{"id":1000007479,"date":"2024-08-30T09:43:01","date_gmt":"2024-08-30T12:43:01","guid":{"rendered":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000007479"},"modified":"2024-08-30T09:43:03","modified_gmt":"2024-08-30T12:43:03","slug":"superare-le-polarizzazioni-per-comprendere-la-realta-in-cui-viviamo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000007479","title":{"rendered":"Superare le polarizzazioni per comprendere la realt\u00e0 in cui viviamo"},"content":{"rendered":"\n<p>O bianco o nero, o di qua o di l\u00e0: abbiamo costruito un mondo cos\u00ec complesso da aver bisogno di un&#8217;Intelligenza artificiale per tentare di governarlo, eppure il nostro pensiero \u00e8 sempre pi\u00f9 tentato dalla semplificazione. Inevitabile allora un atteggiamento da tifoseria che dal mondo del calcio si estende a tutti gli aspetti della realt\u00e0. \u00abUna mentalit\u00e0 duale e non inclusiva rivela tutto il suo limite e, in definitiva, la sua non fondatezza\u00bb, scrive il sacerdote e teologo Hubertus Blaumeiser, direttore della rivista del Gruppo editoriale di Citt\u00e0 Nuova \u00abEkkles\u00eda\u00bb in un numero tutto dedicato al tema delle polarizzazioni. \u00abIl fatto che a tutti i livelli &#8211; prosegue Blaumeiser &#8211; da quelli pi\u00f9 macroscopici come la politica e la visione di Chiesa ai rapporti nel quotidiano, continuiamo a non intenderci e spesso a polarizzarci, mostra che non abbiamo ancora compreso che siamo fatti per accogliere e custodire dentro di noi l&#8217;altro nella sua diversit\u00e0, per lasciarcene lavorare e arricchire\u00bb. Blaumeiser cita Papa Francesco che invita continuamente ad aprirsi alla pluriformit\u00e0 del reale, sapendo che eventuali conflitti e tensioni possono diventare generativi. Un esempio: l&#8217;11 ottobre 2022, in occasione 60.mo anniversario dell&#8217;inizio del Concilio Vaticano II, Papa Francesco disse tra l&#8217;altro: \u00abNon cediamo alla tentazione della polarizzazione. Quante volte si \u00e8 preferito essere &#8216;tifosi del proprio gruppo&#8217; anzich\u00e9 servi di tutti, progressisti e conservatori piuttosto che fratelli e sorelle, &#8216;di destra&#8217; o &#8216;di sinistra&#8217; pi\u00f9 che di Ges\u00f9.\u00bb Matteo Corradini ebraista e scrittore, si occupa di didattica della Memoria e fa ricerca sulla Shoah. Ha al suo attivo diverse pubblicazioni tradotte anche in Germania e in Francia. Tra i riconoscimenti ricevuti il Premio Andersen nel 2018 e nel 2024. L&#8217;ultima sua iniziativa \u00e8 una newsletter settimanale in cui propone riflessioni sul presente e sul passato intitolata \u00abNoi siamo Memoria\u00bb. Al centro della sua intervista ai media vaticani, le conseguenze delle polarizzazioni e l&#8217;importanza del principio di umanit\u00e0 per leggere le vicende del mondo:&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Matteo Corradini, a proposito di una forma mentale attualmente diffusa che tende a semplificare, lei parla di \u00abpigrizia binaria\u00bb. Che cosa vuol dire?