Daniele Zagaria l’artista più rappresentativo delle avanguardie napoletane

22 junio, 2022 Off By Gazzettino Italiano Patagónico

in mostra a Villa Campolieto

Giovanni Cardone

Fino al 24 Luglio 2022 si potrà ammirare a Villa Campolieto Ercolano la mostra La Poetica dell’Abitare di Daniele Zagaria a cura di Marco Zagaria. L’esposizione è stata Promossa dalla Fondazione Ente Ville Vesuviane e dal MIC -Ministero della Cultura. Nel visitare la mostra sono stato ricevuto da Marco Zagaria che ha iniziato ha spiegarmi come è nata la mostra e come sono state selezionate le opere per creare un dialogo con l’ambientazione settecentesca di Villa Campolieto, poi mi dice, abbiamo tentato di coinvolgere il pubblico dal titolo facendo si che il fruitore si senta parte del gioco espositivo. A questa forza trascinante abbiamo attinto per creare una esposizione che si è sviluppata lungo il percorso delle sale del piano nobile di Villa Campolieto, per potersi confrontare con la qualità spaziale dell’edificio che a sua volta dialoga magistralmente con la natura circostante. Marco Zagaria mi ha introdotto lungo il percorso della mostra che ha loscopo di svelare la creatività artistica di Daniele Zagaria partenopeo di adozione ma pugliese di origine. La frase di Martin Heidegger : “nel modo in cui tu sei e io sono, il modo in cui noi uomini siamo sulla terra, è il Buan, l’abitare. Esser uomo significa: essere sulla terra come mortale; e cioè: abitare” mi ha riportato indietro nel tempo quando all’Università il Prof. Aldo Masullo ci spiegava la poetica di Heidegger, in quel momento ho capito che non mi trovavo in presenza di un artista ma difronte ad un fine intellettuale, Daniele Zagaria me lo ha dimostrato vedendo le sue opere, questa sua produzione parallela e nascosta rispetto al piano più noto delle realizzazioni di architetture pubbliche, svela una singolare e stupefacente capacità creativa oltre che intellettuale nel concepire il contesto dell’abitare nella sua completezza e complessità. Daniele Zagaria si è formato nel clima culturale dei primi anni sessanta, come dice il curatore Marco Zagaria egli frequentava e divenne amico degli artisti più noti del panorama culturale napoletano ricordiamo la sua grande amicizia con Mario Persico, Annibale Oste, Errico Ruotolo, Quintino Scolavino e Carlo Alfano, il ripensamento critico delle idee funzionaliste che lo portano, insieme alla scoperta delle poetiche “dell’inutile” e del “gioco”, a ricercare una qualità diversa e alternativa del disegno d’arredo, spostando il suo interesse verso una fruizione estetica più ampia e articolata. La mostra ha il desiderio di farci ripercorrere un viaggio nel percorso creativo dell’artista come dice lo stesso curatore, è un viaggio senza spazio e senza tempo, percorso in compagnia delle sue ideazioni, il mobile-quadro, il mobile-personaggio, il mobile-robot, le grafiche “spaziali”.  Ma il viaggio continua al fianco di Marco Zagaria che mi racconta che Daniele Zagaria nel suo essere artista ha cercato sempre di raccontare la conoscenza e la sapienza delle personalità che lo hanno sempre accompagnato in questo tracciato fatto di artigiani, artisti e scultori, che prima di essere summa di conoscenza e sapere sono stati innanzitutto amici e compagni di vita. E’ per questo che è difficile definire un confine tra le contaminazioni dei contributi di ciascuno. Il risultato è il frutto di forme ricche, contaminate e plasmate dalla creatività ma connotate da una conoscenza della tecnica che applica con rigore Daniele Zagaria e che “contengono” il processo creativo di molti. Anche quando queste presenze non appartengono al quotidiano delle frequentazioni di prossimità, rappresentano presenze del quotidiano vissuto da Daniele.Come mi dice il curatore il viaggio simbolico e narrativo dell’artista è scandito al ritmo della musica e della filosofia, la musica e la sua collezione di arte che lo accompagnano nel suo quotidiano ,tessono la poetica dell’abitare di chi starà e abiterà negli spazi che l’artista immagina e realizza. Infine sono rimasto incantato dal racconto di Marco Zagaria sembrava che egli vivesse in prima persona tutto quello che mi mostrava sono entrato in un percorso che forse all’inizio per me sembrava ostico invece alla fine ho capito che il design è arte. Quando ci siamo lasciati ho detto a Marco Zagaria che i veri artisti sono coloro che vivono la purezza dell’arte. Mentre ritornavo a casa cercavo di rispondere a tante domande ma una di queste era la differenza tra design e arte, a questa domanda ho cercato di dare delle risposte attraverso quel filo conduttore creato sapientemente dal curatore che ha cercato di farmi capire in primis l’importanza del colore e della sapienza di saper ideare delle opere d’arredo uniche che dialogano meravigliosamente con le stanze settecentesche di Villa Campolieto. Marco Zagaria dopo quel lungo confronto ha lasciato in me un modo per orientarmi nel mondo del design, spesso per me insidioso e difficilmente comprensibile. Il suo proposito era quello di dimostrare, che seppure in modo schematico come la moderna coscienza sociale e culturale della tecnica e quella dell’arte siano il risultato di uno stesso sviluppo e, soprattutto, come tale sviluppo sia stato sempre fortemente condizionato dalla processualità concreta della società. Fino al Rinascimento il confronto arte-produzione non si pone, in quanto l’arte è riassorbita totalmente dal modo di produzione artigianale ella colloca al suo vertice in quanto produzione perfetta e esemplare. Sono legati a questa concezione i trattati tecnici, nei quali si teorizza l’optimum di ogni determinato procedimento tecnico. A partire dal Rinascimento si delimita l’arte alla rappresentazione. Si teorizza una tecnica volta alla rappresentazione o forma artistica; questa tecnica mentale ingloba in sé e supera la tecnica produttiva tout court.

