Nuova Zelanda: si sta facendo uno studio nuovo per comprendere e prevedere l’origine degli tsunami

Nuova Zelanda: si sta facendo uno studio nuovo per comprendere e prevedere l’origine degli tsunami

4 mayo, 2021 Off By Gazzettino Italiano Patagónico


Quali sono le caratteristiche del sottosuolo che favoriscono terremoti potenzialmente capaci a provocare tsunami? Uno studio su alcuni campioni provenienti dalla zona di Hikurangi in Nuova Zelanda rivela che i materiali argillosi delle faglie presenti nelle zone di subduzione, cioè dove una placca tettonica scivola al di sotto di un’altra placca, trattengono al loro interno un “cuscinetto d’acqua” e ciò fa sì che essi possano scatenare terremoti. Questo è il risultato dello studio “Fluid pressurisation and ear-thquake propagation in the Hikurangi subduction zone”, condotto grazie alla collaborazione tra l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, le Università di Pisa e Padova, e la University College London, su alcuni campioni provenienti dalla zona di Hikurangi in Nuova Zelanda. Il lavoro è stato pubblicato di Nature Communications. «Nelle zone di subduzione – spiega Stefano Aretusini, ricercatore dell’INGV e primo autore dello studio – lo scivolamento sismico che avviene a profondità crostali ridotte può portare alla generazione di tsunami e terremoti. Analizzando in laboratorio il comportamento dei campioni prelevati nella zona di Hikurangi abbiamo scoperto che le argille presenti tendono ad avere una bassa resistenza alle spinte sismiche a causa dell’acqua in pressione che trattengono al loro interno».
Un nuovo metodo di analisi
Per studiare il comportamento di queste argille i ricercatori hanno condotto degli esperimenti attraverso un nuovo metodo su numerosi campioni raccolti dalla campagna di perforazione “Integra-ted Ocean Drilling Program 375”, a cui ha partecipato la professoressa Francesca Meneghini dell’Università di Pisa, seconda autrice del lavoro pubblicato. I ricercatori sono arrivati alla conclusione che queste argille favoriscono lo scorrimento sismico della faglia proprio a causa della loro capacità di trattenere acqua, caratteristica che le rende più deboli. «I successivi sviluppi di questa ricerca – conclude Stefano Aretusini – saranno quelli di analizzare con lo stesso metodo anche altri tipi di materiali campionati durante la missione per cercare di comprendere quali tra essi possono favorire il processo di scuotimento sismico».
Marco Casale