2 marzo, 2024

Francesco Palmieri è un fecondo creatore di personaggi luminosi, uomini e donne, bambini e animali, statue viventi o creature muta-forma. Personaggi che ti sembrano familiari come il vicino di casa, ma che insieme hanno un qualcosa di misterioso, mitologico, oltre che di universale. Per di più, è un uomo polifonico, capace di regalare ai suoi lettori prodotti decisamente buoni, nei campi più diversi, dallo stile sobrio e pacato: romanzo e dramma, poesia, saggio critico, biografia e nota di costume. Giusto per non farsi mancare niente, è anche mandolinista e maestro di Kung Fu; il giornalista napoletano torna al sottile controcanto e al personalissimo amor natìo aggiungendovi una grazia che tocca le nervature profonde di una città difficile e mai rassegnata, attraverso «un invito alla tentazione irresistibile a perdersi, in un tempo senza tempo», a Napoli, «dove diventa vero tutto ciò che altrove sembrerebbe inverosimile». Un impegno accorato con la Sirena Partenope in una colorita e suggestiva atmosfera di luci, ombre e passioni equivalenti al suo piccolo ma intenso mondo interiore. Un disegno forte nella geografia della sua essenza, «L’Incantevole Sirena» (Edizioni Giunti, 2019) nel mito oltre il mito.

La Sirena come rappresentazione dell’illusione, dei misteri e dei segreti di Napoli come luogo di applicazione di nuove tecniche della visione. E, soprattutto, come luogo che accoglie ogni fantasia di un momentaneo sollievo alla precarietà del mondo, alla crisi delle certezze odierne. Come può essere definito il tuo testo? Un saggio, un romanzo, o un omaggio accorato alla tua città? Non sei nuovo ai tributi personali alla Napoli esoterica, basta fare un salto di 7 anni («Il libro napoletano dei morti», 2012, pubblicato per Mondadori ndr). C’è qualcosa di ‘studiato’?

Ho scritto «L’incantevole Sirena» con l’intento di elaborare una mappa personale di Napoli che attraversasse il tempo e lo spazio. Non uso mai un approccio diacronico, credo piuttosto che in ciascuno di noi – quando legge o quando scrive – esista una sincronia di vicende, personaggi, luoghi ed esperienze personali di cui siamo figli, di cui siamo il risultato. C’è una mappa mentale che ricompone il tempo e non è quella del calendario storico, ma di un calendario interiore per cui anche eventi lontani, o vissuti da chi non abbiamo direttamente conosciuto, continuano ad avere efficacia operativa se riusciamo a scrutarli con uno sguardo profondo, oltre la patina di una realtà che nella forma quotidiana sembra travolgerci ma da cui non dobbiamo farci travolgere, a rischio di perdere noi stessi.

In quanto espressione culturale, la parola «mito», in particolare modo nell’età moderna, indica un oggetto di studi di filologi, storici, della religione, antropologi, etnologi e filosofi, che in un dato momento storico configurano una vera e propria scienza, benché diversificata con prospettive, metodi e valutazioni differenti. Dov’è racchiusa la forza di un mito?

La Sirena, o Bruce Lee (Palmieri è un appassionato cultore del famoso artista marziale hongkonghese, lo racconta nel saggio del 2017, sempre con Mondadori, «Piccolo drago. La vita di Bruce Lee» ndr), o qualunque altro mito ci aiutano a vivere perché ci liberano momentaneamente dal carcere del tempo e lo sospendono. I miti, sia quelli arcaici sia quelli contemporanei – anche la stessa figura di un eroe – hanno l’efficacia che noi attribuiamo loro. D’altra parte una visione totalmente laica è impossibile anche in chi la rivendica. Un mito non scade e non muore finché qualcuno lo pensa e pensandolo lo fa rivivere. Può costituire un modello, una sorta di riferimento anche se sappiamo che non lo cattureremo veramente mai e che non saremo in grado di riprodurlo com’era o come è stato. Eppure la funzione di un mito, con la sua forza esortativa, ha un valore incoraggiante e di orientamento la cui assenza si tradurrebbe in mera disperazione esistenziale, nella ferrea schiavitù del tempo lineare. Perciò l’uomo tradizionale preferiva la circolarità del tempo. E questo vale anche per quanto mi riguarda.