Trasformare la tregua in veri e propri colloqui di pace: è la speranza per lo Yemen

Trasformare la tregua in veri e propri colloqui di pace: è la speranza per lo Yemen

10 agosto, 2022 Off By Gazzettino Italiano Patagónico

Si moltiplicano gli appelli, affinché in Yemen si approfitti della tregua – in vigore da quattro mesi e prorogata fino al prossimo 2 ottobre – per avviare un vero e proprio negoziato di pace. Dopo quasi otto anni di guerra, nello Stato all’estremità meridionale della Penisola araba, il cessate il fuoco mediato ad aprile dalle Nazioni Unite fra tutte le parti e rilanciato il 2 agosto sta reggendo, ad eccezione di alcuni disordini nell’area centrale di Marib, e il numero di vittime e feriti civili si è dimezzato dal suo inizio. La tregua prevede l’interruzione di tutte le offensive militari di terra, aeree e marittime “dentro e fuori dallo Yemen” inclusi, dunque, gli attacchi degli houthi contro l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti (Eau), nonché gli obiettivi economico-commerciali nel Mar Rosso. Più concretamente, comprende l’ingresso di diciotto navi trasportanti carburante nei porti del governatorato di Hodeida; due voli aerei civili a settimana da e per l’aeroporto internazionale di Sanaa, in collegamento con Egitto e Giordania; nuove discussioni per la riapertura delle strade intorno alla città di Taiz. Intanto, nel quadrante del Mar Rosso-Bab el Mandeb-Golfo di Aden è entrata in funzione la Combined Maritime Forces-153: la nuova task force multinazionale, a guida statunitense, per contrastare il contrabbando di armi nell’area.

L’appello dell’Unicef

Resta la preoccupazione dell’Unicef che sollecita a fare di più per proteggere i minori che continuano a morire soprattutto per via delle mine di cui è disseminato il Paese: in quattro mesi 113 bambini sono rimasti uccisi o mutilati secondo i numeri verificati dalle Nazioni Unite, che potrebbero essere sottostimati. L’Unicef invita tutte le parti coinvolte a non risparmiare gli sforzi per rimuovere le mine terrestri e gli ordigni inesplosi.

La speranza di un vero negoziato di pace

L’obiettivo dell’Onu è costruire, in questa fase, un negoziato politico che trasformi la tregua in un cessate-il-fuoco. Ne parliamo con Mario Boffo, già Ambasciatore d’Italia in Yemen:

Boffo innanzitutto sottolinea che sembra ci sia la volontà almeno dei Paesi coinvolti dall’esterno, a partire dall’Arabia Saudita, a far cessare il conflitto, o anche di Paesi relativamente vicini come la Turchia. Secondo l’ambasciatore, la tregua è stata impostata e rinnovata proprio perché l’Arabia Saudita sta cercando soluzioni di uscita e ha incoraggiato il governo internazionalmente riconosciuto a istituire un comitato esecutivo che dovrebbe negoziare con gli houthi una soluzione politica. Naturalmente – dice Boffo – questo non sarà né breve ne facile perché sono diverse le visioni generali e le agende di ogni parte. Inoltre c’è sempre il ruolo di Paesi stranieri da considerare. Ma – sottolinea – è proprio il momento di sperare che piano piano si inneschi un negoziato politico credibile, serio, riconosciuto da tutte le parti.