Si configura allora una distinzione tra tecnica artistica e tecnica produttiva: il problema del rapporto tra arte e produzione comune si pone come rapporto tra arte e artigianato. Produzione artistica e produzione comune si distinguono principalmente in base all’uso che viene fatto delle tecniche: la tecnica è infatti di per sé neutra. Sia un tipo di produzione che l’altro sono il risultato di procedimenti tecnici con cui l’uomo trasforma la materia, adattando l’ambiente naturale alle sue necessità. Si delinea inoltre uno sfasamento tra lo sviluppo storico dell’arte e quello delle tecniche: ci si trova davanti, da un lato, a uno sviluppo di procedimenti aventi la finalità di valore estetico, dall’altro a uno sviluppo di procedimenti aventi finalità di tipo diverso, in vista della realizzazione di valori differenti, siano essi funzionali, economici, ecc. All’atto della transizione dalla fase artigianale alla fase industriale il problema del rapporto tra arte e produzione comune si configura come relazione tra arte e industria. L’idealismo aveva rinchiuso la tecnica nel ghetto della produzione strutturale, ne aveva fatto un fenomeno estraneo al mondo della produzione sovrastrutturale. Ma la verità è un’altra: la tecnica è presente sia nell’esecuzione dei “prodotti strutturali”configurazioni oggettuali di ogni tipo, sia in quella dei “prodotti sovrastrutturali” configurazioni simboliche di ogni tipo. Il “pregiudizio corrente”, che oppone i prodotti strutturali a quelli sovrastrutturali, i prodotti della mano e della macchina a quelli della testa, è definitivamente superato nel momento in cui tutti i prodotti del lavoro umano sono intesi ma molte volte divengono umani grazie ad un artista come Daniele Zagaria al suo essere unico nel suo linguaggio e nel saper unire i linguaggi. Possiamo dire che Daniele Zagaria è sicuramente uno degli esponenti più rappresentativi dell’avanguardia napoletana, la cui produzione, a partire dall’ultimo quarto del secolo scorso, ha fuso grafica, design e architettura, in un linguaggio unico e originale che ha saputo valicare i confini nazionali e misurarsi alla pari con le altre espressioni artistiche europee. L’Italia usciva sconfitta dal secondo conflitto mondiale e lacerata dalla guerra che aveva procurato lutti, rovine e miseria nel contempo l’orrore, la tragedia e il dramma che restò vivo negli animi dei supersiti. Nel campo dell’arte avvenne una profonda presa di coscienza da parte degli artisti che si fecero interpreti di quel profondo dolore. Negli Quaranta Napoli era caratterizzata ancora da un figurativismo di stampo tardo ottocentesco, legata ad un’estetica che si riformula a degli stilemi che ci rimandava ad un linguaggio di tardo realismo e al libertycon sporadiche aperture di ricerca avanguardista. Le cause vanno rintracciate sia nell’isolamento che gli artisti vivevano rispetto ai loro colleghi che maggiormente inseriti nei circuiti espositivi internazionali e, dunque, più aggiornati sulle novità artistiche, mentre il mercato locale era ancora legato a una tradizione artistica caratterizzata da quadretti con scene di paesaggio e di nature morte. I primi segnali di un reale cambiamento delle arti si registrarono a Napoli nella seconda metà degli anni Quaranta, quando alcuni giovani artisti intrapresero la strada delle sperimentazioni d’avanguardia in linea con le ricerche visive nazionali e internazionali. Fu questo il caso della produzione pittorica di Domenico Spinosa che, precocemente rispetto ai colleghi pittori, imboccò la strada dell’Informale materico e di un raggruppamento di artisti tra cui Guido Tatafiore, Renato Barisani, Renato De Fusco e Antonio Ventitti che nel 1948 fondano il MAC- Movimento di Arte Concreta in concomitanza con l’omonimo gruppo milanese. Furono questi giovani sperimentatori a innescare quel profondo cambiamento dell’arte che incise in maniera radicale nel tessuto culturale stesso della città. In quel periodo gli artisti iniziarono ha sperimentare plurimi linguaggi visivi che andavano dalle geometrie maturate nell’ambito del MAC all’espressività del forma-colore di ambiente Informale, dagli assemblagedi gusto new dada alle immagini mass-mediali di ambito pop, fino alle manifestazioni di tipo concettuale. Daniele Zagaria dopo le esperienze di Le Corbusier, Charlotte Perriand e in Germania del gruppo che si stringeva intorno al Rat