L’etica invisibile del carnismo

L’etica invisibile del carnismo

28 diciembre, 2018 Off By Gazzettino Italiano Patagónico

L’anestesia emozionale sembra essere la risposta psicologica più diffusa all’interno della nostra società quando si affronta la questione etica della reclusione e sfruttamento di animali provenienti da allevamenti intensivi. È uno dei temi che Melanie Joy, professoressa di psicologia e sociologia dell’Università del Massachusetts, espone a lungo nel suo libro Perché amiamo i cani, mangiamo i maiali e indossiamo le mucche. Si tratta di un processo psicologico, spiega la docente, che porta l’essere umano a innalzare una barriera tra le proprie esperienze e le emozioni. Il nostro lato emotivo sarebbe quindi anestetizzato, con il risultato che, senza quasi rendercene conto, permettiamo e siamo autori della violenza cui gli animali da allevamento sono sottoposti. Ci definiamo amanti degli animali perché proviamo amore e compassione per cani e gatti, ma allo stesso tempo sfruttiamo gli animali da reddito. Tale comportamento riflette quel sistema di credenze invisibile, o ideologia, che prende il nome di carnismo e che ci porta ad amare certi animali e a mangiarne altri.

Meccanismi di difesa

Il sistema dell’anestesia emozionale è carico di meccanismi che utilizziamo quotidianamente per difenderci dall’atto di reclusione di specie animali per scopi alimentari. Tra questi, Melanie Joy, include: la negazione, l’evasione, la dissociazione e l’oggettificazione. Possiamo continuare a dirci che il sistema zootecnico funziona bene così, insistendo quindi nel negare una realtà che ormai poche persone non conoscono. Non ci sono dubbi che sembrerebbe la scelta migliore da prendere per evitare di trattare un problema troppo grande verso il quale, apparentemente, noi non abbiamo potere. Insieme alla negazione procede di pari passo l’evasione, maestra nel difendere e giustificare i nostri comportamenti. E’ sempre meglio evitare la verità ogni qualvolta essa ci arrechi dolore o senso di colpa, perché così facendo gettiamo ombra su una realtà di cui non vogliamo renderci pienamente coscienti. Nel momento in cui dissociamo il prodotto finito dall’animale da cui esso proviene, possiamo affermare che l’industria della carne ha raggiunto il suo obiettivo. Siamo sicuri che in questi casi le campagne pubblicitarie che mostrano cotolette dalle forme più svariate invece che polli e, affettati in confezioni colorate anziché maiali, hanno avuto la meglio su di noi. Restando nel tema pubblicitario, secondo Melanie Joy, uno dei processi preferiti e utilizzati dagli spot è quello che lei definisce di oggettificazione. Si tratta di un cambiamento della percezione con cui vediamo un essere vivente, che ci porta a considerarlo non come un organismo vivo e con necessità, quanto un oggetto inanimato senza una propria identità. Jim Mason, avvocato ed esperto di relazioni uomo-animali, tratta a lungo nel suo testo Un mondo sbagliato il tema della svalutazione degli animali come strategia per l’elevazione dell’uomo all’apice della scala degli esseri e, come giustificazione verso quella che definisce ideologia di dominio. Secondo l’autore l’ideologia del dominio rispecchierebbe pienamente la visione che la nostra specie ha nei confronti degli animali da allevamento.

Vittime umane

Negare la realtà per non pensare alla vita che gli animali da allevamento trascorrono, significa anche trascurare l’esistenza che conducono i lavoratori all’interno degli allevamenti intensivi e dei mattatoi. Melanie Joy li chiama i “danni collaterali dell’agroindustria animale”. Le condizioni di lavoro di queste “vittime invisibili” sono raramente al centro dei nostri pensieri ogniqualvolta troviamo un prodotto animale finito sulla nostra tavola. È raro che ci soffermiamo a pensare alla violenza routinaria psicologica e fisica cui queste persone sono sottoposte e alla violenza cui sono obbligate ad assuefarsi. Numerose sono le testimonianze da parte di lavoratori che mostrano chiaramente i marchi lasciati da un simile mestiere, che molto probabilmente nessuno di noi vorrebbe fare. Spesso ripetono: “la catena non si deve mai fermare”, oppure “non posso provare nulla per questi animali”. Sarebbe quindi una bugia credere che gli animali reclusi siano trattati con rispetto o che i lavoratori non abbiamo delle ripercussioni da tale professione. Spesso si tratta di persone che non hanno scelta lavorativa e che sono disposti a tutto purché di ottenere un guadagno. Il prezzo da pagare è oneroso, le conseguenze sulla psiche sono profonde. Superato un certo livello di esposizione all’uccisione, il trauma si trasforma in violenza verso animali e persone.

Contrastare il sistema

Amiamo i nostri cani e gatti, ma siamo i mandanti dello sfruttamento e mercificazione di maiali, polli e mucche. Eppure all’apparenza sono tutti animali senza differenze. Siamo forse stati manipolati a cambiare la nostra percezione del mondo animale per scopi economici? Melanie Joy parla di un sistema estremamente abile nel plasmare la nostra visione dell’industria zootecnica che altro non fa che occultare al meglio la verità e darci motivi per sviluppare meccanismi di difesa nei confronti di un sistema violento che accettiamo di buon grado. Una collettività adeguatamente informata è un passo necessario per gettare luce sulla verità che si cela dietro la produzione di carne e derivati animali. Forse ci sentiamo impotenti verso un sistema così grande e forte, o forse non abbiamo il coraggio di cambiare noi stessi. Può darsi che crediamo che l’azione del singolo non possa fare la differenza. Tuttavia, conclude la professoressa, agire attivamente per conoscere e cambiare la realtà avrà decisamente delle importanti ripercussioni sulla nostra etica e sulla vita di molti altri, animali umani e non.

Ylenia Vimercati