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Padre Dario Bossi in Brasile: “Lula sia forte, con gli ‘invisibili’ al fianco”

Non le violenze o l’assalto di domenica, “rivolto al cuore della democrazia”, ma i volti delle persone finora invisibili, come la lavoratrice afrodiscendente o il nativo Kayapo, che su quella stessa rampa che sale al Palacio do Planalto hanno accompagnato Luiz Inacio Lula da Silva solo pochi giorni prima. Sono queste, secondo padre Dario Bossi, comboniano di base a San Paolo, le immagini del Brasile che il mondo dovrebbe avere caro e preservare.
Lo sottolinea, il missionario, 50 anni, originario di Samarate, in provincia di Varese, in una testimonianza resa all’agenzia. Sono trascorsi pochi giorni dall’assalto dei sostenitori dell’ex capo di Stato Jair Bolsonaro al Palacio do Planalto, la sede della presidenza, nel distretto che ospita anche la Corte suprema e il Congresso. Immagini in arrivo dalla capitale federale Brasilia domenica scorsa, viste in tutto il mondo. “E’ impressionante come a sette giorni di distanza abbiano fatto il giro del mondo due scene del Brasile del tutto opposte” sottolinea padre Bossi. “Ricordiamo con il cuore pieno di entusiasmo l’inizio della presidenza di Lula che sale la scalinata del Planalto con le persone meno visibili, i protagonisti veri del Brasile, finalmente riconosciuti come attori partecipanti dal nuovo governo fondato su un’ampia alleanza”.
Nelle foto e nei video di Lula, attorniato da rappresentanti di minoranze e gruppi sociali a lungo ai margini, Bolsonaro non compare. L’ex presidente, partito alcuni giorni prima per la Florida, non ha consegnato personalmente la fascia del capo dello Stato al suo successore. Padre Bossi torna su quella scelta, così come sul rifiuto di riconoscere l’esito delle elezioni di ottobre, vinte da Lula: “L’invasione della Praca dos Tres Poderes, con le immagini di vetri infranti, la distruzione e il vilipendio dei luoghi simbolo della federazione, ha svelato il volto dell’estrema destra, sempre più legata a fondamentalismo e terrorismo”. Secondo padre Bossi, di “minaccia alla democrazia” si tratta e non già di “disputa politica”. E in questo è centrale il tema, e il rischio, delle complicità. “Penso ai dirigenti del Distretto federale”, dice il missionario, come il governatore Ibaneis Rocha e il suo segretario per la Pubblica sicurezza Anderson Torres, entrambi destituiti e in almeno un caso già sotto indagine”. L’aspetto chiave sarebbe stata però la capacità di reazione, sia da parte del nuovo governo federale, che ha permesso l’arresto in flagranza di reato di almeno 1.500 persone, sia delle organizzazioni della società civile. “Lo confermano le manifestazioni per la democrazia che hanno seguito i fatti di domenica e i sondaggi secondo i quali il 90 per cento dei brasiliani condanna questi atti di violenza e terrorismo” dice padre Bossi. La sua tesi è che l’aver saputo far fronte ai rischi possa dare al nuovo esecutivo una forza maggiore. “Anche”, argomenta il missionario, “per indagare e punire i crimini commessi da Bolsonaro e dai suoi ministri in questi anni di pandemia di Covid-19, con inefficienze e illeciti”. Padre Bossi riconosce però che a livello di governatori statali i dirigenti eletti con il supporto dell’ex presidente sono diversi. “Serviranno ancora rigore e determinazione” l’appello del comboniano. “Dovremo fare di tutto per ricostruire, perché nel mondo restino impresse le immagini del primo e non dell’8 gennaio”. Come quella di Lula accanto a Raoni Metuktire, rappresentante novantenne della comunità Kayapò: a consegnargli la fascia verdeoro della presidenza quel giorno è Aline Sousa, lavoratrice afrodiscente che raccoglie materiali riciclabili in strada da quando aveva 14 anni.

Vincenzo Giardina

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