für Formgebung, dopo la grande stagione del pop la strada fu spianata al rivoluzionario Philippe Starck e dei suoi seguaci che con il suo linguaggio diede una nuova visione all’arte.In Italia in particolar modo a Milano con il collettivo post-modernista Memphis, divenne un vero fenomeno culturale sulla scena postmodernista degli anni Ottanta del Novecento, ‘Memphis’ ha rivoluzionato la logica creativa e commerciale del mondo del design. Nel 1980 a Milano, Ettore Sottsass si circonda di giovani designer come Matteo Thun, Aldo Cibic, Michele De Lucchi e Barbara Radice. Insieme definirono il linguaggio formale e colorato di Memphis. Più precisamente il collettivo nacque l’11 dicembre del 1980 nella casa di Ettore Sottsass a Milano. Il nome del gruppo, come spiegato dagli stessi fondatori, fu ispirato da una canzone di Bob Dylan, Stuck Inside of Mobile with te Memphis Blues Again, più volte ascoltata nella serata, e che durante la riproduzione si era inceppata proprio sulla frase «with the Memphis Blues Again». Sottsass riuscì fin dall’inizio a ottenere l’appoggio finanziario del padrone di Artemide, Ernesto Gismondi, l’aiuto di Mario e Brunella Godani proprietari della Design Gallery Milano e dell’ebanista Renzo Brugola. L’obiettivo di Memphis fu quello di abolire i limiti creativi precedentemente dettati dall’industria e imporre al design nuove forme, nuovi materiali e nuovi motivi. L’idea fu quella di mettere fine al diktat post-Bauhaus del “good design” che si impose nell’immediato dopoguerra con la “dittatura del funzionalismo” puro, del metallo cromato, del vetro fumé e del bianco e nero. La prima uscita del collettivo Memphis con i loro lavori avvenne nel 1981, con l’esposizione Arc’74 di Milano ed ebbe un effetto bomba: colori esplosivi, decorazioni, coraggiose asimmetrie, mobili verticali come totem. Fu una vera rivoluzione, non si era mai visto nulla di simile. Immediatamente Memphis diventa il label sovversivo del design italiano, cancellando gli anni Settanta e catapultando a zigzag gli anni Ottanta nell’universo stravagante e colorato del cinema, dei fumetti, della Pop Art. Il design, fino ad allora confinato negli show-room, invade i media, scatena passioni e vocazioni. Lo stile e il linguaggio che ne venne fuori fu profondamente radicale e provocatorio per l’epoca. Memphis prese ispirazione da alcuni movimenti di design già esistenti, tra i quali: l’Art Deco per le sue figure geometriche sorprendenti, la Pop Art per i suoi colori audaci e il Kitsch per il distacco dal design minimalista. Il tutto per dare vita a mobili e oggetti caratterizzati da colori vivaci e linee audaci quasi portate all’eccesso.  Molti degli oggetti furono realizzati in materiali poveri come il laminato plastico (la Libreria Carlton), oppure in vetro (Alioth), creazioni insostituibili di Memphis per chi punta all’originalità. La maggior parte dei mobili rispondono infatti a nomi che suscitano in ciascuno di noi un mondo immaginario. A questo si aggiunge l’effetto sorpresa che sta essenzialmente nella forma e nei materiali utilizzati. Lontane dal compromesso del design industriale, le creazioni Memphis sono, secondo quanto affermò Sottsass: «più colorate, più allegre, più ottimiste, più umoristiche». Si mostrano con una policromia decisa, con rivestimenti insoliti e associazioni contraddittorie di materiali. I laminati decorativi della società Abet Laminati, permettevano di creare oggetti espressivi, la texture di questi laminati stratificati dava un carattere volutamente kitch e ironico ai mobili. In questo modo il movimento Memphis divenne il simbolo del “Nuovo Design” e la sua influenza è ancora oggi presente in tanti settori. Memphis fece del design un fenomeno mediatico rivolto a una comunicazione visiva spettacolare. Seguito con interesse dall’estero il movimento divenne internazionale grazie all’intermediazione di vari designer: Nathalie Du Pasquier in Francia, Javier Mariscal in Spagna, Hans Hollein in Austria, Shiro Kuramata in Giappone, Michael Graves e Peter Shire negli Stati Uniti. Senza mai orientarsi verso una vera produzione industriale, gli oggetti Memphis, furono prodotti in serie limitate, cercando di sfuggire alla banalità del quotidiano. Diventando rapidamente il simbolo evidente di un nuovo stile di vita riservato però a un’élite. Alfieri del Neo design, questo gruppo segnò a lungo gli animi e