2 marzo, 2024


di Antonio Dentice d’Accadia

La simbiosi tra la persona e il personaggio è simile alla biologia tra il corpo e il sistema immunitario. Nell’arco discorsivo intercorso tra una insolita amicizia, Anna, e il “Premio Russell”, a cura della Presidente Maria Pia De Martino, è fiorita, per il sottoscritto, la possibilità di esprimere pensieri, credo maturi, che si iniettano nelle acrobazie sentimentali e, per analogia, nei risvolti poetico-letterari.
Forse telegraficamente, senz’altro per praticità, ma soprattutto per aderire al meglio a quando ho pronunciato verbalmente il presente discorso, lo sezionerò in brevi passi. Gradini discendenti nella personalissima esplorazione di empirismi vari. Individuali e collettivi, a me prossimi.
Chiedo un po’ di pazienza e di seguire la successione di cose “emozionali” epiloganti in altro. Sentimento, prima. Intelletto, poi. Cosa altra, infine.
A – PARTE PRIMA
1, Si guarda a un a mala-abitudine abitudine prevalentemente maschile, nei confronti dell’altro sesso. Potrebbe valere anche in alcuni casi di alcune donne con alcuni uomini, ma più spesso accade il contrario. Tuttavia, l’altra metà del cielo non si indigni in sovradosaggio, perché ogni individuo ha i suoi trenta denari;
2, Donna o giovane, ricorda: l’altro ignora, o vuole ignorare, chi tu sia davvero. Le persone, spesso gli uomini con le donne, pretendono il personaggio e non la verità retrostante, la forma più autentica dell’altro. Non si vuole toccare quella natura perché farlo costerebbe insofferenza, finanche disgusto;
3, Si pretende il personaggio, non la persona. Il personaggio è quell’artificio sociale e culturale eretto a tutela e difesa della verità retrostante. Il personaggio può essere seducente, divertente, piacevole, complicato, magari anche avversario, o conflittuale. L’uomo vuole il personaggio. L’uomo è affascinato dal personaggio, o dall’idea che se ne fa;
4, All’apertura di una verità, emergono le paure, le ferite, le debolezze e una sottile unicità. La natura si mostra coi lividi. Colle cose più brutte che belle (o comunemente interpretabili tali). L’uomo è infastidito, forse ripugnato, dalla responsabilità di toccare una complessità simile, che è responsabilità. Allora, quando questa verità è mostrata, semplicemente l’uomo abbandona, o peggio, ignora, la donna;
5, Non è un problema della modernità. Perché ogni epoca definisce le categorie di personaggi preferiti, secondo diverse utilità: economiche, politiche, religiose, intellettuali, artistiche e così via;
6, Assai peggio è quando l’uomo afferma di voler toccare la verità retrostante il personaggio. Ciò potrebbe accadere prevalentemente a due scopi: a) l’uomo finge di volerlo, in buona o malafede, coscientemente meno, per dominare e usare l’altra; b) l’uomo pensa di volerlo per disarmare le difese dell’altro e infine sparire;
7, Per minima statistica può capitare che si trovi una persona compatibile, in diversi gradi, alla propria natura. Ciò tenendo comunque conto che: a) una persona crudele e disimpegnata con qualcuno può benissimo farsi adatta per qualcun altro. Non a caso la dottrina cinese taoista afferma che le cose si creino e dividano per analogia; b) una persona crudele e disimpegnata con qualcuno, può farsi adatta per l’altro in un momento e in una circostanza diversa. E viceversa. Purtroppo qui è insito l’ennesimo tranello dell’esistere femminile, dove si “deve sopportare” un male coll’idea che cambi, o -peggio ancora- coll’ansia di “non farlo cambiare ad altre”.
B – PARTE SECONDA
1, La persona cela la propria verità a causa delle difese che intervengono ad arginare la sofferenza;
2, Due elementi, in radice uno, concorrono alla sofferenza: a) la persona vuole sentirsi amata per quello che è; b) la persona vuole sentirsi unica e irripetibile;
3, L’ambiente sociale spesso non ama la persona per quello che è, trascura o nega il suo desiderio di unicità. Magari in un conflitto tra individualità. La persona non si sente amata, quindi non si sente unica nel modo in cui spera e vorrebbe;
4, La reazione difensiva determina il personaggio, i cui caratteri sono un “patto” tra la natura della persona e le esigenze dell’interazione coll’ambiente. Il personaggio interviene a tutelare la verità della persona, affinché l’ambiente non la ferisca;
5, Tuttavia, nel tutelare la natura, il personaggio depotenzia la persona. Quanto più la natura è depotenziata, più la persona soffre il personaggio, che intanto sedimenta nella consuetudine comportamentale. Per evitare una grande sofferenza, si accetta una diversa sofferenza;
6, Nell’eccessivo depotenziamento della verità, il rischio di una diversa sofferenza, che oltremisura soffoca la vera natura. Le difese, quindi la cura, corrono il rischio di diventare peggiore del male iniziale. Diventano Robespierre, che coll’idea di salvaguardare diritti e libertà, tutti spietatamente li nega. A quel punto occorre che si decapiti Robespierre, evitando però, per eccesso opposto, di farsi “Masaniello”.
