Addio a Keith Flint, cantante dei Prodigy

Addio a Keith Flint, cantante dei Prodigy

4 marzo, 2019 Off By Gazzettino Italiano Patagónico


  • Protagonista della scena elettronica anni ’90: il cantante si è spento nella sua casa
  • La polizia non parla al momento di “morte sospetta”

È morto Keith Flint, cantante dei Prodigy e vero e proprio simbolo dell’elettronica anni ’90. Il cantante aveva 49 anni. Lo rende noto la polizia dell’Essex, la regione dove viveva il cantante. Fonti di polizia hanno dichiarato di essere state chiamati alle 8.10 di questa mattina nella sua casa. La stessa polizia non tratta però il caso come “morte sospetta”. Mentre nel profilo instagram ufficiale della band, Liam Howlett, cofondatore del gruppo inglese rivela che dietro la morte del cantante ci sarebbe un gesto volontario: “La notizia è vera. Non ci credo ma devo dirvi che nostro fratello Keith si è ucciso nel weekend. Sono scioccato, arrabbiato, confuso e col cuore spezzato”.

I Prodigy: dall’underground alla ribalta mondiale

I Prodigy erano arrivati alla ribalta delle classifiche internazionali con singoli come “Firestarter” e “Breathe”, sdoganando, a livello mainstream, la crescente cultura rave e underground inglese. Una vera e propria rivoluzione della musica e dell’estetica che, attraverso canali privilegiati come l’immancabile MTV, diventavano veri e propri fenomeni globali. Una scena condivisa con altri gruppi destinati a diventare colonne sonore di un’intera generazione come Chemical Brothers o Fat Boy Slim.

Una rivoluzione musicale ed estetica

Quella dell’elettronica, capitanata da gruppi come i Prodigy, fu la seconda rivoluzione globale degli anni ’90 dopo il grunge. I suoni e l’estetica erano quanto di più distante ci potesse essere, le istanze parlavano invece a una generazione che era appena uscita dalla sbornia edonistica degli anni ’80 con codici di rottura che si rifacevano al punk. Che fosse il punk-rock evocata dai Nirvana e soci o la nuova cultura cyberpunk, imbevute dall’estetica e dalle suggestioni di scrittori come Gibson o Sterling, il fine era sempre lo stesso: trovare dei codici di rottura da un mondo che sembrava pre-ordinato e immutabile, da quella “fine della storia” che veniva evocata più volte in quegli anni. La musica di Flith e soci riusciva così a diventare un tamburo dell’energia e delle inquietudini di un’intera generazione, con un’estetica e uno stile di vita che scioccava o ammaliava, ma non poteva certo lasciare indifferenti. Intervistato dal quotidiano inglese The Guardian nel 2015, il cantante aveva osservato amaramente lo stato della musica attuale: “Eravamo pericolosi ed eccitanti. Ora nessuno vuole essere più pericoloso ed ecco perché la gente viene obbligata oggi a ingurgitare prodotti commerciali, pezzi banali che sono solo innocui”

 Daniele Tempera