l’universo della moda, della grafica e della pubblicità. Memphis è sinonimo di unisex, audace, asimmetrico, bizzarro, radicale, sperimentale. Indagine sincera e provocatoria della normalità, esaltazione della banalità imperante nella civiltà consumistica. Lo spirito del Memphis Design ha influenzato, ed è tornato a influenzare nell’ultimo periodo, molti campi creativi, della grafica, dei mass media, della video-arte, dell’arte, della moda fino ad abitare le dimore di personaggi illustri, David Bowie, suo grande estimatore, o Karl Lagerfeld nella sua casa a Monte Carlo con la comparsa di pattern geometrici e colorati su poster, video e siti web, quasi “Una palestra mentale” afferma Matteo Thun dove la libertà del poter osare, rintracciando rigorosi momenti citazionistici che provengono dal passato, continua a comunicare attraverso un linguaggio nuovo denso di continue interpretazioni e visioni, in tutti i campi. Anche a Napoli si ripercorre un itinerario originale, che parte dall’Accademia per scendere in strada e trovare la feconda complicità degli artigiani-artisti tra cui Annibale Oste che divennero i custodi di una tradizione del «fare con arte» che sicuramente ha inciso sulla creazione di un linguaggio nuovo e autentico che, però, ha saputo ricevere anche gli stimoli internazionali per rielaborarli con grande audacia. Partendo dal più rigido funzionalismo viene rimesso in discussione da Daniele Zagaria per approdare a risultati nuovi e inattesi, fino a quella che è stata definita «umanizzazione del design» generatrice di stupore, ma anche di profonda curiosità e ammirazione. Nonostante l’apparente frenesia della vis creativa, in Zagaria nulla è lasciato al caso e l’unitarietà del pensiero si riflette nelle grandi architetture come mi dice il curatore lo possiamo intravedere sicuramente nelle diverse opere di edilizia pubblica che ha firmato o a cui ha collaborato. Come afferma Gianluca Del Mastro Presidente della Fondazione Ente Ville Vesuviane : “ Daniele Zagaria è sicuramente uno degli esponenti più rappresentativi dell’avanguardia napoletana, la cui produzione, a partire dall’ultimo quarto del secolo scorso, ha fuso grafica, design e architettura, in un linguaggio unico e originale che ha saputo valicare i confini nazionali e misurarsi alla pari con le altre espressioni artistiche europee. Dopo le feconde esperienze di Le Corbusier, Charlotte Perriand e in Germania del gruppo che si stringeva intorno al Rat für Formgebung dopo la grande stagione del pop, e la creazione del linguaggio rivoluzionario di Philippe Starck e dei suoi seguaci. In Italia, così come a Milano con il collettivo post-modernista Memphis, anche a Napoli si percorre un itinerario originale, che parte dall’Accademia per scendere in strada e trovare la feconda complicità degli artigiani-artisti (penso ad Annibale Oste), custodi di una tradizione del «fare con arte» che sicuramente ha inciso sulla creazione di un linguaggio nuovo e autentico che, però, ha saputo ricevere anche gli stimoli internazionali per rielaborarli con grande audacia. Il più rigido funzionalismo viene rimesso in discussione da Zagaria per approdare a risultati nuovi e inattesi, fino a quella che è stata definita «umanizzazione del design» generatrice di stupore, ma anche di profonda curiosità e ammirazione. Nonostante l’apparente frenesia della vis creativa, in Zagaria nulla è lasciato al caso e l’unitarietà del pensiero si riflette nelle grandi architetture (ricordo le diverse opere di edilizia pubblica che ha firmato o a cui ha collaborato). La Fondazione Ente Ville Vesuviane è lieta di ospitare la Mostra “Daniele Zagaria, la poetica dell’abitare”: fondere il linguaggio delle architetture vanvitelliane e delle decorazioni pittoriche di grandi maestri del ‘700 napoletano con il design degli artisti più rappresentativi dell’età più vicina a noi crea uno straordinario sentimento di straniamento e insieme, di meraviglia. La mostra è un meritato riconoscimento all’Autore e alla sua collezione d’arte, messa insieme con passione e grazie a una fitta serie di relazioni che lo hanno portato, così brillantemente, a rappresentare la nostra terra in Italia e all’estero.” Eduardo Alamaro amico dell’Architetto Daniele Zagaria nel suo testo del 1991 ci fa capire l’essenza del suo linguaggio artistico apre il testo dal titolo Mobili e musica!!! dicendo :“Uno Zag bum, bum!!! squarciò