C – PARTE TERZA
1, Integriamo due nozioni: a) Va bene sentirsi unici, ma non l’unico. Accettabile sentirsi preziosi, ma non il centro del mondo; b) La necessità della comprensione del fatto che anche il prossimo desidera sentirsi amato;
2, Diventa quindi necessario integrare due fatti apparentemente incompatibili: a) serve rispettare la legittimità del proprio desiderio di unicità e del proprio desiderio di sentirsi amati, magari nella sofferenza di non essere amati. L’ego oltremisura è un insetto innamorato della carta moschicida; b) serve rispettare la legittimità del “desiderio altrui di sentirsi più unici di noi” e il suo “diritto di non amarci”. Non possiamo colpevolizzare una realtà di esistere, ma non possiamo neanche subirla.
D – PARTE QUARTA
1, Non colpevolizzare la natura dell’altro, non credere di essere migliore di lui. Ma non permettere che la natura altrui calpesti dignità e libertà;
2, Domandati: sto dando quanto ricevo? O rischio di annullarmi? O rischio di far annullare l’altro in me?
E – PARTE QUINTA
1, Poesia e persona creano una dialettica simile, o tale possiamo intenderla nell’attuale circostanza, nel gioco di parole e situazioni espresse nel presente lavoro. Dunque: la poesia è femminile rispetto al poeta. Il poeta è maschile rispetto alla poesia, che sia uomo o donna. Chi avesse intenzione di indicare la condizione “passiva” del poeta rispetto alla poesia “attiva”, si rammenti un aneddoto appreso dal Taoismo, al Tempio della “Grande Armonia” di Caserta, il principale d’Europa, del Reverendo Maestro Li Xuan Zong: «Nulla è yin o yang in senso assoluto, ma sempre in rapporto a qualcos’altro». Per cui, il rapporto prima esplicitato, guarda, appunto, alla specificità attuale. Si gioca;
2, Nell’oceano di sovrastrutture e apparenze artistico-intellettuali, esiste la minima statistica, per cui l’autore dei versi si fa onesto nei confronti dell’arte. Onesto: non manipolante, non eccessivamente vanitoso, non artificiale;
3, Onesto: non provando disgusto per l’autenticità che poesia gli mostra, anche se non piace nei termini in cui vorrebbe. Anche se inaspettata e complessa. Anche se vi si specchia minuto. Allora il rapporto vero può nascere. L’ispirazione è;
4, Poi l’artista può essere più o meno bravo nel tradurre l’ispirazione in parole. Ciò ha la sua importanza. E può diventare più o meno noto all’ambiente, a seconda di varie circostanze. Anche ciò ha la sua importanza;
5, L’artista, solitamente: a) ha pochissimo controllo sulla possibilità di diventare noto all’ambiente (subentra l’aspetto sociale); b) ha relativamente poco controllo sulla possibilità di tradurre in adatte parole il percepito (è istruito? Ha avuto la possibilità di studiare? Gli studi sono funzionali alla tendenza artistica? Frequenta artisti? Ha qualche disabilità?); c) ma ha assoluto controllo, con tutta la difficoltà accennata, sulla possibilità di aprirsi all’autentica ispirazione, che forse è simile al sentimento religioso.
F – PARTE SESTA
1, Si desidera essere amati. Allora rivolgiamo l’attenzione all’esterno, nel tentativo di trovare qualcuno che ci ami;
2, L’amore di qualcuno può esserci e può non esserci, può durare e può non durare, possiamo amare e non essere amati, o possiamo non amare più. In tutti questi casi, prima o poi, la persona torna a risentire la stessa mancanza. Da capo;
3, Arrivati allo snervamento, ci sentiamo dire che l’amore deve nascere dentro di noi, l’amare sé stessi. Spesso classificando il tutto a un meccanismo psicologico, anche molto complesso, magari efficace;
4, Tuttavia, scavando ulteriormente, arriviamo a intuire che il tutto nasce da un desiderio di completezza. Tale desiderio, volente o nolente, sfocia nel rapporto col trascendente. Diventa spiritualità, diventa radice immateriale. Filosoficamente e religiosamente intendibile in chiave divina o meno;
5, Allora non cerchiamo semplicemente quella parola, socialmente, poeticamente e intellettualmente inflazionata, che chiamiamo: “amore”. Cerchiamo una forma di beatitudine. Di perenne completezza, che superi ogni razionalità ed emozione;
6, Normalmente chiamiamo “amore” molte cose molto diverse, includendovi: infatuazioni, desideri, legami familiari e amicali e cose ancora più nascoste. Cose che neanche hanno un nome e una forma;
7, Banalmente qualcuno potrebbe affermare: la religiosità risolve questo desiderio, aprendo alla possibilità della beatitudine. Teoricamente potrebbe. Tuttavia, la stragrande maggioranza dei fedeli, presto o tardi, pur parlando di amore, si ritrova schiacciata e implosa sotto un peso di fatti irrisolti e camuffati.
G – CONCLUSIONI
Vi ringrazio di avermi seguito in una via senza epilogo. L’affluente, percorrendo sentieri sotterranei, infine sfocia nel mare, privo dell’impellenza di affermarvisi diviso.