Nigeria, le madri delle ragazze di Chibok: «Riportatele a casa»

«Vogliamo che le nostre figlie ritornino a casa, a prescindere dalla loro condizione, che siano sposate o abbiano avuto figli con i loro rapitori; le amiamo e le vogliamo con noi»: parole di Yakubu Nkenki, presidente dell’Associazione dei genitori di Chibok, pronunciate a dieci anni dal sequestro di 276 studentesse nel nord della Nigeria. I fatti risalgono alle notte tra il 14 e il 15 aprile 2014. Un commando di Boko Haram, un gruppo ribelle di matrice islamista che nel nome porta la denuncia di come «l’istruzione occidentale» sia «peccato», assaltò una scuola superiore della cittadina di Chibok, nello Stato di Borno. Nkenki ha 50 anni ed è madre di una delle 80 giovani mai più tornate a casa. In un’intervista con il quotidiano locale Daily Trust, la donna ha ricordato di avere sempre avuto «un legame speciale» con la figlia sin dalla morte del padre. In qualità di presidente dell’Associazione, Nkenki ha rivolto un appello al governo del presidente Bola Tinubu affinché faccia tutto il possibile per permettere la liberazione delle giovani ancora in ostaggio o in vario modo private dalla propria libertà. Alcuni dei genitori intervistati dal Daily Trust hanno sottolineato che la speranza di poter abbracciare di nuovo le figlie era stata alimentata da un negoziato voluto dall’ex capo dello Stato Muhammadu Buhari. Attraverso quella trattativa, ha ricordato il giornale, erano tornate a casa 103 ragazze. Il rapimento delle giovani, perlopiù di età compresa tra i 16 e i 18 anni, aveva suscitato proteste e indignazione non solo in Nigeria. A partire dall’iniziativa di attivisti locali si era diffuso nel mondo l’hashtag social #BringBackOurGirls, in italiano «riportate a casa le nostre ragazze». A usarlo su Twitter, oggi X, erano state anche l’allora first lady americana Michelle Obama e la segretaria di stato Hillary Clinton.

Vincenzo Giardina

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