l’aria stagnante a Napoli. Così nacquero per incanto i mobili-personaggio di Daniele Zagaria, architetto di grandi qualità. Tutti fulmini e saette, putipù e triccabballacche, suoni e colori. Tutto pieno d’amore & morte, libertà & costruzione, oriente & occidente. Poiché Zag! è levantino e gotico a un tempo. Tarantino e tarantolato di origine, napoletano per formazione, 55 anni, moglie e figli, una casa d’arte con panorama, su in collina al Vomero, Zag scende talora nella valle di lacrime napulitane solo per lavoro (insegna al Liceo Artistico ai Santi Apostoli, … è progettista tra i più puntuali e completi a Napoli, dall’antica maniera d’architettura).Ma lassù in collina ha il suo Regno. Che è fatto di raffinate compagnie artistiche, attento collezionista qual è; di memorie della sua radice dell’ltalia levantina (colleziona ceramiche popolari pugliesi) ma soprattutto Zag! si immerge solitario nei suoni assoluti e primari della musica jazz, della quale è attento cultore (possiede forse tutto – o quasi – quello che è edito).E a ritmo di jazz disegna mobili raffinatissimi. Tutti pezzi unici, tutti progettati ad hoc. A iniziare da quelli per la sua casa in collina. Suoni e mobili qui si mischiano in un contrappunto assoluto zagariano. Un affondo di tromba di Louis Armstrong s’infila allora sotto le vesti della consolle “Regina”, di sua invenzione. La tromba di Miles Davis fa poi da pendant armonico a un’altra sua consolle, quella contrassegnata dalla colonna (sonora) di un rosso telamone. Quest’ultimo è intagliato dalle abili mani di Graziano Grillo, ebanista calabrese di Filandari, che concretizza tutte le fantasie dell’architetto con puntualità e antica maestria. Una vera e propria jam-session suona poi per il tavolo “Gerrit”, di grandi dimensioni (un metro per tre), un assoluto omaggio al neoplasticismo dell’olandese Gerrit Rietveld, ormai un classico della modernità. E’ a questo punto che Zag ha lanciato in un assolo magico, tra i gialli longheroni tagliati a 45 gradi del cristallo del tavolo, il magico fraseggio plastico di Annibale Oste scultore. Sotto il centro del tavolo suona per noi una fascia tesa di bronzo che regge un uovo, posto in un mirabile equilibrio musicale instabile.Come quello di Colombo, l’uovo di Zag cucinato dall’Oste non ha misteri: si regge per bellezza sua propria. La ricetta di questi mobili napoletani è semplice: far rivivere in un unico registro critico ed operativo, la firmitas dell’architetto, la plastica dello scultore, la maestria dell’artefice, il colore del pittore, la fantasia del poeta e tante buone letture. Mescolare poi insieme il tutto ascoltando del buon cool jazz e servire in una bella casa. Voilà, il gioco del mobile di Zag è fatto!!!”. Mentre Dario Giugliano nel suo testo a catalogo dice : Il design è in crisi, non solo e non tanto per motivi contingenti – potremmo dire storico-sociali: perché in crisi sarebbe essenzialmente il modello di società (industriale), in seno alla quale è nato –, ma per motivi strutturali, a me pare. Esso sarebbe nato in crisi e in un momento di crisi: storica, politica, sociale, culturale (non andrebbe mai dimenticato che il Bauhaus nasce, a Weimar, nel 1919 – anno e luogo sintomatici per quella che per tanti versi può definirsi l’alba, che attendeva di preludere a una delle maggiori tragedie della storia europea moderna). Esso sarebbe nato in crisi perché, di fatto, quello che il design nella sua essenza (il progetto di un oggetto di produzione seriale) incarna è un continuum, uno dei tanti, che accompagna l’umanità dalle origini, e che attendeva solo una formalizzazione e si sa che le formalizzazioni prendono avvio nel momento in cui una forma sta perdendo credibilità, riconoscibilità, ragion d’essere. Basterebbe poi riflettere sullo stesso termine «design», che l’usura linguistica allontana dalla nostra capacità riflessiva, rendendocelo, in un certo senso, neutro, per comprendere che si sta parlando qui di un chiaro modello – e non uno dei tanti – della metafisica occidentale (e se poi si prendono come termini di riflessione le accezioni per «design» in altre lingue, nel francese, per esempio, dove suona come esthétique industrielle, le difficoltà non diminuiscono, anzi; perché, come ricorda Carl Schmitt, la modernità avanzata si contraddistingue proprio per un dispiegamento del parametro estetico, che è l’altra faccia – quella sensibile, percettiva – del paradigma economico come alternarsi dei poli di produzione e consumo). Eppure, come ha magistralmente notato Deleuze, l’attuale società (in maniera netta almeno da un quarantennio) non è più una società di produzione (e questa è sicuramente la più grande risorsa e, insieme, la più grande perversione: la più grande risorsa perversa). Il capitalismo avanzato è un capitalismo che ha come obiettivo quello di «vendere servizi» e «comprare azioni» – al limite, come capitalismo finanziario, vendere e comprare azioni. Così, su un piano sociale, riscontriamo l’evidenza della crisi del design: andato in crisi il sistema industriale come produzione di merci, non ha senso parlare di disegno industriale di oggetti da produrre in serie. Per fortuna, c’è più di un designer (a dispetto dei teorici, che sono sempre in ritardo di almeno un secolo sugli eventi) che tutto questo aveva ben chiaro. Daniele Zagaria è sicuramente uno di questi e non è un caso che, come altri, operi ai margini del sistema produttivo-industriale (il fatto stesso di vivere e lavorare in una realtà, per tanti aspetti periferica marginale subalterna, come Napoli oltre che rappresentare un evidentissimo ostacolo, per altri versi, si rivela sempre essere un’insostituibile risorsa). I suoi mobili dicono silenziosamente tutto questo e pure tanto altro. La serie «Hanky Panky», per esempio, al di là dei richiami a stilemi propri della tradizione artistico-culturale novecentesca (penso alla Metafisica, al Cubismo, ma anche a certe suggestioni stilistiche delle avanguardie storiche: Futurismo e Surrealismo su tutti) – e rintracciare, nel dettaglio, questi stilemi fa parte sempre di un gioco sterile, che lasciamo volentieri ad altri – mi hanno comunicato, la prima volta che ho avuto la fortuna di trovarmici davanti, uno stupefacente senso ludico. Sembravano degli enormi giocattoli che a praticarli, toccarli, aprirli, farli girare, si sarebbero potuti trasformare in altro, sotto i miei occhi, sempre che avessi ingaggiato un complesso corpo a corpo con essi, cosa che mi invitavano esplicitamente a fare, pure già solo a uno sguardo da lontano. Mi han portato subito alla mente quei robot con cui giocano i nostri bambini, fatti di tante parti incastrate e trasformabili: un’auto che si trasforma in un uomo artificiale, che si trasforma in un’astronave, in un continuum di metamorfosi di parti meccaniche, che si incastrano perfettamente tra loro. Non è un caso se Daniele Zagaria usa l’espressione di mobili-personaggio, mutuata dal titolo di un’opera di Mario Persico, per definire questa serie di sculture (che è pure riduttivo chiamare semplicemente «mobili»). In fondo, siamo in una visione del mondo (ogni poetica artistica è – inseparabile da – una visione del mondo) debitrice alla magia naturale di rinascimentale memoria, quella magia dei bambini che incantava Giordano Bruno, per esempio, e che si dispiega in tutta la sua potenza in quel capolavoro letterario che è Lo cunto de li cunti di Basile. Tutti gli enti si compenetrano in una sorta di anelito alla totalità, che solo una filosofia naturale rispettosa di quest’idea metamorfica potrà essere in grado di cogliere. Nella serie di tavoli «Gerrit» (dal nome di Rietveld, uno dei maestri dell’architettura che maggiormente ha ispirato il percorso artistico di Daniele Zagaria), poi, l’elemento biomorfo è come se si solidificasse, diventasse minerale, da vegetale che è. Il legno, infatti, è sempre presente come materia di base di ogni creazione di Daniele Zagaria, ma viene immancabilmente sottoposto, nella lavorazione, a un processo di transustanziazione tale da diventare altro, altra materia – materia comunque vivente, in ossequio al principio metamorfico prima evocato, ma sul piano totalmente diverso della storia, che, indagata, ci permette di risalire nuovamente a una forma originaria, per via di un processo di astrazione. Il senso di questo processo alchemico agita dalle fondamenta la pratica stessa del disegno, del progetto come possibilità di indirizzo per una produzione seriale, la cui, già di per sé, esile plausibilità viene a essere definitivamente minata da quell’attenzione maniacale per il dettaglio, per quella sorta di ossessiva levigatezza formale che contraddistingue ogni opera di Daniele Zagaria e che l’attuale sistema industriale mai sarebbe in grado di riprodurre.

