Caso Aquarius, la seconda odissea

Caso Aquarius, la seconda odissea

29 septiembre, 2018 Off By Gazzettino Italiano Patagónico
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La chiusura dei porti dello Stivale, disposta dal ministro degli Interni Salvini, ha drasticamente ridotto la presenza nel bacino mediterraneo delle Ong che prestano soccorso in mare, con particolare incidenza su quelle di nuova generazione, recentemente monitorate del procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, nate con l’inasprimento del fenomeno migratorio sull’asse marittimo libico-italiano. Le associazioni non governative dichiarano di agire in base a una mission di natura umanitaria, Salvini – invece – per scardinare il traffico in mare di esseri umani e garantire l’ordine pubblico e sociale nel nostro Paese. Due prospettive diverse, da cui valutare lo stesso problema. Nel mezzo, le sfumature di grigio in cui potrebbero annidarsi, in una certa misura e oltre ai buoni propositi, malafede da una parte e opportunismo politico dall’altra. Tant’è. Certo è che, dal momento in cui si è decisa l’indisponibilità italiana a concedere approdi, e dopo il caso della Diciotti, ogni operazione di salvataggio marittimo sarà destinata a trasformarsi in una disputa politico-giuridica a livello europeo. La strategia salviniana tende alla palese provocazione per indurre i partner UE, soprattutto quelli che si affacciano al Mediterraneo, ad oggi prodighi di umanità a parole e assai meno nei fatti, ad assumersi la propria fetta di responsabilità e cooperazione sull’accoglimento dei migranti e sulla protezione dei confini europei. È, al momento, il turno della delicata situazione della nave Aquarius, gestita da SOS Méditerranée e Medici Senza Frontiere, in queste ore coinvolta in una seconda odissea in cerca di un porto, dopo essersi resa protagonista di analoga vicenda nel giugno scorso. Diciamoci la verità, non saranno 58 rifugiati a bordo – tra cui 17 donne e 18 bambini – a incrinare l’equilibrio sociale di uno Stato. Tuttavia, l’accanimento con cui ci si scambia accuse reciproche, in punta di diritto e di fairplay umanitario scarsamente genuino, la dice lunga sull’emblematicità della questione. Dopo il No italiano all’attracco dell’Aquarius, la Francia di Emmanuel Macron sale nuovamente sul banco degli inquisitori e lamenta la presunta violazione del principio secondo il quale i naufraghi debbano essere sbarcati nel porto “sicuro” (la Libia pare non ne abbia) più vicino al punto di salvataggio; nella fattispecie, Italia o Malta. Tempestivo giunge anche l’endorsement del ministro francese degli Affari europei Nathalie Loiseau, dopo che l’imbarcazione, incassato il divieto dal Viminale, aveva puntato verso Marsiglia: “Non possiamo reinventarci la geografia” rincara la dose la funzionaria, tacciando il nostro Paese di essersi messo al di fuori della solidarietà europea e del diritto. Marine Le Pen, leader francese di destra del Rassemblement National, se la prende con i “passeur” dell’Aquarius, che vorrebbero eleggere Marsiglia come porto d’attracco anche per sbarchi futuri. Salvini replica all’Eliseo, ricordando come abbia a sua volta blindato porti e confini transalpini e respinto negli ultimi mesi oltre 50.000 immigrati, soprattutto donne e bambini. Per dovere di cronaca, si aggiunga l’irruzione armata del marzo scorso compiuta dalla Gendarmerie in una sala gestita da volontari e deputata a luogo di mediazione culturale, nei pressi della stazione di Bardonecchia (Italia, dato che “non si può reinventare la geografia”), per prelevare un migrante nigeriano sospettato di spaccio di droga e sottoporlo in loco ai test delle urine. Al di là dei trattati internazionali di collaborazione sul piano giudiziario, resta francamente la sensazione che ci considerino una provincia gallica.Per l’Aquarius, ora, la faccenda si complica ulteriormente: oltre all’accusa di illegalità e inosservanza dei protocolli di soccorso vigenti, una volta imbarcato profughi al largo della costa libica senza consultare né coordinarsi con la guardia costiera locale, intralciandone di fatto il lavoro, è in arrivo un provvedimento di revoca della bandiera da parte di Panama. La derivante conversione di status in quello di natante pirata non ne consentirebbe più la libera circolazione per mare. Anche Gibilterra aveva precedentemente cancellato l’iscrizione dell’Aquarius dai propri registri navali. L’equipaggio imputa l’atto alla forte pressione economica e politica esercitata sul paese centroamericano dal governo italiano. Roma smentisce. L’Unione Europea glissa su un intervento solidale e coeso, sfilandosi dal garbuglio grazie al problema di diritto internazionale del ritiro della bandiera. Nel frattempo, pare si sia raggiunto un accordo di distribuzione delle 58 persone a bordo tra Portogallo, Spagna, Francia e Germania. Sempre nel frattempo, per trovare riparo da un’imminente perturbazione e dal mare grosso, l’Aquarius volta la prora verso Malta, dove avrebbe – infine – ricevuto autorizzazione all’attracco.

Carlo La Nave


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