel 1941, con il titolo Let Us Now Praise Famous Men. Il testo illustrato fu inizialmente disprezzato, frainteso e, soprattutto, ignorato, per la crudezza con cui erano stati descritti e rappresentati i fatti, ma oggi \u00e8 considerata un\u2019opera rappresentativa del genere documentario degli anni Trenta. Let Us Now Praise Famous Men, attraverso la fotografia suggestiva e realistica di Evans e i testi potenti di Agee, mise in dubbio i valori del periodo e i suoi ideali, denunciando non solo la condizione umana del Paese, ma anche quella strutturale del governo federale e delle istituzioni americane. I protagonisti del testo furono tre famiglie dell\u2019Alabama, la cui povert\u00e0 e sofferenza fu trasformata in un simbolo della vita di tutti gli uomini, diventando l\u2019emblema della Grande Depressione. L\u2019obiettivo era, attraverso le immagini e i testi, scioccare la nazione, rendere esplicita ed evidente la povert\u00e0, che fino ad allora era stata trascurata, in modo tale da guidare lo spettatore a un senso di consapevolezza della situazione che esisteva gi\u00e0 da decenni nel Paese. Evans fotograf\u00f2 i volti della gente comune, le case, gli ambienti e i paesaggi in cui essi abitavano, trattandoli in maniera veritiera ed evitando l\u2019uso di artifici. Evans desiderava rappresentare la quotidianit\u00e0, assicurandosi che i suoi soggetti non fossero presi alla sprovvista o nei momenti in cui potevano risultare pi\u00f9 vulnerabili, ma anzi che fossero pienamente consapevoli della presenza di una macchina fotografica. Evans vedeva negli scatti \u201cspontanei\u201d un\u2019intrusione dello spazio privato e una mancanza di rispetto nei confronti di coloro che venivano ritratti. Fotograf\u00f2 le persone quando si sentivano pi\u00f9 se stesse, permettendo loro di mettersi in posa per lo scatto, per riprodurre la loro realt\u00e0 nella maniera pi\u00f9 veritiera possibile. Per Evans, la fotografia doveva essere una pura testimonianza della realt\u00e0, una vera confessione, nulla doveva essere manipolato, alterato o aggiunto sulla scena per rendere l\u2019immagine esteticamente pi\u00f9 bella o accattivante. Egli fotografava i suoi soggetti frontalmente, posizionando la macchina fotografica all\u2019altezza degli occhi per stabilire un senso di parit\u00e0 tra il soggetto rappresentato e lo spettatore, in piena luce piatta. I suoi soggetti esprimevano tristezza, sofferenza e paura, ma celavano anche una bellezza particolare. Attraverso i propri scatti, Evans celebr\u00f2 la gente comune, esaltando la loro forza d\u2019animo e il loro coraggio e rendendo la loro vita dignitosa. Fu in grado di raggiungere una certa intimit\u00e0 con i propri soggetti, tanto da riuscire a identificarsi con loro e permettere anche a spettatori esterni di comprendere i loro sentimenti, rispettarli, invece di compatirli. Evans trasform\u00f2 i propri scatti in opere d\u2019arte, richiamando l\u2019attenzione su questa bellezza \u201cnon convenzionale\u201d, con l\u2019idea che il mondo potesse essere migliorato e che tutti fossero degni di essere visti e presi in considerazione. Grazia alla sua fotografia fu possibile vedere con uno sguardo diverso ci\u00f2 che realmente stava accadendo nelle Grandi Pianure americane, e comprendere come potesse sentirsi la gente comune negli anni Trenta. Forte sostenitore della rappresentazione della realt\u00e0 per come appare, Evans critic\u00f2 il testo antecedente, You Have Seen Their Faces, pubblicato nel 1937 da Erskine Caldwell e Margaret Bourke-White, accusandolo di essere uno strumento di propaganda. Entrambi i libri trattano delle tragiche condizioni di vita e di lavoro dei contadini americani delle Grandi Pianure, devastate dalla siccit\u00e0 e dalla crisi, con la differenza che il lavoro di Caldwell e Bourke-White, fu contestato perch\u00e9 present\u00f2 una realt\u00e0 edulcorata, ben lontana dalla realt\u00e0 tragica rappresentata da Evans e Agee. Margaret Bourke-White fu una fotografa statunitense e la prima donna fotografa che lavor\u00f2 per il settimanale Life. Si specializz\u00f2 