Un incontro inaspettato

Un incontro inaspettato

28 noviembre, 2020 Off By Gazzettino Italiano Patagónico
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Avv. Luigi Ferrandino

Quando Maradona arrivò a Napoli per la prima volta avevo 23 anni, uno meno di lui, Io ero un laureando in Giurisprudenza con tanti sogni, indeciso se intraprendere la carriera di attore o di avvocato penalista, mentre Diego era già uno dei calciatori più ricchi e famosi del mondo. Non ero molto interessato al mondo del calcio, era uno sport che amavo giocare e che da adolescente avevo giocato anche ad un discreto livello, forse avrei potuto anche io aspirare ad una più che modesta carriera di calciatore, ma la mia cultura familiare era “studiare è la strada sicura”. Quella cultura mi allontanò dal calcio e dal mondo dello spettacolo, oggi ovviamente sono contento della mia professione che mi ha dato e mi da tante soddisfazioni , ma anche qualche dispiacere ,come è naturale in ogni lavoro. Fino all’arrivo del Pibe de Oro, non capivo perchè tanta gente corresse dietro alle avventure di quei miliardari in mutande. Ragazzi giovanissimi, straricchi , che giravano a bordo di vetture fantastiche, pieno di ragazzine adoranti disposte a tutto pur di trascorrere qualche ora con i propri idoli, che intascavano in un anno quanto la maggiorparte di noi non guadagnano in una vita di sacrifici. Il Calcio non era più uno sport, anzi non è più uno sport, come lo era fino agli inizi del secolo scorso quando si praticava per passione e non per denaro, ma era ed è puro business. Mi raccontava mio nonno Beniamino che suo fratello Giacomo (zio Gegè) , ottimo calciatore, negli anni 30 aveva dovuto rinunciare alla carriera calcistica poichè i suoi genitori ritenevano inutile praticare un’attività che , non solo non rendeva nulla e distoglieva i giovani dal lavoro, ma di cui doveva sopportare le spese per le trasferte. Grazie alle profezie che si raccontavano di domenica in domenica di Diego Armando Maradona , inizia a seguire le partite della squadra della mia città, mi stavo appassionando, non al calcio, ma alla Nostra squadra. Diego, diversamente dagli altri calciatori del Napoli, era sempre in giro per discoteche e ristoranti. Tutti noi giovani partenopei avevamo il privilegio di vederlo ballare nelle discoteche cittadine , tra decine di amici e ragazze veneranti e bottiglie di Champagne. Ogni sera spendeva cifre che, per noi ragazzi “normali”, sembrava astronomiche. Offriva cene a decine di commensali nei locali più costosi della città. Ci divertiva vederlo, arrivava in Ferrari o in mercedes con uno stuolo di amici e donne e faceva tutto quello che ogni ragazzo avrebbe desiderato fare. Quando nel 1987 il Napoli conquistò il primo scudetto, risultato di un gruppo di atleti perfettamente incastrati tra di loro, anche io scesi in strada a festeggiare e a guardare le scorribande di quanti avevano atteso una vita quel riconoscimento sportivo che rappresentava anche un riscatto sociale del Sud verso il Nord. “Non sapete che vi siete persi” recitava lo striscione che fu posto fuori alle mura di cinta del cimitero napoletano di Poggioreale, a riprova che con la nota ironia Napoletana si voleva lanciare un messaggio di riscossa di una città sempre bistrattata. Mi laureai e iniziai la pratica forense presso uno degli studi più prestigiosi d’Italia, quello dell’Avv. Vincenzo Maria Siniscalchi. Ogni domenica seguivo le peripezie del collettivo del Napoli, o per radio o, quando il mio maestro mi regalava i biglietti per andare allo stadio, direttamente sul campo. Un pomeriggio del 1991, ero allo studio Siniscalchi, nella stanza destinata ai Procuratori Legali , questo era il titolo accademico di noi giovani avvocati, stavo studiando della carte di un processo che si sarebbe tenuto di lì a qualche giorno, udii ,dalla finestra che dava sul cortile del palazzo, urlare “Diego, Diego”, chiesi ad Anna, segretaria storica dello studio, cosa stesse accadendo e lei mi disse “di là c’è Maradona con l’avvocato, i tifosi hanno visto la mercedes qui a Santa Lucia ed hanno capito che Maradona è venuto al nostro studio”. Nel mentre discutevamo su quanto stava accadendo mi senti chiamare dal mio maestro “Luigi vieni in salotto per cortesia” . Quando vi entrai vidi il mio maestro in poltrona, un’altra persona sedeva sulla poltrona accanto e Diego Armando Maradona seduto sul divano. “Diego lui è l’Avv. Luigi Ferrandino” ,disse Siniscachi, il Pibe de Oro scattò in piedi con un gesto da ragazzo educato di buona famiglia, mi strinse la mano e disse “Diego Maradona piacere”, come se fosse necessario dire il suo nome, io, imbarazzatissimo e felice di incontrare un icona mondiale del calcio, risposi “Piacere mio, stia sti” a volergli dire che non era il caso di tanta reverenza nei miei confronti ed invitandolo a sedersi. Rimanemmo più di un ora a parlare delle accuse che gli erano state mosse “cessione di droga” era l’accusa più infamante, avevo davanti non il campione sicuro e spavaldo che i media ci propinavano, ma un ragazzo della mia età spaventato , insicuro e che cercava aiuto, non solo per i fatti che gli venivano contestati dalla Procura Napoletana, ma soprattutto per lo stato di confusione in cui la droga lo aveva fatto precipitare. Mi parve, in quella manciata di minuti di avere instaurato con lui un rapporto di amicizia, non c’erano i telefonini per fare i selfie, ma comunque la mia educazione ed il rispetto per quel ragazzo che stava soffrendo per tutto quello che gli stava accadendo, e che gli avrebbe segnato la vita fino alla morte, non me lo avrebbero consentito nè gli chiesi un autografo, sebbene la sua firma fu apposta in mia presenza sulla nomina a difensore. Ci sentimmo in seguito al telefono, in una occasione lo chiamai anche dopo il suo trasferimento in Argentina, poi più nulla. Quando ho incontrato Diego ho incontrato un ragazzo dall’animo sensibile e nulla più.


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