<\/p>\n\n\n\n<p>Anzitutto starei sulla parola pigrizia. La nostra pigrizia oggi ci spinge a guardare il mondo con occhi molto superficiali e gli occhi superficiali non ci permettono di approfondire, di scendere oltre la superficie delle cose e di andare al cuore dei problemi, al cuore delle persone e delle parole. La pigrizia oggi \u00e8 questa: \u00e8 una pigrizia che non ci spinge all&#8217;ozio, ma spesso ci spinge all&#8217;odio, per fare un gioco di parole. Ed \u00e8 una pigrizia un po&#8217; binaria, cio\u00e8 tendiamo a inscatolare il mondo in argomenti che ci piacciono e in argomenti che non ci piacciono, in persone che ci piacciono e in persone che non ci piacciono. E di fronte ad ogni argomento prendiamo una parte come se ogni argomento fosse una partita di pallone. Questo \u00e8 un modo pigro di pensare. Quando invece si scende sotto la superficie, s&#8217;incontrano le sfumature delle persone, dei problemi e allora l\u00ec s\u00ec ci vengono dei \u00abmal di testa\u00bb, per\u00f2 noi siamo, credo, su questo pianeta per farci venire dei mal di testa, non per starcene tranquillamente al sole.<\/p>\n\n\n\n<p>Non solo le persone comuni pensano in modo binario, spesso lo fanno anche certi politici, certi intellettuali. Ma che cosa produce questo genere di pensiero?<\/p>\n\n\n\n<p>Se a pensare in modo binario lo facciamo noi, siamo persone oziose, se lo fa un politico credo la cosa sia pi\u00f9 grave perch\u00e9 la nostra pigrizia ci fa guadagnare una sorta di serenit\u00e0, una vita pi\u00f9 leggera. Il politico invece ci guadagna, ci guadagna consenso spesso, e sa che una parte del suo consenso viene da questa lettura superficiale delle cose. Questo genere di pensiero, ahim\u00e8, in certe situazioni genera l&#8217;impossibilit\u00e0 di dialogare e genera di fondo anche quello che noi chiamiamo \u00abguerra\u00bb. Pensiamo a un luogo oggi che \u00e8 dilaniato dal conflitto, come la Striscia di Gaza. Troppo spesso l&#8217;idea \u00e8 di pendere per una parte o per l&#8217;altra, per cui se si empatizza, per esempio, per gli israeliani che sono stati colpiti cos\u00ec duramente negli attacchi del 7 ottobre, sembra quasi che in automatico si debba per forza odiare il popolo palestinese, come se le due cose, avere a cuore tutte due le parti, per forza non potessero andare a braccetto, come se l&#8217;empatia per le persone che sentiamo pi\u00f9 vicine non ci insegnasse in fondo l&#8217;empatia anche per le persone che sentiamo lontane. L&#8217;empatia per chi abbiamo vicino non ci deve spingere a odiare chi \u00e8 pi\u00f9 lontano, invece purtroppo questo accade.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma che differenza c&#8217;\u00e8 tra accettare la complessit\u00e0 del mondo e fare invece un po&#8217; un esercizio di equilibrismo? Che differenza c&#8217;\u00e8 tra superare la mentalit\u00e0 duale, binaria, e il non prendere posizione? Perch\u00e9 \u00e8 importante anche distinguere tra il bene e il male&#8230;<\/p>\n\n\n\n<p>Questo certamente, ma la distinzione pi\u00f9 autentica che noi possiamo fare tra bene e male \u00e8 sapere che questo bene e questo male risiedono in ognuno di noi. E ogni volta che invece dividiamo il mondo in bene o male, \u00e8 come se dicessimo che c&#8217;\u00e8 una parte che rappresenta in toto il bene, e c&#8217;\u00e8 una parte che rappresenta in toto il male. E invece conoscere le sfumature, ci permette di trovare dell&#8217;empatia anche per le persone che apparentemente sono dall&#8217;altra parte. Quello che conta spesso &#8211; e lo vedo anche nel mio lavoro nelle scuole &#8211; \u00e8 l&#8217;umanit\u00e0. Se noi guardiamo la realt\u00e0 a volo di uccello dall&#8217;alto, inevitabilmente ci troviamo davanti a persone che hanno delle idee geopolitiche chiarissime &#8211; restando sull&#8217;esempio di Gaza, tutti siamo diventati degli esperti di Hamas, degli esperti di politica israeliana &#8211; invece se scendiamo nelle storie delle persone, questa divisione cos\u00ec forte quando si parla di geopolitica quasi scompare perch\u00e9 entrano in gioco le persone, l&#8217;umanit\u00e0 delle persone. Purtroppo quando si guarda questi eventi dal di sopra, si tende a giustificare la violenza e questo non va mai bene.