Svezia, pacifismo addio: alle armi 200 anni dopo contro lo Zar

Oltre tre miliardi di euro in aiuti militari: è quanto ha ottenuto Volodymyr Zelensky nel suo tour europeo di inizio settimana. Forse è stata però la giornata di venerdì 31 maggio quella più significativa: il presidente ucraino ha incassato il «sì» della Germania all’uso di armi Nato contro obiettivi in Russia, mentre a Stoccolma, la capitale svedese, ha stretto accordi militari coi leader di cinque Paesi nordici per ulteriori finanziamenti. In questo contesto la Svezia è tornata in prima fila, facendo nuovi annunci: sale a 9 miliardi il pacchetto complessivo triennale di aiuti a Kiev, 6 miliardi dei quali per armamenti e munizioni. «Il nostro sostegno non si fermerà» ha garantito il premier Ulf Kristersson, esponente dei liberal-conservatori del Moderata samlingspartiet. La notizia sembra mettere una pietra tombale sulla storica politica estera svedese che, complici decenni di maggioranze social-democratiche, era basata su pacifismo e neutralità attraverso diplomazia, accordi per la sicurezza comune e grande sostegno agli organismi multilaterali. A contribuire a questo immaginario che, secondo diversi studiosi ha reso la Svezia un «benefattore» sul piano internazionale, capace di «svolgere il ruolo di agente del bene comune» attraverso «superpoteri morali», il fatto che il Paese non sia stato in guerra con nessuno dal 1814 e abbia seguito una politica di non allineamento militare anche nelle fasi più calde, dai due conflitti mondiali alla Guerra fredda. Secondo qualcuno, però, tale «disimpegno» sarebbe da attribuire al fatto che la Svezia sarebbe una nazione tutto sommato debole, con un territorio molto esteso e appena 10 milioni di abitanti. A ribaltare l’equazione «Svezia uguale pace», tuttavia, è stato l’annuncio di adesione alla Nato giunto il 26 maggio 2022 dal ministro della Difesa Peter Hultqvist, ad appena tre mesi dall’offensiva militare russa in Ucraina. A febbraio scorso, l’ingresso nell’Alleanza atlantica è stato ratificato. L’ultima guerra svedese fu combattuta nel 1814, contro la Norvegia, poco dopo che il regno di Stoccolma aveva fatto parte dell’alleanza militare contro Napoleone, peraltro proprio al fianco della Russia degli zar. Da allora, la Svezia ha deciso di prendere le distanze dalle bellicose controversie che opponevano le grandi potenze europee. Forse proprio il ritorno della minaccia russa in Europa ha fatto crollare il «mai nella Nato» al 19% nei sondaggi popolari, spingendo i partiti a sostenere l’adesione all’unanimità. Sul piano dell’industria delle armi, però, il dinamismo svedese è un po’ più longevo. Nel saggio ‘Dal pacifismo agli armamenti: svelare il paradosso del commercio di armi svedese’ la ricercatrice Catarina Silva riferisce che da almeno 30 anni, e «nonostante le sue dimensioni», il Paese «ha prodotto sistemi d’arma per tutti i rami militari – aerei, terrestri e marittimi – grazie soprattutto a ingenti investimenti in ricerca e sviluppo». Proprio per la natura «non impegnata del Paese» l’industria si è orientata prevalentemente alle esportazioni. «È un diritto umano sentirsi al sicuro» è lo slogan scelto nel 2020 dalla Saab, primo produttore nazionale. Ma in Svezia l’export di armi, come anche in altri Paesi, Italia compresa, deve ottenere delle autorizzazioni: 797 quelle concesse nel 2023 per 28 miliardi di corone (2,45 miliardi di euro). Lo rivela l’ultimo report dell’Ispettorato per i prodotti strategici (Isp), che fa capo al ministero degli Esteri. Tra i dati più interessanti, il fatto che nella lista dei 56 acquirenti, non mancherebbe nessun Paese occidentale. Il nome di uno Stato però è «oscurato», cosa che non è sfuggita ai media internazionali, determinando una replica dall’Isp: «Se divulghiamo questa informazione, rischiamo di rompere le relazioni della Svezia con quel Paese, il che significa che le informazioni sono coperte dal segreto». Tali vendite ammontano a 1,6 miliardi di euro, ossia oltre la metà del totale.

Alessandra Fabbretti

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