Queste opere di Zagaria, attraverso l’ostentata richiesta di una praticabilità, che coincide con la loro medesima ragion d’essere, lasciano emergere l’imprescindibilità del dato umano della produzione, della manualità, dell’attenzione alla singolarità e all’eccezione – insomma, al dato irriducibile della libertà. Infine come dichiara Roberto Chianese Direttore Generale Fondazione Ente Ville Vesuviane : “Questo incessante lavoro tra futuro e passato, innovazione e tradizione, legano indissolubilmente i contenuti di questa mostra alla storia delle nostre Ville e della Fondazione, proiettata nel futuro e orgogliosamente impegnata nella valorizzazione del suo glorioso passato.”

Biografia Daniele Zagaria

Nato a Taranto nel 1936. Laureato in architettura a Napoli nel 1963, entra a far parte da subito dello studio Capobianco Associati dove svolge la sua attività professionale, occupandosi prevalentemente di edilizia pubblica. Ha partecipato a numerosi concorsi nazionali ed esteri e a mostre tematiche ricevendo nel 1992 il premio nazionale di Architettura IN/ARCH come progettista di un complesso residenziale a Miano (Na). Sin dagli esordi, ha affiancato alla pratica di architetto, quella di designer d’interni. Il suo percorso figurativo si forma nel clima culturale dei primi anni sessanta dalla frequentazione e in alcuni casi dall’amicizia, con alcuni degli artisti più noti nel panorama culturale napoletano tra cui in particolare: Mario Persico, Annibale Oste, Errico Ruotolo, Quintino Scolavino e Carlo Alfano. Da questi apprende e innesca su una educazione ambiguamente funzionalista, la poetica “dell’inutile” e del gioco come valore capace di figurare oggetti, che acquistano qualità e valore rispetto al rigore costruttivo e e geometrico che Daniele Zagaria conosce e domina con magistrale maestria. Queste influenze e commistioni lo hanno spinto a ricercare una qualità diversa e alternativa del disegno d’arredo spostando il suo interesse da considerazioni d’uso esclusivamente funzionali verso una fruizione estetica più ampia e articolata portandolo ad immaginare il mobile-quadro, il mobile-personaggio, il mobile-robot. Tutto questo – insieme alla passione per il jazz – lo hanno accompagnato alla realizzazione di pezzi unici e pregiati dove sono armoniosamente sintetizzate diverse competenze artistiche. Le sue ideazioni di design sono il frutto di una riflessione sul mobile “classico” che, prevedendo l’interazione e la collaborazione di diverse capacità artistiche ed artigianali, si pone in alternativa alla produzione moderna per lo più massificata. Il risultato porta al superamento del carattere spesso “monoculturale” del ciclo produttivo industriale (solo legno, solo ferro …, unico designer) riproponendo materiali, tecnologie e mestieri altrimenti ristretti in confini professionali separati e invalicabili. Di qui la presenza nei suoi mobili di lacche brillanti, impiallacciature di radiche preziose, bronzi e alabastri ovattati, cristalli e specchi molati, antichi materiali che riflettono questi oggetti come immagini radicate nella memoria. Materiali realizzati da sapienti artigiani e scultori tra cui spiccano, in primis, l’ebanista Graziano Grillo e lo scultore Annibale Oste. I suoi mobili si distaccano quindi dai canoni stilistici del razionalismo industriale e dalle seduzioni dell’eclettismo post-moderno ricercando una qualità diversa e alternativa del disegno d’arredo. Da questo lungo percorso di emancipazione nasceranno per primi i Mobili-Personaggio (1980) rappresentati dai contenitori “Hanky Panky” (intrallazzi amorosi) dal titolo del brano del musicista jazz Hank Jones e “MDM” (Monk, Duke and Me) dal brano omonimo di Charles Mingus. A questo periodo appartengono anche i tavoli “Gerrit”, un omaggio a Thomas Gerrit Rietveld, maestro del design e dell’architettura neoplastica olandese di De Stijl. L’”incontro” con l’architetto olandese orienta la sua progettualità verso un evento costruttivo primario, con la riduzione del disegno a tipologie di soli componenti elementari: piani, aste, solidi semplicemente definiti e assemblati senza strutture di tramite o mediazioni di dettaglio. I primi tavoli affermano emblematicamente il legame interdisciplinare come fondamento comune al lavoro d’arredo.

