Cina: Uguri deportati per produrre i brand occidentali

Cina: Uguri deportati per produrre i brand occidentali

2 marzo, 2020 Off By Gazzettino Italiano Patagónico

  • Il rapporto dell’ASPI, un istituto di Intelligence australiano getta nuove inquietudini su una discriminazione su cui si dibatte da mesi
  • Gli uguri, minoranza islamica nel mirino di Pechino verrebbe deportata e utilizzata come manodopera a basso costo anche per i grandi brand occidentali
  • Così delle misure attuate per prevenire l’estremismo islamico si sarebbero trasformate in una violazione costante dei diritti umani

Le accuse non sono nuove, ma risalgono a mesi fa.  Secondo i documenti ottenuti e diffusi dall’International Consortium of Investigative Journalists , le autorità cinesi avrebbero realizzato imponenti centri di detenzione e “rieducazione” per almeno un milione di membri della minoranza islamica che vivono nel cuore del gigante asiatico. E la minoranza, al quale questi centri sembrerebbero diretti è quella degli “Uguri”, etnia turcofona di religione islamica che vive nel nord ovest della Cina. Un’etnia con la quale Pechino combatte informalmente da anni una guerra per frenare le spinte separatiste che interessano l’area. Ora però arriva un nuovo report da parte dell’Australian Strategic Policy Institute che la “rieducazione” sia arrivata a una seconda fase.  Tra il 2017 e il 2019 secondo quanto stimato dall’ente australiano, sarebbero 80mila gli uguri deportati e poi spediti in fabbriche disseminate in varie parti della Cina. Queste fabbriche sarebbero, secondo il report, dei fornitori per brand globali come Nike, Apple e Dell.  Secondo l’Aspi questi lavoratori verrebbero deportati tramite schemi controllati dal potere governativo e una politica conosciuta come “Xinjiang Aid”. Secondo il report sarebbe inoltre estramamente difficoltoso per gli Uguri rifiutare i compiti assegnati o licenziarsi, con la minaccia di una “detenzione arbitraria” continuamente pendente sulle loro teste. I campi di detenzione e rieducazione sono stati inizialmente pensati per prevenire l’estremismo islamico, ma le misure avrebbero presto colpito chiunque si trovasse ad esprimere liberamente la propria fede islamica o che avesse rapporti diretti con la Turchia. Secondo l’Aspi molte aziende cinesi e stranieri sono probabilmente all’oscuro dell’abuso di diritti umani che si sta consumando. L’appello è quello di fare chiarezza al più presto di quello che avviene nelle loro fabbriche in Cina. L’appello dell’Istituto australiano è di fare chiarezza il prima possibile sulle loro linee produttive e sulle condizioni dei lavoratori che partecipano alla realizzazione dei loro prodotti.
Daniele Tempera