Rivolta contro la May: tre ministri la lasciano.

Rivolta contro la May: tre ministri la lasciano.

24 febrero, 2019 Off By Gazzettino Italiano Patagónico

I membri del governo: “Senza accordi siamo pronti a lasciare”. Cresce la fronda pro-rinvio

Hanno scritto una lettera comune al Daily Mail per dire che ora basta, il tempo è terminato. O il parlamento approverà la prossima settimana la proposta governativa per uscire dall’Europa o appoggeranno una mozione per procrastinare la data del divorzio e togliere l’uscita senza accordo dal tavolo negoziale. Loro sono alcuni dei principali esponenti del governo May, Amber Rudd, ministro al lavoro e alle pensioni ed ex ministro degli interni, Greg Clark, ministro per il business e David Gauke, ministro per la giustizia. I tre fanno parte della nutrita pattuglia di parlamentari conservatori che vogliono evitare una hard Brexit per il Regno Unito, un divorzio senza accordo. Nella lettera al tabloid filogovernativo, pur riconoscendo gli sforzi compiuti da Theresa May in questi mesi per cercare di trovare la quadratura del cerchio, il trio ministeriale dice basta. Troppo alti i rischi per l’economia del Paese, per la sua sicurezza e nondimeno per la sua unità, prevedendo che un’uscita senza accordo infiammerebbe le istanze separatiste della Scozia che in massa, al referendum del 2016, votò per il remain. Se questa è la posta in gioco, è il ragionamento, allora si può andare contro le direttive governative che vorrebbero invece che lo spettro di un no deal rimanesse sul tavolo, un’arma negoziale da brandire con Bruxelles. Non è un ultimatum al governo, scrivono i tre ma ai colleghi conservatori più intransigenti, che preferiscono un accordo senza uscita piuttosto che accettare il piano May e l’ipotesi di una clausola di backstop a tempo indeterminato. La settimana decisiva cui danno appuntamento i tre ministri è la prossima. Theresa May tornerà dall’ennesimo tour di colloqui con i leader europei per aggiornare la Camera dei Comuni sullo stato delle negoziazioni per modificare la bozza di accordo. Mercoledì 27 il parlamento si esprimerà quindi sul nuovo testo e, qualora non ci dovesse essere una maggioranza, verranno discusse le mozioni presentate dai singoli deputati. È questo il momento, scrivono i tre ministri, in cui le forze contrarie a un no deal dovranno unirsi per sostenere un rinvio della Brexit. I numeri paiono essere dalla loro, una buona parte del partito conservatore e la maggioranza dell’opposizione sono contrari a un’uscita traumatica. I rapporti di forza erano già stati chiariti a fine gennaio quando il parlamento votò a favore di un emendamento non vincolante, quello Spelman Dromey, che rifiutava un divorzio dall’Unione Europea senza accordo. E i numeri da allora non sono cambiati. Sarà probabilmente questo lo sviluppo politico più importante della prossima settimana, un voto congiunto tories e labouristi per forzare la mano al governo e obbligarlo a chiedere a Bruxelles di rinviare le tempistiche dell’uscita. Sulla risposta europea non dovrebbero esserci sorprese, salvo discutere sui mesi del rinvio e sul se e come Londra dovrà prendere parte alle prossime elezioni europee. Ma a che punto sono le negoziazioni tra Londra e l’Ue? Passano i giorni ma nessuna delle parti sembra fare un passo indietro. Nonostante i viaggi a Bruxelles di Theresa May degli scorsi giorni e i colloqui con i principali attori politici dell’Unione non si scorge la possibilità di un accordo o quanto meno uno spiraglio di avvicinamento. Le parti rimangono distanti. Oggi e domani, al summit che si tiene a Sharm el-Sheikh tra l’Ue e la Lega Araba, le negoziazioni continueranno anche con colloqui bilaterali. Ma, ha già fatto sapere il presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk, «non ci sara nessun accordo nel deserto». Mancano 33 giorni.

Davide Zamberlan