<\/p>\n\n\n\n<p>Lei sottolinea l&#8217;importanza dell&#8217;empatia, di sentire il dolore degli altri. Ma spesso le vittime per noi non contano allo stesso modo&#8230;<\/p>\n\n\n\n<p>La divisione pigra del mondo in buoni e cattivi ci fa considerare anche le vittime come buone o cattive. Ma le vittime di per s\u00e9, quando non sono morte per cause legate alle loro azioni, in quanto vittime sono tutte buone. Questa cosa non ce la dobbiamo mai dimenticare, perch\u00e9 anche di fronte ai morti di Gaza, ai morti del 7 ottobre, agli uccisi dal terrorismo, siamo spinti ancora una volta a mettere queste vittime sulla bilancia e questo credo sia un ragionamento che dovrebbe stare fuori dai nostri discorsi.<\/p>\n\n\n\n<p>Lei \u00e8 scrittore ed ebraista, quello che lei fa \u00e8 un grande lavoro sulla Memoria della Shoah. Come ha vissuto e che cosa \u00e8 cambiato per lei, per il suo impegno, dopo la tragedia del 7 ottobre scorso in Israele?<\/p>\n\n\n\n<p>Sono cambiate tante cose: \u00e8 stato un duro colpo, e non solo dal punto di vista umano. \u00c8 stato un duro colpo per tutti noi che da tanti anni facciamo memoria e crediamo che la memoria del passato possa incidere sul presente. Quelle domande su quanto la storia possa insegnare al presente &#8211; su quanto la memoria di quella storia pu\u00f2 cambiare il presente &#8211; di solito un po&#8217; troppo teoriche, dopo il 7 ottobre sono diventate di colpo argomenti pragmatici. Il 7 ottobre ha messo davanti a tutti la realt\u00e0 e questo bagno di realt\u00e0 oggi ci spinge a fare memoria per certi versi in un modo diverso, ossia a potenziare ancora di pi\u00f9 quelle domande che erano rimaste forse un po&#8217; sopite. Che cosa cambia in noi la conoscenza della storia? Che cosa significa costruire una comunit\u00e0 che \u00e8 parte di quella storia? In Israele ci hanno pensato e sono nati gruppi di israeliani e palestinesi che dialogano tra loro. Sono gruppi che esistevano prima del 7 ottobre e che, per fortuna, hanno continuato a esistere dopo. Faccio solo un esempio: c&#8217;\u00e8 un gruppo che si chiama \u00abParents Circle\u00bb e nasce dall&#8217;idea che dietro ogni lutto personale, familiare, ci sia la possibilit\u00e0 di una pace e non ci sia la possibilit\u00e0 di una vendetta. Il problema \u00e8 che in certe zone in Israele tutti o quasi hanno un una persona che \u00e8 stata uccisa dall&#8217;altra parte e questo lutto familiare genera spesso altri lutti, genera odio e rivalsa. Ecco, questo gruppo da tanti anni cerca di mettere insieme israeliani e palestinesi per dialogare. \u00c8 nato da due padri, uno palestinese e l&#8217;altro israeliano, che avevano entrambi una figlia uccisa in modo violento dalla parte opposta. Ecco che cosa significa per loro fare memoria, significa che la tua storia, che nel loro caso \u00e8 molto dolorosa, non genera violenza e fa nascere una generazione nuova nella quale la violenza non \u00e8 contemplata.<\/p>\n\n\n\n<p>Purtroppo in questi mesi stiamo assistendo a una crescita dell&#8217;antisemitismo un po&#8217; dappertutto. Lei che ne pensa?