Troppo brutta per finire nel piatto: così l’UE spreca 50 milioni di tonnellate di frutta e verdura

Troppo brutta per finire nel piatto: così l’UE spreca 50 milioni di tonnellate di frutta e verdura

30 agosto, 2018 Off By Gazzettino Italiano Patagónico
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An che frutta e verdura devono rispettare precisi canoni estetici e se non soddisfano determinati requisiti – espressi dalla normativa comunitaria – finiscono direttamente in discarica. A denunciare questo enorme e inutile spreco è uno studio condotto dall’Università di Edimburgo e pubblicato sulla rivista Journal of Cleaner Production. Secondo la ricerca, ogni anno verrebbero gettate 50 milioni di tonnellate di cibo, vale a dire un terzo della produzione complessiva dei paesi comunitari.

Troppo brutta per finire al super

A decretare se frutta e verdura sono idonee a essere commercializzate sono i precisi standard della normativa dell’Unione Europea che, per la classificazione dei prodotti, ne valutano in maniera stringente il calibro e l’aspetto. Se i prodotti ortofrutticoli non rientrano in questi canoni di “bellezza” non possono dunque venire commercializzati: non importa se si tratta di frutta e verdura appena raccolte che potrebbero benissimo finire sulle tavole dei consumatori. «Nel solo Regno Unito finiscono in discarica 4,5 milioni di tonnellate di prodotti freschi – ha spiegato il professor David Reay, autore dello studio –. L’ammontare del cibo che viene buttato è shoccante se si tiene conto che un decimo della popolazione britannica è costantemente sotto alimentato».

Spreco per cittadini e ambiente

Oltre al problema etico, lo spreco di prodotti ortofrutticoli non conformi ai requisiti ha un forte peso per l’ambiente. Secondo lo studio, la produzione di cibo che sarà poi scartato ha la stessa impronta ecologica delle emissioni generate da 400mila vetture. Un ruolo attivo affinché l’Unione Europa cambi le direttive lo giocano proprio le persone. «Se i consumatori dessero meno peso all’aspetto di frutta e verdura si potrebbero diminuire gli sprechi, riducendo l’impatto sul clima e snellendo la catena di produzione e distribuzione del cibo», ha concluso Stephen Porter, coautore dello studio.


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