Il figlio di Giovanni rana condannato per insulti omofobi

Il figlio di Giovanni rana condannato per insulti omofobi

22 febrero, 2019 Off By Gazzettino Italiano Patagónico


  • Il figlio di Giovanni Rana è stato condannato per alcuni insulti omofobi rivolti a un dipendente
  • Gian Luca, ora amministratore delegato dell’azienda di famiglia, aveva dato del “finocchio” a un ex manager
  • I legali del Pastificio avevano provato a difendersi: “Erano solo appellativi scherzosi”

La pasta fresca è un loro stile di vita, ma con gli ortaggi – utilizzati a mo’ di insulto omofobo – la famiglia di Giovanni Rana non se la cava benissimo. Gian Luca, figlio di uno dei re delle aziende alimentari italiane, è stato condannatodalla Corte di Cassazione per aver offeso con insulti omofobi uno dei manager della società del padre, di cui ora è amministratore delegato. La difesa aveva provato a far derubricare le accuse celandosi dietro la giustificazione di «appellativi scherzosi».

Ma i giudici della sezione lavoro della Cassazione non hanno dato adito alla versione della difesa e ora il pastificio Giovanni Rana dovrà risarcire il suo ex dirigente per la «condotta vessatoria a cui è stato sottoposto per anni, con ripetute offese sulla presunta omosessualità del dipendente». Il parere di piazzale Cavour conferma, di fatto, la sentenza della Corte d’Appello di Veneziache aveva già condannato la società a pagare i danni al lavoratore, il quale si era rivolto ai giudici lamentando uno «stato di ansia e stress, e un pregiudizio alla vita di relazione, alla dignità e professionalità».

Il clima di vessazione era accompagnato da continui insulti e riferimenti omofobi. L’accusa – che aveva portato alla condanna già in Appello – parla dello stato in cui era costretto a vivere l’ex manager del Pastificio Giovanni Rana che, sul posto di lavoro, veniva «sistematicamente apostrofato col termine ‘finocchio’» da Gian Luca Rana, figlio del patron Giovanni, all’epoca legale rappresentante dell’azienda e oggi amministratore delegato. La società si era difesa sostenendo che tale condotta fosse «solo espressione di un clima scherzoso nell’ambiente di lavoro».

I diritti dei lavoratori

I giudici di Piazza Cavour, con la loro ordinanza, hanno respinto questa tesi e condannato definitivamente la società a risarcire l’ex dirigente: il codice civile, ha ricordato la Corte leggendo la sentenza, «prevede l’obbligo di tutela, nel contratto di lavoro, di interessi non patrimoniali presidiati da diritti inviolabili della persona, come appunto la salute e la personalità morale, con conseguente obbligo di risarcimento del danno non patrimoniale ove l’inadempimento datoriale abbia provocato la lesione dei medesimi».

Enzo Boldi