Dopo un secolo il lupo potrebbe tornare in Sicilia

Dopo un secolo il lupo potrebbe tornare in Sicilia

2 diciembre, 2018 Off By Gazzettino Italiano Patagónico
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Fino agli inizi del Novecento, nelle notti di luna piena, anche nei boschi della Sicilia non doveva essere raro sentire i lupi ululare. Distribuiti un po’ ovunque, dai Nebrodi ai monti del palermitano, fino alle zone interne degli Erei e più a sud verso gli Iblei, il lupo siciliano era l’unico grande predatore presente sull’isola. Almeno fino al 1924, anno in cui si fa risalire l’ultimo abbattimento avvenuto sulle montagne di Bellolampo, alle porte di Palermo. Scarna, malnutrita e piuttosto affaticata, l’esemplare –una femmina– crollò sotto i colpi di fucile di un cacciatore, portandosi via l’ultima testimonianza della popolazione siciliana di questo straordinario animale. In realtà, tra osservazioni non confermate e testimonianze difficilmente verificabili, diversi studiosi ritengono che i lupi potrebbero essere sopravvissuti sulle montagne dell’isola fino agli anni ’70. Adesso sono ormai decenni che non si verificano segnalazioni, per cui si può dire in tutta certezza che il lupo sia stato eradicato dall’isola. Una perdita enorme per il patrimonio faunistico e ambientale della regione, considerato anche che, come confermato da uno studio recentemente pubblicato su una rivista di settore, il lupo siciliano era caratterizzato da un fenotipo ben distinto rispetto al lupo appenninico. Si sarebbe trattato dunque di una vera e propria sottospecie.

I risultati dello studio

Canis lupus cristaldii, con questo nome scientifico il lupo siciliano è stato battezzato dai ricercatori italiani autori della ricerca, Francesco Maria Angelici ricercatore della Federazione Italiana per la Zoologia dei Vertebrati e Lorenzo Rossi dell’Associazione Orango. Gli studiosi hanno analizzato quattro esemplari impagliati ed esposti rispettivamente presso il Museo di Storia Naturale “La Specola” dell’Università di Firenze, il “Museo Interdisciplinare di Terrasini”, il Museo di Zoologia “Piero Doderlain” dell’Università di Palermo, ed il Museo Civico “Baldassarre Romano” di Termini Imerese, su cui hanno raccolto dati biometrici del cranio e del corpo, confrontandoli con quelli di alcuni esemplari di lupo appenninico. Nel complesso il lupo siciliano era più piccolo rispetto al suo stretto parente continentale: minore altezza al garrese, orecchie più corte, così come la distanza testa-corpo ed il cranio meno voluminoso. Una sottospecie, come confermerebbero analisi preliminari effettuate su DNA mitocrondriale del lupo siciliano, ricavato da uno dei denti degli esemplari studiati. I risultati indicano dunque che i resti del lupo siciliano presentano un aplotipo differente rispetto a quello dei lupi italiani, da cui appunto differirebbe leggermente da un punto di vista genetico. Tuttavia il numero di campioni studiati è piuttosto esiguo. Ulteriori e più approfondite analisi sono tutt’ora in corso per cercare di sequenziare il genoma della popolazione siciliana. Almeno sin dal Pleistocene il lupo ha sempre fatto parte della fauna siciliana, come confermato dai numerosi reperti fossili rinvenuti nelle grotte siciliane. L’isolamento geografico della Sicilia potrebbe poi aver fatto il resto sul suo patrimonio genetico.