nella fotografia d\u2019architettura, di design e industriale, attribuendo loro un certo rilievo artistico, per poi dedicarsi alla fotografia documentaria di stampo sociale, profondamente colpita dalla miseria umana che vedeva attorno a s\u00e9. Nel 1936, Bourke-White part\u00ec assieme allo scrittore \u2013 e futuro marito \u2013 Erskine Caldwell, allora all\u2019apice della sua fama come romanziere, verso il Sud degli Stati Uniti per documentare le difficili condizioni di vita dei mezzadri. Bourke-White ricerc\u00f2 nei volti e nei gesti dei soggetti che rappresentava, le emozioni che lei stessa intendeva esprimere, manipolando la realt\u00e0 dei fatti e sfruttando le inquadrature e le angolazioni dal basso per infondere maggiore drammaticit\u00e0 all\u2019immagine. L\u2019obiettivo era ottenere delle fotografie particolarmente toccanti, a discapito della dignit\u00e0 di coloro che venivano fotografati, indifesi di fronte alla macchina fotografica e ignari della sua presenza. Bourke-White, a differenza di Evans, predilesse l\u2019effetto \u201csorpresa\u201d: se da un lato studiava gli ambienti e la messa in scena, fino a curare i minimi dettagli, dall\u2019altro tendeva a fotografare i propri soggetti senza preavviso per ottenere l\u2019effetto sperato, indifferente del disagio che avrebbe potuto provocare in loro. Anche le didascalie riportate sotto le immagini non descrivono i sentimenti reali degli individui ritratti, ma esprimono i sentimenti che Bourke-White e Caldwell pensavano provassero i loro soggetti. Sono frutto dell\u2019immaginazione dei due autori e servono a manipolare le emozioni dello spettatore perch\u00e9 sia costretto a provare pena per loro, a compatirli ed empatizzare con loro. Se da un lato Bourke-White opt\u00f2 per una rappresentazione esplicita della miseria rurale, realizzando immagini sconvolgenti e ricche di dettagli grotteschi, presentando i soggetti come vittime passive, disumanizzate, ridotte a oggetti, i volti incisi dalla fame, dalla stanchezza e dalla sofferenza; dall\u2019altro, volle anche raffigurare momenti di vita quotidiana, di normalit\u00e0, persino di felicit\u00e0 e spensieratezza. Nei testi e nelle fotografie vennero introdotti elementi di finzione senza per\u00f2 dichiarare apertamente che si trattasse di un\u2019opera fittizia. Bisogna sottolineare come questo atteggiamento non sia prerogativa della sola Margaret Bourke-White, ma si pu\u00f2 trovare anche in altri autori e opere degli anni Trenta: molte immagini realizzate in quegli anni possono essere considerate parzialmente efficaci e non del tutto veritiere. La scelta dell\u2019inquadratura, della luce, del soggetto a volte pregiudica il risultato, la manipolazione della scena pu\u00f2 violare gli ideali alla base del documentario, rendendo poco credibili le immagini e le espressioni preoccupate, gli sguardi tristi e disperati dei soggetti raffigurati. Nonostante ci\u00f2, l\u2019obiettivo comune ai due testi \u2013 Let Us Now Praise Famous Man e You Have Seen Their Faces \u2013 fu, attraverso le immagini e i testi \u2013 reali, verosimili o addirittura fittizi \u2013, testimoniare la sofferenza e la povert\u00e0 dei contadini americani, per stimolare una risposta da parte della societ\u00e0 fino ad allora rimasta indifferente e per lasciare un segno evidente come afferm\u00f2 Edward Steichen, fotografo lussemburghese naturalizzato statunitense. Certamente Dorothea Lange descrive quei momenti in modo unico questo lo si evince dal lavoro documentario della fotografa fa parte del programma governativo di documentazione Farm Security Administration, nato con lo scopo di promuovere le politiche del New Deal, e permette a Lange di sperimentare e di raccontare al suo Paese e al mondo i luoghi e i volti di una tragedia della povert\u00e0. Dalle piantagioni di piselli della California a quelle di cotone degli Stati del Sud, dove la segregazione razziale porta a forme di sfruttamento ancor pi\u00f9 degradanti, Lange realizza migliaia di scatti, raccogliendo storie e racconti riportati nelle dettagliate didascalie che le