Caso Battisti, perché è diverso

Caso Battisti, perché è diverso

20 enero, 2019 Off By Gazzettino Italiano Patagónico


La cattura e l’estradizione di Cesare Battisti, come facile immaginare, hanno scatenato le consuete reazioni e polemiche sul web e non solo. Si è discusso sulla presenza di ben due ministri all’arrivo dell’aereo che ha riportato in Italia quello che viene quasi sempre definito ex terrorista; c’era da aspettarselo, non esistono le mezze misure e i due schieramenti sulle barricate e si fronteggiano a colpi di prese di posizione e paragoni se non direttamente insultandosi. È tipico delle discussioni da bar, per chi è a corto di argomenti, sfuggire al confronto sostenendo a priori la propria idea o citando quel caso specifico in cui si sono adottai due pesi e due misure per lo stesso episodio. E allora tutto nel calderone, dando la possibilità ai più giovani di conoscere i nomi di Delfo Zorzi, Pietro Valpreda, Giuseppe Pinelli e ai meno giovani rileggere le vicende di Tiziana Mambro e Giusva Fioravanti. Ma da parte dei più, tra smentite e ululati da stadio, dopo aver accusato i ministri che hanno accolto Battisti di cercare solo spettacolo (cosa non fatta suo tempo per Buscetta o altri), si è criticato uno dei due per la infelice scelta di un giubbotto. L’altro ha fatto tutto da solo con un video a dir poco inquietante che lo svilisce non poco, tenuto conto anche della sua professione. Sono stati tirati fuori paragoni con lo stragismo fascista e molti si sono ricordati che esistono norme che impedirebbero di pubblicare immagini di detenuti, ammanettati, individui privati della liberà e così via. L’altro fronte della barricata ha ricordato come nessuno di questi paladini dei diritti abbia manifestato quando vennero pubblicate le foto di Fabrizio Corona o membri del clan Casamonica. Si è riaperto il dibattito sulla possibilità di un’amnistia per gli anni di piombo, ma anche qui sono state scomodate le stragi di stato e gli omicidi di coloro che lottavano per idee e ideali. Per molti è stato più semplice darsi alla macabra ironia e pubblicare recensioni stile Trip Advisor sul luogo di destinazione di Battisti o la carta imprevisti del Monopoli: in prigione senza passare da Rio. In tutto viene da chiedersi in quanti abbiano letto non tanto la storia di Cesare Battisti su Wikipedia o su un sito della controparte, almeno per farsi un’idea diversa, ma tutte le sentenze integrali nei suoi confronti, per le quali pare destinato a scontare un ergastolo che, per lui come per tutti gli altri condannati a titolo definitivo, vedrà l’applicazione di eventuali benefici concedibili per l’ordinamento penitenziario. Semplicemente demagogici gli attacchi di Salvini che si è augurato a far marcire Battisti in galera. Ha solo dimostrato, come spesso gli accade, scarsa conoscenza o rispetto di alcuni principi costituzionali; ma dovendo parlare per il suo elettorato era forse necessario. Decisamente inopportuni molti paragoni con altri protagonisti dell’epoca, che hanno scontato la loro pena beneficiando di diritti che potrà invocare oggi Battisti che, è opportuno ricordarlo, da sempre ha avanzato poche difese nel merito delle contestazioni, preferendo attaccare la correttezza dei processi, di come sarebbero state raccolte le testimonianze e la persecuzione nei suoi confronti. Sul punto, pur dando atto che di errori giudiziari è costellato il percorso della giustizia, da Tortora in poi, si dimentica che esistono istituti come la revisione del processo e altri rimedi che non risulta siano stati attivati. Sembra che in questa vicenda in molti abbiano preferito ricorrere a quella che viene definita da Robert Hughes la “cultura del piagnisteo,” appellandosi al “Politically Correct” per far valere il proprio punto di vista. Salvo barricarsi nella convinzione di essere depositari di questo concetto che è l’esatto opposto della concezione che ne ha l’altra parte. Guelfi e ghibellini, Mazzola e Rivera, Coppi e Bartali: oggi, in questa nuova saga che dura da quasi un secolo, fascisti e comunisti. Non neghiamolo. Ma il caso di Battisti ha un sapore diverso e, pur dando atto della caduta di stili, ad iniziare dal giubbotto (un Ministro non è il Commander in Chief che hanno gli Stati Uniti), lo Stato doveva essere presente perché, questa volta, rispettando la legalità, ha vinto una lunga battaglia non certo contro Battisti, ma contro sistemi di protezione di individui condannati con sentenze definitive, posti in essere da altri Stati. Ha vinto un sistema che ha rispettato le proprie leggi, garantendo le possibilità di difesa e quella di avere avuto un processo, salvo il diritto, anche quello legittimo di Battisti, di fare l’impossibile per sottrarvisi. Ma lo ha fatto, ricordiamolo, anche con documenti falsi. Era giusta la presenza dello Stato, anche con due ministri, che per pura coincidenza sono quelli oggi in carica. Avrebbero dovuto riconoscere i meriti di chi li ha preceduti e fare meno teatrino; ma tant’è. La vicenda dell’arrivo in Italia di Battisti, comunque, ben potrebbe essere l’occasione per ripensare quell’auspicato provvedimento che chiuda almeno per la giustizia, e dove possibile nel rispetto delle vittime, gli anni di piombo. Ma serve maturità e meno demagogia e ideologia da parte di chi voglia farlo. E servirà leggere le sentenze per capire fino a che punto ci si muoveva per un’ideale e quando questo presunto ideale veniva usato per mascherare episodi della peggiore criminalità.

Gianni Dell’Aiuto