Obiettivo di ieri: l’eradicazione

La causa principale dell’estinzione del lupo siciliano è da attribuirsi all’uomo che ne ha letteralmente sterminato ogni singolo esemplare, organizzando battute di caccia e mettendo in palio cospicui premi in denaro per ogni animale catturato. L’articolo 26 del regio regolamento di caccia, risalente al 1826, riporta i premi in denaro per l’abbattimento dei lupi: si andava dai 5 ducati per un esemplare maschio, ai 6 ducati per una femmina (che diventavano 8 nel caso fosse gravida), e fino a 3 ducati per un cucciolo. Una vera e propria persecuzione che non si è arrestata neanche quando il Governo locale, alla fine dell’Ottocento, aveva sospeso ogni taglia sugli animali. Le cronache dell’epoca dei boschi tra Gratteri e Castelbuono, sulle Madonie, sembrano dei veri e propri bollettini di guerra: decine e decine di lupi massacrati in continue ronde da parte di cacciatori ed allevatori. Secondo una famosa storia locale, quella dello “zzu Jachinu Rucciuliddru”, al secolo Gioacchino Martorana (1867 – 1933) campiere presso le terre Bergi appartenenti ai baroni Minà, nel territorio di Castelbuono (sulle Madonie), il Comune di Petralia, all’epoca “pressato ed asfissiato dalle lamentele dei cittadini e, specialmente dai pastori della zona”, pagava ancora per l’uccisione dei lupi “ben 50 lire per ogni animale”. Una cifra enorme, considerato che il guadagno giornaliero di un bracciante agricolo era di appena 3 lire. E proprio secondo i racconti tramandati dagli anziani del paese, è stato il nostro Martorana a sterminare gli ultimi lupi delle Madonie, in una barbara mattanza che non ha risparmiato nemmeno i 4 giovani lupacchiotti rinvenuti in un anfratto tra le rocce del Carbonara in un freddo inverno di fine Ottocento. Tra le altre cronache rinvenute vi è una battuta di caccia nel territorio di San Fratello, nel 1891, che portò all’uccisione di 7 lupi, o ancora l’uccisione di un grosso esemplare avvenuta il 4 gennaio 1902 nel bellissimo bosco di San Pietro, nei pressi di Caltagirone. Come detto in apertura, l’ultima uccisione di cui si ha notizia certa è quella del 1924, avvenuta nei pressi di Bellolampo (Palermo), ma altre fonti darebbero per certo l’abbattimento di un esemplare nei boschi di Ficuzza tra il 1935 ed il 1937. Secondo Fulco Pratesi, che scrisse diversi anni fa sull’estinzione del lupo in Sicilia, «gli ultimi branchi di lupi sopravvissero probabilmente qualche anno ancora nelle folte faggete dei Nebrodi e delle Madonie: secondo alcune fonti l’ultimo esemplare in Sicilia venne abbattuto nel 1923 (in realtà 1924, ndr), altre danno per certo il 1937 (di questo esemplare esisterebbe anche la pelle) mentre il Pasa lo considerava, ancora nel 1959, presente su alcune montagne dell’interno». I naturalisti più romantici credono ancora che qualche coppia sia sopravvissuta, magari in gole sperdute o in valli isolate, si spiegherebbero così i casi – ormai veramente sporadici- di bestiame attaccato e sgozzato in piena campagna durante gli inverni più rigidi. In realtà è enormemente più probabile che si sia tratto di attacchi casuali da parte di cani inselvatichiti.

La diffusione dei lupi

La persecuzione dei lupi in realtà ha interessato tutto il territorio nazionale proprio tra Ottocento e Novecento. Si pensi, ad esempio, che tra il 1923 ed il 1933, il Presidente del Parco Nazionale d’Abruzzo (sic!) Erminio Sipari chiese l’aiuto della Association des Lieutenants de Louveterie de France per cercare di eradicare il predatore dalle montagne abruzzesi, unico modo, secondo il Presidente, di consentire il ripopolamento di camosci e caprioli. Un controsenso ed un serio problema culturale, i cui nefasti effetti sono stati avvertiti fino alla metà degli anni ’80. Nel 1974, il censimento effettuato da Luigi Boitani ed Erik Zimen mostrava una fotografia impietosa della situazione: la popolazione italiana del lupo appenninico era ridotta a circa 100 esemplari distribuiti tra i Monti Sibillini, le montagne d’Abruzzo, il Matese, l’Irpinia, gli Alburni, il Sirino, il Pollino e la Sila. Grazie alle prime politiche di conservazione, sviluppate proprio a partire dagli anni ’70, e ad una sempre crescente sensibilizzazione della popolazione e degli allevatori, i lupi sono tornati a crescere e a diffondersi in tutto l’arco appenninico e fin oltre le Alpi. Secondo le stime più recenti, la popolazione italiana dovrebbe attestarsi attorno alle 2,000 unità. Finalmente centinaia di lupi tornano a popolare boschi e vallate della Penisola, dalle Alpi all’Aspromonte. E la Sicilia?