accompagnano. \u00c8 in questo contesto che realizza <em>MigrantMother<\/em>, il ritratto iconico di una giovane madre disperata che vive con i sette figli in un accampamento di tende e auto dismesse. \u00a0Questo lavoro termina con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, che per gli Stati Uniti comincia nel 1941, con il bombardamento giapponese di Pearl Harbor; proprio alla popolazione americana di origine giapponese \u00e8 dedicato il secondo grande ciclo di immagini esposto in mostra: dopo la dichiarazione di guerra, infatti, il governo americano decide di internare in campi di prigionia la comunit\u00e0 nativa giapponesenegli Stati Uniti, assumendo vari fotografi per documentare l\u2019accaduto. \u00a0Anche in questo caso Lange lavora su incarico del governo, nonostante lei e il marito abbiano espresso pubblicamente il proprio dissenso. I suoi scatti documentano l\u2019assurdit\u00e0 di una legge razziale e discriminatoria e di come questa abbia stravolto la vita di migliaia di persone ben inserite nella societ\u00e0, costringendole ad abbandonare le proprie case e le proprie attivit\u00e0. Lange, eccelsa ritrattista, riesce ancora una volta a raccontare il vissuto emotivo delle persone che incontra, sottolineando come le scelte politiche e le condizioni ambientali si ripercuotano sulla vita dei singoli. \u00a0Crisi climatica, migrazioni, discriminazioni: a quasi un secolo dalla realizzazione di queste immagini, i temi trattati da Dorothea Lange sono di assoluta attualit\u00e0 e forniscono spunti di riflessione e occasioni di dibattito sul presente, oltre a evidenziare una tappa imprescindibile della storia della fotografia del Novecento.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Biografia di Dorothea Lange<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Nata Hoboken si avvicina alla fotografia nel 1915, imparandone la tecnica grazie ai corsi di Clarence H. White alla Columbia University. Nel 1919 apre il proprio studio di ritrattistica a San Francisco, attivit\u00e0 che abbandona negli anni Trenta per dedicarsi a una ricerca di impronta sociale e a documentare gli effetti della Grande Depressione. Fra il 1931 e il 1933 compie diversi viaggi nello Utah, in Nevada e in Arizona. Nel 1935 si unisce alla Farm Security Administration (FSA). All\u2019interno di questo progetto epocale realizza alcuni dei suoi scatti pi\u00f9 famosi, nonostante alcuni contrasti con RoyStryker (a capo della divisione di informazione della FSA) in merito alle proprie scelte stilistiche. Nel 1941 ottiene un Guggenheim Fellowship (un importante riconoscimento concesso ogni anno, dal 1925, dalla statunitense John Simon Guggenheim Memorial Foundation a chi ha dimostrato capacit\u00e0 eccezionali nella produzione culturale o eccezionali capacit\u00e0 creative nelle arti.). All\u2019inizio degli anni Cinquanta si unisce alla redazione di Life e si dedica all\u2019insegnamento presso l\u2019Art Institute di San Francisco.<\/p>\n\n\n\n<p>Muore nel 1965, a pochi mesi dall\u2019importante mostra che stava preparando al Museum of Modern Art di New York. Fra le esposizioni pi\u00f9 recenti si ricordano \u201cPolitics of Seeing\u201d al Jeu de Paume di Parigi nel 2018 e Words &amp; Pictures al MoMA nel 2020.<\/p>\n\n\n\n<p>Palazzo della Penna &#8211; Centro per le arti contemporanee di Perugia<\/p>\n\n\n\n<p>Dorothea Lange<\/p>\n\n\n\n<p>dal 14 Dicembre 2024 al 23 Marzo 2025<\/p>\n\n\n\n<p>dal Marted\u00ec alla Domenica dalle ore 10.00 alle ore 18.00<\/p>\n\n\n\n<p>Luned\u00ec Chiuso&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Foto Allestimento Mostra di Dorothea Lange Palazzo Penna \u2013 Centro per le arti contemporanee di Perugia courtesy CAMERA \u2013 Centro Italiano per la Fotografia di Torino<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Giovanni Cardone Fino al 23 Marzo 2025 si potr\u00e0 ammirare a Palazzo della Penna &#8211; Centro per le arti contemporanee di Perugia la mostra dedicata a Dorothea Lange a cura di Walter Guadagnini e Monica Poggi. 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