1 marzo, 2024

Femminicidio: i giornalisti devono fare attenzione alle parole

 L’assassinio di Giulia Cecchettin, vittima della violenza maschile, sta suscitando un grande e partecipato dibattito pubblico. Non solo su tv e giornali ma anche sui diversi social. E sono soprattutto i giovani che si stanno mobilitando, nei licei e nelle università, facendo ‘rumore’ e non restando in silenzio come vorrebbe qualcuno. Che fare? Che dire? Non è facile, sono intervenuti in molti e tanti hanno detto cose giuste, sacrosante. Per quanto riguarda noi giornalisti penso si debba anche noi metterci in discussione come categoria e come professionisti della parola, dell’uso della giusta parola. Le parole sono importanti, chi le usa male pensa anche male e questo va evitato. Per questo sono d’accordo con i tanti colleghi che si stanno dando da fare per mettere a punto un decalogo di quali parole usare e quali invece eliminare nello svolgimento del nostro dovere quotidiano, quello di raccontare comunque i fatti, quello che succede. Ho trovato molto convincente, e di questo parlerò, il video che mi ha girato mia figlia, che sta circolando soprattutto tra i giovani, della giovane Flavia Carlini dove sottolinea i gravi errori dei giornalisti che si trovano a trattare casi di femminicidio. Prima di tutto, sottolinea, bisogna fare attenzione all’uso delle foto, non è possibile infatti trovare sui giornali o sui media foto della vittima ‘abbracciata’ o in compagnia del suo assassino in momenti di relax del passato. Anche non volendo si rischia di far passare un falso messaggio, che l’atto sia stato accidentale o dovuto ad un particolare momento. In tantissimi casi è dimostrato che non è così.

Poi c’è il fatto che spesso ci si sofferma sulla nazionalità, sulla professione o sull’albo familiare dei coinvolti, e non soltanto sul fatto in sé. Ecco dunque, ad esempio, che se la vittima è una prostituta questo viene messo subito in evidenza, come magari la nazionalità. Così si arriva all’assurdo di far apparire alcuni assassini più colpevoli di altri o certi omicidi più gravi di altri. Altro errore, grave, l’utilizzo di alcuni termini come ‘omicidio passionale’ oppure ‘desiderio sfrenato’ o ‘amore malato’, facendo comunque passare un messaggio sbagliato, che un femminicidio possa comunque collegarsi all’amore. Per non parlare del movente che viene sbandierato a giustificazione: ‘dimenticando un piccolo particolare – sottolinea  Flavia Carlini- che un femminicidio ce l’ha già un movente, perché se una donna muore investita da un auto, o coinvolta in una sparatoria, non è femminicidio, femminicidio è quando vieni uccisa perché sei donna con l’uomo che decide sulla vita  e sulla morte’. Come è sbagliato parlare di raptus, furia omicida, gelosia morbosa… Che non giustificano affatto le centinaia di femminicidi avvenuti, anche perché non ci sono altrettanti omicidi commessi da donne gelose, e si torna alla violenza connessa alla cultura patriarcale. E basta usare ‘emergenza’ quando si parla di femminicidio. Perché stando ai dati in Italia ce n’è uno ogni 72 ore. Quindi statistiche alla mano non è un’emergenza non può essere considerata tale una situazione che si ripete. Una critica dura quella di Flavia Carlini, che costringe a riflettere, a prendere le misure anche nello svolgimento del nostro lavoro. Come giornalisti dell’agenzia Dire faremo tesoro e attenzione massima per non incorrere in questi errori, molte volte frutto di pigrizia o abitudine, perché si raccontino i fatti rispettando sempre, senza colpevolizzare o catalogare in qualche modo, chi è vittima di violenza.

Nico Perrone