1 marzo, 2024


Tutto è diventato eccezionale: raffiche di vento, piogge, tempeste, mareggiate. Al pari di altri, questo aggettivo è entrato nel gergo quotidiano e giornalistico fino a perdere la sua specifica vocazione a quantificare un accadimento davvero singolare e raro, cioè che si verifica a distanza di tanto tempo. Se un evento è poco frequente innanzitutto dovrebbe essere difficilissimo inserirlo in una statistica. Invece oggi il più delle volte – dopo averlo classificato come eccezionale – si sprecano gli elenchi di medesime situazioni verificatesi solo pochi anni prima. Episodi che, a memoria d’uomo, un tempo potevano davvero apparire inconsueti, oggi non sono più tali. I cambiamenti climatici in corso stanno rendendo ordinari alcune manifestazioni atmosferiche con le quali non eravamo abituati a dover fare i conti, perlomeno non così di frequente. Allora forse è giunto il momento di rivedere anche il nostro modo di rubricare i fatti. Non si tratta soltanto di una questione semantica, ma piuttosto di ordine pratico. Mi spiego meglio. Se perseveriamo nell’attribuire un elemento di eccezionalità a una grandinata o a una prolungata siccità, dimenticando magari che l’anno prima abbiamo usato la stessa definizione per raccontare un analogo fatto, diventiamo complici di chi non sa garantire una politica del territorio adeguata allo stato dei fatti. In un pianeta più caldo, la frequenza di certi episodi è potenzialmente destinata a crescere. Smettiamola dunque di nasconderci dietro l’alibi del veramente eccezionale e attrezziamoci per mitigare gli effetti di quei fenomeni che, ormai si è capito fin troppo bene, colpiranno con maggiore frequenza soprattutto i luoghi più esposti e vulnerabili.
Michele Mauri