<\/p>\n\n\n\n<p>Di sicuro l&#8217;antisemitismo non \u00e8 mai morto. Dopo il 7 ottobre \u00e8 aumentato e vediamo che \u00e8 aumentato in particolare l&#8217;antisemitismo nel web, nei social. E questo antisemitismo parlato, fatto di comunicazione, non \u00e8 secondario perch\u00e9 \u00e8 la base sulla quale si struttura poi l&#8217;antisemitismo pi\u00f9 fisico. Scrivere messaggi antisemiti nel web significa essere in fondo i mandanti morali di quello che poi accade fuori dal computer, fuori dalle tastiere. E questo s\u00ec che \u00e8 preoccupante. Capita che all&#8217;aumentare dell&#8217;antisemitismo parlato aumenti anche l&#8217;antisemitismo fisico, perch\u00e9 spesso la violenza fisica si basa sulle parole: chi fa violenza ha bisogno di questo \u00abconforto\u00bb, ha bisogno di non sentirsi solo, ha bisogno di sentire che c&#8217;\u00e8 un entourage di persone violente come lui che approva la sua violenza. Ecco, dobbiamo smettere di approvare la violenza per non dare nessun tipo di respiro a chi \u00e8 violento.<\/p>\n\n\n\n<p>Lei \u00e8 in contatto spesso con i giovani: con loro in particolare che cosa significa fare memoria?<\/p>\n\n\n\n<p>I giovani, credo, hanno di sicuro un rapporto distaccato con la storia, la storia per loro \u00e8 qualcosa di lontano. Quella della Shoah che si \u00e8 conclusa ormai ottant&#8217;anni fa, \u00e8 gi\u00e0 lontana per noi e lo \u00e8 ancora di pi\u00f9 per la generazione che viene dopo di noi. Ma io non credo sia lontana l&#8217;idea di poter fare di questa storia, e delle storie dentro di essa, una memoria personale e collettiva. Noto cio\u00e8 nei giovani molto interesse quando, per esempio, racconto la storia dei loro coetanei di 80 anni fa, perch\u00e9 quei coetanei di ottant&#8217;anni fa erano meno lontani da loro di quello che noi pensiamo, quindi dobbiamo trovare il modo che la storia possa diventare memoria in un modo saggio, educativo, in un modo bello e, mi passi la parola, in un modo \u00absimpatico\u00bb, un modo che ti tocca dentro.<\/p>\n\n\n\n<p>Lei dice di essere uscito a un certo punto dai social, luogo privilegiato spesso di aggressivit\u00e0 e di ogni tipo di polarizzazione, scegliendo di offrire delle riflessioni attraverso quelle che lei chiama \u00abletterine\u00bb. Una newsletter settimanale che ha intitolato \u00abNoi siamo Memoria\u00bb. Qual \u00e8 l&#8217;obiettivo e l&#8217;idea di fondo di questa iniziativa?<\/p>\n\n\n\n<p>Da tempo meditavo di uscire dai social. Anni fa ne avevo diversi, li usavo come vetrina per le mie iniziative, per i miei libri, per\u00f2 dopo un po&#8217; mi sono stancato di usarli anche come vetrina. E allora, da un giorno all&#8217;altro, ho chiuso tutto e sto meglio perch\u00e9 quelli sono luoghi dove la pigrizia regna. E allora ho aperto una newsletter che diventa un blog e una volta a settimana spedisco delle riflessioni &#8211; che io chiamo \u00abletterine\u00bb per mantenere il contatto con la concretezza delle cose &#8211; sulla Memoria. Una volta alla settimana ho questo spazio nel quale racconto una cosa che mi preme raccontare.<\/p>\n\n\n\n<p>Adriana Masotti<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>O bianco o nero, o di qua o di l\u00e0: abbiamo costruito un mondo cos\u00ec complesso da aver bisogno di un&#8217;Intelligenza artificiale per tentare di governarlo, eppure il nostro pensiero \u00e8 sempre pi\u00f9 tentato dalla semplificazione. Inevitabile allora un atteggiamento da tifoseria che dal mondo del calcio si estende a tutti gli aspetti della realt\u00e0. 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