ENZO GRAGNANIELLO

ENZO GRAGNANIELLO

15 diciembre, 2019 Off By Gazzettino Italiano Patagónico

Andrea Fiorentino

Si parte da Salita Trinità degli Spagnoli. Fedora in testa (immancabile) e via, in giro per i Quartieri. Parla con tutti, accarezza bambini, si ritrova in mezzo a persone con il sorriso della festa per la foto ricordo. Gli offrono cioccolatini, dolci fatti in casa per lui, lo sommergono di parole commosse e grate. Strette di mano, abbracci, baci, vogliono toccarlo: Enzo Gragnaniello vive così ormai da sempre, per strada lo riconoscono e lo salutano, in qualunque posto è una gara per avvicinarlo. «Sono felice, ho bisogno dell’affetto della mia gente», dice con estrema sincerità. È proprio vero, chi semina il bene raccoglie amore. Gragnaniello ama la sua città, le sue radici, è affezionato alla sua cultura, la respira nel suo quotidiano, poi miscela sapientemente ritmi sinceri con la musica classica napoletana e sonorità mediterranee, la sua voce attraversa le barriere e crea suoni universali. A vico Cerriglio, «il vicolo più stretto di tutta Napoli», è nato e trascorre l’infanzia tra i vicoli del quartiere Porto, facendo fin da bambino i più svariati lavori: garzone, ragazzo del bar, «attrazione vivente» di una bancarella al mercato rionale; un po’ più grande accompagnerà gli americani ai Quartieri Spagnoli dalle prostitute o nei locali dove si poteva assistere a musica suonata dal vivo. Ed è proprio l’innata passione per la musica che, probabilmente, riesce a distoglierlo da un tipo di amicizie e di vita che avrebbe potuto avere risvolti diversi. Compone le prime canzoni ad appena diciotto anni, e riguardano storie dell’unico universo che conosce: storie sentite in osteria da chi aveva fatto la guerra, storie di emarginati, di chi passa la vita in galera e di chi si nasconde dietro un bicchiere di vino e la notte la passa per strada. Sono canzoni d’amore e risentimento, ma ciò che non manca mai, anche nelle storie più disperate, è la speranza, la libertà e la personalissima interpretazione. Reduce dallo straordinario successo sul fronte della canzone d’autore in dialetto delle Targhe Tenco 2019 – il riconoscimento assegnato dal 1984 ai migliori dischi italiani di canzone d’autore usciti nel corso dell’anno trascorso votati da una giuria di giornalisti specializzati, la più ampia esistente in Italia – con «Lo chiamavano Vient’’e e Terra» (Arealive-Warner Music Italy) che ha battuto altri due lavori napoletani, «’O diavolo» di Francesco Di Bella e «L’orso ‘nnammurato» di Sollo&Gnut. Gragnaniello è al suo quarto Tenco, superando così anche Pino Daniele: aveva già vinto la targa, sempre nella stessa categoria, nel 1986 con «Giacomino», nel 1990 con l’album «Fujente» e nel 1999 con il bellissimo «Oltre gli alberi». Il nuovo progetto discografico è composto da dodici brani firmati, prodotti ed arrangiati dallo stessoGragnaniello: «Ho fatto un po’ come fanno i pittori – dice – che si concedono un autoritratto», non rappresentando solo le fattezze, ma anche i ricordi, le emozioni, la vita. E il «senso di libertà che l’accompagna»; pittura sempre fresca, perché «rendiamo i noi stessi di trenta, quarant’anni fa più simili a noi di quanto non fossero davvero». Questo nuovo disco presenta anche la parte nostalgica, quella che spinge l’autore ad assaporare intensamente tutto quello che lo circonda, «un mare agitatissimo, come quello di oggi». Uno sguardo accorato sul mondo, sulla bellezza e sulla gentilezza che si sta perdendo, la consapevolezza di un amore salvifico, non facendosi dominare dalle situazioni negative che ognuno di noi, inevitabilmente, è costretto a vivere nella propria dimensione quotidiana. Come in un quadro. Come fanno i pittori. Un capolavoro.