Utilizzano infatti come dato progettuale le figurazioni alternative dell’architetto e dello scultore, messe in opera “spontaneamente” senza accordi stilistici o consonanze rigidamente predeterminate. Gli “Hanky Panky” e gli “MDM” esprimono poi configurazioni oscillanti tra il rimando esplicito alle sembianze umane e un gioco marcatamente antropomorfico. L’uso dell’espressione Mobili-Personaggio vuole rimarcare la singolarità di ciascun oggetto così come avviene con le evidenze formali della figura umana o con tipologie antropomorfiche come totem o manichini tecnologici. I contenitori “LegoluiLegolei” del 2012 rappresentano invece un ulteriore passaggio estetico verso il “movimento”.

L’assemblaggio per sovrapposizione e tangenza di elementi scatolari semplici, lo sfalsamento dei blocchi nelle tre dimensioni, produce vuoti, forature trasparenti visivamente attraversabili. Questa configurazione, libera definitivamente l’oggetto dalla consolidata appartenenza per appoggio alla parete e lo proietta come centro focale in una visione concavo/convessa dello spazio. Questa traslazione, insieme alla mancanza di un recto, di un verso e di un laterale ben definiti, è sostenuta dalla non evidenza di cerniere, maniglie e dalla coloritura a unica tinta di ciascun blocco. Questa scelta estetica, prefigura infine un esito tecnologico che accompagna questi oggetti verso una completa autonomia nello spazio domestico, la possibilità di vederli muoversi e agire secondo logiche algoritmiche e prossemiche che evolvono ed amplificano il rapporto tra uomo e oggetto. Non a caso il prototipo HP68a (ribattezzato Autonomobile) prevede un movimento meccanico attraverso dei comandi vocali oltre ad una funzione random che lo rende simili ad un robot che si muove liberamente senza vincoli per lo spazio domestico. I contenitori Fiori Futuristi del 2014 risentono dell’influenza di Balla e Depero nel loro ruolo di “Astrattisti Futuristi”. In particolare, viene ripreso come spunto, il loro proposito di abbellimento e di addolcimento del reale sintetizzato nel: “Ricostruire l’universo rallegrandolo” che porta in Balla, ai “fiori futuristi” e, in Depero al “paesaggio fantastico” del 1918. Accanto alla produzione degli oggetti di design, sono nate le “tavole grafiche” che costituiscono un corpus iconografico distinto dalla fase di realizzazione dell’oggetto ed hanno un esito grafico e cromatico autonomo ed indipendente. Sorrette da una trama geometrica complessa, spiegano infatti il legame necessario tra poesia e realtà. Attraverso i viaggi degli Astro-mobili si sfiorano le tematiche della contemporaneità: la politica, la scienza, il cinema, il fumetto, la storia, il mito, l’eros, l’amore. Le matrici geometriche e le direttrici spaziali costruiscono una narrazione che aspira al sogno e all’evasione verso altri universi; tutto ciò è possibile grazie all’uso di diagonali, mediane, bisettrici, partizioni a spirale e a cerchio, agli assi cartesiani che divengono vettori propulsivi e aggreganti nel vuoto del foglio; astrazioni geometriche che ampliano il concetto di spazio e le relazioni tra le cose. Ciascun disegno presenta a margine una notazione scritto-grafica volutamente retorica e ridondante: Lib. I, II, III … degli Arredi, degli Astro Mobili, Hanky Panky 015084 … gioco di scambi allusivi a astri-universo, a mobili come astronavi, a numeri come ludiche connotazioni di realtà cosmiche, a linee di movimento dei segni come a tracciati di rotte siderali. A Graziano Grillo, ebanista in Filandari, è affidata la realizzazione dei mobili e degli oggetti d’arredo di Daniele Zagaria. Artigiano dotato di forte personalità Grillo accomuna ad una immediata intelligenza del progetto una raffinata maestria manuale. Il suo contributo più creativo si manifesta principalmente nella individuazione di soluzioni costruttive finalizzate alla realizzazione di un manufatto “artigianale” che esprima al meglio la qualità esecutiva e la biologia dell’artefice.

Villa Campolieto Ercolano

Daniele Zagaria. La Poetica dell’Abitare

dal 5 Maggio 2022 al 24 Luglio 2022

dal Martedì alla Domenica dalle ore 10.00 alle ore 18.00

Lunedì Chiuso