Nuova scoperta archeologica: mixosauro

Nuova scoperta archeologica: mixosauro

6 julio, 2020 Off By Gazzettino Italiano Patagónico
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I paleontologi del Museo di Storia Naturale di Milano hanno annunciato la scoperta della più antica pinna dorsale mai riscontrata su un rettile marino: ricostruito così l’identikit del mixosauro. L’animale in questione è Mixosaurus cornalianus. Si tratta di un ittiosauro del Triassico (240 milioni di anni fa), i cui resti fossili sono stati estratti nel 1993 dal giacimento di Besano, nel varesotto.
Chi erano gli ittiosauri
Comparsi sulla Terra molto prima dei dinosauri, gli ittiosauri erano rettili marini evolutisi da antenati terrestri simili a lucertole. Abbandonata la terraferma, questi animali trasformarono le quattro zampe in pinne natatorie e ben presto svilupparono anche una pinna dorsale, simile a quella degli odierni squali e delfini. «Questa scoperta anticipa la comparsa della pinna dorsale negli ittiosauri di quasi 50 milioni di anni e indica che questi rettili marini svilupparono adattamenti per nuotare in modo efficiente assai prima dell’inizio del Giurassico» precisa Silvio Renesto, professore di paleontologia all’Università degli Studi dell’Insubria e primo autore dello studio.
L’indagine al microscopio elettronico
La riprova di quella che fino ad ora era stata una supposizione (le cartilagini di solito non fossilizzano) è arrivata dal laboratorio del Museo di Storia Naturale di Milano. Durante la messa in luce del fossile, Fabio Fogliazza (preparatore del Laboratorio di Paleontologia del Museo e coautore dello studio), rimuovendo i sottili strati di sedimento, ha riscontrato la presenza non solo di ossa ma anche di lembi di pelle fossilizzata relativi a una pinna triangolare. Di quest’ultima si possono osservare addirittura le fibre di cartilagine che davano sostegno alla struttura. Nell’indagine è emersa anche la presenza di un lobo dorsale della pinna caudale che aveva quindi una forma a semiluna. “La fossilizzazione è davvero eccezionale – spiega Cristiano Dal Sasso, paleontologo del Museo e del Comune di Milano-Cultura, che ha coordinato lo studio. Al microscopio elettronico si riescono a vedere in 3-D le singole fibre di collagene che rinforzavano la pinna dorsale e quella caudale, e persino gli strati dermici ed epidermici. Era un rettile ma aveva la pelle liscia, non squamosa”. La particolare architettura di fibre della pinna dorsale garantiva anche flessibilità dinamica, conferendo stabilità ed efficienza nel nuoto.
Sorprese anche dall’altro mixosauro
Che questo ittiosauro fosse un abile nuotatore lo dice anche il fossile di un altro Mixosaurus cornalianus proveniente dagli stessi strati di roccia. Nel suo stomaco, infatti, sono stati riscontrati i resti delle prede, come scaglie di pesci e uncini di calamari. L’ottima qualità del fossile consente anche di vedere le pieghe della muscolatura viscerale in un tratto dell’intestino. Lo studio osteologico, condotto dalla co-autrice Cinzia Ragni, con la supervisione di Silvio Renesto, ha stabilito che i due mixosauri di Besano erano individui adulti della lunghezza di circa un metro.
Un giacimento eccezionale
Il giacimento di Besano-Monte San Giorgio è un sito attivo da 150 anni. È noto in tutto il mondo per la ricchezza di depositi fossiliferi risalenti al Triassico medio, circa 240 milioni di anni fa. La sua importanza è tale che l’Unesco lo ha inserito tra i patrimoni dell’Umanità. Qui il Museo di Storia Naturale di Milano ha condotto lunghi scavi sistematici, su concessione della Soprintendenza della Lombardia. È particolarmente famoso per la fauna degli ambienti acquatici e semiacquatici. Oltre a Mixosaurus cornalianus, la cui presenza nel sito è piuttosto frequente, e al famoso Besanosaurus – ittiosauro di 6 metri – il sito ha restituito fossili di invertebrati marini, squali, pesci ossei primitivi, e una serie di rettili come i notosauri (delle “lucertole” acquatiche), i placodonti (simili a tartarughe) e il tanistrofeo, dal lunghissimo collo e coda corta. L’area di Besano-San Giorgio, infatti, nel Triassico era occupata dal mare, con isole e scogliere. L’assenza di forti correnti e la scarsa ossigenazione sul fondale ha consentito una lenta decomposizione delle parti molli e degli scheletri, permettendo un eccezionale processo di fossilizzazione anche su certi dettagli che oggi i microscopi moderni possono finalmente mettere in luce.
Laura Floris


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