Obiettivo di domani: la reintroduzione?

A meno che non vogliamo aspettare il prossimo abbassamento relativo del livello del mare, i lupi in Sicilia non potranno tornare se non con il nostro aiuto. Eppure se non ci fosse quel sottile braccio di mare, tra la più grande isola del Mediterraneo e la Calabria, il lupo appenninico in Sicilia ci sarebbe già tornato da solo. Oggi boschi e foreste dell’isola risentono fortemente della mancanza di predatori, considerato che tra reintroduzioni non autorizzate o mal gestite, daini e cinghiali stanno colonizzando estese aree montane mettendo a repentaglio non solo la sopravvivenza di rari endemismi vegetali ma anche di alcune specie animali (i cinghiali si cibano anche di uova di alcuni volatili). La discussione su una possibile reintroduzione del lupo in Sicilia è stata avviata più volte nel passato, anche dai più grandi esperti zoologi italiani, ma si è sempre arenata principalmente per colpa di una diffusa ignoranza, dello scarso interesse da parte della classe politico-amministrativa e di una certa opposizione anche da parte di studiosi di settore. Si è detto che il lupo aggredirebbe principalmente il bestiame, ma fino ad ora è stato dimostrato il contrario, grazie al primo monitoraggio con radiocollare effettuato in Trentino Alto Adige. Si è detto che il lupo troverebbe un ambiente totalmente differente rispetto a quello del passato ed avrebbe difficoltà ad ambientarsi: sbagliatissimo, il lupo è un animale estremamente adattabile, indipendentemente dall’ambiente in cui si trova. Qual è dunque il vero problema? Certamente sociale, esiste ancora una profonda ignoranza sul tema, a tutti i livelli, quasi ai limiti della superstizione. In quest’ottica l’Abruzzo ha fatto scuola: oggi lupi e allevatori convivono grazie alla seria attività di progettazione di studiosi ed Ente Parco ed i predatori sono diventati uno dei simboli dei Parchi Nazionali (insieme all’orso marsicano e al camoscio). La reintroduzione del lupo in Sicilia dunque, a valle di un lungo processo di progettazione e di sensibilizzazione della popolazione, potrebbe avere un enorme valore culturale: li abbiamo eradicati volutamente nel passato e oggi li reintroduciamo. E per quanto riguarda il valore ambientale? Una reintroduzione di successo ristabilirebbe l’ordine gerarchico naturale della catena trofica nei boschi siciliani? Ecco perché servirebbe iniziare a discuterne seriamente, coinvolgendo i massimi esperti sul tema (di vecchie e nuove generazioni), gli enti amministrativi (Regione, Parchi, Comuni), e i cittadini. Del resto come ha detto il Prof. Luigi Boitani, uno dei massimi esperti in Italia sul lupo, in un’intervista a La Stampa: «Abbiamo bisogno dei carnivori non solo da un punto di vista ecologico, ma anche psicologico. Un paese che non ha più un carnivoro, solo pecore, ma siamo matti? Abbiamo bisogno di essere carnivori anche un po’ dentro di noi». La scomparsa del lupo dalla Sicilia non è un fatto naturale, ma un caso di vigliaccheria umana. Abbiamo un debito nei confronti dell’ambiente, perché non proviamo a saldarlo?

Andrea Di Piazza


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