George Monbiot e il ritorno del lupo

George Monbiot e il ritorno del lupo

25 febrero, 2019 Off By Gazzettino Italiano Patagónico


George Monbiot è uno zoologo, giornalista ambientale e attivista britannico, da alcuni decenni in prima linea nelle più importanti battaglie per la tutela del nostro pianeta. La prima parte della sua carriera lo portò, nelle vesti di giornalista investigativo, a scoprire e denunciare abusi a danno dell’ambiente e delle popolazioni native di svariate aree del Terzo Mondo. Tra le sue indagini più celebri ci fu lo studio dello sterminio degli indigeni della Nuova Guinea Occidentale per mano del governo indonesiano, raccontato nel suo primo libro Poisoned arrows, pubblicato nel 1989. La denuncia delle violenze ai danni dei papuasi da parte del governo di Giacarta lo resero ricercato in Indonesia, e oggi su di lui pende una condanna all’ergastolo in tale nazione. Altre sue indagini celebri riguardarono la deforestazione e lo sfruttamento incontrollato dei territori della tribù degli Yanomami in Amazzonia (raccontati in Amazon watershed, del 1991) e il sequestro di terre e bestiame ai popoli nomadi dell’Africa centrale (oggetto di No man’s land: An Investigative Journey Through Kenya and Tanzania del 1994). Il suo attivismo e le sue denunce dello sfruttamento incontrollato delle risorse naturali e sui soprusi ai danni delle popolazioni indigene gli causarono non pochi problemi negli anni. Monbiot è ora identificato come “persona non gradita” in sette nazioni diverse, e nella sua carriera ha subito pestaggi, l’imbarcazione su cui viaggiava è stata volontariamente affondata e gli hanno anche sparato contro, stando alle sue testimonianze. Inoltre è andato in coma dopo la puntura di vespe tropicali in Nuova Guinea ed è stato – fortunatamente a torto – dichiarato cerebralmente morto dopo una grave malaria cerebrale in Africa. Nonostante le tante peripezie, l’attività giornalistica di Monbiot continua ancora oggi, ed è molto apprezzata dal grande pubblico. Attualmente lo scienziato pubblica con frequenza articoli e approfondimenti su tematiche ambientali per il Guardian. Nel 2017 è stato premiato con il SEAL Environmental Journalism Award per il suo lavoro di cronaca ambientale. Dopo essersi interessato a tematiche di attualità come il global warming o la progressiva scomparsa delle foreste tropicali, in tempi recenti Monbiot ha cominciato a promuovere una possibile risposta a questi problemi: il rewilding o, trasposto in italiano, la cosiddetta rinaturalizzazione. Questa tecnica non implica altro che restituire alla natura parte di quanto le è stato portato via con l’avvento dell’umanità e con il progressivo prelievo di suolo richiesto dalle sue attività. L’esempio più celebre portato da Monbiot è quello dei lupi nel parco di Yellowstone. Mancati nel territorio dell’area protetta per oltre 70 anni e reintrodotti solo nel 1995, i lupi in pochissimi anni hanno ridotto il numero di cervi, loro preda comune; i cervi, che avevano prosperato in grandi numeri non avendo predatori diretti, pascolando in numeri eccessivi causavano gravi danni alla vegetazione; con la riduzione dei cervi ritornarono gli alberi, e con loro gli uccelli canterini; in breve tempo riapparvero anche i castori, che così modificarono il volto dei corsi d’acqua con le loro dighe; la comparsa di acque stagnanti o lente portò vantaggi per le lontre e per molte specie di pesci e anfibi. In questo modo, la reintroduzione di un’unica specie causò una serie a catena di benefici su tutto un insieme di habitat e di specie. Gli esempi di possibili applicazioni della rewilding si sprecano e Monbiot, in una celebre conferenza di TED (che si può vedere qui) riassume bene qual è lo spirito dietro a questa nuova filosofia: «Rinaturalizzazione, per me, significa riportare piante e animali perduti. Significa abbattere i recinti, significa fermare i canali di drenaggio, significa prevenire la pesca commerciale in alcune grandi aree del mare, altrimenti occorre fare un passo indietro».

Alfonso Lucifredi