Dalla primavera araba alla guerra

Il Paese cerca stabilità dal 2011, dal momento in cui nell’ondata delle cosiddette primavere arabe ci sono state proteste e manifestazioni che hanno portato ad un passo indietro del presidente Ali Abdullah Saleh, che a febbraio 2011 annunciò che, alla fine del suo mandato presidenziale, cioè nel 2013, non si sarebbe candidato alle elezioni e avrebbe ceduto il potere al suo vice, Abdrabbuh Mansour Hadi. La transizione politica avrebbe dovuto portare stabilità nel Paese, che è inoltre uno dei più poveri in tutto il Medio Oriente, ma così non è stato. Da allora la situazione in Yemen è precipitata. Il presidente Hadi ha dovuto affrontare vari attacchi da parte delle forze militari fedeli a Saleh, una crescente insicurezza alimentare e una crisi economica dilagante. Nel 2014 sono iniziati i combattimenti quando il movimento ribelle sciita Houthi ha preso il controllo della provincia settentrionale di Saada e delle aree limitrofe. Gli Houthi hanno continuato ad attaccare arrivando a prendere la capitale Sanaa, costringendo Hadi all’esilio all’estero. Il conflitto si è intensificato drammaticamente nel marzo 2015, quando l’Arabia Saudita e altri otto stati- per lo più arabi sunniti – sostenuti dalla comunità internazionale – hanno lanciato attacchi aerei contro gli Houthi, con l’obiettivo dichiarato di ripristinare il governo di Hadi. L’Arabia Saudita ha giustificato il proprio intervento in Yemen, affermando che l’Iran sostiene gli Houthi con armi e supporto logistico: un’accusa che Teheran nega. Il conflitto è entrato così a far parte di una serie di tensioni regionali e culturali nel Medio Oriente tra sciiti e sunniti.

Un’occasione persa

L’ambasciatore Boffo precisa che, dopo i primi tafferugli anche sanguinosi in Yemen, si è avuto un dialogo nazionale con la partecipazione di tutte le parti che al momento è stato proficuo, sostenuto dalla comunità internazionale riunita sotto la sigla Friends of Yemen, con un ruolo importante dell’Italia. Purtroppo l’esito del dialogo è stato l’elaborazione di una Costituzione – ricorda Boffo – che prevedeva una federazione, ma che non è stata riconosciuta dagli Houthi che si sono ritenuti emarginati.

Divisioni a tanti livelli

Al momento dell’intesa per la tregua ad aprile scorso, il presidente ad interim Hadi – il suo mandato iniziato nel 2012 è formalmente scaduto dal 2014 – ha accettato di trasferire i suoi poteri, sotto la spinta di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti (Eau), a un Consiglio presidenziale di otto membri. Il nuovo Consiglio è anche incaricato di negoziare il cessate-il-fuoco con gli Houthi. Nella composizione del Consiglio presidenziale, si evidenziano l’assenza di leader politici nazionali e la proliferazione di leader locali, che governano su specifiche porzioni di territorio. Il fronte che si oppone agli Houthi rimane molto diviso ed esprime agende politiche diverse nonché leadership rivali, mentre dalla leadership degli Houthi nel nord arrivano segnali politici contrastanti. E secondo Boffo è rilevante considerare che i ribelli sciiti filoiraniani hanno appoggi stranieri, ma non sono solo orientati dall’esterno: hanno una loro particolare visione del Paese, che conserva aspetti di un retaggio antico e che presenta anche contraddizioni, perché fa capo a temi irrisolti della società yemenita e in qualche modo della società regionale.

Uno dei luoghi culla della civiltà umana

Boffo ricorda che lo Yemen è uno dei territori dove si è sviluppata la civiltà umana, pur essendo un territorio impervio. I suoi grandi regni antichi trovarono i metodi, con la costruzione di dighe e cisterne, per sfruttare le grandi piene. Grazie a questo apporto idrico la regione ha prosperato anche attraverso i commerci delle grandi carovane che trasportavano principalmente incenso e mirra e più tardi il caffè anche attraverso i traffici marittimi. Questi commerci hanno fatto – ricorda Boffo – la fortuna di regni come quello, quasi mitico della regina di Saba. Poi iniziò la decadenza e il succedersi delle diverse culture. Con l’avvento dell’Islam e lo spostamento del potere verso oriente, lo Yemen – ricorda – ha perso la sua centralità, ma ha mantenuto, tra alterne vicende, un ruolo fondamentale nel mondo arabo, come ad esempio nella conquista dell’Andalusia.

Fausta Speranza