Gazzettino Italiano Patagónico

Cosa cambia col nuovo governo sulle pensioni?

Dopo la cerimonia ufficiale di giuramento di sabato 22 ottobre, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha tenuto oggi il suo discorso programmatico, durato poco più di un’ora, per chiedere la fiducia per il nuovo governo alla Camera dei deputati (una formalità: il centrodestra può vantare una solida maggioranza). Ha parlato anche di pensioni. La questione è una delle prime che il nuovo governo guidato dalla leader di Fratelli d’Italia deve affrontare. Le ipotesi emerse durante la campagna elettorale del centrodestra e subito dopo il voto sono abbastanza eterogenee e il tempo stringe: se non saranno approvati nuovi interventi, infatti, il primo gennaio 2023 ci sarà il ritorno alla legge Fornero. I sindacati premono per un superamento dell’obbligo di pensionamento a 67 anni, ma si discute sul come. Giorgia Meloni ha detto che “le tutele adeguate vanno riconosciute anche a chi dopo una vita di lavoro va in pensione o vorrebbe andarci”. L’obiettivo sarebbe quello di facilitare la flessibilità in uscita con meccanismi compatibili con la tenuta del sistema previdenziale, “partendo, nel poco tempo a disposizione per la prossima legge di bilancio, dal rinnovo delle misure in scadenza a fine anno”. Secondo la premier, “la priorità per il futuro sarà un sistema pensionistico che garantisca anche le giovani generazioni e chi percepirà l’assegno solo in base al regime contributivo”. Meloni ha aggiunto che è “una bomba sociale che continuiamo a ignorare, ma che investirà in futuro milioni di attuali lavoratori, che si ritroveranno con assegni addirittura molto più bassi di quelli già inadeguati che si percepiscono attualmente”. Parole a parte, i fatti per ora dicono che tra due mesi, dal primo gennaio 2023, senza nuovi interventi del governo non ci saranno più le vecchie quote (dopo gli anni di quota 100 e quota 102). I soli canali di uscita dal lavoro sarebbero quelli ordinari della legge Fornero: 67 anni e almeno 20 di contributi per la pensione di vecchiaia, oppure 42 anni e 10 mesi per la pensione anticipata, a prescindere dall’età anagrafica (un anno in meno per le donne). Il tempo per un confronto e magari una riforma sulle pensioni è molto risicato, ma qualcosa andrà fatto per evitare una sorta di “scalone” molto penalizzante rispetto a oggi. Il governo Meloni ha poche settimane per agire, ma il quadro sembra iniziare a chiarirsi.

Pensioni: l’ipotesi di una quota 100 o 102 flessibile

“Sapete perfettamente che non mi sottrarrò ai temi, li affronteremo anche ascoltando le istanze delle parti sociali e di tutti i soggetti portatori di contributi importanti, poi nei prossimi tempi lasciateci fare tutti i necessari passaggi. Ci mettiamo al lavoro. Anzi, vado al ministero del Lavoro”, ha detto la neo ministra Marina Calderone subito dopo il suo giuramento al Quirinale. Al momento, non c’è una precisa proposta di partenza da sottoporre all’esame del governo. Ma in un’analisi diffusa a maggio scorso dalla Fondazione studi dei consulenti del lavoro, categoria di cui la neo ministra Calderone era al vertice, si fa riferimento a una quota 100 o 102 “flessibile”, una condizione che dovrebbe consentire l’uscita dei lavoratori di età compresa tra i 61 e i 66 anni con almeno 35 anni di contributi.

Il futuro di opzione donna e ape sociale

Di questa soluzione, secondo lo stesso studio, potrebbe fruire una platea di 470mila lavoratori a cui verrebbe evitato lo “scalone” della legge Fornero. A fine anno, infatti, scadono contemporaneamente tre vie d’uscita anticipata: quota 102, opzione donna e ape sociale. Quota 102 è una misura introdotta dal governo Draghi nella legge di bilancio come sperimentazione annuale, dopo la fine della sperimentazione triennale di quota 100: prevede la possibilità del pensionamento anticipato con almeno 64 anni d’età e 38 di contributi. Opzione donna, come spiega l’Inps, “è un trattamento pensionistico calcolato secondo le regole di calcolo del sistema contributivo ed erogato, a domanda, in favore delle lavoratrici dipendenti e autonome che hanno maturato i requisiti previsti dalla legge entro il 31 dicembre 2021”. Permette di andare in pensione alle lavoratrici con 58 anni d’età (59 le autonome) e 35 anni di contributi raggiunti nel 2021. Nel programma di Fratelli d’Italia si parlava di rinnovo della misura. In scadenza c’è anche l’ape sociale, “un’indennità a carico dello Stato erogata dall’Inps, entro dei limiti di spesa, a soggetti in determinate condizioni previste dalla legge che abbiano compiuto almeno 63 anni di età e che non siano già titolari di pensione diretta in Italia o all’estero. È corrisposta, a domanda, fino al raggiungimento dell’età prevista per la pensione di vecchiaia”. Permette di uscire a 63 anni d’età e, a seconda dei casi, 30 o 36 anni di versamenti. La misura è stata introdotta nel 2017 e rinnovata fino al 31 dicembre 2022. Le ipotesi sul tavolo per evitare il ritorno alla legge Fornero sono diverse, ma per capire come intervenire tutto dipenderà dalle risorse che saranno messe a disposizione nella manovra. Le prossime settimane saranno decisive per fare chiarezza. Potrebbero essere prorogate sia opzione donna sia l’ape sociale. Potrebbe essere introdotta “opzione uomo” (pensione a 58 anni con 35 di contributi e un taglio dell’assegno). Si parla anche di quota 41, cavallo di battaglia della Lega. È un’ipotesi sostenuta anche dai sindacati, che chiedono l’uscita con 41 anni di contributi a prescindere dall’età o da 62 anni. Ma una quota 41 “secca” costerebbe circa 5 miliardi l’anno. Una soluzione allo studio per ridurre l’impatto finanziario sarebbe con l’introduzione di una soglia d’età.

Violetto Gorrasi

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